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Elias: Il contratto di un mese #3


di Membro VIP di Annunci69.it Efabilandia
17.02.2026    |    35.735    |    1 9.3
"Poi posizionò dietro di me un macchinario: un supporto meccanico con motore, alto quanto bastava per allinearsi al mio culo esposto..."
Il Giorno 25
Il giorno 25 arrivai alla villetta con le mani che tremavano mentre infilavo la chiave nella serratura. Il clic della porta che si apriva mi sembrò un tuono nel silenzio della mia mente, un suono che riecheggiava il mio terrore profondo, misto a un desiderio malato che mi consumava da dentro. Non era più solo routine; quella sera sarei rimasto a dormire da lei, e le parole di Barbara della notte precedente – “Ti educo per bene” – mi avevano tenuto sveglio fino all’alba. Ogni minuto di quella nottata insonne era stato un turbine di immagini: il suo piede in bocca, il sapore acre della sua piscia che ancora sentivo in gola, i calci sulle palle che mi avevano lasciato un dolore sordo, pulsante, come un ricordo impresso nella carne. Paura. Una paura viscerale che mi stringeva lo stomaco, facendomi dubitare se fossi pronto per ciò che stava per accadere. E se avessi detto “rosso”, la parola di sicurezza? Ma no, non potevo. Il contratto, con la sua clausola crudele sulle foto a volto scoperto su A69, mi legava più di qualsiasi corda. E poi, sotto quella paura, c’era l’eccitazione: un calore traditore che mi saliva dal basso, facendomi indurire solo al pensiero di essere umiliato ancora, spezzato, posseduto. Entrai, il cuore che batteva forte, l’aria della casa che mi avvolse come una promessa di sofferenza.
Mi spogliai nell’ingresso, come sempre, piegando i vestiti con mani tremanti, ogni piega un tentativo disperato di mantenere un briciolo di controllo. Il collare – “Proprietà di Barbara” inciso in lettere dorate – lo infilai al collo, sentendo il cuoio freddo contro la pelle calda del collo, un simbolo che mi faceva sentire già nudo dentro, esposto, vulnerabile. Rimasi in piedi al centro del salotto, nudo, le braccia lungo i fianchi, in attesa. Lei era già lì. Non era uscita per lavoro, come spesso accadeva: mi aspettava seduta sul divano, le gambe accavallate con eleganza predatoria. Indossava una gonna nera aderente che le fasciava i fianchi maturi, una camicetta semi-trasparente che lasciava intravedere il pizzo nero del reggiseno, e i tacchi alti che ticchettavano piano sul parquet mentre si alzava. Il suo profumo mi raggiunse prima di lei: un misto di vaniglia e muschio, sofisticato ma con una nota animale che mi fece girare la testa. I suoi occhi castani mi trapassarono, e in quel momento sentii l’umiliazione montare: ero lì, nudo come un animale, mentre lei era vestita di potere.
“Al centro. Gambe aperte. Mani dietro la schiena.”
La sua voce era bassa, autoritaria, senza spazio per esitazioni. Obbedii immediatamente, divaricando le gambe quanto bastava per esporre tutto: il cazzo già semi-eretto dal terrore e dall’attesa, le palle pesanti, la pelle d’oca che mi copriva il corpo. L’ispezione del corpo iniziò lenta, deliberata, come un rituale che conoscevo bene ma che ogni volta mi spezzava un po’ di più. Si avvicinò, il suo profumo che mi avvolgeva come una nebbia, e le sue dita fredde – unghie laccate di rosso scuro – sfiorarono prima il petto. Sentii ogni tocco come una scarica elettrica: la pressione leggera sui capezzoli, che si indurirono all’istante, un misto di piacere e paura che mi fece trattenere il fiato. Scese sugli addominali, tracciando linee invisibili sulla pelle tesa, e io lottavo per non tremare, per non mostrare quanto fossi già eccitato. Poi arrivò alle palle: le strinse con una pressione calcolata, non troppo forte da farmi urlare, ma abbastanza da inviare un dolore sordo su per la spina dorsale, un promemoria che ero suo da manipolare. Il mio cazzo tradì tutto, indurendosi completamente sotto i suoi occhi. “Sempre eccitato, Elias. Sempre incapace di controllarti.” Il suo rimprovero fu come una frusta verbale, e l’umiliazione mi colpì al petto: mi sentii patetico, un ragazzo di 25 anni ridotto a un giocattolo difettoso, incapace di resistere al suo potere.
