incesto
Veronica Segreti in Famiglia #12
Efabilandia
26.04.2026 |
17.864 |
6
"Il suo profumo intimo, dolce e muschiato, si mescolò all’odore di sesso che già riempiva la stanza..."
Il suono della chiave che girava nella serratura fu come un tuono nel mio petto. Erano passati solo dieci giorni dall’ultima trasferta di papà, ma ogni ora senza di lui mi era sembrata un’eternità. Il cuore mi balzò in gola, un battito selvaggio che mi fece tremare le ginocchia. Corsi scalza sul parquet del corridoio, il fresco del legno sotto i piedi nudi che contrastava con il calore che mi saliva tra le gambe. Indossavo solo una camicia da notte di seta color avorio, corta, quasi trasparente sotto la luce calda delle lampade del salotto. Il tessuto scivolava sulla mia pelle come una carezza, i capezzoli già turgidi che premevano contro la stoffa leggera.Aprii la porta di slancio e gli saltai addosso. Papà lasciò cadere la valigia con un tonfo sordo sul pavimento. Le mie braccia gli circondarono il collo, le mie labbra trovarono le sue con una fame disperata. Il bacio fu subito profondo, bagnato, lingua contro lingua, un intreccio caldo e salato. Il suo sapore era casa: il leggero retrogusto di caffè che aveva bevuto in autogrill, il profumo di dopobarba muschiato che si mescolava al sudore del viaggio, quel sentore virile, leggermente salato, che mi faceva girare la testa. «Mi sei mancato…» sussurrai tra un bacio e l’altro, la voce rotta, mentre le mie mani gli stringevano i capelli corti sulla nuca. I suoi occhi, di un castano caldo e profondo, si accesero di quel desiderio che ormai riconoscevo come mio soltanto.
Non gli diedi il tempo di rispondere. Mi inginocchiai lì, nel corridoio, proprio davanti alla porta ancora socchiusa. Le mie dita tremavano mentre gli sbottonavo i pantaloni grigi del completo da viaggio, il tessuto ancora impregnato dell’odore dell’aeroporto e della macchina: un mix di pelle, benzina lontana e quel profumo intimo di uomo che mi faceva bagnare all’istante. Tirai fuori il suo cazzo già mezzo duro, pesante, caldo nella mia mano. Il profumo muschiato del suo inguine dopo ore di viaggio mi avvolse, intenso, virile, un odore che mi fece gemere prima ancora di prenderlo in bocca.
Lo succhiai lentamente, con devozione, la lingua che scivolava lungo la vena pulsante, assaporando il sapore salato della pelle, il leggero gusto di sudore che rendeva tutto più reale, più nostro. Papà gemette piano, un suono basso e roco che vibrò nel suo petto. La sua mano grande mi accarezzò i capelli, le dita che si intrecciavano con dolcezza possessiva. In cucina, mamma ci guardava da lontano, silenziosa, il corpo appoggiato allo stipite della porta. Indossava un vestito leggero di cotone azzurro pallido, i capelli raccolti in una coda morbida. I suoi occhi erano fissi su di noi, le labbra socchiuse, ma non disse una parola. Sentivo il suo respiro, accelerato, mentre io prendevo in bocca le sue palle pesanti, succhiandole una dopo l’altra, la lingua che le accarezzava con cura.
Lo succhiai fino in fondo, la gola che si apriva per lui, fino a quando non venne con un gemito strozzato. Il suo sperma mi riempì la bocca, caldo, denso, dal sapore salato e leggermente amaro che ormai amavo come una droga. Ingoiai tutto, lentamente, assaporando ogni goccia, gli occhi alzati verso di lui con un amore che mi bruciava dentro. Mi alzai solo quando fu finito, le labbra lucide, e lo baciai di nuovo, facendogli sentire il suo stesso sapore sulla mia lingua.
Era un lento cambiamento, ma lo sentivo ogni giorno più forte. La nostra relazione incestuosa non era più solo sesso proibito: stava diventando altro. Amore. Dedizione. Ossessione dolce e totale.
Da quella sera in poi, quando papà era a casa, io ero lì. Sempre. Dormivo nuda ogni notte nel letto matrimoniale, il corpo premuto contro il suo, la testa sul suo petto ampio, il battito del suo cuore che mi cullava come una ninna nanna. Il profumo della sua pelle, quel mix di sapone al sandalo e virilità naturale, mi avvolgeva come una coperta calda. Il lenzuolo di seta color crema scivolava sui nostri corpi nudi, illuminati solo dalla luce soffusa della lampada da comodino che proiettava ombre dorate sulle pareti della camera.
