trans
Clarissa ed il suo Amante #1
Efabilandia
15.09.2025 |
16.949 |
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"Lui veniva di nuovo, la sborra calda che colava dal mio culo, gocciolando sulle lenzuola bianche, macchiandole di bianco cremoso contro il rosso delle federe..."
Era una sera d'estate, una di quelle in cui l'aria si fa densa come sciroppo, carica di umidità che ti si appiccica alla pelle come un'amante possessiva. Il sole era tramontato da un pezzo, lasciando il cielo striato di viola e arancione, colori che filtravano attraverso le persiane socchiuse del mio appartamento, tingendo le pareti di un bagliore ambiguo, come se la notte stessa stesse complottando per rivelare segreti. Io, Clarissa, con i miei quarant'anni portati con una grazia che mi fa sentire eterna, ero sdraiata sul divano, un bicchiere di vino bianco fresco in mano, il suo sapore aspro che mi pizzicava la lingua, evocando ricordi di vigne lontane. Il telefono squillò, rompendo il silenzio con un trillo insistente, e sul display lessi il nome: Lorenzo.Lorenzo, il mio amante, il mio mecenate, il re dei miei piaceri proibiti. Da quando mi aveva introdotta in quel mondo di incontri come accompagnatrice di lusso, la mia vita era diventata un turbine di emozioni contrastanti: eccitazione, vergogna, estasi. Non era solo un lavoro; era una dipendenza. Quella sera, la sua voce al telefono era bassa, quasi un ringhio, diversa dal solito tono suadente. "Clarissa, dobbiamo parlare. A quattrocchi. È una cosa... indefinibile." Le parole mi colpirono come un soffio di vento caldo sul collo, facendomi rabbrividire. Curiosità mi invase, un'onda che mi fece stringere le cosce sotto la vestaglia leggera. "Dimmi qualcosa, Lorenzo. Anticipami." Ma lui rise, una risata gutturale, in quel suo napoletano verace che mi faceva sciogliere. "No, troia mia. Domani." Era giovedì, e io insistetti: "Vieni stasera?" "No, domani passo. E sabato ti raccomando: tieniti pronta. Voglio fotterti come si deve."A quelle parole, un brivido mi percorse la spina dorsale, mescolato a un'ansia che non riuscivo a decifrare. Lorenzo non era uno che si accontentava di un semplice amplesso; gli piacevano le schifezze, i giochi estremi, i ruoli che facevano arrossire le altre donne al suo servizio. Ero diventata il suo giocattolo preferito, e ne andavo fiera. Con me, poteva sfogare tutto ciò che la moglie non accettava: il turpiloquio sporco, le fantasie oscure, i colpi che lasciavano segni invisibili sull'anima.
"Sì, padrone," gli risposi senza esitare, la voce tremante di desiderio. "Vieni quando vuoi. La mia fica è tua." Ci salutammo, e quella notte non chiusi occhio. Il letto mi sembrava un'arena di tortura, le lenzuola umide di sudore, l'odore del mio stesso corpo – un misto di lavanda e eccitazione repressa – che mi avvolgeva come una nebbia. Pensavo a lui: alto 185 cm, robusto come un toro napoletano, barba incolta che mi graffiava la pelle, capelli grigi corti che gli davano un'aria da lupo maturo. Occhi scuri, penetranti, capaci di trapassarmi l'anima. Sempre in giacca e cravatta, un signore fuori, una bestia dentro. Il suo cazzo? Enorme, sempre duro come il marmo, e veniva più volte, abbondante, facendomi sentire protetta, riempita, posseduta. Amavo Lorenzo con una passione che mi terrorizzava; avrei fatto qualsiasi pazzia per averlo, anche se sapevo che era solo un'illusione.
