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Lui & Lei

Alina La Mantide Religiosa #2


di Membro VIP di Annunci69.it Efabilandia
07.04.2026    |    23.127    |    0 8.8
"Voce calma, quasi gentile, modificata appena con un’app: «Tuo marito si scopa una rumena negli hotel di lusso..."
La pioggia di ottobre aveva reso le strade di Perugia lucide come specchi scuri. Alina guidava la sua Golf grigio metallizzato lungo via dei Priori, i tergicristalli che si muovevano con ritmo ipnotico. Indossava un cappotto di lana cammello sopra una gonna stretta color antracite e una camicetta di seta bianca semi-trasparente. Tacchi alti dodici centimetri. Profumo di vaniglia calda mescolata a patchouli scuro. Ogni volta che andava in città per “lavoro di traduzione”, la fame si risvegliava.
Parcheggiò vicino al mercato coperto. L’aria odorava di castagne arrostite, di terra bagnata e di legno antico delle botteghe. Entrò nella salumeria di Pietro con passo lento, consapevole che ogni movimento dei suoi fianchi veniva notato.
Pietro era dietro il bancone: quarantadue anni, mani grandi e forti da chi lavora la carne, camice bianco teso sulle spalle, barba corta sale e pepe. Alzò gli occhi e la vide. Alina gli sorrise, quel sorriso sereno che nascondeva tutto.
«Vorrei mezzo chilo di prosciutto di Norcia, tagliato sottile» disse con il suo accento rumeno morbido, quasi una carezza.
I loro sguardi si incrociarono più a lungo del necessario. Pietro arrossì leggermente. Lei sentì la mantide dentro di sé stirarsi, soddisfatta. La preda era già stata segnata.
La prima volta accadde tre giorni dopo.
Alina tornò nel tardo pomeriggio, quando il negozio stava per chiudere. Pietro era solo nel retrobottega. L’odore era denso: salumi stagionati, pecorino fresco, pane caldo, sudore maschile. Lei chiuse la porta dietro di sé con un click leggero.
«Non ho molto tempo» mormorò, avvicinandosi. «Ma voglio sentirti.»
Pietro non parlò. La spinse contro il muro tra due prosciutti appesi. Le alzò la gonna con mani tremanti. Alina non portava slip. Era già bagnata. Lui si abbassò i pantaloni e la penetrò in piedi, con urgenza animalesca. Il rumore dei loro corpi che sbattevano era attutito dai sacchi di farina e dalle forme di formaggio. Alina gli morse la spalla per non gemere troppo forte. Quando Pietro venne dentro di lei con un grugnito soffocato, lei provò solo un piacere freddo: la prima crepa era aperta.
Da quel momento tutto si spostò negli alberghi.
La prima notte fu al Grand Hotel dei Congressi, un cinque stelle nel centro storico di Perugia. Pietro pagò la suite senza fiatare. Il concierge la salutò con un sorriso professionale: «Buonasera, signora Alina. La suite executive è pronta.»
La stanza odorava di pulito costoso: lenzuola di cotone egiziano, legno di noce, un leggero sentore di agrumi dal diffusore. Tende pesanti color borgogna. Alina chiuse la porta, si voltò verso Pietro e gli ordinò con voce calma:
«Spogliati.»
Lo fece sedere sul bordo del letto. Si tolse il cappotto lentamente, poi la camicetta, la gonna. Rimase solo con i tacchi e un reggiseno di pizzo nero. Pietro aveva il respiro pesante. Alina si mise a cavalcioni su di lui, lo guidò dentro di sé e cominciò a muoversi con movimenti lenti, profondi, circolari. Sentiva ogni vena, ogni pulsazione. Il letto cigolava piano. Fuori, la pioggia batteva contro i vetri.
Dopo un po’ si fermò, ancora con lui dentro. Gli accarezzò il viso e sussurrò:
«Voglio che mi scopi nel culo stasera.»
Pietro sgranò gli occhi. Alina sorrise, dolce e terribile.
«Lo voglio sentire tutto. Voglio che mi riempi. Così saprai che sono tua… e io saprò che tu sei mio.»
