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Clarissa e l'agenzia


di Efabilandia
22.08.2025    |    4.869    |    1 9.7
"Olga mi pulì con delle tovagliette, il trucco ormai sciolto, il viso bagnato di squirt, piscio e sudore..."
Era la fine di ottobre, una notte umida e densa a Napoli.
Il cielo era un manto di nuvole nere, cariche di pioggia, che sembravano voler riversare i loro segreti sulla città. L’aria odorava di salsedine e asfalto bagnato, un profumo che si mescolava al fumo dei camini lontani. Verso le 23:00, il mio telefono squillò, un suono acuto che tagliò il silenzio come un coltello. Era Lucrezia, una sorellina di avventure passate, una bellezza dal fisico tonico e asciutto, con occhi color nocciola che promettevano guai e labbra che sapevano di peccato. Viveva a Milano da dieci anni, ma ci sentivamo spesso, legate da un filo di complicità che il tempo non aveva spezzato. Quella sera, però, la sua voce era tesa, vibrante di preoccupazione. Mi disse che sarebbe venuta a Napoli per i Santi Morti, per onorare i suoi defunti, ma non aveva un posto dove stare. I B&B erano pieni, e un parente l’aveva abbandonata all’ultimo minuto. Senza esitare, le offrii la mia casa. “Vieni da me, Lucrezia. Puoi restare tutto il tempo che vuoi.” La sua risposta fu un’esplosione di gratitudine, ma c’era una nota di malizia che mi fece fremere.
Quattro giorni dopo, era da me. Entrò nel mio appartamento come una tempesta, trascinando una valigia che sembrava pulsare di promesse. Il suo profumo, un misto di lavanda fresca e muschio caldo, invase l’aria, avvolgendomi come una carezza proibita. Non era venuta solo per dormire.
Aveva portato con sé il suo arsenale da troia: pizzo nero, latex lucido, tacchi che ticchettavano sul pavimento come un battito cardiaco. Quella sera, tirò fuori due vestaglie di pizzo nero, sottili come un sussurro, che scintillavano sotto la luce fioca della lampada. Ci preparammo per la notte, e il fruscio del pizzo contro la mia pelle era elettrico, un nero profondo che contrastava con il candore della mia carnagione. Il mio cazzo, già duro, premeva contro il tessuto, e ogni movimento era una scossa di desiderio. L’odore del pizzo, leggermente polveroso ma intriso del suo profumo, mi faceva girare la testa. Ci guardammo negli occhi, e senza dire una parola, ci baciammo. Le sue labbra sapevano di rossetto alla ciliegia e vino rosso, un gusto caldo, dolce e inebriante che mi fece gemere. I nostri baci erano famelici, un groviglio di lingue che si cercavano, e il suono dei nostri respiri pesanti, quasi animaleschi, riempiva la stanza, sovrastando il ticchettio dell’orologio a parete.
Ci gettammo sul letto, le molle che scricchiolavano sotto il nostro peso. Iniziammo un 69 che mi fece perdere il senso del tempo. Il suo cazzo era grosso, turgido, e il sapore era salato, con una nota amara che mi fece venire l’acquolina. Lo succhiavo con avidità, la cappella che pulsava contro la mia lingua, mentre lei faceva lo stesso con il mio. L’odore del suo corpo, un misto di sudore fresco e muschio, mi inebriava, e il suono dei nostri risucchi, bagnati e osceni, si mescolava ai nostri gemiti, un coro di desiderio che echeggiava tra le pareti. Poi, Lucrezia mi fece girare, mettendomi a pecorina. Spalmò del gel sul mio buco, e l’odore chimico, freddo e pungente, si mescolò al calore del suo profumo. Con un colpo deciso, mi inculò. Il dolore fu acuto, un fuoco che mi squarciava, ma si trasformò subito in piacere, un piacere profondo che mi fece gridare. Il suo cazzo mi riempiva, ogni spinta un’esplosione di sensazioni, il suono della sua pelle che sbatteva contro la mia, un ritmo crudo e animalesco.