Pian piano divenne un rito dolce e ossessivo. Ogni volta che eravamo soli, gli davo il culo. Mi mettevo a quattro zampe sul grande letto king-size, le lenzuola fresche che profumavano di detersivo alla lavanda, oppure mi sdraiavo a pancia in giù, il viso affondato nel cuscino che odorava di lui. Aprivo le natiche con le mani, le dita che affondavano nella carne morbida, e gli sussurravo con voce tremante di desiderio: «Prendimi il culo, papà… è solo tuo.»
All’inizio faceva male. Il bruciore era intenso, un fuoco che mi strappava gemiti acuti, ma poi il dolore si trasformava in un piacere profondo, caldo, che mi arrivava fino alla pancia come una lava lenta. Imparai presto a venire solo con il culo, come faceva mamma. La prima volta che successe tremavo tutta, il corpo scosso da spasmi violenti, e urlai il suo nome tra le lacrime di piacere: «Papà… sto venendo solo con il culo… ti amo…» Da quel momento mi piaceva da impazzire. Lo chiedevo quasi ogni sera, la voce rotta dall’eccitazione, mentre la musica jazz soft arrivava dal salotto – un sax languido che riempiva l’aria di note calde e sensuali, come se accompagnasse ogni spinta.
Più mi innamoravo di lui, più diventavo gelosa di mamma. Ogni volta che la vedevo guardarlo, o avvicinarsi troppo, sentivo una fitta bruciante allo stomaco, un fuoco verde che mi faceva stringere i pugni. Non la obbligavo più a stare presente, ma lei iniziava a spiare. Spesso si affacciava alla porta socchiusa della camera da letto, il respiro affannato, la mano tra le gambe che si masturbava freneticamente fino a venire come una porca, cercando di non farsi sentire. I suoi gemiti soffocati si mescolavano ai nostri, un sottofondo umido e disperato.
Una sera, mentre stavo cavalcando papà sul letto matrimoniale – movimenti lenti, profondi, i nostri corpi che scivolavano uno contro l’altro sudati e caldi – sia io che lui decidemmo di volerla coinvolgere. La stanza era immersa in una luce calda, arancione, proveniente dalle abat-jour di vetro color ambra. La musica jazz lenta dal salotto continuava a suonare, un pianoforte morbido che accarezzava l’aria come dita sulla pelle.
Papà, con la voce roca di piacere, mormorò mentre io mi muovevo su di lui: «Chiamala… voglio che veda quanto sei mia.»
Io sorrisi, il cuore che batteva di eccitazione possessiva, e chiamai mamma con voce eccitata: «Cristina… vieni qui.»
Mamma entrò timidamente, il vestito azzurro che le scivolava sulle curve mature. Le ordinai di spogliarsi. «Togliti tutto. Caccia fuori quelle grandi tette e togliti le mutande.» La trovai già bagnata quando le misi la mano tra le cosce: era fradicia, una porca come sempre. Il suo profumo intimo, dolce e muschiato, si mescolò all’odore di sesso che già riempiva la stanza.
La facemmo mettere a quattro zampe sul grande letto, le lenzuola spiegazzate e umide. Io le ungi il culo con l’olio profumato alla vaniglia che tenevamo sul comodino, le dita che scivolavano dentro di lei mentre papà le tirava i capezzoli duri, rossi come ciliegie mature. Indossai lo Spacca-culi, il dildo spesso e nero che brillava sotto la luce calda. Iniziai a inculare mamma con forza crescente, i colpi che producevano uno slap carnale e bagnato, viscido, che riempiva la stanza. Papà si mise dietro di me, mi allargò le natiche con le mani grandi e mi penetrò nel culo con il suo cazzo grosso e caldo. La sensazione fu devastante: sentivo il suo cazzo che mi apriva mentre io spaccavo il culo di mamma. Ero talmente eccitata da questa doppia penetrazione che iniziai a inculare Cristina con ancora più forza, quasi con rabbia possessiva, i miei fianchi che sbattevano contro le sue natiche morbide.
I suoni erano everywhere: lo slap carnale e bagnato dello Spacca-culi che entrava e usciva dal culo di mamma, il rumore viscido del cazzo di papà che mi scopava il culo, i gemiti rochi di tutti e tre che si intrecciavano. La musica jazz lenta dal salotto faceva da sottofondo perfetto, note sensuali che sembravano danzare con i nostri corpi. L’odore di sesso era denso, muschiato, mescolato al profumo dolce dell’olio alla vaniglia.
Mamma arrivò al limite per prima, tremando tutta. Io continuai senza pietà fino a quando non sentii papà che mi sborrava profondamente nel culo con fiotti caldi, densi, abbondanti. Il calore mi riempì, mi fece tremare, un piacere che mi arrivò fino alla spina dorsale.
Mi sfilai dal culo di mamma, tolsi lo Spacca-culi e salii con la mia fica sulla sua faccia. Prima le feci leccare il mio culo pieno della sborra di papà – il sapore salato e caldo le colava sulla lingua, denso e cremoso – poi le feci leccare la fica fino a venire violentemente in bocca, bagnandole il viso come una porca. Il suo respiro era caldo e umido contro di me, la lingua che lavorava con disperazione.
