Sottomessa al Piacere -Thailandia- Cap3-P2di3
giorgal73
*** MICHELA ***
Dopo sei ore, atterriamo a Phuket. L’aria dell’aeroporto è spessa, densa di umidità e odori che si aggrovigliano: il sudore acre di corpi stipati, il miele speziato del curry che cuoce da qualche parte, il profumo dolce e marcio dei fiori di plumeria appassiti sul pavimento. Recuperiamo i trolley con movimenti lenti, appiccicati dal caldo. All’uscita, gli sguardi dei viaggiatori si attaccano alla nostra pelle nuda, scivolano lungo le nostre cosce, indugiano sui nostri culi esposti. Il plug blu lampeggia debolmente tra le natiche, un segnale intermittente di disponibilità.
Un cartello sbiadito della Valtur indica la nostra guida, Omar. Il suo odore mi raggiunge per primo: salsedine vecchia, sudore maschile non lavato, un fondo di tabacco dolciastro. I suoi occhi neri mi divorano senza vergogna, scendendo dalla bocca ai seni fino al pube rasato.
«Il pulmino è là» dice, la voce roca. Ci sediamo in prima fila; il sedile di plastica scricchiola sotto il peso del mio culo nudo, la superficie ruvida che graffia la pelle già sensibile. Daniela si piega verso di me, le labbra che sfiorano il mio orecchio: «Facciamo impazzire Omar.»
Spalanco le gambe con un movimento lento, deliberato. Gli anelli d’acciaio ai miei capezzoli e clitoride tintinnano lievemente. Sotto di me, il plug vibra a un ritmo basso e costante. La mia fica è esposta completamente, umida e gonfia, un trofeo offerto allo sguardo di chiunque. Omar afferra il microfono; la sua voce trema mentre elenca meccanicamente le bellezze di Phuket, ma i suoi occhi scappano continuamente verso di noi, fissandosi tra le mie cosce aperte. Il rigonfiamento nei suoi pantaloni di lino cresce visibilmente, una tensione goffa ed eccitata.
Daniela mi fissa con un sorriso sottile e crudele: «Stasera ti inculerà, puttana.» Rido, un suono spezzato; sento il cuore battere forte in gola, un cocktail di paura ed elettricità pura: «Sì, Padrona.»
Il pulmino sobbalza violentemente sulle strade sterrate, ogni urto fa vibrare il plug più profondamente; il ronzio metallico si fonde col rombo del motore, mentre l’odore di polvere rossa e salsedine antica mi riempie i polmoni fino a soffocarmi. Il villaggio si dispiega davanti a noi come un miraggio: l’odore intenso dei fiori di frangipane si mischia al fumo di legna da un fuoco vicino, una nuvola calda e avvolgente che si attacca alla pelle. In lontananza, il suono ritmico delle onde che si infrangono sulla riva sembra chiamare qualcosa di primitivo dentro di me.
*** OMAR ***
Il pulmino si ferma con un sussulto finale, sollevando una nuvola di polvere rossa che si deposita lenta sulla pelle sudata. Scendo per primo, le scarpe da ginnastica affondano nella sabbia compatta del sentiero. L’aria è densa, carica di umidità e del profumo dolciastro dei fiori di frangipane che marciscono ai bordi del villaggio. Il mio cazzo preme contro la stoffa leggera dei pantaloni di lino, duro come il legno di tek che sostiene i bungalow. Le faccio scendere con un gesto brusco, le dita che sfiorano appena la curva del fianco di Michela. Lei rabbrividisce al contatto, un fremito che attraversa la pelle nuda e si trasmette direttamente al mio inguine.
I bungalow emergono tra le palme come denti spezzati, i tetti di paglia intrecciata che si piegano sotto il peso dell’umidità. Il sentiero è una striscia di sabbia chiara, battuta dai passi dei turisti e segnata dalle tracce di pneumatici. L’odore del mare si mescola a quello del cocco rancido e dell’olio solare bruciato dal sole, creando una miscela che mi si appiccica alla gola. Più ci avviciniamo alla spiaggia, più l’aria diventa pesante, quasi liquida, come se dovessi nuotare attraverso di essa.
Michela cammina un passo dietro Daniela, il culo che ondeggia sotto la microgonna, ogni movimento un invito silenzioso. Gli anelli d’acciaio ai capezzoli spuntano dalla canotta sottile, catturando la luce del sole e riflettendola in piccoli lampi metallici. Il plug blu nel suo culo pulsa debolmente, una vibrazione che riesco a percepire anche da qui, come se fosse collegato direttamente al mio sistema nervoso. Sa di essere guardata. Lo sa e si muove con una lentezza calcolata, ogni passo un’affermazione di disponibilità. La sua pelle è lucida di sudore, una patina dorata che mette in risalto la curva della schiena e la linea delicata delle spalle.
Daniela precede entrambe, la schiena dritta come una lama, i capelli corti biondissimi lasciano scoperto il collo lungo e sottile. Indossa anche lei un abitino quasi inesistente che non lascia nulla all’immaginazione. Il suo sguardo è freddo, calcolatore, come quello di un predatore che valuta la preda. Non è solo bella: è letale. La sua presenza mi fa male fisicamente, una tensione che parte dal basso ventre e si irradia fino alla punta delle dita. Il cazzo mi pulsa dolorosamente, ogni battito del cuore un colpo di martello contro la stoffa tesa dei pantaloni.