Prese una corda sottile dal tavolino accanto, nera e liscia, e con movimenti esperti legò le palle alla base. Il nodo era stretto, la corda che mordva la pelle sensibile, tirando tutto verso il basso in un dolore costante, pulsante, che mi fece gemere piano. Ogni respiro amplificava la sensazione: un bruciore caldo che si irradiava alle cosce, un promemoria costante della mia vulnerabilità. Agganciò il guinzaglio al collare – un clic metallico che riecheggiò nella stanza – e tirò bruscamente. “Andiamo. Pulizie. Muoviti.”
Caddi carponi, il guinzaglio che mi strattonava il collo, e iniziai a strisciare dietro di lei per la casa. Il pavimento freddo contro le ginocchia e le mani era un’umiliazione familiare, ma quel giorno sembrava più pesante, più degradante. Ogni tiro al guinzaglio inviava una scossa alle palle legate, un dolore acuto che si mescolava a un piacere distorto. Il mio cazzo oscillava duro sotto di me, sfregando contro l’aria, e l’odore del pavimento – detersivo misto a polvere – mi ricordava quanto fossi basso, letteralmente. Lei camminava piano, i tacchi che ticchettavano, e io la seguivo in cucina, in bagno, nel salotto, raccogliendo stracci, spolverando mobili bassi, il corpo che si contorceva in posizioni umilianti. A un certo punto si fermò di colpo in cucina, si girò verso di me. Con un gesto fluido lasciò cadere la gonna ai piedi, rivelando slip di pizzo nero trasparenti che coprivano a malapena il suo sesso rasato. L’odore della sua eccitazione – muschiato, umido – mi investì come un’onda, facendomi indurire ancora di più. Il cazzo pulsava, gonfio, pronto a scoppiare, e la paura mi strinse: sapevo che non dovevo eccitarmi, ma come potevo resistere?
“Non si deve più eccitare, Elias. Te l’ho detto ieri. È una mancanza di rispetto.”
Le sue parole furono un coltello nell’umiliazione. Provai a controllarmi disperatamente. Con la mano libera – l’altra sul pavimento – cercai di premere il cazzo verso il basso, di schiacciarlo contro la coscia interna, di soffocare l’erezione con la forza. La pelle calda e gonfia resisteva, pulsando contro il palmo, e il dolore della pressione auto-inflitta si mescolava al bruciore delle palle legate. Inutile. Più lei mi guardava con quel disprezzo calmo, più il sangue affluiva lì, facendomi sentire un fallito assoluto, un sottomesso incapace di obbedire all’ordine più semplice.
Barbara sospirò, come se fossi un bambino testardo che la deludeva per l’ennesima volta. Poi, senza preavviso, strinse il pugno destro – le unghie che si conficcavano nel palmo – e lo affondò dritto sulle palle legate. Il dolore fu immediato, lancinante, un’esplosione bianca che mi accecò per un secondo. Sentii le palle schiacciarsi contro l’anello della corda, un bruciore profondo che si irradiò all’addome, alla schiena, facendomi piegare in avanti come se mi avessero colpito con un martello. Urlai, un suono roco e spezzato, ma lei tirò il guinzaglio per tenermi in posizione, il collo che si tendeva dolorosamente. Subito dopo arrivò il secondo colpo: un pugno secco sulla base del cazzo, che lo fece rimbalzare violentemente contro lo stomaco. Il dolore fu diverso – acuto, elettrico, come se la carne sensibile fosse stata trafitta da aghi – e l’eccitazione scemò in pochi secondi, sostituita da una nausea che mi saliva in gola, lacrime che mi rigavano il viso caldo di vergogna. Mi accasciai sulle ginocchia, ansimando, il mondo che girava intorno a me, l’umiliazione che mi consumava: ero lì, carponi, picchiato come un cane disobbediente, e una parte di me lo meritava.
“Bravo. Così va meglio.”
Si allontanò per qualche minuto, lasciandomi lì a terra, il corpo che tremava, le palle che pulsavano in un dolore sordo, costante, come se fossero state schiacciate in una morsa. Quando tornò, aveva in mano una gabbietta di metallo lucido, piccola, piatta, con un anello doppio alla base e un lucchetto minuscolo che scintillava sotto la luce. La tenne davanti ai miei occhi, girandola piano, e io sentii la paura stringermi il petto: era minuscola, progettata per schiacciare, per negare.
“Non volevo arrivare a questo, Elias. Ma mi hai costretta.”
