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Sottomessa al Piacere -Thailandia- Cap2-P2di3


di Membro VIP di Annunci69.it giorgal73
24.08.2026    |    13.649    |    3 8.5
"La fica è già gonfia, le labbra interne umide e scivolose, come se il mio corpo stesse preparando un altare per qualcosa di sacro e sporco..."
Thailandia Capitolo 2 Parte 2

***DANIELA***

La mia cagna si è comportata bene, ma ora deve fare la cosa che le riesce meglio, che è farsi comprare a basso prezzo. Voglio vedere fino a che punto posso spingere l’umiliazione, la resa brutale dei corpi e delle volontà. Decido che non sarà solo il suo corpo a essere svenduto, ma anche la sua dignità—e solo in quel disfacimento troverò il tipo di piacere che mi serve stanotte.

Mi volto verso il proprietario del negozio, che ormai non fa alcun tentativo di nascondere la sua eccitazione. Ha il cazzo mezzo fuori dai pantaloni, la pelle arrossata e lucida, e sulla faccia quel tipo di sorriso che si riserva solo alle occasioni irripetibili. «Ehi, boss,» gli faccio, strusciando un piede tra le ginocchia della cagna inginocchiata, «se ci regali tutti i costumi che abbiamo scelto, ordino alla mia cagna di succhiartelo fino a farti svenire.» Il tipo trasecola appena, poi ride, un colpo secco e basso, come se non si aspettasse di ricevere una simile offerta da una che si atteggia a padrona. Ma la fame gli si legge negli occhi, la fame da maschio mediocre che ha sempre sognato di fare il porco con le clienti ma ha avuto solo il coraggio di tirarsi seghe nel retrobottega. Ora ha la mia benedizione, e non vede l’ora di approfittarne.

«E se ti chiedessi qualcos’altro? Qualcosa di più… esotico?» butta lì, abbassando la voce in un registro da cospiratore.
Sorrido. Adoro quando la gente si spinge oltre i limiti del lecito solo perché glielo permetto io. «Se vuoi pisciarle in bocca, fallo pure. La mia cagna non si tira mai indietro.» Gli occhi del negoziante si accendono di una luce febbrile, come se ogni inibizione si fosse liquefatta sul posto. Si avvicina e si sfila i pantaloni del tutto, lasciando che il cazzo balzi in avanti, rigido e venato di vene bluastre.

«Resta in ginocchio, cagna,» le ordino, anche se lei è già nella posizione perfetta, le mani dietro la schiena, la schiena piegata in una curva servile. Il negoziante si piazza davanti a lei, le pianta una mano sulla testa per tenerla ferma, poi le spalanca la bocca con le dita appiccicose di sudore. Gli altri uomini, quelli che fino a un attimo fa sborravano sulle sue guance, si radunano attorno come spettatori, pronti ad applaudire ogni nuova bassezza.

La cagna lo prende in bocca subito, senza fiatare, anzi con un fremito di gratitudine che mi fa capire che non vedeva l’ora. Gli succhia il cazzo con la dedizione di chi sta pregando e annegando insieme, sbattendo la lingua contro il glande e strofinando il naso contro la pancia del tipo. Il negoziante geme, un suono che sembra venire dalla gola di un cane vecchio, ma non cede subito: si trattiene, se la gode, spinge la testa di Michela sempre più in fondo, fino a rischiare di soffocarla.

Quando finalmente viene, lo fa con una violenza sgraziata: le pianta il cazzo in gola e la tiene ferma, mentre la sborra le scivola giù per l’esofago come un antidoto tossico. La cagna non tossisce, non deglutisce nemmeno: lascia che il liquido le coli dagli angoli della bocca, misto alla saliva e ai residui della sborra precedente. Il negoziante si leva e si pulisce il cazzo con una delle sue magliette di merchandising, poi, come se fosse la cosa più normale del mondo, si mette a pisciarle in faccia.

Il getto è caldo, acre, continuo. Vedo la cagna che apre la bocca per incassare tutto, i muscoli delle guance che si contraggono in una smorfia di sforzo e piacere misti. L’urina le imbeve la lingua, le cola giù per il mento, e una parte finisce subito sulle tette, che si bagnano e si raggrinziscono di freddo. Gli altri uomini ridono, lanciano insulti, filmano tutto con il telefono. Io rimango immobile, le gambe ancora molli per l’orgasmo di prima, e penso solo che niente mi faccia sentire viva come l’essere regina di un regno di umiliazione.

Il negoziante, soddisfatto, si tira sui pantaloni e con un gesto teatrale fa un cenno verso lo scaffale dei costumi. «I costumi sono vostri, ve li siete meritati.» La mia cagna si accascia a terra, devastata ma felice, il viso impiastrato di sborra e piscio, e io la guardo con un misto di affetto e senso di potere che nemmeno sapevo di possedere. Sembra quasi che la sua umiliazione abbia purificato l’aria, abbia spazzato via ogni residuo di vergogna dalle pareti del negozio, lasciando spazio solo a un vuoto bianco, perfetto, in cui tutto è concesso se lo desidero abbastanza forte.

