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Sottomessa al Piacere -Thailandia- Cap4-P2di3


di Membro VIP di Annunci69.it giorgal73
07.09.2026    |    13.621    |    3 7.0
"Ci immergiamo nell’acqua salata che punge leggermente dove la sabbia ha graffiato, lavando via il sudore e il resto..."
Thailandia Capitolo 4 Parte 2

*** MICHELA ***

Quando Daniela mi fa segno—un inclinare appena il mento, gli occhi che brillano dietro la maschera subacquea—capisco subito che l’ordine non tollera esitazioni. La sua espressione è insieme sadica e materna, come se goda nel vedermi eseguire i suoi comandi ma abbia cura che io non mi perda davvero, mai troppo a fondo. La voce nella mia testa, quella voce che ormai sento parlare al suo posto, dice: «Fagli una sega e un pompino.» Sento il mio cuore accelerare di scatto, il battito che cancella ogni altro suono, persino lo sciabordio ovattato delle onde sopra la mia testa. Non c’è più pubblico, non c’è più spiaggia o ombrelloni: solo il blu che mi circonda, il ronzio sommesso del plug che Daniela mi ha messo prima di venire qui, la sabbia sotto i piedi che si fa sempre più fresca.

Mi immergo del tutto, mi chino verso Omar, e il suo cazzo mi appare davanti come una colonna dorsale che sorregge la logica di questa giornata. È enorme, più di quanto pensassi, e la vista mi fa rabbrividire. Penso che avrei dovuto esserne preparata—Daniela aveva descritto ogni dettaglio con la precisione di una botanica che studia specie rare, eppure dal vero è diverso; dal vero è una sfida. Lo stringo tra le mani, sento la consistenza e la tensione, e ci sono voluti solo pochi secondi perché la paura lasciasse spazio a una nuova, bestiale curiosità. Voglio vedere fino a dove posso arrivare. Voglio dimostrare a Daniela che sono all’altezza delle sue aspettative.

Con le mani inizio a masturbare Omar. Il respiro dell’uomo è un gorgoglio roco, quasi animalesco, che si propaga attraverso l’acqua come un richiamo. Non oso guardarlo in faccia, non subito. Lo sento gemere, un suono che si fa spazio tra i pesci che nuotano indifferenti e la salsedine che mi riempie le narici. Sotto la superficie il corpo è diverso, più lento, più pesante, e ogni gesto è potenza pura. Scopro che le mie mani non bastano a contenere tutto, e allora alterno, stringo, ruoto i polsi, sento lo sperma che minaccia di uscire già ora, ma mi trattengo. Voglio prolungare il piacere, voglio che sia lui a cedere, voglio che Daniela sia orgogliosa di me.

Poi lo prendo in bocca, senza esitazione, e il gusto salato dell’acqua si mescola al sapore metallico della pelle, al sentore acuto di cloro, e soprattutto al calore del suo pre-sborro che mi invade la lingua con la testardaggine di un animale vivo. Lo succhio, affondo quanto posso, sento la pressione sulle guance, lo sforzo della gola che si adatta all’invasione. Respiro dal naso, che pensa solo all’acqua, ma la mente è tutta nel gesto, nello spettacolo che sto dando a Daniela. Non so dove sia—la vedo ogni tanto sfrecciare come una sirena a pochi metri da noi, la sagoma delle sue gambe che si avvicina e poi si allontana, come se studi la scena da regista e ne controlli la riuscita. Voglio piacerle, voglio che mi dica «Hai fatto bene, adesso puoi venire.»