Mi slegò le palle con dita esperte, il sollievo momentaneo che si trasformò in terrore quando infilò l’anello doppio intorno alla base del cazzo e delle palle. Lo strinse, il metallo freddo che mordeva la pelle sensibile, un dolore nuovo, compressivo, che mi fece gemere. Poi prese il mio sesso ormai flaccido per il dolore – le sue dita calde, quasi gentili, in contrasto con la crudeltà dell’atto – lo piegò con freddezza clinica e lo infilò nella gabbia stretta. Il metallo lo costrinse a rientrare completamente, schiacciandolo in una forma innaturale, piatta, umiliante. Sentii ogni millimetro: la pressione interna che spingeva la carne morbida contro le sbarre, il glande che si ritraeva come se volesse nascondersi, il bruciore dove il metallo sfregava. Poi il clic del lucchetto: definitivo, irrevocabile. Il mio cazzo era sparito, ridotto a un rigonfiamento piatto, imprigionato.
Dentro di me pensai: “Almeno ora non mi eccito più”. Un’illusione. La gabbia era stretta, ogni pulsazione futura sarebbe stata una tortura, ma in quel momento mi diede un falso senso di controllo.
“Questo sarà molto utile per tutta la notte,” disse lei con un sorriso tranquillo, gli occhi che brillavano di soddisfazione sadica.
Poi prese due pinze metalliche, lucide e crudeli, e le applicò ai capezzoli. Le strinse forte, il metallo che mordeva la carne sensibile, un dolore acuto, bruciante, che mi fece inarcare la schiena e urlare piano. Ogni respiro amplificava il morso: un pizzicore costante che si irradiava al petto, facendomi sentire esposto, violato. “Finisci le pulizie. Ora.”
Obbedii, carponi, per un’ora intera. Le pinze tiravano a ogni movimento, ogni striscio dello straccio sul pavimento inviava scosse di dolore ai capezzoli, che si gonfiavano rossi e sensibili. La gabbia pendeva tra le gambe, pesante, un promemoria costante della mia castrazione temporanea. Il mio cazzo tentava di reagire a ogni ordine di lei – “Più forte, Elias. Più in basso” mentre si faceva leccare le scarpe – ma la gabbia lo schiacciava senza pietà, trasformando ogni pulsazione in una fitta sorda, interna, frustrante. L’umiliazione era totale: ero un servo nudo, pinzato, ingabbiato, che puliva per lei, il sudore che mi colava sulla schiena, l’odore di detersivo che si mescolava al mio stesso odore di paura e desiderio represso.
Alla fine mi trascinò in camera da letto, il guinzaglio che tirava il collare, il collo che bruciava. Mi legò nudo ai piedi del letto, polsi e caviglie fissati alle gambe di legno con corde morbide ma inesorabili, steso a pancia in su su una stuoia sottile, completamente esposto. Il metallo della gabbia freddo contro la coscia, le pinze che continuavano a mordere, il corpo teso in attesa. “Aspetta buono. Ho delle commissioni da fare.”
Uscì, la porta che si chiudeva con un clic definitivo. Il silenzio della casa mi avvolse, opprimente. Passarono minuti, poi ore. Il dolore alle palle e ai capezzoli si affievolì in un bruciore costante, la gabbia un peso morto tra le gambe. La paura crebbe: cosa avrebbe fatto al ritorno? Immaginai scenari orribili – frustate, aghi, qualcosa di peggio – e il mio corpo tradì, tentando di eccitarsi nella gabbia, solo per essere fermato da fitte dolorose. L’umiliazione di essere legato lì, come un oggetto dimenticato, mi fece piangere piano. Alla fine, esausto, mi addormentai, il corpo che cedeva alla stanchezza.
Quando tornò, sentii prima la porta d’ingresso, poi i suoi passi lenti, deliberati, che si avvicinavano. Aprii gli occhi, il cuore che accelerava di nuovo. Aveva in mano un vibratore nero enorme, spesso almeno 5 cm, lungo quasi 20, con vene realistiche e una base larga per il fissaggio, più un telecomando che scintillava. Il suo profumo mi raggiunse: vaniglia mista a sudore, eccitante e minaccioso.
“È ora che lo prendi nel culo, Elias. E che cominci ad avere orgasmi prostatici.”
Le parole mi gelarono. Mi girò a pancia sotto con forza, il corpo che protestava per i legami, e mi legò sulla panca ai piedi del letto: una struttura di legno imbottita con velluto nero, il culo esposto in alto, le gambe divaricate e bloccate con cinghie di cuoio che mordevano le caviglie, i polsi fissati ai lati. Ero immobilizzato, il viso premuto contro il velluto che odorava di lavanda e polvere, il culo in aria, vulnerabile come mai prima. Prese una crema lubrificante da un cassetto – odore chimico, freddo – e me la spalmò con dita esperte, infilandone prima una, poi due, dentro l’ano. Il bruciore dell’intrusione fu immediato: un dolore intimo, invasivo, che mi fece contrarre i muscoli. Ero quasi vergine lì – solo qualche dito suo nei giorni precedenti – e la sensazione di essere aperto, esplorato, mi riempì di umiliazione profonda: ero un ragazzo etero, o almeno lo ero stato, e ora stavo per essere sverginato da un oggetto, da lei.
