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La Devota #1


di Membro VIP di Annunci69.it Efabilandia
18.10.2025    |    29.990    |    2 9.8
"Obbedii, slacciai l'elastico con dita maldestre, e quel mostro saltò fuori come una bestia liberata: spesso come il mio polso, lunghissimo, con vene blu che pulsavano come fiumi infuriati sotto..."
Questa è la storia di Desirè, nata da confessioni dell'adolescenza, quando il mondo era un turbine di desideri proibiti e corpi misteriosi che mi chiamavano come sirene nel buio. Oggi, lei è Devota, un nome che evoca sottomissione e devozione assoluta, un'evoluzione di quel ragazzino timido e curioso. Ma tutto iniziò con sguardi rubati, tocchi fugaci e un'estate che cambiò tutto. La racconto in tre parti, come un sogno che si dispiega piano, tra il sussurro del desiderio e il rombo del piacere, arricchito dai colori vividi del tramonto che tingeva tutto di arancione e rosso, dai profumi di terra umida e sudore salato, dai sapori aspri e dolci del sesso che mi riempivano la bocca e l'anima.

La Curiosità del Ragazzino e il Segreto del Nonno

Ero un quindicenne magro e allampanato, con i capelli arruffati e gli occhi sempre fissi su dettagli che gli altri ignoravano. In casa, mio padre era il re del comfort domestico: dormiva nudo, ogni notte, con le lenzuola che scivolavano via come un invito involontario, rivelando la sua pelle olivastra illuminata dal bagliore giallastro della lampada da notte. Lo vedevo dalla fessura della porta della mia cameretta, il suo corpo robusto avvolto in un'aura calda e dorata. Il suo pisellone – lo chiamavo così nei miei pensieri, con un misto di timore reverenziale e fame vorace – giaceva lì, pesante e semi-eretto nei sogni del sonno, circondato da un nido di peli scuri e ricci, con vene bluastre che pulsavano piano come fiumi sotterranei. L'aria era densa del suo odore: un misto terroso di sapone economico e sudore maschile, che mi saliva nelle narici facendomi girare la testa, un profumo che mi faceva sentire piccolo, vulnerabile, eccitato fino al dolore.Una notte, non ce la feci più. Il cuore mi martellava come un tamburo sordo nel petto, un ritmo frenetico che echeggiava nel silenzio della casa, interrotto solo dal ticchettio distante di un orologio in cucina. Sgattaiolai nel corridoio, scalzo sul pavimento freddo di piastrelle bianche screpolate, l'aria fresca che mi accarezzava le gambe nude. Mi avvicinai al letto, l'odore che si intensificava, salato e muschiato, facendomi venire l'acquolina in bocca. Allungai una mano tremante, sfiorai quella carne calda, morbida ma con un potenziale che mi faceva fremere l'anima: un calore vivo, pulsante, che mi inviava scariche elettriche dal palmo alle dita dei piedi. Stringerlo era come afferrare un segreto proibito, spesso e vellutato, con un sapore di pelle salata che immagavo sulla lingua. Il mio corpo reagì all'istante: un'onda di calore mi invase il basso ventre, un misto di paura – "E se mi scopre? E se mi odia?" – e un'euforia peccaminosa che mi faceva sentire vivo, sporco, desiderato per la prima volta.Ma lui si mosse. Un gemito basso e gutturale, come un ringhio animalesco, gli occhi che si aprivano di scatto nel buio rossastro. Fui un fulmine: ritrassi la mano e corsi nella mia stanza, il cuore che mi scoppiava nel petto, le guance in fiamme rosse come il tramonto che filtrava dalla finestra. Chiusi la porta piano, trattenendo il fiato, il corpo tremante di adrenalina e vergogna dolce. Lui borbottò qualcosa nel buio – "Chi cazzo è lì?" – la voce rauca che mi fece rabbrividire di terrore e speranza. Non sospettò mai di me. Peggio: io ci speravo con tutta l'anima, sognando che mi inseguisse, che mi trovasse lì, con i pantaloni abbassati e il mio piccolo segreto in mano – eretto, umido, implorante – pronto a confessare il mio desiderio di essere la sua troietta, di inginocchiarmi e succhiare quel pisellone fino a sentire il suo sapore amaro e caldo colarmi in gola. Invece, solo il silenzio, interrotto dal mio respiro affannoso, e il mio desiderio che cresceva come una pianta affamata, radici che mi trafiggevano l'anima.L'estate arrivò come una liberazione e una condanna, con il sole che tingeva i campi di un verde smeraldo intenso, punteggiato di fiori gialli selvatici, e l'aria piena del profumo di erba tagliata e terra calda. I miei genitori mi spedivano dai nonni in campagna, un