Il venerdì passò in un limbo di attesa. Mi preparai per i suoi "passaggi", ma lui non si fece vivo. Sabato, verso le 18, il telefono vibrò di nuovo. "Arrivo un po' tardi, troia. Ma non preoccuparti, vengo da te." Il mio cuore accelerò, un tamburo nel petto. Indossai una vestaglia di seta nera, corta, che lasciava intravedere le curve del mio corpo – seni pieni, fianchi larghi, la fica già umida al solo pensiero. L'appartamento profumava di incenso alla vaniglia, un odore dolce che mascherava la mia ansia. Alle 20, un bussare deciso alla porta. Era lui, al telefono: "Sto parcheggiando giù. Cinque minuti e sono da te." Aprii la porta, e il tempo si fermò. Lorenzo entrò come un uragano, le sue labbra sulle mie in un bacio vorace, la lingua che invadeva la mia bocca con il sapore di sigaro e caffè forte. In mano aveva una busta marrone, anonima, che mi porse con un ghigno. "Deponila. La apri dopo."
Lo portai in cucina, i miei passi incerti sul pavimento di piastrelle fredde. Preparai il caffè, le mani che tremavano mentre la moka gorgogliava, diffondendo quell'aroma amaro che mi riportava alle mattine napoletane. Lui si avvinghiò a me da dietro, il suo corpo premuto contro il mio, il cazzo già duro che mi sfregava tra le gambe attraverso la seta. Alzò la vestaglia con un gesto rude, infilando la mano negli slip, le dita che sfioravano la mia fica bagnata. "Sei già fradicia, puttana," mormorò all'orecchio, il suo alito caldo sul collo. Io gemetti, spingendomi contro di lui, il desiderio che mi pulsava nelle vene come lava. Il caffè uscì fumante; lui si sedette al tavolo, le gambe aperte, la cravatta allentata. "Troia, servilo solo a me. Tu devi aspettare che si raffreddi un po'." Non capii, ma obbedii, versandogli la tazza con mani tremanti. Mi inginocchiai accanto a lui, come una serva devota, mentre sorseggiava, i suoi occhi scuri che mi trafiggevano."
Di cosa volevi parlarmi, Lorenzo?" chiesi, la voce un sussurro, il cuore che batteva forte. Lui posò la tazza, mi afferrò per i capelli e mi tirò in piedi. "Abbiamo tempo, tutta la notte. Ma prima, apri quella busta." Le mie dita, ancora odorose di caffè, strapparono la carta. Dentro, un fascio di foto: io, in pose provocanti, scattate durante i nostri incontri. Ma non solo: immagini di me con altri clienti, rubate da qualche parte. Un brivido di paura mi gelò il sangue. "Che significa?" Lui rise, alzandosi, torreggiando su di me. "Significa che sei mia, Clarissa. Solo mia. Quegli altri? Li ho sistemati. Ora, basta chiacchiere. Spogliati."
Le sue parole mi colpirono come uno schiaffo, ma invece di rabbia, sentii un'onda di eccitazione oscura. Mi sfilai la vestaglia, restando nuda, la pelle che fremeva sotto il suo sguardo. I miei capezzoli si indurirono, rosa contro il bianco del mio seno, e la fica pulsava, umida, esposta all'aria calda della cucina. Lorenzo mi spinse contro il tavolo, il legno freddo contro la mia schiena. "Allarga le gambe, troia." Obbedii, e lui si slacciò i pantaloni, tirando fuori quel mostro: 23 cm di carne dura, venosa, la cappella viola scura che luccicava di pre-eiaculazione. L'odore – muschiato, maschio – mi invase le narici, facendomi girare la testa. Mi chinai, prendendolo in bocca senza esitazione. Il sapore salato mi riempì la lingua, mentre lo succhiavo avidamente, la gola che si contraeva intorno alla sua lunghezza. Lui gemette, afferrandomi la testa. "Brava, puttana napoletana. Succhia quel cazzo come se fosse l'ultimo."
Ma non era solo sesso; era un rituale. Mi alzò di peso, posandomi sul tavolo, le tazze che tintinnavano. Le sue mani ruvide mi aprirono le cosce, e sentii la sua lingua sulla fica, un assalto improvviso, bagnato, che mi fece inarcare. Il sapore di me stessa – dolce, salato – si mescolava al suo, mentre leccava il clitoride gonfio, i denti che graffiavano delicatamente le labbra. "Gocci come una fontana," ringhiò, infilando due dita dentro di me, curvandole per colpire quel punto che mi faceva vedere stelle. Io gridai, le unghie che graffiavano il legno, un orgasmo che mi squassò come un terremoto, il liquido che schizzava sulle sue dita. Colori esplosero nella mia mente: rossi furiosi, gialli accecanti, come fuochi d'artificio estivi.