Il mostro premette contro l’ano. Spinse lentamente, ma con fermezza. Il dolore fu immediato, lacerante, come se il mio corpo venisse squarciato da dentro. Urlai, un suono roco che riecheggiò nella stanza, le lacrime che mi bagnavano il viso. La testa del vibratore era enorme, la pressione insopportabile, i muscoli che resistevano ma cedevano millimetro dopo millimetro. Sentii ogni vena artificiale sfregare contro le pareti interne, un bruciore fuoco che si irradiava alla prostata, al basso ventre. “Rilassati, Elias. O farà più male.” La sua voce era calma, quasi materna, ma con un sottotono sadico che mi terrorizzò. Continuò a spingere, implacabile, fino a che non fu tutto dentro: 20 cm di gomma nera che mi riempivano completamente, premendo contro la prostata con una pressione costante, opprimente. Mi fermò lì, ansimante, singhiozzante, il corpo che tremava per lo shock. Poi riprese, tirando fuori piano e spingendo di nuovo con forza. Ogni affondo era una tortura: il dolore iniziale si trasformava in un calore strano, pieno, che mi faceva gemere in modo distorto. La prostata veniva colpita direttamente, una sensazione nuova – una pressione interna che cresceva come un’onda, non come un orgasmo normale, ma più profondo, più totale, che si irradiava alle gambe, al petto.
Il dolore passò gradualmente, sostituito da un piacere perverso, frustrante. Il cazzo nella gabbia tentò di gonfiarsi, ma non poteva: la pressione interna cresceva, il metallo che schiacciava la carne, trasformando ogni pulsazione in un dolore acuto, come se l’orgasmo fosse bloccato in un tunnel stretto. Venni così: un orgasmo prostatico, il primo vero. Fu come un’onda che partiva da dentro, dalla prostata martoriata, che si espandeva in tutto il corpo senza sfogo. Nessuna eiaculazione piena, solo qualche goccia che colò dalla punta schiacciata della gabbia, un piacere soffocato, incompleto, che mi lasciò tremante, svuotato a metà, con un desiderio frustrato che mi faceva piangere. Era reale, intenso: gli uomini lo descrivono come un orgasmo “femminile”, ondate multiple senza picco, ma per me fu umiliazione pura – venire senza venire, posseduto da dietro, sverginato come una puttana.
Barbara sorrise, soddisfatta del mio stato. “Andrà avanti così tutta la notte.”
Non capii subito. Poi posizionò dietro di me un macchinario: un supporto meccanico con motore, alto quanto bastava per allinearsi al mio culo esposto. Montò il vibratore nero lì sopra, lo infilò di nuovo dentro di me – il dolore dell’inserimento che mi fece urlare di nuovo, il corpo che si contraeva inutilmente – fino in fondo, premendo sulla prostata gonfia. Si mise davanti a me, a gambe aperte, la fica a pochi centimetri dalla mia faccia, il pizzo nero umido del suo eccitazione. Premette il telecomando: il vibratore partì piano, un ronzio basso che vibrava dentro di me, poi sempre più veloce, più profondo di quanto avesse mai spinto lei con le mani. Ogni spinta meccanica era precisa, implacabile, martellando la prostata senza sosta, facendomi gemere in modo animalesco. Contemporaneamente iniziò a pisciare. Il getto caldo, forte, mi colpì in pieno viso, nei capelli, negli occhi, nella bocca aperta per i gemiti. L’odore – ammoniaca pungente, salata – mi riempì le narici, il sapore acre che mi scese in gola mentre ingoiavo tra un singhiozzo e l’altro. Un altro orgasmo prostatico mi attraversò: ondate interne che crescevano, si infrangevano senza sfogo, il cazzo che pulsava inutilmente nella gabbia, doloroso, frustrante. Il culo si apriva sempre di più, accogliendo quei 20 cm doppi senza più resistenza, i muscoli che si rilassavano in una sottomissione totale.
Alla fine si alzò, andò a letto, spegnendo le luci. “Hai 50 minuti per dormire. Ogni 50 minuti il vibratore si riattiva da solo per 10 minuti. Sono le 23:00. Sei digiuno. Sarà una notte lunga fino alle 6.00.”
