tradimenti
Il Ritorno di Elena: Fuoco a Pistoia
Efabilandia
24.10.2025 |
16.616 |
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"Riempimi!" Ogni affondo la mandava in estasi, il suo succo che colava lungo le mie palle, l'odore di sesso crudo che saturava la stanza..."
Erano passati sette mesi da quel messaggio finale, da quel "Grazie per avermi fatta sentire viva" che mi aveva lasciato con un nodo in gola e il cazzo duro nei ricordi. La vita era andata avanti in un turbine di normalità opprimente: Sofia e io avevamo traslocato in un appartamento più grande a Bologna, con pareti beige e mobili IKEA che odoravano ancora di nuovo, e lei si era buttata nel lavoro come una forsennata – una trasferta di due settimane a Milano per un progetto di marketing che la teneva inchiodata a riunioni e hotel anonimi. Io, Matteo, a ventiquattro anni ormai, passavo le giornate tra codici informatici e birre con gli amici, ma dentro bruciavo. Mia suocera Elena era un fantasma: i suoi messaggi si erano interrotti di netto dopo la separazione da Antonio. Lui l'aveva lasciata, umiliata, accusandola di essere una puttana seriale – non sapeva del nostro segreto, grazie al cielo – e lei era crollata. Si era rifugiata dalla sorella a Perugia, in Umbria, lasciando Pistoia e la casa che puzzava di ricordi marci. Lì, tra colline verdi e aria frizzante di castagne arrosto, aveva provato a ricostruirsi: terapia, yoga, passeggiate solitarie che la facevano sentire meno vuota. Ma Antonio? Non ce l'aveva fatta. Tre mesi fa, un'overdose di sonniferi nel suo appartamento a Firenze, con una bottiglia di grappa vuota accanto. Suicidio, dicevano i giornali locali, un pettegolezzo che aveva sfiorato Sofia come una lama: "Papà era depresso, ma chi se lo sarebbe immaginato?" piangeva lei al telefono, e io la consolavo, stringendola contro il mio petto, mentre pensavo a Elena, sola con quel dolore che le scavava l'anima.Non la sentivo da allora. Niente foto rubate, niente "Mandami la tua fica", niente di quel gioco malato che ci legava. Mi mancava, cazzo, mi mancava il suo sapore – quel misto di lavanda e muschio maturo che mi invadeva le narici quando la scopavo. Mi masturbavo pensando a lei, al suo culo stretto che opponeva resistenza prima di aprirsi, ai suoi orgasmi che la scuotevano come terremoti. Ma ero perplesso, cauto: e se fosse cambiata? E se quel vuoto l'avesse resa fragile, spezzata? Sofia era via, sì, ma io ero suo marito, non un ricattatore da quattro soldi.
Poi, una sera di fine ottobre – il 2023, con le foglie rosse che tappezzavano le strade di Bologna e un freddo umido che ti si insinuava nelle ossa – arrivò il messaggio. Dal suo numero, che non cancellavo mai. "Matteo, sono tornata a Pistoia. Ho bisogno di parlarti. Sofia è via, vero? Vieni da me per qualche giorno. Ti prego." Il cuore mi saltò in gola, un misto di eccitazione e terrore. "Parlare?" risposi, fingendo distacco. "Di cosa, Elena? Sono passati mesi." Lei insistette, messaggi su messaggi: "Ho bisogno di te. Non come prima... o forse sì. Non ce la faccio da sola. Antonio è morto, e io... io mi sento morta anch'io." Le sue parole mi trafissero: solitudine, desiderio represso, quel fuoco che non si spegneva mai del tutto. Morivo dalla voglia, cazzo, il mio cazzo si indurì solo leggendo, ma mi feci desiderare. "Ci penso," scrissi. "Non so se è una buona idea." Lei supplicò: "Ti aspetto. La casa è vuota. Vieni, Matteo. Per me." Dopo due giorni di tormento – notti in cui sognavo il suo corpo, il suo odore – cedetti. "Ok. Arrivo venerdì."
