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Sottomessa al Piacere-La Befana- #9di9


di Membro VIP di Annunci69.it giorgal73
03.08.2026    |    11.232    |    2 6.0
"Altri hanno provato a raccontarla, ma lei ha scelto mia penna, anzi la mia tastiera, per svelare le sue fantasie più oscure..."
-- DANIELA --
La serata è stata un trionfo. Devo riconoscere che le mie cagne hanno superato ogni aspettativa, ognuna ha dato il meglio di sé per compiacermi, e perfino la nuova schiava si è rivelata un investimento più che promettente. Sorrido mentre ripercorro mentalmente ogni dettaglio, ogni singolo momento in cui ho visto le loro maschere crollare, i loro pudori evaporare come alcol sopra una ferita fresca. Il modo in cui la nuova, Chiara, ha accettato la sua degradazione mi galvanizza ancora—quanto è bastato poco per cancellarle ogni barlume di dignità!

E che dire di Luciana e Patrizia: la prima ha la stoffa della vera canaglia, l’altra è una troia talmente naturale che potrebbe insegnare all’università. E io qui, nella mia reggia improvvisata, con la netta consapevolezza di aver riscritto il codice della loro obbedienza.
Sorrido e penso a Cinzia l’estetista e a Marta la ginecologa, saranno felici di avere delle nuove clienti, forse le porterò anche da Giorgio per marchiarle come ho fatto don Michela.

--CHIARA--

Il taxi mi lascia davanti al portone del mio condominio. Cammino barcollando, le gambe molli, il corpo che trema ancora per gli orgasmi forzati. Il plug bianco è ancora piantato nel mio culo, tenendolo spalancato, e sento ogni passo come una violenza silenziosa che mi ricorda a chi appartiene ora.

Entro in casa con le chiavi che mi tremano in mano. Il silenzio dell'appartamento mi sembra assordante dopo il rumore della cena, le risate, i gemiti, il tintinnio degli anelli. Mi guardo allo specchio dell'ingresso: i capelli biondi sono un disastro, il mascara colato mi disegna strane scie sulle guance, la camicetta di seta è macchiata di chissà cosa. E sotto, la gonna corta che non nasconde nulla.

Mi tolgo le scarpe con gesti lenti, meccanici. Il movimento fa vibrare il plug e sussulto, un gemito che mi sfugge dalle labbra. Non posso toglierlo. Non ho il permesso. Devo dormire così, con il buco del culo tenuto aperto come una troia, come la cagna che Daniela ha deciso che io sia.

Vado in bagno. Mi guardo allo specchio a figura intera. Sollevo la gonna. La vista del plug bianco che spunta tra le natiche mi fa arrossire di vergogna, ma sento anche quel calore familiare tra le gambe. Mi tocco lì, istintivamente, e trovo l'ovetto che Daniela mi ha infilato senza darmi istruzioni. È ancora lì, dentro di me, silenzioso per ora.
Non so come funzioni. Non so se debba accenderlo, se abbia un telecomando, se la Padrona lo controllerà da lontano. Per il momento lo lascio dov'è, una presenza strana e umiliante che mi ricorda costantemente la serata.
Mi sdraio sul letto senza nemmeno togliermi la camicetta sporca. Il materasso mi accoglie freddo contro la schiena nuda. Chiudo gli occhi e il film della cena ricomincia: il cameriere che mi guardava, le altre donne che ridevano mentre venivo umiliata, il sapore dello sperma, il modo in cui Daniela mi ha usata come tela per il suo piacere.

Una mano scivola tra le gambe senza che io la controlli. Trovo l'ovetto e premo qualcosa, un bottone, una protuberanza. Inizia a vibrare. Un brivido mi attraversa la schiena, violenta, inaspettata. Gemo forte, nel silenzio della mia camera, e non mi fermo.

La vibrazione è costante, insidiosa. Ricomincio a toccarmi, a cercare quel piacere che so essere sbagliato ma che il mio corpo pretende. Penso a tutto quello che ho subito stasera: la vergogna, l'umiliazione, il modo in cui mi hanno ridotta a un oggetto per il piacere degli altri. Eppure, mentre l'ovetto vibra dentro di me e il plug mi tiene aperta, sento l'orgasmo avvicinarsi già.

Vengo con un grido soffocato nel cuscino, il corpo che si contorce, le lacrime che tornano a rigarmi il viso. Ma questa volta non sono lacrime di vergogna. Sono qualcosa di diverso, di più perverso. Sono la consapevolezza che qualcosa in me si è rotto stasera, o forse si è aperto.