Non si fermò. Mi girò, facendomi poggiare le mani sul tavolo, il culo esposto. "Ora ti sfondo, Clarissa." Il suo cazzo entrò in un colpo solo, riempiendomi fino in fondo, un dolore delizioso che si trasformò in piacere puro. Ogni spinta era un'onda: il suono bagnato della carne contro carne, l'odore di sudore e sesso che saturava la cucina, il sapore del suo bacio sul collo mentre mi scopava. Veniva profondo, la sborra calda che mi inondava, ma lui non smise; il suo cazzo rimase duro, pulsando dentro di me. "Sei la mia zecca, la mia troia privata," mormorò in napoletano, le parole che mi eccitavano più della penetrazione.
Ci spostammo in soggiorno, il pavimento fresco sotto i piedi nudi. Lui mi legò le mani con la cravatta, un gioco estremo che adorava: mi bendò gli occhi con la giacca, lasciando il mondo al buio, amplificando ogni sensazione. Non vedevo i colori, ma li sentivo: il nero profondo del buio, interrotto da lampi rossi del desiderio. Mi fece inginocchiare, e sentii qualcosa di freddo – un cubetto di ghiaccio dal freezer, rubato dalla cucina. Lo passò sui capezzoli, facendoli urlare di freddo, poi giù, sulla fica ancora gocciolante di sborra. Il contrasto – gelo e calore – mi fece gemere, il corpo che tremava. "Dimmi che lo vuoi, puttana." "Sì, Lorenzo, scopami con quel ghiaccio, poi con il tuo cazzo enorme." Lui rise, infilando il cubetto dentro di me, facendolo sciogliere mentre mi masturbava con le dita. L'acqua fredda colava sulle cosce, mescolandosi al mio umore, un sapore metallico che leccai dalle sue dita quando me le porse.Poi, l'inaspettato: aprì la busta di nuovo, e sentii un fruscio. "Ho un regalo per te, Clarissa." Mi tolse la benda, e nei suoi occhi c'era una malizia nuova. Estrasse un vibratore, non uno qualunque: nero, spesso, con protuberanze che promettevano tormenti. Ma non era solo quello; dietro, nella busta, c'era una lettera. "Leggila dopo. Ora, apri le gambe." Mi sdraiai sul divano, le cosce spalancate, la fica esposta come un fiore carnoso, rosa e bagnato. Inserì il vibratore piano, accendendolo al minimo: vibrazioni che mi attraversavano come correnti elettriche, un ronzio basso che echeggiava nella stanza. Lui guardava, il cazzo di nuovo duro in mano, masturbandosi lentamente. "Guarda come ti si contrae quella fica affamata." Io ansimavo, le emozioni che mi travolgevano: paura di quel nuovo giocattolo, desiderio di compiacere, amore distorto per quell'uomo che mi usava.
Ma Lorenzo non era prevedibile. Si fermò, spense il vibratore e mi slegò. "Andiamo in camera." La stanza da letto era illuminata da una lampada arancione, che tingeva tutto di un calore infernale. L'odore di lenzuola fresche, lavate con detersivo al limone, si mescolava al nostro sudore. Mi buttò sul letto, a pancia in giù, e sentii il suo peso su di me. "Stasera giochiamo al ruolo della padrona e della schiava." Ruoli invertiti: io dovevo comandare? No, lui rise. "Tu sei la schiava napoletana, io il tuo padrone ricco." Mi legò i polsi alla testiera con le lenzuola, un nodo stretto che mordicchiava la pelle. Poi, prese olio dal comodino – essenziale alla menta, fresco e piccante – e lo versò sul mio culo, massaggiandolo fino a far scivolare le dita nel buco stretto. "Rilassati, troia. Ti apro il culo stasera."
