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Clarissa: Il ritorno


di Membro VIP di Annunci69.it Efabilandia
30.07.2025    |    3.063    |    2 7.8
"I tacchi mi facevano scivolare sul letto, e il suono delle calze che sfregavano contro le lenzuola era un sottofondo osceno..."
Mi chiamo Clarissa, o almeno così mi chiamavo un tempo, quando la mia vita era un vortice di desideri proibiti e notti che odoravano di pizzo, sudore e sborra. Sono passati anni da allora, anni in cui ho cercato di seppellire quella parte di me, di soffocarla sotto il peso di un matrimonio, di una vita “normale”. Ho distrutto tutto: i tacchi, le parrucche, i perizomi che mi stringevano il cazzo in un abbraccio osceno. Ma Clarissa non è mai morta davvero. Era lì, nascosta, in attesa, come una brace sotto la cenere. Quando il mio matrimonio è finito, quando la facciata di normalità si è sgretolata, ho sentito il suo richiamo. Clarissa voleva tornare. E io volevo lasciarla libera.
Non ero più la giovane travestita di un tempo. Gli anni mi avevano appesantita, il mio corpo era più morbido, più pieno, ma il desiderio bruciava ancora, più forte di prima. Non avevo più l’occorrente per trasformarmi: solo qualche collant strappato e un perizoma rosso che avevo salvato dal falò della mia vecchia vita. Così, decisi di provare altrove, di cercare quel brivido che mi faceva sentire viva. Mi iscrissi su Annunci 69, ma non come Clarissa. Non potevo. Non avevo i mezzi per essere la troia che ero stata. Creai un profilo da gay, usando un nome qualunque, ma il mio cuore gridava Clarissa.
Gli incontri furono deludenti. Uomini maleducati, frettolosi, che cercavano solo di svuotarsi senza guardarmi negli occhi. Io volevo di più. Volevo essere posseduta, usata, comandata. Sognavo una mistress che mi piegasse, che mi facesse sua, che mi trasformasse di nuovo in Clarissa, la puttana che viveva per il piacere. Ma le mistress che trovavo erano false, fredde, interessate solo ai soldi. Una in particolare, Padrona Trav, mi fece perdere la testa. Il suo profilo prometteva severità, dominio, trasgressione. Mi segavo solo a leggere le sue parole, immaginando il suo frustino sulla mia pelle, il suo cazzo che mi riempiva la bocca. La contattai, con il cuore in gola, ma mi ignorò. Ero furiosa, volevo urlare, frustarla, ma non sono così. Non imploro. Io mi sottometto.
Dopo mesi di silenzio, ci riprovai. Questa volta rispose, ma le sue parole furono un coltello: “Non sei all’altezza. Mi piacciono le trav esperte, trasgressive. Tu cosa puoi offrirmi?” Mi sentii umiliata, ma anche eccitata. Voltai pagina, cercai altrove, contattai altre “sorelline”, ma trovai solo ostilità. Finché non incontrai Marina.

Marina era diversa. Anche lei, come me, era un po’ cicciottella, una schiava del piacere rifiutata dalle altre. Ci scrivemmo per giorni, condividendo frammenti delle nostre vite, dei nostri desideri. Mi raccontò della sua passione per il travestimento, di come anche lei, come me, amasse essere usata. Quando la invitai a casa mia, accettò senza esitare. Il giorno dell’appuntamento, il mio cuore batteva forte. Non ero sicura di essere pronta, ma Clarissa, dentro di me, scalpitava.
Marina arrivò puntuale. Suonò il campanello, e quando aprii la porta, la vidi: un corpo morbido, nascosto sotto abiti maschili, ma con un’energia che mi fece fremere. Aveva con sé un grosso borsello, e il suo sorriso aveva qualcosa di complice, di pericoloso. “Ho portato tutto l’occorrente,” disse, con una voce bassa che odorava di promessa. Entrò, e l’aria si riempì del suo profumo: un misto di vaniglia e muschio, dolce ma con una nota selvaggia. Mi fece pensare a una notte d’estate, calda e appiccicosa.
Non persi tempo. Mi infilai un paio di collant neri e il perizoma rosso, i miei unici ricordi di Clarissa. Lei, invece, si spogliò lentamente, rivelando un completino di pizzo nero sotto i vestiti. Il suo corpo era come il mio: non perfetto, ma vivo, pulsante di desiderio. Ci guardammo per un istante, poi, senza dire una parola, ci dirigemmo in camera da letto. Il silenzio era rotto solo dal fruscio delle calze contro la mia pelle e dal battito del mio cuore, che sembrava voler esplodere.