casolare polveroso tra i colline, dove il nonno regnava come un gigante primordiale. Ex minatore, era un omone con spalle larghe come porte da fienile e mani callose che potevano spezzare rocce, la pelle segnata da vene sporgenti e cicatrici bianche come gesso. Lavorava poco ormai, ma il suo corpo raccontava storie di fatica e potenza: petto villoso nero come carbone, pancia soda e pelosa, gambe come tronchi nodosi. E poi, le mutande. Sempre quelle, bianche candide o ingiallite dal sudore e dal tempo, tese su un paccone che sembrava sfidare la gravità, un rigonfiamento marrone scuro sotto il tessuto sottile. Un salsicciotto enorme, spesso e venoso come una radice antica, che si muoveva con ogni passo con un fruscio umido, e due palle esagerate, gonfie come meloni maturi, che dondolavano libere con un suono sordo, schioccante contro le cosce. L'odore era potente: un misto di sudore rancido, tabacco da pipa e terra umida dalla miniera, che aleggiava nel cortile come un incantesimo. Mi chiedevo, con un brivido nell'anima, come facesse la nonna – mingherlina, con le ossa fini come rami secchi e un sorriso gentile, la pelle pallida come latte – a reggere quella mole. Come poteva accoglierlo dentro di sé senza spezzarsi, sentendo quel mostro aprirla piano, centimetro dopo centimetro, fino a riempirla con un calore che bruciava?Nei pomeriggi afosi, mentre il canto delle cicale riempiva l'aria come una sinfonia ossessiva, alta e stridula, io lo spiavo dalla finestra della soffitta, il legno crepato che odorava di muffa e resina. Il sole filtrava in raggi dorati, tingendo il suo paccone di un alone arancione caldo. Una sera, il nonno se ne accorse. Ero lì, nascosto tra le ombre grigie della polvere, con il fiato corto e le mani sudate, il cuore che batteva un ritmo selvaggio nel petto. Lui alzò lo sguardo, un ghigno lento che gli increspò la barba grigia e ispida, gli occhi castani che scintillavano come carbone lucido. "Vieni qui, nipote," disse con quella voce rauca da miniera, profonda e rimbombante come un tuono lontano, accompagnata dal crepitio della pipa che accendeva, un aroma dolce e affumicato che si mescolava al suo sudore. Non era un ordine, ma non potei resistere: le gambe mi portarono giù per le scale scricchiolanti, il legno che gemeva sotto i piedi come un lamento complice.Mi sedetti accanto a lui sulla panchina di legno grezzo, ruvido contro la pelle, nel cortile avvolto dal crepuscolo viola e arancio. "Ti piace guardare, eh? Non sei il primo ragazzino curioso, ma il più affamato." Le sue dita, grosse come salsicce callose, sfiorarono il bordo delle mutande ingiallite, un gesto lento che mi fece accelerare il polso. L'odore si intensificò: salato, animalesco, con un sottofondo di urina vecchia che mi fece arrossire le guance. "Vuoi vedere da vicino? Tiralo fuori, dai. Non mordo... non ancora." Tremavo, un misto di terrore che mi stringeva lo stomaco – "E se la nonna lo scopre? E se mi rifiuta?" – e un'eccitazione che mi bagnava i pantaloni, un calore liquido che mi colava tra le gambe. Obbedii, slacciai l'elastico con dita maldestre, e quel mostro saltò fuori come una bestia liberata: spesso come il mio polso, lunghissimo, con vene blu che pulsavano come fiumi infuriati sotto la pelle marrone scura, la cappella viola e gonfia che stillava una perla chiara, luccicante al sole morente. L'odore era travolgente, un pugno di mascolinità cruda: sudore acido, pre-sborra dolce-amara, terra.Lui mi guidò la mano, piano ma fermo, la sua dominazione un peso gentile sulla mia volontà fragile. "Bravo, così. Senti come è calda? Come pulsa per te, piccolo?" La carne era bollente, viva, un calore che mi saliva dal palmo al cuore, facendomi sentire posseduto, non più un ragazzo ma una cosa devota. "Ora, assaggiala. Apri la bocca, come un cucciolo affamato che lecca la ciotola." Le sue mani sui miei capelli, ruvide e possessive, mi spinsero giù con una pressione che mi tolse il fiato, un suono di risucchio umido che echeggiò nel cortile silenzioso, interrotto solo dal frinire delle cicale e dal suo respiro pesante, rauco. La lingua sfiorò la cappella: salata, viscida, con un sapore metallico e dolce che mi esplose in bocca come un frutto proibito. Tossii all'inizio, gli occhi lacrimanti, ma lui rise piano, un suono profondo e vibrante come un basso tuba: "Rilassati, impara il ritmo. Su e giù, come una mela che