incesto
La Devota #2
Efabilandia
18.10.2025 |
27.903 |
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"Paolo fu il più sadico: mi prese di lato, una gamba alzata, il suo cazzo grigio e venoso che mi apriva con spinte oblique, colpendo angoli che mi facevano vedere lampi bianchi, un piacere..."
Questa è la storia di Desirè, nata da confessioni dell'adolescenza, quando il mondo era un turbine di desideri proibiti e corpi misteriosi che mi chiamavano come sirene nel buio. Oggi, lei è Devota, un nome che evoca sottomissione e devozione assoluta, un'evoluzione di quel ragazzino timido e curioso. Ma tutto iniziò con sguardi rubati, tocchi fugaci e un'estate che cambiò tutto.La Femminilizzazione e il Passaggio agli Amici
Tornati a casa, l'aria era elettrica, carica di silenzi pesanti e sguardi obliqui, interrotti solo dal ronzio della radio in cucina che trasmetteva vecchie ballate blues, con chitarre che piangevano note lente e malinconiche, un sottofondo che amplificava la tensione. Mio padre non parlò per giorni, ma lo vedevo: il modo in cui mi fissava mentre mangiavo, gli occhi che scivolavano sul mio collo sudato, mentre mi cambiavo nella mia stanza illuminata da una lampada gialla calda, o mentre dormivo, il mio respiro che si mescolava al suo profumo di colonia legnosa e sudore. Una sera, entrò nella mia stanza con una borsa di carta marrone, il fruscio che mi fece sobbalzare il cuore. "Vieni qui, figliolo... o dovrei dire, Desirè?" La sua voce era bassa, un misto di rimprovero e fame vorace, profonda come il blues alla radio, che ora suonava un assolo di armonica che ululava di desiderio represso.Tirò fuori lingerie: mutandine di pizzo nero come la notte, un reggiseno senza ferretto color carne, calze autoreggenti grigie e morbide. Niente parrucche, niente trucchi esagerati – solo l'essenziale, per accentuare ciò che già ribolliva sotto la mia pelle pallida, facendomi sentire esposta, femminile, un oggetto di possesso. "Se sei una troietta, vestitelo come tale. Per abituarti al tuo ruolo, per farti sentire il peso della devozione." Tremavo mentre me le infilavo, il pizzo che grattava piano contro la mia pelle sensibile, stringendo il mio piccolo cazzo – eretto, rosa e umido – facendolo pulsare contro il tessuto umido, un calore che mi saliva dal basso ventre come lava. Il reggiseno mi modellava il petto piatto in curve illusorie, i capezzoli che sfregavano contro il nylon, mandandomi scintille di piacere doloroso. Lui mi girò con mani ferme sulle mie spalle, la sua dominazione un tocco elettrico che mi fece gemere piano. "Guarda che figa hai qui dietro," disse, schiaffeggiandomi piano il culo con un palmo caldo e calloso, un suono secco che echeggiò nella stanza, lasciando un rossore rosa sulla pelle bianca. "Mia, e presto di tutti. Senti come trema per me?"Mi vestì come una bambola vivente, le sue dita che tracciavano linee possessive sul mio corpo, insegnandomi a camminare con le anche che ondeggiavano in un ritmo ipnotico, al suono della radio che ora passava una ballata lenta, con voci soul che sussurravano di amore perduto. A chinarmi con grazia, il culo in alto come un'offerta, il pizzo che si tendeva rivelando la fessura rosa e stretta. Ogni notte, diventava il mio maestro crudele e amorevole: mi prendeva sul letto, le lenzuola bianche che odoravano di lavanda e sudore fresco, il suo corpo pesante che mi schiacciava contro il materasso. Iniziava piano, lubrificandomi con saliva calda e dita ruvide – due, poi tre – che mi aprivano con una pressione lenta, bruciante, facendomi ansimare di dolore e anticipazione. "Rilassati, troietta mia," ringhiava, la voce un basso rombo che vibrava contro la mia schiena, mentre il suo pisellone – spesso, venoso, con quella cappella viola gonfia – premeva contro la mia entrata, un calore insistente che mi faceva stringere