Ci gettammo sul letto, e il mondo fuori scomparve. Marina si mise sopra di me, e iniziammo un 69 che mi fece perdere la testa. Il suo cazzo era piccolo, quasi sfuggente, e facevo fatica a gustarlo. Il sapore era salato, con un retrogusto amaro che mi riempiva la bocca, ma non era abbastanza. Io volevo di più, volevo essere sopraffatta. Il mio cazzo, invece, era duro, grosso, e lei lo succhiava con una fame che mi faceva tremare. Sentivo il suo respiro caldo sulla mia cappella, il rumore umido della sua lingua che scivolava sulla mia pelle. L’odore del suo corpo, un misto di sudore e pizzo, mi inebriava.
Mentre mi succhiava, Marina frugò nel suo borsello e tirò fuori un vibratore. Con un movimento rapido, se lo infilò nel culo, gemendo forte. Il suono era crudo, un misto di piacere e dolore, e mi fece eccitare ancora di più. Pochi minuti dopo, il suo cazzo esplose, schizzando sborra nella mia bocca. Era densa, calda, con un sapore forte, quasi metallico, che mi scivolò sulla lingua e lungo la gola. Ingoiai tutto, ma non ero ancora soddisfatta. Il mio cazzo pulsava, implorando di venire, ma Marina aveva altri piani.
“Non sei venuta con me,” disse, con un tono che era insieme dolce e autoritario. “Sei una puttana, e non mi hai accontentata. Ora ti spacco il culo.” Le sue parole mi colpirono come una frustata, e il mio corpo rispose con un brivido. Prese un vibratore più grande dal suo borsello, uno nero, spesso, che mi fece paura e desiderio allo stesso tempo. Mi fece girare, mettendomi a pecorina. Sentii il freddo del gel sul mio buco, un odore chimico che si mescolava al profumo di vaniglia di Marina. Poi, senza preavviso, spinse il vibratore dentro di me.
Il dolore fu immediato, acuto, come un coltello che mi tagliava dall’interno. Urlai, ma il suono fu soffocato dal cuscino in cui avevo affondato la faccia. “Rilassati, Clarissa,” sussurrò Marina, con una voce che era un misto di comando e carezza. “Lasciati andare.” E io lo feci. Il dolore si trasformò in piacere, un piacere profondo, viscerale, che mi faceva tremare. Mentre il vibratore mi riempiva, mi segavo con una mano, sentendo il mio cazzo pulsare contro il pizzo del perizoma. Quando venni, fu un’esplosione. Schizzai sul lenzuolo, sul suo viso, che si era chinato tra le mie cosce. La sua lingua raccolse ogni goccia, e il suono dei suoi gemiti mi avvolse come una coperta.
Eravamo appagate, ma non era finita. Marina mi guardò negli occhi, con un sorriso che prometteva altro. “Ci rivedremo,” disse. “E sarà ancora meglio.” Sapevo che era stata una schiava, forse anche una mistress in passato, ma non ne parlammo. Non ce n’era bisogno. Clarissa era tornata, e io ero pronta a perdermi di nuovo.