Mi sorprendo di quanto sia facile, quanto il mio corpo sia pronto a questo tipo di resa, a questa umiliazione che però mi fa sentire più forte, più viva. Sento Omar irrigidirsi, la sua mano che si aggrappa ai miei capelli e mi tiene ferma, la sua voce soffocata che rimbomba nel petto. Capisco che sta per venire e non mi tiro indietro. Voglio riceverlo tutto, voglio che la sua sborra sia un trofeo, una medaglia che posso esibire a Daniela. Quando lo sento pulsare tra le labbra, deglutisco, la consistenza densa che mi scivola giù per la gola, il sapore che si fa posto tra le papille e l’orgoglio che mi gonfia il petto.
Riemergo solo quando il bisogno d’aria è più forte della vergogna. Ho la bocca ancora sporca, la lingua che brucia per il sapore acre e animale. Sbatto le palpebre, l’acqua mi cola dagli occhi. Cerco Daniela, e lei è lì, che mi aspetta poco distante. I suoi capelli sono una nuvola scura che galleggia appena sotto la superficie, la pelle che splende come quella di una statua di marmo bagnato. Mi avvicina a sé, mi prende la mascella tra le dita, e prima che possa dire o fare qualcosa, mi bacia. È un bacio violento, quasi crudele, la sua lingua che cerca la mia e insieme rovistano tra i resti del piacere di Omar. Per un attimo mi sembra di essere una creatura marina, parte di un branco, dove ogni bocca si passa il nutrimento dell’altra, dove non esiste più distinzione tra me, lei, lui.

Il sale, la sborra, il gusto dei nostri corpi mescolati: è tutto qui, nel bacio che ci unisce e ci separa, che ci definisce come complici di una storia che nessun altro potrebbe mai capire. Sento le mani di Daniela che mi accarezzano la schiena, che mi tengono ferma mentre mi invade con la sua lingua, e mi arrendo alla sensazione che nessun altro posto al mondo possa offrirmi un simile senso di appartenenza, di significato, di pienezza.

Quando ci stacchiamo, ho il fiato corto, le gambe molli. Omar ci osserva da vicino, gli occhi increduli—per un attimo sembra quasi che non si riconosca in quello che è appena successo, che abbia bisogno di rileggerlo nella memoria per dargli un senso. Ma poi sorride, e nella sua voce sento una fame nuova, un’avidità che non gli conoscevo. «Mi piacerebbe averne ancora,» dice, la voce roca, quasi implorante.

Daniela non risponde subito. Soppesa le parole, il sorriso che si allarga piano, come la crepa in un bicchiere di cristallo. Poi, con quel tono a metà tra la minaccia e la promessa, dice: «Forse più tardi.»

*** DANIELA ***

Torniamo all’ombrellone. Per un attimo il flusso della spiaggia sembra ignorarci, ma solo fino a quando non sento la sabbia che mi si incolla alle caviglie, la pelle umida che trattiene il sale, l’odore di salsedine e il sapore metallico che mi riempie le labbra. Accanto a me Michela non parla, non alza lo sguardo, ma la sento vibrare come una corda tesa, il plug che le pulsa dentro, gli anelli che tintinnano cupi e sgraziati a ogni passo. È evidente che la sua mente è innescata, che si muove come in una successione di ordini impartiti da una forza esterna, la mia. Mi basta guardare il modo in cui stringe le cosce, come se il ricordo della mia voce e delle mie dita la perseguitasse a ogni passo. So già cosa voglio farle, ma mi godo il piacere di sapere che anche lei lo sa. Persino gli uomini agli ombrelloni vicini lo hanno intuito: li sento smettere di parlare, qualcuno si volta. Uno, con la polo verde, accenna un sorriso obliquo e la fissa senza alcun pudore. L’aria odora di sudore e birra sgasata e di qualcosa di più animale.

Mi fermo, la lascio un passo dietro di me. Mi volto e la guardo dall’alto, il sole basso che taglia le ombre sui suoi lineamenti tirati. Voglio che si senta piccola, inferiore, che capisca che il resto del mondo è solo una scenografia allestita per la sua umiliazione. «Inginocchiati. Lavami i piedi, puttana.»

