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Nipote Devota - La Mano che Educa - #12di13


di Membro VIP di Annunci69.it giorgal73
14.09.2026    |    391    |    0 8.7
"Mi fa inginocchiare, la faccia contro la coperta, le natiche in alto come un animale sacrificato..."
La Mano che Educa Parte 12 di 13

**Premessa**

Questa storia, come tutte le altre che ho scritto, nasce da fatti reali. Non è una vicenda personale, ma l’esperienza di una coppia amica che ha deciso di affidarmela. I contenuti uniscono dinamiche BDSM a situazioni delicate legate a temi incestuosi.

Questo capitolo narra i fatti accaduto nel secondo incontro avvenuto un paio di settimane dopo il primo. Alcune dinamiche vengono ripetute, come Chiara che viene legata in bagno, per il semplice fatto che è una scena ricorrente e che effettivamente avviene ciclicamente. Il Racconto sarà diviso in 13 parti, ogni settimana ne pubblicherò 3.

Accompagnate Alessandro ed Elena in questo percorso con mente aperta e senza giudizi. Non si tratta di un racconto singolo, ma di una storia lunga e complessa, che verrà pubblicata in più parti — tre a settimana.

Vi chiedo un commento per capire se la storia vi piace e vi intriga e anche il pollice in su. Se poi siete stregati dal mio cervellino e volete conoscermi dal vivo, scrivetemi e magari vivremo la nostra avventura che potrebbe diventare la nuova serie Hot di A69.

**Chiara**

Quando zio Luca propone il gioco, so già che non si fermeranno. La voce di Bianca è un filo metallico che mi avvolge: dieci posizioni, dieci umiliazioni, dieci modi per dimostrare che non sono più niente. Eppure, quando inizia a dettare il primo ordine, sento il solito calore tra le gambe, quello che mi tradisce sempre.

Posizione uno: a carponi. Scendo sul tappeto, le ginocchia che affondano nella fibra sintetica, la schiena che si inarca da sola, istintiva. La testa mi cade in avanti, i capelli nascondono il viso, ma sento gli occhi di tutti su di me, come dita invisibili che mi toccano. La schiena è arcuata, le natiche sollevate, offerte. So che Elena mi guarda, che suo marito ha gli occhi fissi sul mio buco, che Bianca valuta ogni mio tremore. Mi sento un animale, una cagna in calore, e l'umiliazione mi brucia dentro come un piacere proibito.

Posizione due: in ginocchia, schiena dritta, mani dietro la nuca. Mi rialzo, il movimento fluido, troppo fluido, come se il mio corpo conoscesse già questa danza. Mi inginocchio, le cosce che si aprono, troppo, sempre troppo. Le mani si incrociano dietro la testa, i gomiti sporgono, il petto in fuori. Sono completamente esposta, il sesso che si apre sotto il proprio peso, l'aria fredda che mi accarezza l'umidità tra le labbra. Non oso alzare lo sguardo, ma sento il respiro di Elena che si fa più affannoso, e so che sta guardando dove sono più sporca.

Posizione tre: legata alla sedia. Bianca mi lega i polsi allo schienale di legno duro, le corde che mi scorticano la pelle. Poi l'ordine di sollevare le gambe sui braccioli. Obbedisco, una dopo l'altra, sentendo i muscoli che protestano mentre le cosce si aprono in un angolo obbligato. La sedia tiene ferme le mie ginocchia divaricate, esponendo tutto: le labbra gonfie, l'entrata umida, l'ano che si contrae impotente. Sono aperta come una medicina studentesca, come una troia, e il legno mi scava la schiena mentre cerco di mantenere l'equilibrio. Elena è vicina, sento il suo profumo, e vorrei scomparire e insieme voglio che mi guardi ancora.