La promessa di Marina rimase nell’aria come un profumo che non svanisce. Passarono giorni, poi settimane, e io non riuscivo a pensare ad altro. Il ricordo del nostro incontro mi tormentava: il sapore della sua sborra, l’odore del suo corpo, il dolore del vibratore che mi aveva aperto il culo. Ogni notte mi segavo pensando a lei, immaginando cosa sarebbe successo la prossima volta. Clarissa era viva, più viva che mai, e io volevo di più. Volevo essere la sua puttana, la sua schiava, volevo perdermi nel piacere e nel dolore che solo lei sembrava capace di darmi.
Ci scrivemmo ancora, e finalmente fissammo un nuovo incontro. Questa volta, Marina mi disse di prepararmi. “Voglio la vera Clarissa,” scrisse. “Non quella mezza troia con collant e perizoma. Voglio vederti trasformata.” Le sue parole mi accesero. Passai giorni a cercare l’occorrente: una parrucca nera, lunga e liscia, un completo di pizzo rosso fuoco, calze a rete che mi stringevano le cosce, tacchi alti che mi facevano sentire vulnerabile e potente allo stesso tempo. Comprai anche un plug anale, piccolo ma sufficiente a prepararmi per ciò che sarebbe venuto. Lo indossavo per ore, sentendo il metallo freddo contro il mio buco, un promemoria costante di ciò che desideravo.
Quando Marina arrivò, l’appartamento era avvolto da un silenzio elettrico. Avevo spento tutte le luci, lasciando solo qualche candela accesa. L’odore di cera calda si mescolava al mio profumo, un’essenza floreale con una nota di muschio che avevo scelto per l’occasione. Suonò il campanello, e il mio cuore saltò un battito. Aprii la porta, e lì c’era lei, più imponente di quanto ricordassi. Indossava un corsetto di pelle nera, stivali alti e una parrucca bionda che le dava un’aria da dominatrice. Il suo borsello era più grande questa volta, e il solo vederlo mi fece tremare di eccitazione.
“Brava, Clarissa,” disse, squadrandomi da capo a piedi. “Sembri una vera troia.” La sua voce era un misto di approvazione e sfida. Mi fece girare su me stessa, e sentii il suo sguardo bruciare sulla mia pelle. “Togliti tutto, tranne le calze e i tacchi,” ordinò. Obbedii, con le mani che tremavano. Il perizoma cadde a terra, e il mio cazzo, già duro, si liberò. Lei lo guardò con un sorriso crudele. “Non male,” disse, “ma stasera non sarà lui il protagonista.”
Mi prese per mano e mi portò in camera da letto. Il materasso scricchiolò sotto il nostro peso, e l’odore delle candele si mescolò a quello del suo corpo: sudore, pelle, un accenno di profumo dolce. Mi fece inginocchiare sul pavimento, e il tappeto ruvido mi graffiò le ginocchia. “Apri la bocca,” disse, e io obbedii. Tirò fuori il suo cazzo, piccolo ma già duro, e me lo infilò in bocca. Il sapore era lo stesso dell’altra volta: salato, con una nota amara che mi fece gemere. Lo succhiai con avidità, sentendo la sua cappella pulsare contro la mia lingua. Il suono dei miei risucchi riempiva la stanza, un ritmo osceno che si mescolava al crepitio delle candele.
Ma Marina non voleva solo un pompino. Mi fece alzare e mi spinse sul letto, a pancia in giù. Sentii il freddo del gel sul mio buco, poi le sue dita che mi esploravano. “Sei stretta,” disse, con una risata bassa. “Ma non per molto.” Prese un vibratore dal suo borsello, più grande di quello dell’ultima volta, e lo appoggiò al mio ano. Il primo contatto fu un dolore acuto, ma lo accolsi. Ogni spinta era una lotta, un misto di bruciore e piacere che mi faceva perdere il controllo. Gridai, ma il suono si trasformò in un gemito quando il vibratore scivolò dentro, riempiendomi completamente.
“Brava, puttana,” sussurrò Marina, mentre iniziava a muoverlo dentro e fuori. Il ritmo era lento, deliberato, e ogni colpo mi faceva tremare. Sentivo il mio cazzo pulsare contro il materasso, intrappolato dal pizzo delle calze. Il dolore si mescolava al piacere, e io mi abbandonavo, lasciandomi andare nelle sue mani. “Ti piace, vero?” disse, e io annuii, incapace di parlare. Il suo odore mi avvolgeva, il suono dei suoi respiri pesanti si mescolava ai miei gemiti, e la stanza sembrava vibrare di desiderio.
Poi, Marina fece qualcosa che non mi aspettavo. Si inginocchiò dietro di me, e sentii la sua lingua sul mio buco, ancora dilatato dal vibratore. Il calore umido della sua bocca era una sensazione nuova, intensa, che mi fece quasi svenire. Leccava lentamente, esplorando ogni centimetro, e il sapore del gel si mescolava al suo. “Sei pronta per me,” disse, e prima che potessi rispondere, sentii il suo cazzo premere contro il mio ano.
Non era grande, ma era perfetto. Entrò piano, con un movimento fluido che mi fece gemere forte. Il dolore era lì, ma era un dolore che desideravo, che mi completava. Ogni spinta era un’esplosione di sensazioni: il bruciore del mio culo che si apriva, il calore del suo corpo contro il mio, l’odore di sudore e pizzo che ci avvolgeva. I tacchi mi facevano scivolare sul letto, e il suono delle calze che sfregavano contro le lenzuola era un sottofondo osceno. “Sei la mia troia,” sussurrò Marina, e io mi persi nelle sue parole.
Mi scopò per quella che sembrò un’eternità, ogni colpo più profondo, più intenso. Sentivo il suo cazzo pulsare dentro di me, e il mio rispondeva, intrappolato ma desideroso di esplodere. Poi, con un gemito rauco, Marina venne. La sua sborra mi riempì, calda e densa, scivolando dentro di me come un marchio. Il sapore del suo piacere mi arrivò indirettamente, attraverso l’odore acre che si mescolava al resto. Crollò su di me, il suo peso un conforto, e io mi sentii completa, appagata.
Ma non era finita. Marina si alzò, prese un altro vibratore, ancora più grande, e me lo mostrò. “Non hai ancora finito, Clarissa,” disse. “Voglio vederti distrutta.” Mi fece girare, mettendomi a pecorina. Il nuovo vibratore era enorme, e quando lo appoggiò al mio buco, pensai che non ce l’avrei fatta. Ma lo volevo. Lo volevo con ogni fibra del mio essere. Spinse, e il dolore fu insopportabile, un fuoco che mi consumava. Urlai, ma lei non si fermò. “Prendilo, puttana,” disse, e io lo feci. Ogni centimetro che entrava era una conquista, un misto di agonia e estasi. Il mio cazzo esplose senza che lo toccassi, schizzando sborra sul lenzuolo, sul suo viso, ovunque. Il sapore della mia stessa sborra mi arrivò sulle labbra quando Marina mi baciò, un bacio profondo, osceno, che sapeva di noi.
Crollammo insieme sul letto, ansimanti, sudate, appagate. L’odore della stanza era un miscuglio di sborra, sudore, gel e cera. I nostri corpi erano intrecciati, le calze strappate, i tacchi sparsi sul pavimento. Clarissa era tornata, e io ero sua, di Marina, del piacere, del dolore. “Torneremo a farlo,” sussurrò lei, e io annuii, sapendo che non avrei mai potuto rinunciare a questo.


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