Il viaggio in treno da Bologna a Pistoia fu un'agonia dolce: il paesaggio toscano che scorreva fuori dal finestrino, colline dorate dal sole al tramonto, l'aria che profumava di terra umida e vino fermentato quando aprii il bar di cioccolato della macchinetta. Arrivai che erano le sette di sera, il cielo viola scuro come un livido, le strade di Pistoia illuminate da lampioni arancioni che proiettavano ombre lunghe sulle facciate rinascimentali. La casa era quella di sempre: un villino a due piani con persiane verdi sbiadite e un giardino trascurato, dove l'erba alta odorava di umidità e foglie marce. Suonai il campanello, il cuore che mi martellava come un tamburo, le mani sudate nelle tasche del giubbotto di jeans.
Mia suocera aprì la porta piano, e il mondo si fermò. Aveva cinquanta anni, ma sembrava una dea decadente: i capelli biondi sciolti sulle spalle in onde morbide, illuminate dalla luce calda del corridoio, gli occhi verdi arrossati ma luminosi, come smeraldi bagnati. Indossava una vestaglia di seta nera, trasparente quel tanto da lasciar intravedere le curve generose – seni pieni che premevano contro il tessuto sottile, capezzoli rosa scuro che si indovinavano eretti, fianchi larghi che ondeggiavano sotto. Sotto, come scoprii dopo, autoreggenti nere con giarrettiera e un completo di pizzo nero che le fasciava la fica rasata e il culo rotondo. L'odore la precedeva: un misto di vaniglia calda dal bagnoschiuma, sudore leggero di anticipazione, e quel suo profumo intimo, maturo, che mi fece indurire all'istante. "Matteo," sussurrò, la voce un ronfo roco, carica di emozioni represse: solitudine, fame, un amore distorto che ci legava da quel primo ricatto. Mi gettò le braccia al collo, il corpo premuto contro il mio, i seni morbidi che schiacciavano il mio petto. "Grazie. Dio, quanto mi sei mancato."
La baciai lì, sulla soglia, un bacio famelico che sapeva di disperazione. Le sue labbra, morbide come petali di rosa bagnati, si aprirono subito, la lingua che saettava nella mia bocca con un sapore di menta e sale – aveva pianto, forse, o solo atteso troppo. Le mie mani scivolarono sotto la vestaglia, accarezzandole la schiena nuda, sentendo la seta delle calze autoreggenti che le arrivavano a metà coscia. "Elena... cazzo, sei... sei un sogno," mormorai contro la sua bocca, il cuore gonfio di un sentimento confuso: colpa verso Sofia, trionfo per averla di nuovo, tenerezza per la sua fragilità. Lei gemette piano, un suono che mi vibrò nelle ossa, e mi trascinò dentro, chiudendo la porta con un calcio. La casa odorava di chiuso e incenso – aveva acceso candele profumate, flame rosse e arancioni che danzavano sul tavolino del soggiorno, proiettando ombre sensuali sulle pareti ocra.
Ci spostammo in salotto, un nido di cuscini e tappeti persiani sbiaditi, l'aria calda dal camino acceso che crepitava piano, diffondendo un odore di legna bruciata e resina. Elena si sedette sul divano di velluto marrone, le gambe accavallate in modo provocante, la vestaglia che si apriva quel tanto da mostrare il bordo del pizzo nero. "Siediti qui," disse, picchiettando il posto accanto a lei, gli occhi che brillavano di una voglia feroce. "Ho pensato a te ogni notte, Matteo. Da quando Antonio... da quando se n'è andato. Ero ferma, bloccata. Ma ora... ora ho bisogno di sentire di nuovo." Le sue parole erano un'onda emotiva: vulnerabilità nuda, desiderio che ribolliva come magma. Mi sedetti, il mio cazzo già duro nei jeans, e lei posò un piede – calzato in una pantofola di raso nero, ma con le unghie laccate di rosso fuoco – sul mio ginocchio. "Giochiamo un po'," sussurrò, maliziosa, un sorriso che le incurvava le labbra piene. Era un giochino che amava, uno di quei rituali intimi che avevamo inventato nei mesi passati: i suoi piedi, morbidi e curati, come estensioni del suo corpo sensuale.