Non urlo, non serve. La mia voce, anche sommessa, basta a farle tremare le ginocchia. Michela si piega subito, le mani che affondano nella sabbia ancora calda del pomeriggio. Le ginocchia si graffiano, ma lei non ci fa caso: è già in modalità esecuzione. Mi prende i piedi tra le mani, con una cura quasi eccessiva, come se dovesse lucidare un oggetto di culto. Li lava con l’acqua della bottiglia che avevamo portato dal bar, poi, senza che io abbia bisogno di dire altro, inizia a leccarli. La lingua calda si muove lenta, reverente, e io avverto il suo respiro rompersi a ogni tocco, la schiena arcuarsi di piacere misto a vergogna.

So che siamo in piena vista. I vicini hanno smesso ogni conversazione. Una donna con l’asciugamano turchese fa finta di leggere il giornale ma non gira mai pagina. Il ragazzo con il costume rosso ammicca a un amico e lo chiama col gomito, indicando la scena come fossimo uno spettacolo improvvisato per turisti. Sento la tensione magnetica dell’essere osservata, il potere che dà il sapere che nessuno interverrà, che in fondo tutti godono di questo piccolo scarto dalla normalità.

Le sorrido, feroce e compiaciuta. Sollevo un piede e senza avvisarla glielo schianto in bocca, il piede che la costringe ad aprire la mascella oltre quello che le è naturale. Le dita premute sulla lingua, la pelle umida che scivola contro le gengive. «Succhialo bene. Voglio sentire la lingua tra le dita. Voglio che tutti vedano quanto ti piace avere i piedi della tua padrona in bocca.» La frase mi esce gelida, come una lama di rasoio, e la vedo arretrare con gli occhi ma non col corpo. Obbedisce. Morde piano il bordo del piede, lo succhia, la lingua che gira intorno alle articolazioni. Sento la sua bocca avvolgermi il piede come fosse l’unica cosa che può salvarla dall’asfissia.

Il plug la fa gemere contro la mia pelle, le onde dei suoi sospiri risalgono le gambe fino all’inguine, il liquido che le cola già lungo l’interno coscia è visibile mentre la sabbia le si appiccica addosso come zucchero a velo. È disgustosamente eccitata. Sento la contrazione istantanea dei muscoli del polpaccio e il modo in cui fatica a respirare, e questa lotta tra piacere e bisogno d’aria mi fa ridere piano, un suono basso e sardonico che contagia anche qualcuno degli spettatori.
All’improvviso, senza possibilità di replica, spingo il piede più in fondo, poi lo abbasso un poco e lo schianto tra le sue gambe. La sento spalancarsi, accogliere il mio piede come un volto assetato accoglie la pioggia. Le dita entrano nella figa, calda e contratta, e la sensazione mi percorre la spina dorsale come una scarica elettrica. Michela si piega in due, il corpo che perde la rigidità e diventa un unico spasmo, e urla—un urlo sguaiato, animale, che fa voltare anche quelli che avevano finto indifferenza.

«Siiiiiii!» È la nota di una sirena impazzita, taglia di netto il brusio della spiaggia. Il corpo le trema tutto, un’onda di piacere che si ripercuote su ogni fibra. Viene. La guardo mentre si contorce, il volto acceso, la pelle arrossata, che si lascia andare a questa degradazione come se fosse la cosa più naturale del mondo. Un getto caldo le scorre tra le cosce e spruzza sulla sabbia, che si oscura istantaneamente. Il ragazzo col costume rosso applaude piano, fingendo sarcasmo ma con la mano già nascosta tra le gambe. Un altro, più anziano, si sbottona la camicia e passa la punta della lingua sulle labbra. Nessuno dice nulla, ma tutti guardano.

Non le do il tempo di riprendersi. Prendo l’altro piede e ripeto la sequenza, ma più lenta, più crudele. Prima lo passo sulle labbra, la costringo a succhiare ogni dito come se dovesse imparare a memoria la forma del mio piede, poi lo spingo una, due, tre volte tra le gambe. La penetro con un ritmo che aumenta gradualmente, lasciando pause lunghissime tra un affondo e l’altro, finché non vedo le sue spalle fremere, la schiena che si tende a punto d’arco, e il viso che si fa paonazzo. Michela geme, singhiozza, ride e piange tutto insieme. Ogni nuovo movimento è accompagnato da una scossa che la percorre dalla nuca alle caviglie.

