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Sottomessa al Piacere -Thailandia- Cap2-P3di3


di Membro VIP di Annunci69.it giorgal73
24.08.2026    |    13.739    |    2 8.5
"Le dita della sergente ruotano, esplorano, spingono, finché la sua mano intera non scompare quasi del tutto dentro Michela, lasciando fuori solo il polso, pallido e segnato da vene sporgenti..."
Thailandia Capitolo 2 Parte 3

***DANIELA***

Siamo al controllo di sicurezza. Il metal detector emette un singhiozzo metallico quando Michela passa, poi un ululato acuto quando è il mio turno. Due poliziotte con volti scolpiti nella noia ci conducono in una stanza senza finestre. L’odore di gomma dei loro guanti in lattice si mescola all’odore acre del mio sudore e al muschio umido che emana Michela. Il pavimento di linoleum è gelido sotto le piante dei miei piedi nudi. Nella stanza sigillata, il ronzio basso e costante del plug anale di Michela sembra amplificarsi, vibrando attraverso le pareti. La porta si chiude con un tonfo sordo che taglia fuori il brusio dell’aeroporto.

«Spogliatevi» ordina la sergente, la voce roca e arida come una strada sterrata sotto il sole. Nessuna esitazione, nessuna pietà nel comando: solo il suono di una routine che ha già assaggiato cento corpi, cento storie, e li ha ridotti tutti a carne e numeri di pratica. La divisa nera aderisce alle cosce grosse e ai seni larghi, e per la prima volta mi accorgo di quanto il potere possa essere lubrico, animale, materico. Michela si muove per prima. Fa scivolare la canotta sopra la testa, e lo fa come se stesse slacciando una camicia da notte dopo un turno in ospedale: il gesto automatico, la schiena che si curva a proteggere il volto, le spalle ossute che si contraggono come fiori chiusi in una serra troppo fredda.

La sua pelle è color latte annacquato. Sui capezzoli i piercing brillano come lucciole metalliche, minuscole gemme incastonate nella carne a testimoniare ogni notte, ogni mano che li ha tirati e morsi e graffiati come bottoni urticanti. Quelli sulle labbra della fica, invece, sono più grossi, pesanti, un filo d’acciaio che corre a tracciare una linea di possesso. Quando la luce bianca del neon li colpisce in pieno, sembra quasi che la bocca del suo sesso gridi qualcosa, un proclama di resa e di comando al tempo stesso. Sul culo il plug gigante, la gemma blu incastonata come un occhio di sirena, lampeggia a ogni respiro, il metallo che vibra e amplifica ogni scossa del suo corpo. Sento la tensione di Michela da come trattiene l’aria, da come le costole le sporgono appena sotto il seno, e da come le mani restano a mezz’aria, incerte se coprire il viso o le sue parti più esposte.

Mi spoglio anch’io, lentamente. La maglia si appiccica alla pelle umida di sudore, e riesco quasi a sentire i loro occhi che scorrono su ogni centimetro del mio corpo, come se mi stessero scannerizzando a strati, un tomografo impazzito. I capezzoli sono gonfi, le areole scure come monete vecchie, e c’è una linea di sudore che corre lungo la pancia fino al pube, glabro e gonfio di eccitazione. Sento la fame negli occhi della poliziotta giovane, quella che ha il volto ancora tondo e le unghie curate da estetista. Ha la faccia di una che ti farebbe male solo per vedere come reagisci, di una che mastica il chewing-gum per non mangiarti davvero. Ci fissano per qualche secondo, come se aspettassero che accadesse qualcosa di magico, che i nostri corpi si ribellassero o si trasfigurassero in qualcosa di più nobile. Ma siamo solo carne, e questo le eccita ancora di più.

«Che zoccole» sibila la giovane poliziotta, la voce un filo di rasoio tra i denti, l’invidia che le arrossa gli zigomi come una scottatura. La sergente non alza nemmeno lo sguardo. Si avvicina a Michela con passi che non fanno rumore, solo il fruscio della divisa che sfrega contro le cosce massicce. La sua mano—larga, quadrata, con nocche che sembrano scolpite nel legno—si posa tra le scapole di Michela e spinge. Un colpo secco, preciso, come si chiude un libro che non si vuole più leggere. Michela si piega in avanti, le ginocchia che strisciano sul linoleum gelido, le rotule che scricchiolano come ghiaccio sottile. Il pavimento le graffia la pelle, lasciando strisce rosate sulle piante dei piedi, mentre il freddo le risale lungo le gambe come un serpente di mercurio.

Il guanto in lattice della sergente scricchiola quando flette le dita, un suono umido e gommoso, come una bocca che mastica caramelle acide. Poi il polpastrello supera la resistenza iniziale—” pop” —e si incolla alla pelle di Michela con un suono di ventosa. La sergente resta immobile per un istante, misurando la distanza tra il suo corpo e quello di Michela, come un falegname che valuta lo spazio tra due assi prima di piantare un chiodo. Poi, senza preavviso, le sue dita si chiudono attorno alla base del plug anale di Michela. Le unghie, corte e squadrate, affondano nella carne tenera attorno al buco, lasciando piccoli solchi bianchi che si riempiono subito di sangue.

