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Gay & Bisex

Marco passivo #12


di Membro VIP di Annunci69.it Efabilandia
11.04.2026    |    5.747    |    3 8.8
"» Rimasi lì, tra le loro braccia calde, tangibili, sudate mentre gli altri andavano via dal capannone..."
Il mio corpo era ancora un groviglio di tremiti e di calore quando, tre sere dopo la notte al Silk Motel, il telefono vibrò sul comodino. Era Carlo. Il suo nome sullo schermo mi fece stringere il culo intorno al plug Lovense che Luca mi aveva lasciato dentro tutto il giorno, pesante, caldo, pronto a tradirmi al primo comando remoto. Aprii il messaggio con le dita che già tremavano.
«Puttanella, ho una sorpresa per te. Venerdì sera alle 22:30 esatte. Capannone industriale fuori Firenze, zona Prato. Indirizzo te lo mando alle 22:00. Porta solo felpa larga, slip neri e il plug dentro. Niente altro. Voglio vederti tremare. E non dire a nessuno… o forse sì. Decidi tu. Ti aspetto.»
Il cuore mi esplose nel petto. Paura pura, dolce, vischiosa, che mi saliva dallo stomaco fino alla gola. Carlo, l’uomo serio dell’autobus, il professore dal profumo di cedro e dal piede che mi aveva munto sui suoi mocassini, ora mi voleva in un posto sconosciuto. Da solo. O forse no. Il pensiero di Luca e Elio che mi accompagnavano mi fece bagnare all’istante. Presi il telefono e scrissi a Luca in videochiamata.
«Tesoro… Carlo mi ha invitato a una festa a sorpresa venerdì. Capannone fuori Firenze. Voglio che veniate anche tu ed Elio. Voglio che lo conosciate… e che mi vediate mentre mi usa.»
Luca rispose dopo trenta secondi, viso bello, occhi verdi accesi di quel mix di possesso e eccitazione che mi faceva sentire sua puttanella preferita.
«Cazzo, Marco… la mia puttanella sta crescendo. Va bene. Veniamo. Voglio vedere questo Carlo in azione. E voglio che sappia che il tuo culo ha già tre padroni.»
Elio mandò solo un audio roco, con la voce che rideva bassa: «Perfetto, troietta. Ci divertiamo.»
Venerdì arrivò come un’onda calda. Tutto il giorno il plug aveva vibrato a intermittenza per ordine di Luca: onde lente in riunione, pulse forti mentre guidavo, un terremoto breve al supermercato che mi aveva fatto venire silenziosamente nelle mutande, schizzi caldi e densi che mi colavano lungo l’interno coscia. Quando alle 21:45 Luca ed Elio passarono a prendermi, ero già un disastro: felpa grigia larga che nascondeva il cazzo duro, slip neri fradici, plug che mi teneva il buco sempre aperto e pulsante. L’odore dentro la macchina era subito maschio: profumo di Luca (menta e muschio), di Elio (sandalo fresco), e il mio, di sudore eccitato e pre-eiaculazione.
«Sei già bagnato, puttanella?» chiese Elio dal sedile posteriore, infilando una mano sotto la felpa e stringendomi il cazzo attraverso gli slip.
Gemetti, la testa contro il poggiatesta. «Sì… da tutto il giorno… il plug… le vibrazioni…»
Luca guidava con una mano sul volante e l’altra sul mio ginocchio, stringendo. «Bene. Stasera Carlo ti vedrà come sei veramente. E noi lo conosceremo.»
Il capannone apparve alle 22:28, in mezzo a campi bui e capannoni abbandonati. Luci rosse soffuse filtravano dalle finestre oscurate. Musica techno bassa, pulsante, vibrava nell’aria come un cuore gigante. Parcheggiammo. Carlo era già fuori, appoggiato a una vecchia Mercedes grigio metallizzato – la stessa dell’autobus. Camicia bianca aperta sul petto, pantaloni eleganti, quel sorriso obliquo da professore che nascondeva il lupo. Profumava di cedro speziato, tabacco leggero e qualcosa di più oscuro: eccitazione pura.
