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Katiuscia la cameriera #5


di Membro VIP di Annunci69.it Efabilandia
07.09.2025    |    18.396    |    2 9.7
"Mi toccai, le dita che scivolavano sul clitoride devastato, un orgasmo silenzioso che mi fece tremare, la paura delle foto che mi consumava..."
Il sole di fine maggio si spegneva lentamente, lasciando il cielo striato di arancione, mentre la paura e il desiderio mi stringevano come una morsa. Ogni passo era un promemoria del plug da 6 cm che mi teneva aperta, il culo ormai una voragine che non opponeva più resistenza, un’umiliazione che mi eccitava. La villa era silenziosa, il profumo di rose rosse dal giardino che si mescolava alla cera al limone, un contrasto dolce e pungente che rispecchiava il caos dentro di me. Indossavo un body di lattice nero, aperto sulla fica e il culo, il materiale che scricchiolava a ogni movimento, sfregando contro i capezzoli sensibili, la gemma blu del plug che scintillava sotto la luce. La mia fica, gonfia dai calci di Katiuscia, gocciolava, il desiderio che tradiva la mia angoscia. Matteo mi aveva salutata con un bacio, il suo profumo di colonia agrumata che si mescolava al mio rossetto rosso, ignaro delle foto che Katiuscia poteva mostrargli, delle parole che gli aveva sussurrato giovedì.
Il venerdì, il cuore mi martellava mentre aspettavo Malik nella camera da letto padronale. Le lenzuola di seta grigia brillavano sotto la luce del tramonto, il profumo di lavanda che si mescolava all’odore muschiato del mio desiderio. Il plug da 6 cm, ormai parte di me, mi riempiva il culo, un senso di pienezza che mi faceva gemere a ogni passo. Indossavo il body di lattice, i tacchi alti neri che mi facevano vacillare, il lattice che aderiva alla mia pelle come una seconda prigione. Malik entrò, i jeans attillati che modellavano il suo cazzo nero e grosso, la camicia nera aperta sul petto muscoloso, l’odore di sudore e muschio che mi colpì come una droga. Notò il plug subito, la gemma blu che sporgeva dal mio culo, e rise, un suono profondo che mi fece tremare. “Sei una puttana, continua ad allargare il culo,” disse, la voce carica di disprezzo e desiderio.Mi spinse a novanta sul letto, le lenzuola fresche contro il mio ventre, il lattice che scricchiolava. Con un gesto rapido, tolse il plug, il mio buco che si apriva come una voragine, un vuoto che mi umiliava. Mi scopò nel culo senza preavviso, il suo cazzo che mi spalancava, ogni spinta un’esplosione di piacere e dolore, il suono umido della sua carne contro la mia che echeggiava nella stanza. “Ti piace, troia,” grugnì, e io gemetti, incapace di negarlo. Le sue mani mi afferrarono i fianchi, le unghie che scavavano nella pelle, e mi portò a un orgasmo anale, il mio corpo che tremava, la fica che gocciolava sul letto. Si ritrasse, solo per scoparmi di nuovo, più forte, la sua sborra calda che mi riempiva il culo, un secondo orgasmo che mi spezzava, le mie urla soffocate nelle lenzuola. Il mio buco, ormai una caverna, pulsava, la sborra che colava lungo le cosce, l’odore salato che si mescolava al lattice.“La prossima volta porto un amico per sfondarti,” disse, sghignazzando, mentre si rivestiva. Sbiancai, cercando di mantenere un contegno. “Non ti permettere, o non ti faccio entrare,” risposi, la voce tremante. “Signora, ti piace troppo il mio cazzo nero quando ti sfonda, aprirai,” ribatté, andandosene con un sorriso crudele. Rimasi sola, il culo devastato, la fica che gocciolava. Mi masturbai, le dita che scivolavano sul clitoride sensibile, immaginando Malik e il suo amico, la paura che si intrecciava all’eccitazione. L’orgasmo fu violento, un’esplosione che mi lasciò tremante, ma la paura del sabato, quando Katiuscia sarebbe tornata, mi tenne sveglia, il pensiero delle sue foto e delle sue minacce che mi consumava.