Io feci lo stesso con lei, scopandola con una furia che non sapevo di avere, il mio cazzo che scivolava nel suo culo, l’odore di sudore e gel che ci avvolgeva. Facemmo sesso tutta la notte, i nostri corpi sudati che scivolavano l’uno sull’altro, il letto che gemeva sotto di noi. Quando venni, la mia sborra schizzò sul suo ventre, calda e densa, e quando la leccai, il sapore era salato, con una nota dolce che mi fece tremare, un gusto che mi si appiccicò alle labbra come un marchio.
La mattina dopo, mentre bevevamo un caffè amaro che profumava di chicchi tostati, le confessai che non ero ancora soddisfatta. “È stato bello, Lucrezia, ma voglio di più. Voglio essere Clarissa, la schiava, la troia. Voglio un padrone, una padrona che mi possieda.” Lei fece finta di non capire, ma i suoi occhi brillavano di una luce complice. Due giorni prima di partire, tornammo sull’argomento. Le svelai il mio desiderio di essere dominata, usata fino a spezzarmi. Non disse nulla, ma il giorno dopo, alle otto del mattino, mi chiamò. “Ho una sorpresa per te. Preparati, passo a prenderti. Andiamo a Ischitella.” La sua voce era un misto di mistero e promessa, e il mio cuore si mise a battere forte. “Cosa devo portare?” chiesi, la curiosità che mi divorava. “Niente,” rispose, con un sorriso che sentivo attraverso il telefono. “Non andiamo a fare sesso.”
Ero confusa, ma il suo tono mi eccitava. Feci una doccia veloce, il vapore che profumava di sapone alla mandorla, dolce e caldo, che mi avvolgeva come un abbraccio. Mi diedi una pulitina anale, il freddo del gel che mi pizzicava il buco, un promemoria del piacere che speravo di trovare. Quando il citofono suonò, il cuore mi balzò in gola. Scesi di corsa, trovando Lucrezia in macchina, il suo profumo di lavanda che mi colpì non appena entrai. “Non chiedermi niente,” disse, con un sorriso malizioso. “È una sorpresa.” Obbedii, il silenzio rotto solo dal rombo del motore e dal battito del mio cuore. Dopo mezz’ora, arrivammo a Ischitella, davanti a una villetta pittoresca, lussuosa, con un giardino che odorava di erba tagliata e rose autunnali, un profumo fresco e terroso che mi fece fremere. “Chi ci vive?” chiesi, rompendo il silenzio. Lucrezia sorrise. “Una coppia che conosco da anni. Ci ho giocato tante volte. Fidati.”
I cancelli si aprirono automaticamente, come se ci stessero aspettando, e scendemmo dalla macchina. Una donna travestita da cameriera, con un vestitino nero di pizzo e calze a rete, ci accolse. Il suo profumo di vaniglia era dolce, ma i suoi occhi avevano un’ombra di sottomissione che mi fece rabbrividire. Ci fece accomodare in un salotto elegante, con divani di velluto rosso che odoravano di cera per mobili e un accenno di incenso. Poco dopo, arrivarono Lady Meri e il Dottor Marcus.
Lei era robusta, con un seno enorme che spingeva contro un corsetto di pelle nera, il viso severo incorniciato da capelli biondi che brillavano come oro sotto la luce. Lui era brizzolato, alto, con un fisico tonico e un sorriso ironico che mi fece tremare. L’aria si riempì del loro profumo: cuoio pungente per lei, colonia speziata con note di cedro per lui. Olga, la cameriera, portò il caffè, il suo aroma amaro che si mescolava agli altri odori. Ma fece cadere qualche goccia sulla tovaglia bianca, macchiandola. Lady Meri esplose: “Troia, hai macchiato la tovaglia! Dopo ti punirò!” Il suo accento straniero, forse dell’Est, era duro, e capii che non stava recitando. Era una vera mistress, e il suo tono mi fece bagnare.