mordi piano, succhia forte, fai sentire al nonno quanto lo vuoi."Fu il mio battesimo, un rituale che mi marchiò l'anima con vergogna e beatitudine. Ogni pomeriggio diventò abitudine: mentre la nonna sonnecchiava in casa, il suo russare leggero come un sottofondo musicale, io ero in ginocchio nel capanno buio, illuminato da un raggio di sole polveroso che tingeva tutto di oro sporco. L'odore di fieno secco e legno marcio si mescolava al suo sudore, un profumo che mi ubriacava. Il suo salsicciotto mi riempiva la gola, spingendo piano ma inesorabile, la dominazione nel modo in cui mi teneva la testa, guidandomi come un burattino: "Più profondo, troietta mia, ingoia fino alle palle." Le sue palle pesanti sbattevano contro il mio mento con schiocchi umidi, bagnati di saliva, un suono ritmico che si sincronizzava con i gemiti del nonno – bassi, gutturali, come grida da miniera. Io sentivo tutto: il sapore amaro che mi colava in gola, il bruciore alla mascella, il calore che mi invadeva il petto, facendomi sentire devoto, umiliato eppure in estasi, l'anima che si apriva come un fiore al sole. Venivo senza toccarmi, un fremito che mi scuoteva dal basso ventre, bagnando i pantaloni con il mio umore chiaro, mentre lui esplodeva: un fiotto caldo, denso, salato come il mare, che mi riempiva la bocca fino a traboccare, colandomi sul mento in rivoli bianchi contro la mia pelle arrossata.Finché un giorno, l'estate finì in un lampo. Mio padre arrivò in anticipo, per sorpresa, la macchina che scricchiolava sulla ghiaia con un suono stridente, come unghie su lavagna, rompendo la sinfonia delle cicale. Io ero lì, nel capanno, con la bocca piena del nonno, le sue mani che mi tenevano la testa mentre grugniva di piacere, il suo cazzo che pulsava contro la mia lingua, spingendo in profondità con una dominazione possessiva che mi faceva gemere intorno a lui. La porta si aprì con un cigolio arrugginito, un suono tagliente come una lama. "Papà? Che diavolo..." La voce di mio padre era un tuono spezzato, gli occhi spalancati sul caos: me, in ginocchio sul pavimento di terra battuta marrone, con le labbra gonfie e rosse, il suo seme che colava sul mento in fili appiccicosi, l'aria densa di odore di sesso e sudore.Il nonno non si scompose. Si tirò su le mutande piano, con un fruscio umido, come se niente fosse, e fissò il figlio con un sorriso sornione, i denti gialli che scintillavano nel buio. "Ma quando ti svegli, figliolo? Non lo vedi? Hai allevato una troietta in casa, e non te n'eri accorto." Mio padre barcollò, il viso paonazzo come un pomodoro maturo sotto il sole del tramonto, ma non se ne andò. Si bloccò lì, ipnotizzato dal mio culo inarcato, pallido e tremante, dalle tracce luccicanti sulla mia pelle sudata. L'odore di eccitazione maschile – suo e del nonno – riempiva lo spazio, un cocktail salato che mi faceva pulsare il cuore. "Siediti," disse il nonno, indicandogli una cassa di legno scheggiato con un gesto dominante. "Guarda come si trattano le troiette. Impara, o rischi di perderla per sempre." Papà obbedì, gli occhi vitrei e scuri di fame repressa, slacciandosi i pantaloni con mani tremanti. Il suo pisellone saltò fuori, eretto e venoso, lo stesso che avevo sfiorato notti prima, con un odore familiare che mi strinse lo stomaco di nostalgia e terrore. Iniziò a tirarsela piano, un suono schioccante e ritmico, la mano che scivolava sulla pelle arrossata, mentre osservava me con uno sguardo che bruciava.Io, arrossendo ma eccitato dal suo sguardo – un misto di shock, gelosia e desiderio che mi trafisse l'anima come una freccia – ripresi: la bocca sul nonno, succhiando come una brava nipotina deve fare, la lingua che vorticava intorno alla cappella gonfia, assaporando il pre-sborra dolce e appiccicoso. "Brava, Desirè," mormorò il nonno, accarezzandomi i capelli con una tenerezza dominante, le dita che stringevano come catene. "Falla vedere a papà come si fa. Succhia forte, fai sentire al nonno quanto sei devota, quanto ti piace il suo sapore." I gemiti del nonno riempirono il capanno – alti, animaleschi, un coro con i respiri affannosi di papà e il mio mugugno soffocato – mentre il sole al tramonto tingeva tutto di rosso sangue, e papà accelerava, il suo gemito finale un ruggito che echeggiò come musica proibita, schizzando sul pavimento in spruzzi bianchi e caldi.



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