Sabato mattina, alle 10:00, Katiuscia entrò nella villa, il corsetto di pelle rossa che le stringeva la vita, la gonna di pelle nera corta che scricchiolava a ogni passo, gli stivaletti a punta che ticchettavano sul cotto. Il suo profumo muschiato, caldo e invadente, si mescolava all’odore di cera al limone, un contrasto che mi faceva tremare. Portava la borsa di pelle rossa, un presagio di punizione. “Signora, oggi sistemiamo la cantina?” chiese, la voce carica di scherno, un sorriso che mi trafiggeva. Prima che rispondessi, mi tastò il culo, spingendo il plug da 6 cm con un gesto deliberato, il dolore che mi fece gemere, la fica che si bagnava istantaneamente. “Sì, Padrona, dobbiamo sistemare lo scantinato,” dissi, la voce rotta, sapendo che non era una semplice pulizia.Seguimmo il corridoio verso la cantina, le scale di pietra che scendevano in un buio umido, l’odore di muffa e vino invecchiato che mi pizzicava il naso. La luce fioca di una lampadina nuda pendeva dal soffitto, creando ombre minacciose sulle pareti di pietra, le botti di rovere impilate che emanavano un sentore legnoso. Al centro, un tavolo di legno grezzo, macchiato e freddo, sembrava aspettare la mia punizione. Katiuscia mi ordinò di spogliarmi. Il vestito di pizzo nero trasparente che indossavo, come richiesto, cadde sul pavimento di cemento, un fruscio leggero che echeggiava. Rimasi nuda, il plug dorato con gemma blu che sporgeva dal mio culo, i capezzoli duri sotto la luce fredda, la fica gonfia che gocciolava. Katiuscia scattò foto con il cellulare, il flash che mi accecava, la vergogna che mi consumava. “Sorridi, stronza,” disse, e io obbedii, il viso arrossato, gli occhi lucidi di lacrime.Mi aprì le gambe, il freddo del pavimento che mi mordeva le caviglie. “Vediamo se hai imparato,” ringhiò, sferrandomi un calcio sulla fica, un’esplosione che mi fece sobbalzare, il clitoride che pulsava come se fosse stato schiacciato. Il dolore era familiare, quasi un conforto, e rimasi dritta. Ne scagliò un altro, poi un terzo, più forte, la punta dello stivaletto che colpiva con precisione, la mia fica che si gonfiava, livida, ma bagnata. “Che troia, ti ecciti con i calci,” disse, infilando due dita nella mia fica, trovandola fradicia, un suono umido che echeggiava. “Da ora me li chiedi.” Abbassai lo sguardo, spalancando le gambe. “Padrona, dammi un calcio sulla fica, per favore,” sussurrai. Uno schiaffo mi bruciò la guancia, poi mi sputò in bocca, il gusto acido che mi umiliava. “Stronza, devi dirlo meglio,” ringhiò. Ripetei, la voce tremante, e un calcio brutale mi colpì, la fica che esplodeva, il clitoride devastato ma pulsante di piacere, un gemito che mi sfuggì, tradendo il mio desiderio.Katiuscia mi legò al tavolo di legno, a pancia in su, le gambe spalancate, le corde di nylon che mordevano i polsi e le caviglie, il freddo del legno che mi faceva rabbrividire. Prese una corda doppia dalla borsa, il materiale ruvido che scintillava sotto la luce. La frustò sui miei capezzoli, ogni colpo un fuoco che mi faceva urlare, il dolore più acuto di qualsiasi calcio sulla fica. “Conta, troia,” ordinò. “Uno,” gemetti, le lacrime che mi rigavano il viso. “Due, tre…” Ogni colpo era un’esplosione, i capezzoli che bruciavano come se fossero stati marchiati, la corda che mordeva la pelle. Passò alla fica, i colpi più leggeri ma devastanti sulla carne gonfia, il clitoride che pulsava, un piacere perverso che si mescolava al dolore. Arrivai a venti, la voce rotta, il corpo tremante. Katiuscia scattò altre foto, i segni rossi evidenti sul mio seno e sulla fica, un trofeo della mia sottomissione.Toglie il plug da 6 cm con un gesto rapido, il mio buco che si apriva, un vuoto che mi umiliava. Mi fistò il culo, prima con tre dita, poi quattro, poi tutta la mano, il dolore che mi spezzava, un’esplosione che mi fece urlare. Il mio corpo si arrendeva, un orgasmo anale violento che mi travolse, il suono umido delle sue dita che echeggiava nella cantina. Non soddisfatta, mi fistò la fica, tre dita, poi quattro, poi tutta la mano, spingendo con forza, la mia carne che si spalancava, un altro orgasmo che mi fece