Il dolore fu inaspettato, un lampo che mi fece gridare, ma si trasformò in un piacere profondo, proibito. Il suo cazzo, lubrificato dall'olio, entrò piano, centimetro per centimetro, riempiendomi in un modo che la fica non poteva. L'odore della menta si mescolava al muschio del mio corpo, un sapore che leccai dalle sue dita quando me le ficcò in bocca. Ogni spinta era un'onda emotiva: umiliazione che si mutava in potere, paura di rompermi che diventava estasi. Lui veniva di nuovo, la sborra calda che colava dal mio culo, gocciolando sulle lenzuola bianche, macchiandole di bianco cremoso contro il rosso delle federe.
Ci sdraiammo, ansimanti, il suo corpo robusto contro il mio. "Ora parlami, Lorenzo. Che cos'è questa situazione indefinibile?" Lui accese una sigaretta, l'odore di tabacco che riempiva la stanza, il fumo che danzava in spirali grigie. "Ho lasciato mia moglie, Clarissa. Per te. Quelle foto? Prove per il divorzio. Ma non voglio solo scoparti; voglio che tu sia la mia, per sempre. Incontri, sì, ma solo se li scelgo io." Le parole mi colpirono come un'onda gelida in mezzo al calore. Paura: e se fosse una trappola? Desiderio: essere sua, davvero. Emozioni che mi fecero piangere, lacrime salate che lui leccò dalle mie guance.
Ma la notte non finì lì. Si alzò, nudo, il corpo illuminato dalla luna che filtrava dalla finestra, argento su muscoli tesi. "Giochiamo ancora." Mi portò in bagno, il pavimento di marmo freddo sotto i piedi. Aprì l'acqua della doccia, vapore che riempì l'aria di un odore umido, terroso. Sotto il getto caldo, mi insaponò, le mani che scivolavano sul mio corpo, insisto sulla fica, sul culo ancora sensibile. "Inginocchiati." Lo feci, l'acqua che mi bagnava i capelli, e presi il suo cazzo in bocca di nuovo, succhiando mentre lui mi teneva la testa. Il sapore di sapone e pre-eiaculazione, il suono dell'acqua che schizzava. Poi, mi alzò contro il muro piastrellato, blu notte, e mi scopò lì, le gambe avvolte intorno ai suoi fianchi, ogni affondo un'esplosione di sensazioni: il calore dell'acqua contro il freddo delle piastrelle, il suo grugnito nel mio orecchio.
Uscimmo, asciugandoci con teli ruvidi, l'odore di shampoo alla lavanda che ci avvolgeva. Tornati a letto, lui aprì la lettera dalla busta. "È un contratto, Clarissa. Diventi mia esclusiva. E c'è un regalo: un viaggio a Napoli, solo noi." Lessi, le parole che danzavano nere su bianco, e un'onda di emozioni mi sommerse: gioia, terrore, amore. "Sì," sussurrai, e lui mi ricompensò penetrandomi piano, un amplesso tenero stavolta, il cazzo che scivolava nella mia fica esausta ma affamata. Venimmo insieme, la sborra che mi riempiva di nuovo, il suo sapore che leccai dalle dita.
La notte si allungò in ore di esplorazioni: lui mi usò il vibratore mentre mi leccava il culo, un contrasto di vibrazioni e lingua calda che mi fece squirtare sul letto, un arcobaleno di liquidi che bagnava tutto. Poi, un gioco estremo: mi bendò e mi fece indovinare sapori – il suo sperma mescolato al caffè freddo, salato e amaro; il mio umore sulle sue dita, dolce come miele. Ogni sorpresa era un'onda: il cuore che accelerava, la pelle che bruciava, gli odori che si intrecciavano in un sinfonia – sudore, sesso, caffè, menta.
All'alba, esausti, ci addormentammo intrecciati, il suo cazzo molle contro la mia coscia. Ma nel sogno, sentii la sua voce: "Sei mia, troia." E io sorrisi, perché era vero. La vita con Lorenzo era un'eterna estate di desideri inaspettati, colori vividi, sapori intensi. E io non volevo altro.
#clarissa56
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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