Marcus cercò di calmarla, ma lei lo zittì con un gesto. Finito il caffè, ordinò a Olga di accompagnare Lucrezia in un’altra stanza. Poi, con un tono che tagliava come una lama, disse a Olga di tornare per “chiudere i conti”. Olga tornò, e Lady Meri le ordinò di inginocchiarsi a pecorina davanti a me. Quando Olga si calò le culotte, vidi un culo sodo, pallido, e un plug gonfiabile che pendeva dal suo buco, il silicone nero che luccicava di lubrificante. Lady Meri afferrò la pompetta e iniziò a gonfiarlo. Olga si contorceva, i suoi gemiti acuti che riempivano la stanza, un suono di dolore e piacere che mi fece pulsare il cazzo. Marcus le tenne il culo aperto, le sue mani forti che scavavano nella carne. Il plug si gonfiò, enorme, e il lamento di Olga era un urlo soffocato, un suono che mi fece venire l’acquolina. Poi, Lady Meri lo sgonfiò. “La prossima volta lo tengo dentro per ore,” disse, poi si voltò verso di me, gli occhi che bruciavano. “E vale anche per te, troia. Comportati bene.” Ordinò a Olga di portarmi in bagno e prepararmi.
Nel bagno, l’odore di camomilla dei sali da bagno era fresco, quasi medicinale, e mi avvolse come una coperta. Olga mi fece spogliare e inginocchiare nella vasca, il freddo della porcellana contro le mie ginocchia. Prese una pompetta e, dopo avermi lubrificato il culo con vaselina, il cui odore chimico mi pizzicò il naso, mi fece un clistere. Sentivo la pancia gorgogliare, il liquido che mi riempiva, un senso di pressione che era insieme scomodo ed eccitante. Quando finalmente evacuai, il sollievo fu intenso, e l’odore acre si mescolò alla camomilla. Olga mi lavò, la sua spugna ruvida che scivolava sulla mia pelle, lasciando un sentore di sapone dolce. Mi fece indossare un sospensorio di latex bianco, così stretto che il mio cazzo si indurì subito, il latex che odorava di gomma nuova e mi stringeva come una morsa. “Rilassati,” disse Olga, notandolo. “O Lady Meri si arrabbierà.”
Poi mi mise un seno finto, una quarta abbondante che pesava sul mio petto, calze di latex bianche che frusciavano a ogni movimento, e un camice da ospedale che lasciava il culo scoperto, l’aria fresca che mi accarezzava la pelle. Mi truccò, con eyeliner nero che mi pizzicava le palpebre e rossetto rosso fuoco che sapeva di cera dolce. Mi fece calzare zoccoli bianchi, il loro clack sul pavimento che echeggiava come un avvertimento. Guardandomi allo specchio, ero una bambola, una troia pronta per essere usata, il trucco che odorava di cosmetici e vanità.
Olga mi portò in una stanza dove Marcus, in camice bianco, era seduto a una scrivania. L’odore di disinfettante e cuoio aleggiava nell’aria. Alla sua destra, una poltrona ginecologica nuova di zecca, il cuoio nero che scintillava sotto la luce. “Bene, Clarissa,” disse, con un tono che mi fece tremare. “Oggi avrai un padrone e una padrona.” Ordinò a Olga di scegliere tra la mia bocca e il mio culo. Marcus decise per lei: “Inginocchiati, Clarissa, e falla un pompino.” Presi il cazzetto di Olga in bocca, il sapore salato con una nota di sudore che mi riempì la lingua. Marcus si segava sotto la scrivania, il suono della sua mano che scivolava sul cazzo, un ritmo rapido e bagnato. Dopo pochi colpi, Olga esplose nella mia bocca, un getto caldo e amaro che ingoiai, il sapore che mi si appiccicò al palato. Marcus mi porse una tovaglietta di carta, l’odore della cellulosa che si mescolava al resto. “Pulisciti, troia,” disse, poi mi fece sdraiare sulla poltrona ginecologica. Mi legò le gambe ai braccioli con garze che odoravano di ospedale, e Olga fece lo stesso con le mani. Spalmò vaselina sul mio buco, il freddo che mi fece rabbrividire, poi infilò uno speculum anale, allargandolo fino a farmi sentire spaccata. Il dolore era acuto, ma il desiderio di un cazzo vero era più forte. Inserì bastoncini di gomma per stimolare la mia prostata, e io gemetti, il suono che si mescolava al ronzio della lampada sopra di noi.