Lentamente, tolse la pantofola, rivelando il piede arcuato, la pelle pallida e vellutata, l'arco plantare che odorava lievemente di crema alla lavanda. Lo posò sulla mia coscia, sfregando piano contro il rigonfiamento nei jeans. "Ti piace, eh?" mormorò, la voce bassa e seducente, mentre le dita dei piedi – agili, calde – tracciavano cerchi sul tessuto. Io gemetti, afferrandole la caviglia, sentendo la seta dell'autoreggente che scivolava sotto le mie dita. "Cazzo, Elena... sì." Lei rise piano, un suono gutturale carico di potere femminile, e spinse il piede più su, premendo contro il mio cazzo duro. Il contatto era elettrico: la pianta morbida che massaggiava la cappella attraverso i jeans, un ritmo lento e ipnotico che mi faceva pulsare. "Senti come sei pronto per me," disse, gli occhi fissi nei miei, un misto di dominazione giocosa e sottomissione appresa. Le sue emozioni traboccavano: eccitazione pura, un sollievo catartico dopo mesi di astinenza. Spinse più forte, le dita che stringevano e rilasciavano, il pizzo della giarrettiera che sfregava contro la mia mano mentre le accarezzavo la coscia. Io slacciai la cintura, liberando il cazzo – venoso, rosso vivo, la cappella gonfia di pre-sborra che luccicava alla luce delle candele. Il suo piede lo avvolse, la pelle calda e liscia che lo accarezzava dal basso, sfregando la base con il tallone mentre le dita titillavano il glande. L'odore era inebriante: il mio maschio salato misto al suo profumo dolce, un cocktail che mi fece gemere forte. Lei venne per la prima volta lì, solo dal gioco – il corpo che si inarcò sul divano, un orgasmo silenzioso che le contrasse i muscoli del piede, stringendomi più forte, gli occhi chiusi in estasi, un rossore che le imporporò il collo e i seni.
"Non fermarti," ansimò, scendendo dal divano per inginocchiarsi tra le mie gambe, la vestaglia che scivolava dalle spalle, rivelando il pizzo nero che le copriva i capezzoli eretti. Le sue mani – unghie rosse curate – afferrarono il mio cazzo, accarezzandolo piano, il tocco esperto che mi fece sobbalzare. "Voglio assaggiarti," disse, la voce un sussurro roco, e aprì la bocca, le labbra rosse che si chiusero intorno alla cappella. Il calore umido mi avvolse come un guanto: la lingua che lambiva il frenulo, assaporando il pre-sborra salato e metallico, un gusto che la fece gemere di approvazione. "Mmm, sei così buono... così mio." Succhiò piano, la testa che ondeggiava, i capelli biondi che le cascavano sul viso come seta dorata. Io le afferrai i capelli, guidandola più a fondo, sentendo la gola contrarsi intorno al mio cazzo, i conati umidi che la facevano lacrimare. L'odore del suo respiro – menta e desiderio – misto al mio sudore, creava un'aura densa, primitiva. Lei accelerò, la bocca che slurpava avida, le mani che massaggiavano le palle pesanti. Venne di nuovo, il corpo scosso da un tremito mentre succhiava, un orgasmo che le fece stringere le labbra intorno a me, mandandomi ondate di piacere. "Cazzo, Elena... sei una dea," grugnii, spingendo i fianchi, scopandole la bocca come una fica.
La tirai su, famelico, e la spinsi sul divano, aprendo le sue gambe. La vestaglia volò via, rivelando il completo di pizzo: reggiseno che le alzava i seni enormi, mutandine minuscole che le incorniciavano la fica rasata, gonfia e già bagnata, le labbra rosa che luccicavano di umore. Le strappai le mutandine con un gesto, l'odore della sua eccitazione che mi travolse: muschio dolce, acido come un limone maturo, misto a vaniglia dal pizzo. Mi chinai, la lingua che sfiorava il clitoride gonfio, un bocciolo rosso e sensibile. "Oh Dio, sì... leccami," gemette lei, le mani nei miei capelli, il corpo che si inarcava. Leccai piano, assaporando il suo succo – dolce e salato, come nettare di pesca – la lingua che roteava intorno al clit, penetrando le labbra tumide. Lei venne all'istante, un orgasmo violento che le fece schizzare il fluido in bocca, il sapore esplosivo che mi fece gemere contro la sua carne. Continuai, succhiando il clit come un capezzolo, le dita che affondavano nella fica calda e vellutata, sentendo le pareti contrarsi in spasmi continui. "Matteo... non fermarti... sto venendo ancora!" urlò, il terzo orgasmo che la scosse, le cosce che mi stringevano la testa, l'odore del suo sudore che si mescolava al fuoco del camino.