Vorrei fermarle qui, in mezzo al sentiero, dove la sabbia è più scura per l’umidità che filtra dal terreno. Vorrei spingere Michela in ginocchio, sentire la sabbia granulosa contro le sue gambe mentre le afferro i capelli e le spingo il cazzo in gola. Vorrei vedere i suoi occhi riempirsi di lacrime, sentire il suo riflesso faringeo che mi stringe mentre Daniela mi guarda con quel sorriso sottile e mi dice esattamente quanto in profondità devo spingere. Vorrei sentire il peso di quel plug nel suo culo mentre la scopo, vorrei vedere se riesce a tenere gli occhi aperti quando le riempio la bocca di sperma. Vorrei che Daniela mi ordinasse di fermarmi, di lasciarla respirare, solo per poi costringerla a ricominciare da capo.
«Vi accompagno al vostro bungalow», dico, la voce che esce roca, quasi irriconoscibile. Le parole mi si bloccano in gola, come se avessi ingoiato un sasso. Cerco di mantenere un tono professionale, ma il tremito nelle mani tradisce la mia eccitazione. La sabbia scricchiola sotto i miei piedi mentre le conduco verso il bungalow più isolato, quello con la veranda che si affaccia direttamente sulla spiaggia. Ogni passo è una tortura, ogni respiro un promemoria di quanto sono vicino a esplodere.
*** MICHELA ***
Omar ci guida tra i bungalow, i suoi passi pesanti sulla sabbia umida che scricchiola come zucchero sotto i piedi. L’aria è un muro caldo, denso di sale, mischiato all’odore pungente del cocco. Il suo sguardo mi brucia la schiena, scivola lungo la curva del culo, si attacca agli anelli d’acciaio che tintinnano a ogni passo come campanellini di una qualche liturgia proibita. Il plug da 8,5 centimetri vibra dentro di me, un ronzio basso e costante, come il battito di un secondo cuore—uno che non è mio, ma di Daniela. Ogni pulsazione mi ricorda che sono già aperta, già pronta, già ‘sua’, che il mio corpo non è più solo mio da quando lei ha deciso che doveva essere così. Il bungalow è al piano terra, una scatola di legno verniciato di bianco che si affaccia direttamente sul mare.
L’odore di alghe secche e di lenzuola appena stirate si mescola a quello del legno umido, un profumo che sa di vacanza e di prigionia. Omar lascia cadere le valigie con un tonfo sordo, il sudore che gli cola lungo il collo e si perde nella peluria scura del petto. «Vi raggiungo a pranzo», dice, ma i suoi occhi restano incollati al mio culo, come se potesse vedere attraverso la stoffa sottile della gonna il plug che pulsa tra le mie natiche. Quando la porta si chiude, resto ferma, le dita che stringono il bordo del tavolo di legno grezzo. Sento ancora il suo odore—sudore maschile non lavato, salsedine vecchia, un fondo di tabacco dolciastro—attaccato alla mia pelle come una seconda epidermide.
*** DANIELA ***
Guardo Michela muoversi per la stanza, ogni passo un concerto di metallo contro metallo. Gli anelli ai capezzoli e quelle sulle grandi labbra che sbattono sulla barretta fissata al clitoride tintinnano in una melodia che conosco a memoria, un suono che mi fa stringere le cosce. Mi piace vederla così: la pelle lucida di sudore, le labbra socchiuse, gli occhi già velati di desiderio. È già umida, già eccitata, solo perché un uomo l’ha fissata per dieci minuti. Dieci minuti in cui ha immaginato tutto quello che avrebbe potuto farle, tutto quello che “io” gli permetterò di farle.
«Preparati per il pranzo», le dico, la voce bassa, tagliente. «E stai attenta a come cammini. Voglio che Omar veda ogni dettaglio. Voglio che torni a casa stasera con il cazzo così duro da fargli male, e la certezza che non potrà mai toccarti senza il mio permesso. Che non potrà mai “averti” senza il mio permesso.»
*** NOTE ***
---ANNO 2000---
Dopo la meravigliosa avventura del Natale 1999, vi presento una nuova storia, tutta ambientata in Thailandia che vi terrà compagnia per i prossimi mesi. Anche questo è un romanzo basato su personaggi veri e storie autentiche. Come, vi ho abituato, ogni settimana pubblicherò un capitolo suddiviso in tre parti. Quanti capitoli saranno? Non ve lo dico, lo scoprirete voi!
---La Musa e lo Scrittore---
Questa storia non è autobiografica, ma nasce dalle confidenze reali e bollenti della mia amica "Damabiancaesib" (potete ammirarla qui su a69, cercatela). Altri hanno provato a raccontarla, ma lei ha scelto mia penna, anzi la mia tastiera, per svelare le sue fantasie più oscure. Nessun plagio, solo la magia di trasformare i suoi segreti in letteratura. Io sono "solo" l'autore e vivo senza catene, ma lascio sempre la porta socchiusa a chi sa stupirmi con proposte intriganti.
---A Voi la Mossa---
Incoronatemi Maestro dell'Erotismo con un bel voto, o lasciate un commento spudorato. E se vi sentite audaci, scivolate nei miei messaggi privati: chissà che una proposta indecente non trasformi la fantasia in realtà in qualche Club Privé di Bologna...
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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