Mentre Olga gli faceva un pompino, il suono bagnato della sua bocca che lavorava il cazzo di Marcus, lui mi tolse lo speculum e mi inculò. Il suo cazzo era duro, caldo, e ogni colpo mi sfondava, il dolore che si trasformava in piacere. Ma Lady Meri entrò, furiosa, il suo corsetto che scricchiolava. “Mi tradisci con questa puttana?” gridò, tirandolo via. Marcus mi sborrò sulle cosce, la sborra calda che colava, con un odore forte, salato, che mi fece venire l’acquolina. Lady Meri lo scacciò, promettendogli una punizione, poi si voltò verso di me, gli occhi che bruciavano. “Ora il tuo culo è mio.”
Lady Meri mi fissava, il suo corsetto di latex nero che luccicava come ossidiana sotto la luce fioca, il suo profumo di cuoio che si mescolava all’odore acre della sborra di Marcus, ancora appiccicosa sulle mie cosce, e alla vaselina che mi ungeva il buco. Il mio culo pulsava, dolorante ma bramoso, un vuoto che implorava di essere riempito. Ero Clarissa, la troia, e volevo essere posseduta, spezzata, consumata dal desiderio. Il suono del suo respiro pesante riempiva la stanza, un ritmo che si intrecciava con il battito del mio cuore e il crepitio della lampada sopra la poltrona ginecologica. Ordinò a Olga di prendere una borsa dalla sua stanza e svuotarla sulla scrivania. Il tavolo si riempì di giocattoli: fruste di pelle che odoravano di cuoio vecchio, plug di silicone nero, uno strap-on enorme che scintillava come un’arma. “Pulisci il macello di mio marito,” disse a Olga, che mi asciugò con una tovaglietta, il suo tocco gentile ma frettoloso, la carta che grattava contro la mia pelle e odorava di cellulosa sterile.
Lady Meri prese un plug gonfiabile nero, identico a quello che aveva usato su Olga, il silicone che luccicava di lubrificante. Mi unse il culo con vaselina, l’odore chimico che mi pizzicava le narici, e me lo infilò con un colpo deciso. Gridai, il dolore acuto come un coltello che mi squarciava, ma il mio cazzo si indurì ancora di più sotto il sospensorio, il latex che scricchiolava a ogni movimento. “Gonfialo,” ordinò a Olga, che iniziò a pompare. Il plug si espandeva dentro di me, allargandomi, spaccandomi, ogni pompata un’esplosione di dolore e piacere. Sentivo il mio culo sfondato, aperto al limite, il silicone che premeva contro le mie viscere. Olga, con il suo plug ancora dentro, gemette insieme a me, i nostri lamenti un coro di sottomissione che echeggiava nella stanza, un suono crudo, animalesco, che si mescolava al fruscio del latex e al respiro rauco di Lady Meri. “Basta!” gridammo all’unisono, il dolore che ci consumava. Lady Meri rise, un suono basso e crudele. “Siete le mie schiave ora,” disse, gli occhi che brillavano di soddisfazione.
Mi slacciò dalla poltrona, ma il plug rimase dentro, un peso costante che mi faceva sentire posseduta, marchiata. Ogni passo era una scossa, il silicone che sfregava dentro di me, un misto di bruciore e piacere che mi faceva tremare. “Scostagli il sospensorio,” ordinò a Olga. “Fagli un pompino.” Olga si inginocchiò, la sua bocca calda che mi avvolse, il sapore del latex che si mescolava al mio, un gusto salato e caldo che mi fece gemere. Il suono dei suoi risucchi era osceno, un ritmo bagnato che si intrecciava con il mio respiro affannoso. Lady Meri indossò uno strap-on enorme, nero e lucido, che odorava di silicone nuovo. Senza preavviso, me lo infilò nel culo, sopra il plug. Il dolore fu insopportabile, un fuoco che mi squarciava dall’interno, ma era il dolore che desideravo, che mi completava. Ogni spinta mi sfondava, il suono del latex che sbatteva contro la mia pelle, un ritmo selvaggio che si mescolava ai miei gemiti e ai risucchi di Olga. Il plug e lo strap-on mi riempivano, mi spaccavano, e il piacere era così intenso che esplosi in un orgasmo anale, il mio corpo che tremava, la sborra che schizzava nella bocca di Olga. Non riuscì a trattenerla tutta, e il sapore della mia sborra, quando mi leccai le labbra, era salato, caldo, con una nota dolce che mi fece girare la testa, un gusto che si mescolava all’odore di sudore e latex che impregnava la stanza.