Quando ci vide scendere tutti e tre, inarcò un sopracciglio, ma il sorriso si allargò.
«Marco… hai portato rinforzi. Bene.»
Luca gli tese la mano per primo, sguardo diretto, palestrato e caldo. «Luca. Il suo Tesoro. E lui è Elio.»
Elio gli diede una pacca sulla spalla, già complice. «Carlo, eh? Ho sentito parlare di te… dell’autobus, del piscio, dei piedi. Mi piace il tuo stile.»
Carlo rise basso, una risata roca che mi fece contrarre il buco intorno al plug. «Piacere, ragazzi. Stasera lo condividiamo. Ma io ho organizzato tutto. Venite.»
Arrivammo in un capannone industriale abbandonato fuori Firenze, luci rosse soffuse, musica techno bassa e pulsante che vibrava nell’aria come un cuore impazzito. Dentro c’erano già una quindicina di uomini: dai venticinque ai settant’anni, tutti nudi o quasi, cazzi duri, sguardi famelici. L’odore era denso, animale: sudore, sborra vecchia, piscio, lubrificante, fumo di sigarette. Il pavimento era di cemento freddo, macchiato di chiazze umide.
Mi spinsero al centro della stanza, sotto un fascio di luce rossa. Mi tolsero la felpa. Rimasi completamente nudo, il plug nero lucido che spuntava dal culo, il cazzo duro che pulsava davanti a tutti. Luca mi legò i polsi a due catene che pendevano dal soffitto, mi sollevò le gambe e le agganciò a due staffe alte, lasciandomi sospeso, culo esposto, completamente aperto come una puttana da macello.
«Stasera ti mungiamo fino a farti piangere» sussurrò Carlo al mio orecchio, il suo fiato caldo che sapeva di whisky. Nel capannone vidi anche Giorgio che scoprii dopo essere da anni amico di Carlo.
Prima tolsero il plug con uno schiocco bagnato e osceno. Il mio buco rimase spalancato, rosso, pulsante. Giorgio fu il primo: si lubrificò fino al gomito e mi infilò tutta la mano, poi l’avambraccio, lentamente ma senza pietà. Urlai. Il bruciore era feroce, bellissimo, mi riempiva fino allo stomaco. Sentivo la sua mano girare dentro di me, aprire, possedere. Intanto Elio mi prese il cazzo in bocca e succhiava forte, mentre Luca e Carlo mi pisciavano addosso: getti caldi, potenti, uno sul petto, l’altro direttamente in bocca. Ingoiai, tossii, gemetti, il sapore salato e virile che mi colava sul mento.
Poi arrivò il mostro.
Un dildo meccanico enorme, nero, venoso, lungo 28 centimetri e spesso quasi 7 alla base. Lo fissarono su un supporto regolabile proprio sotto il mio culo aperto. Carlo accese la macchina a 80 pulsazioni. Il mostro entrò con un rumore viscido, spaccandomi in due. Ogni affondo colpiva la prostata gonfia come un martello. Il mio cazzo schizzava sborra a ogni spinta senza che nessuno lo toccasse: schizzi lunghi, potenti, che finivano sul pavimento di cemento.
Aumentarono.
150 pulsazioni. Urlavo senza controllo. Il culo bruciava, le pareti interne cedevano, la prostata era un fuoco liquido. Venivo in continuazione, orgasmi anali senza fine, il corpo che si scuoteva appeso alle catene, sudore che mi colava sugli occhi, sulle labbra. Gli uomini intorno si segavano guardando, qualcuno mi schizzava sborra calda sul petto, sulla faccia, dentro la bocca aperta.
Carlo si mise davanti a me, mi infilò il cazzo in gola fino alle palle e pisciò direttamente nello stomaco mentre il mostro mi sfondava. Ingoiai tutto, singhiozzando di piacere.
Poi fu il turno della gang.