i denti. Poi spingeva, centimetro dopo centimetro, la penetrazione una dominazione assoluta: un bruciore lancinante che mi strappava un urlo soffocato, il suo cazzo che mi riempiva come un ferro rovente, stirando le pareti interne fino a toccare quel punto profondo che mi faceva vedere stelle bianche dietro le palpebre chiuse.Sentivo tutto: il suo peso che mi inchiodava, il sudore che colava dalla sua pelle olivastra sulla mia schiena nuda, goccioline calde e salate che mi pizzicavano la pelle; l'odore di mascolinità pura, un misto di colonia e muschio che mi riempiva i polmoni, facendomi sentire soffocata e viva; i suoni – il suo grugnito animalesco a ogni spinta, profondo e ritmico come il basso della radio, i miei gemiti acuti che si mescolavano allo scricchiolio del letto, bagnati e umidi. "Succhialo prima, come facevi con nonno," ordinava, tirandosi fuori per un momento per offrirmi il suo cazzo lucido di saliva e pre-lubrificante, un sapore aspro e salato che mi invadeva la bocca, la lingua che tracciava le vene pulsanti. Obbedivo, la bocca esperta ora, la gola che si apriva per lui, mentre lui mi teneva i capelli tirati all'indietro, dominandomi con strappi leggeri. Poi tornava dentro, più forte, le spinte che mi scuotevano l'anima, un ritmo che passava dal dolore a un piacere confuso, umiliante: sentivo il mio corpo tradirmi, il bruciore che si trasformava in un calore liquido, profondo, che mi faceva inarcare la schiena e implorare di più. Mi chiamava Desirè, mi sussurrava all'orecchio – il suo fiato caldo, umido – di essere la sua troietta personale, e io venivo senza toccarmi, un fremito che mi contraeva i muscoli intorno a lui, bagnando le lenzuola con il mio umore, l'anima gonfia di devozione sporca, di un amore distorto che mi faceva piangere di gioia.Ma non si fermò lì. Voleva abituarmi al ruolo, disse, con un ghigno che gli illuminava il viso barbuto sotto la luce gialla. "Devi imparare a servire, a essere Devota nel profondo. A godere come una vera puttana." Invitò gli amici: Marco, il meccanico con le mani unte di grasso nero e un odore di olio motore e sudore rancido; Luca, il vicino burbero con la pelle abbronzata e vene sporgenti, profumo di terra e birra stantia; e Paolo, il collega di lavoro con il ghigno da lupo, capelli grigi e un alito di sigaretta. Li fece sedere in salotto, sul divano logoro color crema macchiato, birre in mano che sfrigolavano fredde, la radio che ora suonava un ritmo funky, basso e pulsante, con batteria che batteva come cuori eccitati. L'aria era densa di odori maschili: tabacco, birra, sudore fresco, un coro olfattivo che mi faceva tremare le ginocchia. Io entrai in reggiseno e mutandine, il pizzo nero che contrastava con la mia pelle pallida arrossata, il culo in mostra, rotondo e invitante sotto la luce calda della lampada da tavolo, che tingeva tutto di ambra."Guardate che bel pezzo ho cresciuto," annunciò papà, spingendomi in ginocchio al centro del tappeto ruvido, un gesto dominante che mi fece sentire un trofeo vivo, l'anima che si contraeva in un misto di umiliazione bruciante – "Sono solo un buco per loro?" – e un'eccitazione che mi bagnava il pizzo, un calore viscido tra le gambe. "Desirè, fai vedere quanto sei brava." Iniziai con Marco: le sue mani unte nei miei capelli, dita sporche che mi tiravano con forza, il suo cazzo – corto ma spesso, con un odore di metallo e sudore – che mi riempiva la gola con spinte ruvide, un sapore acre e oleoso che mi faceva lacrimare gli occhi. Succhiavo, la lingua che vorticeva, al ritmo della batteria funky che pulsava nelle pareti, i suoi gemiti rauchi come un motore che accelera. Luca fu ruvido, mi schiaffeggiava il culo con palmi aperti – schiocchi secchi che echeggiavano sul funky – mentre mi scopava la bocca, grugnendo: "Brava puttanella, ingoia tutto, senti come