Lady Meri non si fermò. Mi fece stendere a terra, il pavimento freddo contro la mia schiena, il plug che pulsava dentro di me. Si tolse lo strap-on e le mutande, rivelando una figa slabbrata, enorme, che odorava di sudore e desiderio, un profumo intenso che mi fece venire l’acquolina. Si sedette sulla mia faccia, il suo peso che mi schiacciava, e iniziò a sditalinarsi con furia. “Bevi, troia,” ordinò, e quando squirto, un fiotto caldo e salato mi inondò la bocca e il viso. C’era anche un accenno di piscio, un sapore agro e amaro che si mescolava al resto, un cocktail che mi fece perdere il controllo. Il liquido mi colava sul mento, sciogliendo il trucco, e l’odore, un misto di squirt, piscio e sudore, era così intenso che mi travolse. Venni di nuovo, un altro orgasmo anale, il mio culo che si contraeva attorno al plug, la sborra che schizzava sul mio ventre, sul latex, ovunque. Il suono dei suoi gemiti, dei miei lamenti, del liquido che colava, era un caos di piacere, un coro osceno che riempiva la stanza.
Poi, Lady Meri si alzò, il suo viso soddisfatto ma ancora affamato. Frugò nella borsa e tirò fuori un plug anale da 6 cm, con una gemma rossa che brillava come un rubino sotto la luce. “Un regalo per te, Clarissa,” disse, con un sorriso crudele. “Lo porterai tutto il giorno, e lo toglierai solo stasera. Voglio che tu senta me, sempre.” Spalmò altro gel sul mio buco, l’odore chimico che si mescolava al calore della stanza. Tolse il plug gonfiabile, e il vuoto improvviso mi fece gemere, ma subito infilò il nuovo plug. Il metallo freddo e la gemma liscia mi aprirono di nuovo, un dolore acuto che si trasformò in piacere. Ogni movimento era una scossa, il plug che premeva dentro di me, un promemoria costante del suo dominio. “Brava, troia,” disse, accarezzandomi il viso, il suo tocco caldo contro la mia pelle sudata.
Olga mi pulì con delle tovagliette, il trucco ormai sciolto, il viso bagnato di squirt, piscio e sudore. L’odore della stanza era un miscuglio di sborra, latex, cuoio e camomilla, un caos che mi inebriava. Lady Meri, soddisfatta, ci congedò. Nel bagno, io e Olga ci baciammo, le nostre labbra che sapevano di sborra, piscio e rossetto, un gusto amaro e dolce che ci univa. Ci promettemmo di rivederci da sole, il nostro respiro che si mescolava al vapore del bagno. Ricomposte, tornammo nel salotto, dove trovammo Marcus e Lady Meri. Lucrezia era con il suo ex, Lorenzo, che l’aveva scopata in un’altra stanza, il suo profumo di lavanda ancora nell’aria.
Marcus mi porse 50 euro, e io mi infuriai. “Non sono una puttana a pagamento!” gridai, l’odore della sua colonia che mi pizzicava il naso. Ma Lorenzo spiegò che era stato tutto organizzato per me, che Lucrezia aveva finto per portarmi lì. Delusa, chiesi a Lucrezia di accompagnarmi a casa. Prese le sue cose e se ne andò con Lorenzo, il plug che pulsava dentro di me a ogni passo, un dolore che era anche piacere, un ricordo di Lady Meri.
Due mesi dopo, Lorenzo si presentò a casa mia. La coppia era soddisfatta di me, e mi offrirono di entrare nella loro agenzia di accompagnatrici. Esitai, ma poi accettai. Da allora, ho avuto oltre trenta incontri. Ricordo con emozione quello con le due vecchie lesbiche che mi fecero inculare il loro autista, del vecchio depravato e tante altre che vi racconterò. Clarissa, la troia di Napoli, era tornata, e ogni volta che il mio culo veniva sfondato, ogni volta che la sborra mi colava sulle labbra, il suo sapore salato e caldo che mi marchiava, sentivo di essere viva. Il plug con la gemma rossa, che portavo ancora, era un sigillo del mio desiderio, un fuoco che non si spegne mai.

#clarissa56
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