Posizione quattro: piegata in due. Vengo liberata, ma non c'è tregua. Mi piego, le mani che afferrano i talloni, il viso che affonda tra le mie stesse cosce. L'odore di me stessa mi invade, acre e salmastro, la vergogna che mi fa lacrimare gli occhi. Il sedere è sollevato, offerto, le natiche che si separano mostrando la piega più intima. So che da dietro possono vedere tutto, la mia apertura, la lucentezza che mi cola lungo le cosce. Mi sento sfondata solo dal loro sguardo, usata, violata senza nemmeno essere toccata.

Posizione cinque: supina sul tavolo. Il legno è freddo sulla schiena, i seni che si appiattiscono ai lati. Sollevo le gambe, le divarico, mi tengo le caviglie con le mani in una posizione che ricorda la ginnastica ma è pura oscenità. Il sesso si apre verso l'alto, le labbra che si separano mostrando l'interno rosa, l'umidità che mi brucia. Sono esposta come mai prima, il tavolo da pranzo diventato un letto d'esame, un altare di umiliazione. Bianca si avvicina, il suo dito sfiora l'interno coscia e io sobbalzo, ma non posso chiudere le gambe, non posso nascondermi.

Posizione sei: punizione a terra. Scivolo giù, ginocchia divaricate, busto piegato in avanti, fronte sul pavimento. Braccia tese in avanti, come in preghiera ma è solo sottomissione animale. Il sedere è il punto più alto, sollevato, le natiche che si separano completamente. Sono nella posizione del cane bastonato, della penitente che chiede perdono offrendo il corpo. Il pavimento è freddo sulla fronte, il sudore mi gocciola sul naso, e sento gli occhi di tutti puntati sul mio buco, sulla mia apertura, sulla mia vergogna.

Posizione sette: mani legate dietro. Zio Luca mi lega i polsi con la sua cravatta, le braccia bloccate dietro la schiena. Sono costretta a sporgermi in avanti, il peso del corpo che spinge i seni in fuori, i capezzoli duri che pendono. Senza le mani per bilanciarmi, barcollo, oscillante, sgraziata. Il sesso è esposto in tutta la sua nudità, le labbra che si gonfiano sotto il proprio peso. Bianca mi da un colpetto sul sedere e io vacillo, sentendo il calore del suo palmo che si sovrappone al rossore delle punizioni precedenti.

Posizione otto: al muro. Mi appoggio alla parete, le spalle che sfregano il gesso, le mani alzate sopra la testa come in un arresto. Le gambe si aprono, troppo larghe, le cosce che tremano. La posizione ricorda una perquisizione, una violenza di stato. La pancia si contrae, il sesso è esposto frontalmente, le labbra che pendono gonfie. Ho gli occhi chiusi, il respiro affannoso, e sento la vergogna che mi brucia il viso mentre mi offro così, passiva, disponibile.

Posizione nove: testa in giù. La più perversa. Mi accovaccio, poi abbandono il peso all'indietro, mani a terra, gambe sollevate verso il muro. Sono capovolta, il sangue che affluisce al viso lo rende paonazzo, il respiro che si fa affannoso. Le gambe sono divaricate contro il muro, il sesso esposto dall'alto verso il basso, le labbra che pendono aperte come una ferita. Da questa posizione possono vedere dentro di me, la mia apertura, la mia umidità, il mio desiderio traditore. I muscoli delle cosce tremano per lo sforzo, e sento le lacrime che mi scendono verso la fronte, invertite.

Posizione dieci: preghiera oscena. Torno in ginocchio, ma questa volta le mani devono toccarmi. Obbedisco, le dita che affondano nelle mie pieghe umide, che tirano le labbra verso l'esterno, spalancandomi. Mi tengo aperta per loro, offerta, mentre la testa è chinata in finta preghiera. Il clitoride è duro, gonfio, esposto, l'entrata che pulsa di bisogno. Sono una troia in ginocchio, una puttana che si offre, e il peggio è che sento il piacere crescere sotto le mie stesse dita, l'umiliazione che si trasforma in eccitazione. Bianca mi ordina di rimanere così, e io obbedisco, tremante, umida, rotta e perfetta nella mia totale sottomissione. Poi accade quello che non doveva accadere. Mi bagno così tanto che si forma una pozza sotto di me.