Mi slegarono, mi misero a quattro zampe sul materasso sporco al centro della stanza. Uno dopo l’altro, tutti e quindici mi scoparono. Cazzi di tutte le misure, tutti i sapori: giovani e duri, maturi e spessi, alcuni che sapevano di culo, altri di preservativo. Mi riempivano il buco di sborra, uno dopo l’altro, senza pause. Sentivo il liquido caldo che colava fuori a ogni uscita, il rumore osceno di cazzo che entra in un buco già pieno di sborra altrui. Giorgio mi fistava mentre Luca mi scopava la bocca. Elio e Carlo mi tenevano le natiche aperte.
A un certo punto ero così dilatato che due cazzi mi entravano insieme senza sforzo. Il bruciore era insopportabile e paradisiaco. Venivo di nuovo, urlando intorno al cazzo di qualcuno, il corpo scosso da spasmi continui.
L’ultima ora fu pura mungitura estrema.
Mi rimisero sul supporto, il mostro dentro, a 280 pulsazioni. Mi legarono stretto. Non potevo muovermi. Solo tremare, piangere, venire. Sborra che usciva dal mio cazzo a fiotti continui, senza sosta, mentre il culo veniva devastato senza pietà. Luca mi accarezzava i capelli bagnati di sudore e sborra.
«Sei la nostra puttanella perfetta, Marco… guardati… stai godendo come non hai mai goduto.». Cominciò Giorgio a segarmi il cazzo e mi fece sborrare subito poi volle segarmi Elio, io avevo il cazzo indolenzito ed il culo sfondato. Continuavo a venire come una puttanella. Poi a turno anche altri vennero a mungermi.
Quando finalmente spensero la macchina, ero distrutto. Il culo era un cratere aperto, rosso, pulsante, che colava sborra di quindici uomini. Avevo le palle viola. Il mio corpo era coperto di schizzi, piscio, sudore. Tremavo, singhiozzavo, ma sorridevo. Felice. Vivo. Completamente loro.
Carlo rise piano, mi passò un dito tra le natiche, raccogliendo sborra e infilandomela in bocca. «La prossima volta la mungitura dura tutta la notte. Voglio che resti senza una gocci di sborra.»
Elio annuì, gli occhi brillanti. «Ci sto. E io voglio segarlo mentre il mostro pompa fino alla fine.»
Rimasi lì, tra le loro braccia calde, tangibili, sudate mentre gli altri andavano via dal capannone. Il profumo di tutti loro mi avvolgeva: cedro di Carlo, menta di Luca, sandalo di Elio, tabacco di Giorgio che si era avvicinato per darmi un bacio rude sulla bocca. Il mio culo pulsava vuoto ora, ma già desideroso del plug. Le palle mi pulsavano di un male delizioso, un ricordo costante di quante volte ero stato munto, svuotato, usato.
Tornammo a casa alle cinque del mattino. In macchina mi tennero in mezzo, nudo sotto la felpa, il plug rimesso dentro con un suono umido. Ogni buca della strada mi faceva gemere: il plug premeva sulla prostata sensibile, le palle doloranti sfregavano contro le cosce. Luca guidava con una mano sul mio cazzo flaccido, massaggiandolo piano. Elio mi leccava il collo.
«Domani rimetti il plug alle sette» sussurrò Luca. «E preparati. Carlo ha già detto che vuole una serata solo noi cinque… con le palle legate.»
Annuii, la voce rotta. «Sì, Tesoro… sono vostro. Il culo, il cazzo, le palle… tutto.»
Il dolore alle palle era lì, sordo, bellissimo, mentre salivo le scale di casa. Il corpo a pezzi, il sapore di sborra e piscio ancora in gola, il culo che colava ancora un po’ di quel lago bianco. Ma dentro di me c’era solo fame. Fame di essere di nuovo appeso, munto, sfondato, posseduto da cazzi veri, caldi, tangibili.
Ero la loro puttanella estrema. E la notte successiva sarebbe stata ancora più lunga, ancora più sporca, ancora più mia.


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