Michela trattiene il fiato. Le sue labbra si tendono in una smorfia che non è dolore, ma qualcosa di più complesso—paura, vergogna, e sotto tutto questo, un brivido di eccitazione che le fa tremare le cosce. Il buco dell’ano si stringe come un pugno chiuso attorno a un segreto, ma la sergente tira con un colpo secco, deciso. Il plug esce con un suono viscido, umido, come una bottiglia stappata sott’acqua. Un “plop” carnoso, seguito dal rumore della gemma blu che rotola sul pavimento, rimbalzando contro le gambe della poliziotta giovane prima di fermarsi in un angolo, dove pulsa debolmente, riflettendo la luce al neon come un occhio morente.

La carne di Michela si richiude di colpo, un’onda di muscoli che si contraggono e si rilassano, lasciando il buco aperto per un istante—un occhio cieco, umido, che pulsa come un cuore in miniatura. Michela urla, ma è un suono spezzato, strozzato, come se qualcuno le avesse premuto un cuscino sulla faccia. Non è un grido di dolore, ma una supplica, una preghiera sussurrata a un dio che non risponde mai.

La sergente si piega in avanti, il viso a pochi centimetri dal culo di Michela. Il suo respiro caldo e umido le accarezza la pelle esposta, mentre le sue dita—prima una, poi due, poi tre—si insinuano nel buco ancora aperto. Non lo fa con violenza, ma con una lentezza deliberata, come se stesse assaggiando qualcosa di prezioso. Le dita scivolano dentro con un suono di carne bagnata, un “squelch” che riempie la stanza e fa rabbrividire la poliziotta giovane, le cui labbra si socchiudono in un gemito muto. Le dita della sergente ruotano, esplorano, spingono, finché la sua mano intera non scompare quasi del tutto dentro Michela, lasciando fuori solo il polso, pallido e segnato da vene sporgenti.

La poliziotta giovane osserva la scena con occhi spalancati, le pupille dilatate come quelle di un gatto al buio. Le sue labbra sono umide, la lingua che guizza fuori ogni tanto a inumidirle, come se stesse assaggiando l’aria. Anche io smetto di respirare. Il mio petto si blocca, i polmoni che bruciano per la mancanza d’aria, mentre guardo Michela piegarsi e offrirsi, il suo corpo che si arrende alla volontà di un’estranea con una grazia che mi fa venire voglia di piangere. C’è qualcosa di sacro in questo momento, qualcosa di sporco e bellissimo, come una messa nera celebrata su un altare di carne viva.

Il corpo di Michela si contrae a scatti, la schiena si inarca e il respiro diventa un rantolo umido. La sua fica, completamente bagnata, inizia a colare siero trasparente sul pavimento. La sergente ne approfitta. Con una mano la tiene per la vita, con l’altra la penetra in profondità, e ogni tanto gira il polso per amplificare la pressione. A quel punto Michela urla davvero. È un urlo che si trasforma subito in un gemito, poi in una nenia disperata che si dissolve nell’aria come zucchero nell’acqua. La sergente ride di gola, un suono basso, animalesco, e spinge ancora più forte fino a che il corpo di Michela non trema in una specie di orgasmo coatto, sgraziato, che le fa schizzare la fica anche contro il muro.

La sergente sfila le dita con la stessa cura con cui si estrae un coltello da una ferita ancora calda. Le annusa a una a una, le nocche gonfie di sangue, le unghie corte che hanno scavato dentro come pale in un campo di battaglia. Il suo respiro si fa più profondo, quasi volesse inalare l’anima stessa di Michela attraverso quei polpastrelli umidi. Poi, con un gesto lento e deliberato, le offre alla collega come un calice avvelenato. La poliziotta giovane si avvicina, gli occhi lucidi di una fame che non ha ancora nome. Si lecca il pollice con la lingua rosa e sottile, la punta che guizza fuori dalle labbra come un serpente che assaggia l’aria. Il suo viso si illumina di una gioia oscena, la stessa di una bambina che ha appena rubato la marmellata dalla dispensa e ne scopre il sapore dolce e proibito. Michela crolla in avanti, le ginocchia che cedono con un tonfo sordo sul linoleum. Il suo culo resta aperto come una bocca che ha appena urlato, le labbra dell’ano ancora tremanti, lucide di saliva e siero. La pelle attorno è arrossata, segnata dalle unghie della sergente, piccole mezzelune bianche che si riempiono lentamente di sangue. L’umiliazione le cola lungo le cosce come cera fusa, lasciando una scia lucida e appiccicosa sul pavimento.


*** NOTE ***

---ANNO 2000---
Dopo la meravigliosa avventura del Natale 1999, vi presento una nuova storia, tutta ambientata in Thailandia che vi terrà compagnia per i prossimi mesi. Anche questo è un romanzo basato su personaggi veri e storie autentiche. Come, vi ho abituato, ogni settimana pubblicherò un capitolo suddiviso in tre parti. Quanti capitoli saranno? Non ve lo dico, lo scoprirete voi!

---La Musa e lo Scrittore---

Questa storia non è autobiografica, ma nasce dalle confidenze reali e bollenti della mia amica "Damabiancaesib" (potete ammirarla qui su a69, cercatela). Altri hanno provato a raccontarla, ma lei ha scelto mia penna, anzi la mia tastiera, per svelare le sue fantasie più oscure. Nessun plagio, solo la magia di trasformare i suoi segreti in letteratura. Io sono "solo" l'autore e vivo senza catene, ma lascio sempre la porta socchiusa a chi sa stupirmi con proposte intriganti.

---A Voi la Mossa---

Incoronatemi Maestro dell'Erotismo con un bel voto, o lasciate un commento spudorato. E se vi sentite audaci, scivolate nei miei messaggi privati: chissà che una proposta indecente non trasformi la fantasia in realtà in qualche Club Privé di Bologna...


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