Faccio un cenno con la testa agli uomini, un gesto di ringraziamento per la loro sporca complicità, poi affondo le dita tra i capelli sudati e appiccicosi della cagna e la tiro su. La sua pelle è fredda dove l’urina si è asciugata, calda dove la sborra le cola ancora lungo il collo. Lei si lascia sollevare senza resistenza, le gambe tremanti, gli occhi bassi ma luminosi di una sottomissione così profonda che sembra quasi beatitudine. So cosa prova—lo sento nel modo in cui il suo corpo si piega al mio tocco, nella docilità con cui offre la nuca alla mia presa. Umiliarla è come respirare, necessario e naturale; venderla per due soldi è solo la ciliegina sulla torta.

***MICHELA***

Il terminal di Malpensa è un alveare di neon lividi, un reticolo di tubi luminosi che sanguinano luce azzurrognola sulle piastrelle grigie, trasformando ogni volto in una maschera di cera. L’aria condizionata sibila dai bocchettoni come un respiro meccanico, gelido e metallico, mentre il carburante bruciato impregna l’aria di un sentore pungente di kerosene e gomma calda. Il sudore umano si mescola a tutto questo—un odore salmastro, leggermente acido, che si appiccica alla gola come una pellicola. E poi c’è il mio odore: la mia essenza femminile densa, animale, che si alza dalla mia pelle come vapore da una palude, un aroma che mi segue come un’ombra umida, un marchio invisibile che si unisce a quelli più evidenti sul mio corpo.

Il mio cuore batte come un tamburo di guerra, ogni colpo un tonfo sordo che rimbomba nel petto e si sincronizza con il ronzio elettrico del plug anale da 8,5 cm che mi dilata il culo. La gemma blu incastonata nell’acciaio lampeggia a intermittenza, un faro subacqueo che pulsa al ritmo delle mie pulsazioni. Ogni vibrazione è una scossa che mi attraversa da dentro, un peso che mi ricorda costantemente la sua presenza, un tormento che accende un fuoco liquido tra le mie cosce. La fica è già gonfia, le labbra interne umide e scivolose, come se il mio corpo stesse preparando un altare per qualcosa di sacro e sporco.

La canotta nera è un secondo strato di pelle, così sottile che il sudore la rende trasparente, incollandola alle costole e al ventre. I capezzoli forati spingono contro il tessuto umido, gli anelli d’acciaio che li trafiggono lasciano impronte circolari sulla stoffa come sigilli metallici. Ogni movimento li fa scintillare sotto i neon dell’aeroporto, riflessi freddi che lampeggiano in sync con il ronzio basso del plug anale.

I passi fanno oscillare gli anelli più pesanti appesi alle mie labbra: un cerchio d’acciaio per parte, che pendono come gocce congelate, il loro tintinnio umido e metallico che si fonde col fruscio della stoffa bagnata. Ad ogni passo, l’orlo della canotta si solleva di un centimetro, sufficiente a mostrare gli anelli luccicanti di saliva e desiderio, il loro movimento un promemoria costante di ciò che sono, di chi mi possiede. Mi dispiace solo che i tatuaggi “Slave” e “Proprietà di Daniela” non siano ben visibili, ma celati. Solo il Viso di Daniela sul seno destro ogni tanto si fa vedere, mentre mi muovo.

I tacchi a spillo martellano il marmo—un battito secco, ipnotico, che scandisce il ritmo della mia eccitazione. Il clitoride pulsa in tempo, gonfio e sensibile come una ferita aperta. Sento gli sguardi degli altri viaggiatori scivolare addosso a me come dita: alcuni discreti, altri sfacciati, tutti leggendo la verità scritta sul mio corpo attraverso il tessuto trasparente, le catenelle appese, l’odore di sottomissione che emano. La fica è bagnata, le labbra gonfie e lucide—un altare vivo e grondante consacrato solo a Daniela. Ogni goccia che cola lungo l’interno coscia è un’offerta involontaria, una preghiera fisica. So cosa mi aspetta in Thailandia: giorni di esposizione totale, di corpi estranei che useranno il mio come un oggetto rituale, e lo squirt—trasparente e abbondante—che sgorgherà davanti a tutti come un segno di devozione assoluta.

*** NOTE ***

---ANNO 2000---
Dopo la meravigliosa avventura del Natale 1999, vi presento una nuova storia, tutta ambientata in Thailandia che vi terrà compagnia per i prossimi mesi. Anche questo è un romanzo basato su personaggi veri e storie autentiche. Come, vi ho abituato, ogni settimana pubblicherò un capitolo suddiviso in tre parti. Quanti capitoli saranno? Non ve lo dico, lo scoprirete voi!

---La Musa e lo Scrittore---

Questa storia non è autobiografica, ma nasce dalle confidenze reali e bollenti della mia amica "Damabiancaesib" (potete ammirarla qui su a69, cercatela). Altri hanno provato a raccontarla, ma lei ha scelto mia penna, anzi la mia tastiera, per svelare le sue fantasie più oscure. Nessun plagio, solo la magia di trasformare i suoi segreti in letteratura. Io sono "solo" l'autore e vivo senza catene, ma lascio sempre la porta socchiusa a chi sa stupirmi con proposte intriganti.

---A Voi la Mossa---

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