Lo fece sdraiare, prese il lubrificante che aveva portato nella borsa, se lo spalmò con cura tra le natiche. Poi si posizionò sopra di lui, di schiena. Scese lentamente. Il dolore iniziale si trasformò in un calore pieno, invasivo. Pietro gemette forte quando fu completamente dentro di lei. Alina cominciò a muoversi, prima piano, poi sempre più decisa. Il rumore dei loro corpi era osceno e intimo: pelle contro pelle, respiro spezzato, il cigolio ritmico del letto di lusso.
Dentro di sé Alina provava una soddisfazione profonda, quasi sacra. Ogni spinta la faceva sentire più forte. Sapeva che quell’atto avrebbe legato Pietro più di qualsiasi parola d’amore. Lo stava marchiando. Lo stava possedendo.
Quando lui venne nel suo culo, con un verso rauco e disperato, Alina chiuse gli occhi e assaporò il momento: il calore del suo seme, il tremore delle sue cosce, il profumo di sesso che riempiva la stanza. La mantide dentro di lei era sazia, per ora.
Nelle settimane successive lo incontrò solo in albergo. Sempre lo stesso rituale: Pietro pagava la stanza, lei arrivava con la sua Golf, elegante, profumata, calma. A volte al Brufani, a volte di nuovo al Relais Il Borgo. Ogni volta lo faceva entrare nel suo corpo in modi sempre più totali. Lo cavalcava, gli offriva la bocca, gli dava il culo quando lui ne aveva bisogno. Gli sussurrava parole dolci in rumeno mentre lo sentiva pulsare dentro di sé.
E intanto la rete si stringeva.
Cominciò con le telefonate anonime alla moglie. Voce calma, quasi gentile, modificata appena con un’app:
«Tuo marito si scopa una rumena negli hotel di lusso. Vuoi le prove?»
Poi arrivarono le mail. Foto scattate di nascosto: il cazzo di Pietro nella sua bocca, dentro la sua fica, dentro il suo culo. Video brevi, girati mentre lui dormiva dopo averla presa. Pietro riceveva tutto sul telefono di lavoro. Alina guardava il suo terrore crescere con un piacere silenzioso, quasi mistico.
Una sera, nella suite del Grand Hotel, dopo averlo fatto venire per la seconda volta nel suo culo, Alina gli si sdraiò accanto. Il profumo di sesso era denso, mescolato al dopobarba di lui e al suo profumo di vaniglia. Gli accarezzò il petto sudato e disse piano:
«Ho bisogno di cinquemila euro per una vacanza. Se non me li dai, tua moglie riceverà tutto. Tutto.»
Pietro pianse. Letteralmente. Le lacrime gli scendevano sul viso mentre lei lo baciava sul collo. Eppure, due giorni dopo, i soldi arrivarono sul conto che Alina aveva aperto apposta.
L’ultima volta lo incontrò al Relais Il Borgo. Pietro era distrutto: occhi cerchiati, mani che tremavano. Alina lo fece sdraiare sul letto king-size, si spalmò di olio e gli diede il culo con una lentezza esasperante, stringendolo dentro di sé come una morsa calda. Lo sentì singhiozzare di piacere e di paura allo stesso tempo.
Quando lui venne, Alina si voltò, lo guardò negli occhi e disse con voce serena:
«Grazie, Pietro. È stato bello finché è durato.»
Si alzò, si fece una doccia lunga, si rivestì. Uscì dalla stanza senza salutarlo. Pietro rimase sul letto, nudo, distrutto.
Alina scese nella hall. Il concierge la salutò: «Arrivederci, signora Alina. A presto.»
Fuori, la notte umbra era fresca. Salì sulla sua Golf. Mise in moto e rimase qualche secondo con le mani sul volante, respirando profondamente. Dentro di lei la mantide era tranquilla, nutrita. Sentiva ancora il bruciore piacevole tra le natiche, il ricordo del cazzo di Pietro che la riempiva, il sapore della sua resa.
Cinquemila euro. Soldi puliti. Soldi per l’Egitto.
Mentre guidava verso il suo paese periferico, tra colline nere e luci lontane dei paesini, Alina sorrise nel buio dell’abitacolo.
Pietro era stato più nutriente di Marco. Ma la fame, come sempre, non sarebbe durata a lungo.
La mantide religiosa aveva già cominciato a guardare altrove.
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