La zia non perde un attimo. Si china su di me, la bocca accanto al mio orecchio, il fiato che mi entra nella testa come una lama: «Sei davvero una troietta, Chiara. Non hai nemmeno il controllo di te stessa davanti alla tua famiglia? Vergognati.» Sento che lo dice per ferirmi, ma anche per compiacersi della mia umiliazione, e il calore tra le gambe non si spegne, anzi, diventa quasi un bruciore acido che mi consuma. La zia continua, la voce più forte ora, perché tutti la sentano: «E adesso Elena ti insegnerà cosa succede alle ragazzine che non sanno comportarsi.»

Mi prende per i capelli, non troppo forte ma abbastanza da ricordarmi che qui le regole le fa lei. Mi strattona su, costringendomi a lasciare la pozza di umori sul parquet che subito mi sembra una macchia radioattiva, una vergogna che irradia la stanza. Solleva il viso verso l’alto, mi obbliga a guardarla — nei suoi occhi vedo la soddisfazione, la crudeltà che si trasforma quasi in tenerezza. «Andiamo su in camera,» dice, «vedo che qui non ti basta l’umiliazione.» Poi si volta verso Elena, ancora seduta e impietrita, e le fa un cenno imperioso: «Vieni. Adesso impari anche tu.» La zia non lascia spazio a esitazioni, e in un attimo siamo tutte due in piedi, io ancora nuda, lei che mi conduce come una bambina sporca verso la scala.

Le mie gambe tremano mentre saliamo i gradini, il respiro corto che risucchia aria come se stessi per annegare. Elena mi segue, la sento dietro di me, ogni passo accompagnato dal rumore secco dei suoi sandali. Zia mi guida nel corridoio, mi spinge nella camera degli ospiti e chiude la porta con un clic secco, lasciando fuori dal mondo il resto della casa. L’ambiente è spoglio, solo il letto rifatto e la finestra spalancata sulla notte. Mi sento esposta anche in questa solitudine, come se le pareti stesse fossero occhi che mi scrutano.

«Adesso ascolta bene, perché non lo ripeterò due volte,» dice la zia, trascinandomi verso il bordo del letto. Mi fa inginocchiare, la faccia contro la coperta, le natiche in alto come un animale sacrificato. Elena resta in piedi, smarrita, e la zia la istruisce con voce ferma: «Apri bene le mani, prendi la mira, e picchia forte, sempre sullo stesso punto. Solo così impara.»

Sento la zia che si siede accanto a me, una mano che mi schiaccia la schiena, l’altra che mi accarezza le natiche come a scegliere la parte più tenera. Poi chiama Elena: «Adesso tocca a te. Non essere timida.» Elena si avvicina, le sue dita esitano prima di appoggiarsi sulla mia pelle, sono fredde e tremanti. Poi arriva il primo schiaffo, secco, non troppo forte — la zia sospira, delusa, e la corregge subito: «Così non serve a niente. Se vuoi che pianga davvero, devi colpire meglio.» E con uno scatto mi colpisce lei, un rumore sordo che mi attraversa tutta, il bruciore che si propaga alle cosce, alla pancia, al cuore. Elena guarda, impara, e ci riprova; questa volta lo fa bene, la mano che si abbatte precisa, il dolore che mi rimbalza dentro come una campana.

La zia conta le sculacciate, ogni numero pronunciato con gioia maligna, e io mi scopro a desiderare che non finisca mai, che il dolore cancelli tutte le altre sensazioni, che la vergogna si trasformi in qualcos’altro, di più puro, di più vero. Quando arrivo a dieci, piango davvero, le lacrime che mi scendono sulle mani, il corpo che si arrende.
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