ti domino." Il suo cazzo era lungo, curvo, con un sapore di terra salata, vene che mi graffiavano la lingua.Paolo mi prese per ultimo, sdraiandomi sul divano con gambe spalancate come un sacrificio, la fodera del divano che odorava di polvere e sperma vecchio. Papà dirigeva, seduto in poltrona con il suo pisellone in mano, tirandosela piano al suono della musica: "Piano, fate piano con la mia troietta. È nuova, ma impara veloce. Ora, sfondatela, fatele sentire cosa significa essere Devota." Iniziarono la sodomizzazione vera: Marco per primo, lubrificandomi con grasso dalle sue dita unte, un odore chimico e appiccicoso che si mescolava al mio sudore. Premeva contro la mia entrata stretta, rosa e pulsante, e spingeva: un dolore acuto, lancinante come una lama, il suo cazzo spesso che mi stirava le pareti, centimetro dopo centimetro, fino a seppellirsi dentro con un suono bagnato, schioccante. Gridai, il corpo che si contraeva, lacrime che colavano calde sulle guance, ma lui dominava, afferrandomi i fianchi con mani possessive, le unghie che affondavano nella pelle lasciando segni rossi. "Rilassati, puttana, senti come ti riempio," ringhiava, le spinte lente ma profonde, ogni affondo che mi scuoteva l'anima, un bruciore che si trasformava in un calore profondo, insistente, che toccava quel punto dentro di me facendomi ansimare.Luca seguì, più brutale: mi girò a quattro zampe, il tappeto che graffiava i ginocchi, e entrò senza pietà, il suo cazzo curvo che mi sfondava con un ritmo selvaggio, schiocchi umidi contro il mio culo che echeggiavano sulla batteria della radio. L'odore di terra e birra mi avvolgeva, il suo sudore che gocciolava sulla mia schiena come pioggia calda, il sapore del suo bacio forzato – amaro, birroso – ancora in bocca. Sentivo la dominazione nel suo peso, nelle mani che mi tenevano la testa premuta contro il divano, soffocandomi i gemiti. Paolo fu il più sadico: mi prese di lato, una gamba alzata, il suo cazzo grigio e venoso che mi apriva con spinte oblique, colpendo angoli che mi facevano vedere lampi bianchi, un piacere confuso che mi contraeva i muscoli intorno a lui. "Gemi per noi, Devota," ordinava papà, la voce un comando che mi trafisse, e io obbedivo, i miei suoni – alti, spezzati, come il sassofono soul che ululava ora – mescolati ai loro grugniti, al funky che accelerava.Enfatizzai quella notte: la sodomizzazione divenne un'educazione al piacere anale. All'inizio, era solo dolore – un fuoco che mi squarciava, farmi sentire usata, un buco da riempire – ma con ogni affondo, imparavo: il bruciore si scioglieva in un calore liquido, profondo, che mi saliva dalla prostata come un'onda, facendomi spingere indietro contro di loro, implorando di più con sussurri rotti. "Più forte, vi prego," gemevo, l'anima che si arrendeva alla devozione, il corpo che tradiva la mente con spasmi di piacere. Venivo piano, non ancora orgasmi veri, ma fremiti che mi bagnavano il pizzo, il culo che pulsava intorno ai loro cazzi, stringendoli come una morsa affamata. Diventò routine: sabati sera, io in lingerie, il corpo segnato da rossori viola e morsi, a passare da un cazzo all'altro, l'aria del salotto densa di odore di sesso – sperma salato, sudore acido, birra versata – colori di pelle arrossata contro il crema del divano, suoni di carne che sbatte, gemiti che coprivano la radio, sapori di fiotti caldi che mi colavano in gola o sul culo, appiccicosi e bianchi. Papà si univa sempre alla fine, reclamandomi come suo: "Sei mia, Desirè. La troietta di papà," e mi scopava con spinte possessive, facendomi sentire la sua dominazione nel modo in cui mi riempiva fino all'orlo, il suo seme che mi inondava dentro, caldo e viscoso, colandomi dalle cosce in rivoli lenti.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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