«Sei la mia troia perfetta», le dico, questa volta alzando la voce. Voglio che anche Omar e gli altri sentano. Lo vedo poco distante, che ci fissa con un misto di incredulità e fame animale. Il suo cazzo è rigido oltre ogni decenza, gonfio come una vena che rischia di esplodere, ma lui non osa toccarsi. È uno spettacolo anche per lui. «Guarda come ti contorci. Guarda come squirti solo perché ti sto scopando con i piedi davanti a tutti. Questo è quello che sei.» E la frase non è solo un’umiliazione, è una consacrazione; la vedo riconoscersi nella parola “troia”, vederla come un titolo nobiliare, una corona di spine che accetta volentieri.

Quando finalmente tolgo il piede, resta in ginocchio, la testa china, il respiro che raschia la gola, le lacrime che le rigano il viso insieme alla sabbia e a tutto ciò che le colava già addosso. Il suo posto naturale è lì, davanti a me. Lo capisce lei, lo capiscono tutti. Anche la donna col giornale ora non finge più: guarda senza vergogna, e per un attimo mi chiedo se non le piacerebbe essere al posto di Michela.

Mi abbasso un poco e le accarezzo i capelli, con un gesto di tenerezza che è quasi peggio di tutto il resto, perché la fa sentire ancora più fragile. Le sussurro piano, all’orecchio, ma con una voce che chiunque potrebbe udire: «Alzati.»
E lei non si muove subito. Resta un secondo in più, come se volesse prolungare lo stato di grazia, o forse per capire se il comando era davvero perentorio. Poi si solleva, traballante, incapace di sostenere il mio sguardo. Ma io le prendo il mento tra le dita, la costringo a guardarmi negli occhi. «Sei stata brava», dico, questa volta senza sarcasmo. Il resto del pomeriggio si trascina in un silenzio carico di sguardi. Ci immergiamo nell’acqua salata che punge leggermente dove la sabbia ha graffiato, lavando via il sudore e il resto. Il sole cuoce le spalle mentre torniamo all’asciutto, e ogni movimento nostro viene seguito da occhi nascosti dietro occhiali da sole o pagine di giornale. La sabbia conserva ancora l’impronta del suo corpo dove si è contorta, e nessuno osa avvicinarsi a quel punto.

*** NOTE ***

---ANNO 2000---
Dopo la meravigliosa avventura del Natale 1999, vi presento una nuova storia, tutta ambientata in Thailandia che vi terrà compagnia per i prossimi mesi. Anche questo è un romanzo basato su personaggi veri e storie autentiche. Come, vi ho abituato, ogni settimana pubblicherò un capitolo suddiviso in tre parti. Quanti capitoli saranno? Non ve lo dico, lo scoprirete voi!

---La Musa e lo Scrittore---

Questa storia non è autobiografica, ma nasce dalle confidenze reali e bollenti della mia amica "Damabiancaesib" (potete ammirarla qui su a69, cercatela). Altri hanno provato a raccontarla, ma lei ha scelto mia penna, anzi la mia tastiera, per svelare le sue fantasie più oscure. Nessun plagio, solo la magia di trasformare i suoi segreti in letteratura. Io sono "solo" l'autore e vivo senza catene, ma lascio sempre la porta socchiusa a chi sa stupirmi con proposte intriganti.

---A Voi la Mossa---

Incoronatemi Maestro dell'Erotismo con un bel voto, o lasciate un commento spudorato. E se vi sentite audaci, scivolate nei miei messaggi privati: chissà che una proposta indecente non trasformi la fantasia in realtà in qualche Club Privé di Bologna...
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