Mentre il piacere si dissolve lasciandomi sfinita, sento ancora l'ovetto che vibra dolcemente. Non lo spengo. Lo lascio lì, un promemoria costante della nuova Chiara, della troia che sta nascendo sotto la pelle della stagista timida.
Domani dovrò andare in ufficio. Dovrò sedermi alla scrivania con il plug nel culo e l'ovetto che forse vibrerà nel momento meno opportuno. Dovrò guardare Daniela negli occhi sapendo che mi possiede completamente. Dovrò affrontare le altre, le loro occhiate, i loro sorrisi complici, piena di sperma secco e svuotata di ogni tipo di dignità.
Ma stasera, in questo momento, non voglio pensare a domani. Chiudo gli occhi e lascio che la vibrazione mi culli verso il sonno, sporca di sperma altrui e del mio, con il buco del culo tenuto aperto come una buona cagna, pronta a diventare quella grande troia che Daniela ha già visto in me.
La prima pietra è stata posata. E io so già che non voglio più tornare indietro.

--SABRINA--

Il taxi mi lascia davanti casa. La notte è silenziosa, piatta, come se l’aria stessa non avesse il coraggio di muoversi dopo tutto quello che è successo. Sono le tre, ma potrei giurare che fuori dal finestrino sia rimasto solo un eterno presente, puntellato dagli echi della cena e dalla scia di umiliazione e piacere che mi sono portata addosso dal ristorante fino al pianerottolo. La chiave mi sfugge dalle dita, scivola e rimbalza sui gradini del portone; la raccolgo con una pazienza stanca, sentendo il plug bianco che Daniela mi ha piazzato nel culo premere con grazia chirurgica sul nervo più profondo della mia vergogna. Ogni movimento è una vibrazione sottile che mi attraversa la schiena, mi fa tremare i polpacci, mi riporta per un istante esatto nel bagno della trattoria, davanti allo specchio, con la Padrona che sorride e mi dice: “Così, brava. Ora sei pronta a farmi divertire davvero”.

Appena entro, il silenzio dell’appartamento è quasi offensivo, una presa in giro che mi risuona nelle orecchie come la risata di Luciana, dei camerieri, delle altre donne che mi hanno vista piegarmi, gemere, cedere. Il frigorifero ronza, la lavatrice lampeggia a vuoto, ma per il resto – niente.

Accendo la luce del corridoio e subito vedo la mia ombra riflettersi sul muro, distorta, allungata dalla stanchezza e dal desiderio, e mi viene da ridere perché non è poi così diversa da quella che ho visto stasera quando mi hanno fatto inginocchiare davanti al tavolo, le gambe tremanti e la lingua che sapeva di vino e di sperma. In bagno, mi guardo di nuovo allo specchio: sono uno straccio, i capelli incollati di sudore sulla fronte, il mascara colato in onde nere che mi rigano le guance, la camicia ancora aperta sui seni e la gonna che copre solo un terzo delle cosce. Sembro una ragazzina dopo la prima festa vera, quella dove hai bevuto troppo e scopato male e pianto almeno una volta, ma la differenza è che questa volta non ho vergogna, solo una specie di orgoglio morboso. Perché sotto la camicia, tra le natiche, c’è il plug che mi tiene spalancata come una troia, e so che anche se potessi toglierlo adesso non lo farei.

Mi tolgo le scarpe con una lentezza immensa, mi piace sentire la pelle tirare sul collo del piede, mi piace il modo in cui il tallone batte sul parquet e poi il sollievo della pianta che si appoggia finalmente nuda sul pavimento freddo. Ogni volta che mi piego, il plug si fa sentire – una pressione gentile, un invasore paziente che sembra sapere tutto di me. La camicia cade per terra, poi la gonna, e resto in piedi davanti allo specchio solo in reggicalze e il plug bianco. Mi giro di profilo per vederlo meglio, per misurare la decenza e la perdita, e quando mi chino in avanti per osservare l’effetto completo la vista mi fa arrossire, sì, ma non di vergogna. Di desiderio, puro e concentrato. Neanche dodici ore fa avrei giurato che nessuno sarebbe mai riuscito a mettermi in questa posizione senza almeno un coltello puntato alla gola, e invece adesso eccomi qua, con la figa ancora indolenzita dalla serata e il culo dilatato per ordine di una donna che ho visto per la prima volta solo pochi giorni fa.