squirtare, un getto caldo che bagnava il tavolo, l’odore muschiato che riempiva l’aria. Katiuscia sorrise, soddisfatta, slegandomi e facendomi sdraiare sul pavimento gelido di cemento, la mia pelle che rabbrividiva al contatto.Si tolse le mutandine, un slip di pizzo nero intriso del suo odore muschiato, e si sedette sul mio viso. “Lecchiami,” ordinò. La mia lingua scivolò sulla sua fica, il gusto salato e dolce che mi travolgeva, i suoi gemiti che si mescolavano al suono umido dei miei movimenti. Mi schiaffeggiò i seni, ogni colpo un fuoco che mi faceva gridare, i capezzoli devastati che pulsavano. Capii che smetteva solo quando leccavo il suo culo, l’odore forte e acre che mi disgustava ma mi eccitava. Infilai la lingua in profondità, quasi mangiandolo, il sapore amaro che mi riempiva, il piacere di evitare gli schiaffi che mi rendeva docile, una puttana che si arrendeva al suo controllo. Tornò alla fica, venendo in bocca, il suo squirt dolce-amaro che mi inondava, poi mi pisciò in bocca, l’odore acre che mi travolgeva, il gusto bruciante che mi umiliava. Ogni volta che non ingoiavo tutto, mi colpiva i seni con forza, il dolore che mi spezzava, le lacrime che si mescolavano al suo piscio.Mi ordinò di rialzarmi, piegandomi a novanta sul tavolo, il legno ruvido che mi graffiava il ventre. Dalla borsa tirò fuori un plug da 8 cm, un mostro nero con una base larga che scintillava sotto la luce. “No, Padrona, ti prego, rimettimi l’altro,” urlai, la voce rotta dal terrore. Katiuscia mi fistò di nuovo il culo, spalancandomi, poi applicò un grasso viscoso, l’odore pungente che mi pizzicava il naso. Puntò il plug, spingendo con forza. Il dolore fu insopportabile, il mio culo che si strappava, un urlo che echeggiò nella cantina, un suono animalesco che mi spezzava. Cercai di scostarmi, le mani che si aggrappavano al tavolo, ma Katiuscia mi bloccò, spingendo fino a sfondarmi. Un rivolo di sangue mi colò lungo la coscia, il mio buco una voragine permanente, un vuoto che non sarebbe mai tornato come prima. “Ora sei perfetta, lo senti come ti piace?” disse, la voce un coltello. Feci cenno di sì, le lacrime che mi rigavano il viso, la fica che gocciolava nonostante il dolore. “Tutti i giorni lo indosserai, prima il piccolo, poi questo, diventerai sfondata,” aggiunse, scattando un’altra foto al mio culo devastato, la gemma nera del plug che brillava come un trofeo. “Chissà se tuo marito apprezzerà le tue foto,” sogghignò. Piansi, supplicandola: “Padrona, ti prego, non mostrarle.” Lei non rispose, il suo silenzio una minaccia che mi marchiava.
Ci ricomponemmo, il mio corpo devastato, il plug da 8 cm che mi teneva aperta, un dolore sordo che mi faceva camminare con le cosce spalancate, un’andatura oscena che non potevo nascondere. La fica era gonfia, i capezzoli bruciavano, il culo una caverna che non sarebbe mai tornata normale. Dovevo indossare il plug sempre, per evitare perdite, un’umiliazione che mi segnava come proprietà di Katiuscia. Salite in casa, Katiuscia finì di pulire i bagni, il profumo di disinfettante che si mescolava al suo odore muschiato. Nel bagno padronale, davanti al nuovo specchio a parete intera, vidi il mio riflesso: i segni rossi delle frustate sui seni, la fica livida, il plug nero che sporgeva dal mio culo. Mi toccai, le dita che scivolavano sul clitoride devastato, un orgasmo silenzioso che mi fece tremare, la paura delle foto che mi consumava.Katiuscia salutò Matteo e Leonardo, tornati dal parco, con un sorriso innocente, la voce alta: “Signora, ci vediamo martedì.” Matteo mi guardò, notando la mia andatura strana, le cosce spalancate, il viso arrossato. “Tutto bene, amore?” chiese, il suo profumo di colonia che mi avvolgeva. “Sì, solo un po’ stanca,” mentii, la voce tremante, la paura che Katiuscia gli mostrasse le foto che mi stringeva la gola. La mia fica si bagnò, tradendo la mia angoscia, il plug che mi ricordava il mio posto. Sapevo che Katiuscia sarebbe tornata, e il pensiero mi terrorizzava, ma il desiderio di essere punita, di essere sfondata, era più forte di qualsiasi paura.



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