Le succhiai le tette poi, slacciando il reggiseno con i denti, liberando i seni pesanti – venati di azzurro, capezzoli scuri come cioccolato amaro. Li leccai avido, la lingua che tracciava cerchi intorno alle areole larghe, assaporando la pelle salata e dolce. "Mordili," implorò, e obbedii, i denti che pizzicavano i capezzoli eretti, tirandoli piano mentre lei gemette, un altro orgasmo che le percorse il corpo, la fica che pulsava vuota contro la mia coscia. Il colore dei suoi seni – crema pallida con rosse macchie di passione – mi ipnotizzava, il sapore che mi riempiva la bocca come crema fresca.
Non ressi più. La girai a quattro zampe sul divano, il culo alto e invitante, le autoreggenti che le fasciavano le cosce come catene erotiche. La penetrai nella fica con un colpo secco, il mio cazzo che affondò nel calore bagnato, le pareti che mi strinsero come una morsa vellutata. "Cazzo, sei così stretta... così bagnata per me," grugnii, spingendo ritmico, il suono umido dei nostri corpi che schiaffeggiava l'aria. Lei urlò di piacere, orgasmi continui che la facevano tremare: "Sì, scopami... riempimi!" Ogni affondo la mandava in estasi, il suo succo che colava lungo le mie palle, l'odore di sesso crudo che saturava la stanza. Succhiandole le tette da dietro – una mano che le strizzava il seno sinistro, il capezzolo tra le dita – la sentii venire ancora, il corpo collassato in un'onda di piacere.
Poi, l'anale. Lubrificai con la sua saliva e il mio pre-sborra, premendo la cappella contro il suo ano stretto – quel buco che aveva dato solo due volte ad Antonio, e infinite a me. "Piano... fa male, ma... voglio," sussurrò, la voce rotta da emozioni contrastanti: paura, abbandono, amore malato. Spinsi piano, il bruciore che ci unì, il suo ano che cedette centimetro dopo centimetro, caldo e terroso, un odore intimo e proibito che mi fece impazzire. "Cazzo, Elena... il tuo culo è mio." La sodomizzai lento, poi più forte, le dita che stuzzicavano la clitoride mentre entravo e uscivo, il pizzo strappato che pendeva dalle sue cosce. Lei venne urlando, orgasmi multipli che le contraevano l'ano intorno al mio cazzo, stringendomi fino al limite.
Tornai nella fica per l'ultima volta, ribaltandola sulla schiena, le gambe spalancate sulle mie spalle. Spinsi profondo, il ritmo furioso, i nostri corpi sudati che scivolavano uno sull'altro. "Vengo... sborrami dentro," implorò, gli occhi nei miei, un gorgo di sentimenti: gratitudine, dipendenza, un legame che ci distruggeva e ci salvava. Esplosione: la sborra calda che la inondò, fiotti cremosi che riempirono la sua fica, colando fuori in rivoli bianchi contro le labbra gonfie. Lei urlò di piacere puro, un orgasmo finale che la fece arcuare come un arco, il corpo scosso da singhiozzi estatici: "Sì! La tua sborra... oh Dio, la sento... mi riempie tutta!" Il sapore – quando la leccai dopo, mescolato al suo umore – era divino: salato, dolce, il nostro amore proibito in bocca.
Rimanemmo lì, ansimanti, i corpi intrecciati sul divano, l'aria densa di odori – sesso, vaniglia, legna bruciata. "Resta con me questi giorni," sussurrò, accarezzandomi il viso, le emozioni che le velavano gli occhi: pace, dopo tanto dolore. "Ti voglio, Matteo. In questo modo folle." Io annuii, il cuore stretto, sapendo che era vero. Pistoia, con le sue notti fredde e i suoi segreti, ci attendeva per altri tre giorni di fuoco.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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