Daniela. Solo a evocarne il nome ho la bocca secca, impastata di sabbia. Quella cagna di mia sorella è già stata plasmata a sua immagine; io resisto, o almeno provo a giurarmelo, pur sapendo che la partita è persa in partenza. Ma forse il brivido sta proprio in questo assedio. Nel fare scorta di ogni minimo briciolo di amor proprio, un tesoro inutile da lasciar andare in fumo al prossimo colpo di frusta. O al prossimo orgasmo; forse l’eccitazione è tutta qui, nella guerra tra l’orgoglio e la voglia di mollare tutto e lasciarsi umiliare. Prima di stasera mi immaginavo immune a certe cose: alle sottomissioni plateali, alle gerarchie di potere, ai giochi di ruolo in cui una è la padrona e l’altra la bestia da addestrare. Ma adesso che me ne sto nuda davanti allo specchio, con il plug che pulsa in sincrono col cuore, non sono più così sicura di niente. Forse tutto quello che ho fatto fino a ora – la laurea, i master, la corsa a diventare qualcuno in un ambiente in cui le donne vengono ancora messe in fila dietro ai maschi più mediocri – era solo una preparazione alla sconfitta. Forse Daniela questo l’ha capito subito, forse è quello che vedeva quando mi guardava negli occhi: la voglia di essere presa davvero, non con la violenza, ma con la precisione di una mano esperta, la chirurgia del comando.

Ci metto dieci minuti buoni per attraversare il corridoio e buttarmi sul letto, forse anche di più, perché ogni passo è una ripetizione ossessiva della serata, un replay delle scene che mi hanno fatta gemere e gridare e piangere in pubblico come una performer di bassa lega.

Sul letto, mi lascio cadere a pancia in giù, la guancia premuta contro il cotone fresco della federa. Il cuscino assorbe il calore della mia pelle, ma non il sapore che ho ancora sulla lingua—quel retrogusto di vino rosso, denso e terroso, mischiato a qualcosa di più acre, più intimo: il sale di un seme che non era destinato a me, una goccia vagante che mi ha sfiorato le labbra mentre Chiara si contorceva sotto di noi. Mi lecco il labbro inferiore, lento, come se potessi ancora trovarne traccia, e il movimento mi fa contrarre i muscoli del ventre.

La voce dentro di me non era una, ma due: una gridava «mai», «non con me», «non così», mentre l’altra—più bassa, più viscida—sussurrava «ancora», «di più», «fino a dove puoi arrivare?» Ogni volta che Daniela mi ordinava di abbassare lo sguardo, di allargare le gambe, di ringraziare per il dolore, la prima voce si sgretolava un po’ di più, finché non è rimasta solo l’altra, quella che adesso mi guida la mano tra le cosce. Le dita scivolano sulla pelle umida, ancora gonfia, ancora viva. Non è una carezza, è un controllo: premo il polpastrello contro il clitoride e sento il plug nel culo rispondere con una pulsazione lenta, come un secondo cuore. Il piacere non è dolce. È una lama che affonda, precisa, e io la accolgo senza resistenza.

Non è una sconfitta. È una resa che sa di vittoria. Daniela mi ha visto prima che io vedessi me stessa—ha riconosciuto la fame che mi portavo dentro, quella che nascondevo sotto tailleur e sorrisi professionali. Ma anche io ho un potere: quello di lasciarmi andare, di trasformare la vergogna in estasi, di scoprire che il mio corpo non è un tempio, ma un campo di battaglia dove voglio essere sconfitta ogni volta. Le dita accelerano, il respiro si spezza. Il plug mi ricorda chi comanda, ma è la mia mano a decidere quando arrendersi e penso: «Anche io posso essere una Padrona crudele»

*** NOTE ***

---ANNO 2000---
Dopo la meravigliosa avventura del natale 1999, siamo giunti al nuovo anno. Un 2000 che avrà nuovi stimoli e occasioni perverse di raccontare l'evoluzione di Michela, ma non solo.
Iniziamo l'anno nel modo più corretto e peccaminoso possibile, dal 6 Gennaio. La storia sarà suddivisa in 9 parti e come al solito rimanete connessi e commentate ogni singolo capitolo.

---La Musa e lo Scrittore---

Questa storia non è autobiografica, ma nasce dalle confidenze reali e bollenti della mia amica "Damabiancaesib" (potete ammirarla qui su a69, cercatela). Altri hanno provato a raccontarla, ma lei ha scelto mia penna, anzi la mia tastiera, per svelare le sue fantasie più oscure. Nessun plagio, solo la magia di trasformare i suoi segreti in letteratura. Io sono "solo" l'autore e vivo senza catene, ma lascio sempre la porta socchiusa a chi sa stupirmi con proposte intriganti.

---A Voi la Mossa---

Incoronatemi Maestro dell'Erotismo con un bel voto, o lasciate un commento spudorato. E se vi sentite audaci, scivolate nei miei messaggi privati: chissà che una proposta indecente non trasformi la fantasia in realtà in qualche Club Privé di Bologna...




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