Provai a rilassarmi sulla panca di velluto, il culo che bruciava come fuoco, la prostata sensibile e gonfia, la gabbia che stringeva come una morsa, le pinze ai capezzoli che mordevano ancora. Il corpo era esausto, ma la mente vorticava: paura per la notte, umiliazione per essere ridotto a questo – un buco da scopare meccanicamente. Alle 23:50 partì. Il ronzio improvviso mi svegliò di soprassalto, il vibratore che accelerava, martellando implacabile. Dieci minuti di agonia estatica: la prostata stimolata senza pietà, ondate di piacere che salivano dal profondo, soffocate dalla gabbia, dolorose, quasi laceranti. Venni quasi subito, un orgasmo anale soffocato, seguito da un altro, e un altro, ognuno più intenso e frustrante del precedente, il corpo che si contraeva inutilmente, sudore che colava, gemiti che non potevo trattenere. Finì alle 24:00, lasciandomi ansimante, tremante.
Sotto la panca, all’altezza della gabbia, aveva posizionato una tazza: le gocce della mia frustrazione notturna si raccoglievano lì, trasparenti e patetiche.
Alle 00:50 ripartì. Stavo quasi dormendo, il corpo che cedeva alla stanchezza. Altri dieci minuti, altri orgasmi prostatici: la sensazione era diventata una tortura, la prostata ipersensibile che rispondeva a ogni spinta con spasmi interni, il piacere che si trasformava in dolore per l’assenza di rilascio, la gabbia che schiacciava senza pietà. Urlai piano nel buio, le lacrime che bagnavano il velluto.
Continuò così per tutta la notte con il gel lubrificante che veniva spruzzato da un erogatore ogni volta che partiva la macchina. Ogni ciclo era un inferno. Il digiuno mi indeboliva, lo stomaco vuoto che brontolava, il corpo disidratato dal sudore, la mente che si frammentava in pensieri di sottomissione totale: ero suo, un oggetto da usare, da spezzare. Gli orgasmi prostatici si susseguivano, ognuno una onda interna che mi scuoteva dall’interno, senza culmine, solo frustrazione accumulata, dolore misto a estasi negata. Il culo era aperto, arrossato, i muscoli stanchi che accoglievano il mostro senza più lottare, l’odore di lubrificante e sudore che riempiva la stanza.
Alle 5:50 suonò la sveglia. Barbara si alzò, venne da me con i capelli scompigliati dal sonno, ma gli occhi vigili, soddisfatti. Il macchinario era ripartito da poco, martellandomi senza sosta. Si posizionò sopra la mia testa e pisciò di nuovo: il getto caldo che mi colpì la fronte, i capelli, colando sugli occhi, in bocca. Ingoiai, il sapore familiare che mi umiliava ancora, mentre l’ennesimo orgasmo prostatico mi attraversava, soffocato, doloroso, il corpo che si contraeva in spasmi inutili. Lei godette dello spettacolo, ridendo piano mentre si liberava.
Poi spense tutto. Tolse il fallo con delicatezza – il vuoto improvviso che mi fece gemere, l’ano pulsante, sensibile – e applicò una crema lenitiva sul mio ano arrossato e gonfio, le dita che sfioravano la carne martoriata con una gentilezza che contrastava tutto. Mi slegò piano, il corpo che crollava esausto sulla panca.
“È ora di fare colazione.”
Prese la tazza da sotto la panca. Era piena: la mia “mungitura” notturna, gocce trasparenti e bianche raccolte da ore di frustrazione, un misto appiccicoso di pre-eiaculato e sperma soffocato. Me la porse, gli occhi fissi nei miei.
Bevvi. Schifato, ma obbediente. Il sapore era salato, amaro, tiepido, con una nota metallica che mi rivoltò lo stomaco vuoto. Mandai giù tutto, sentendo l’umiliazione finale: bere il mio stesso fallimento, ridotto a un animale che consuma i suoi rifiuti.
Alla fine mi tolse la gabbietta. Il cazzo, finalmente libero, rimase piccolo, indolenzito, incapace di reagire, la pelle segnata dal metallo. Mi guardò con un sorriso soddisfatto.
“Vai a casa, Elias. Riposati. Ci vediamo domani.”
Uscii barcollando, il corpo distrutto – ano bruciante, prostata gonfia, capezzoli rossi, palle dolenti – la mente vuota, spezzata. Ero suo. Completamente. La sottomissione era totale, irreversibile.

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