Nel frattempo papà la umiliava, toccandola tra le gambe, infilando due dita nella sua fica fradicia e dicendole con voce bassa e crudele: «Guarda come sei porca… ti eccita vedere tua figlia che si prende il mio cazzo nel culo mentre ti spacca il tuo… sei solo una troia dal culo sfondato.»
Mamma venne di nuovo, tremando, mentre leccava la mia fica e mentre papà le stava praticamente fistando la fica, le dita che entravano e uscivano con suoni bagnati e osceni.
Dopo l’orgasmo restai sdraiata sul letto, il culo ancora aperto e pieno della sborra di papà. Il dolore era forte, il buco bruciava come fuoco, ma era un bruciore che amavo. Mamma, con il culo ancora più devastato, si alzò a fatica e andò in bagno. Sentivo l’acqua fredda che scorreva dal rubinetto: stava cercando di rinfrescare il culo distrutto, il respiro ancora affannato.
Papà la guardò, poi ebbe un’idea geniale. Andò in cucina, aprì il freezer con un cigolio metallico e tornò con il secchiello del gelato alla vaniglia. Il profumo dolce e cremoso si sparse subito nella stanza, fresco e invitante. Io chiamai mamma e la tenni ferma sul letto, a pancia sotto, il culo esposto e ancora rosso e aperto, le natiche arrossate che tremavano.
Papà prese una grossa cucchiaiata di gelato e la infilò direttamente nel buco spalancato di mamma. Il contrasto tra il freddo gelato e il calore del culo devastato la fece urlare, un grido acuto e strozzato che si trasformò subito in un gemito lungo e profondo. Papà continuò a spingere, riempiendole il culo di gelato alla vaniglia cremoso, cucchiaiata dopo cucchiaiata, cinque in tutto. Il gelato colava fuori lentamente, bianco e denso, mescolandosi ai succhi e alla sborra residua.
Poi sia lui che io ci mettemmo a leccare a turno. Io per prima, la lingua che scavava dentro, assaporando il dolce freddo del gelato mescolato al sapore muschiato e salato del suo culo. Il contrasto era divino: dolcezza cremosa contro sale e terra. Papà leccò dopo di me, la lingua che spingeva più a fondo, e ci baciammo spesso sopra il culo di mamma, scambiandoci il gelato alla vaniglia e i succhi di lei, le labbra dolci e appiccicose, i baci teneri e profondi mentre lei gemeva e tremava sotto di noi come un porta-gelato umano.
Mamma era ridotta così: il culo aperto e pieno di vaniglia che colava fuori mentre noi leccavamo, baciavamo e ci amavamo sopra di lei. I suoi gemiti erano bassi, esausti, pieni di una sottomissione totale.
Alla fine restai abbracciata a papà, nuda, il corpo premuto contro il suo. Il suo petto caldo, il profumo della sua pelle che mi avvolgeva. Gli sussurrai all’orecchio, con voce piena di amore possessivo, le labbra che sfioravano il suo lobo: «Ti amo davvero… voglio essere solo tua.» Papà mi rispose con un bacio dolce, lento, mentre con la mano mi infilava due dita nel culo, come piaceva a me, un gesto intimo e familiare che mi fece sospirare di piacere.
Mamma restò sdraiata sul letto, il culo ancora aperto e sporco di gelato che colava lentamente sulle lenzuola, mentre io e papà ci baciavamo teneramente sopra di lei, le nostre lingue che danzavano al ritmo della musica jazz che ancora suonava in sottofondo.
Era passato un mese intero dall’ultima volta che avevo sentito o visto Silvio. Il suo nome mi sembrava ormai un ricordo lontano, sbiadito. Forse era il caso che gli scrivessi, una volta per tutte: che eravamo definitivamente lasciati, che non volevo più saperne di lui e del suo cazzo moscio. Il mio posto era qui, tra le braccia di papà, nel nostro amore incestuoso che maturava ogni giorno di più, con dedizione, con tempo, con un desiderio che non finiva mai.
E mentre le dita di papà mi esploravano piano dentro infilandosi nel mio culo, il gelato si scioglieva lentamente sul letto, il profumo dolce di vaniglia che si mescolava a quello di noi tre, capii che questo era solo l’inizio di qualcosa di ancora più profondo.
Ero persa per mio padre.
Disclaimer! Tutti i diritti riservati all'autore del racconto - Fatti e persone sono puramente frutto della fantasia dell'autore.
Annunci69.it non è responsabile dei contenuti in esso scritti ed è contro ogni tipo di violenza!
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
Commenti per Veronica Segreti in Famiglia #12:

Discussioni sul pianeta Swinger e non solo...
