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Elias: il contratto di un mese #7


di Membro VIP di Annunci69.it Efabilandia
20.02.2026    |    36.077    |    0 9.7
"Con lei, quella parola poteva significare qualsiasi cosa: dolore più profondo, umiliazione più crudele, o forse qualcosa di ancora più definitivo..."
Venerdì sera a casa di Aurora
Arrivai come sempre, nudo sotto i vestiti, il plug da 5 cm infilato nel culo che premeva costante sulla prostata gonfia, un bruciore ritmico e profondo che mi accompagnava da ore, facendomi ansimare piano mentre guidavo. La gabbia metallica stringeva il cazzo in quella prigione piatta, fredda, ogni pulsazione frustrata che si trasformava in una fitta dolorosa, un promemoria umiliante che non potevo più godere come un uomo. Bussai alla porta, il cuore che martellava nel petto, l’odore della sua casa che già filtrava attraverso lo stipite: fragola dolce dal suo shampoo, misto a incenso alla cannella che bruciava piano nel salotto, e qualcosa di più crudo, maschile, che mi fece gelare il sangue.
Aurora aprì, vestita con un top nero attillato che le fasciava il seno e shorts corti che mostravano le cosce abbronzate, capelli biondi sciolti che odoravano di shampoo fresco. Il suo sorriso era crudele, eccitato, gli occhi castani che brillavano di una luce nuova, vendicativa. “Entra, schiavo,” disse, la voce bassa, tremante di piacere. Mi spinse dentro il corridoio, chiuse la porta con un tonfo sordo che riecheggiò nel silenzio della casa, poi mi fece inginocchiare nel salotto. Tolse la benda che avevo indossato durante l’ultima parte del viaggio: la luce fioca delle lampade arancioni mi accecò per un momento, l’aria calda e densa, odore di incenso alla cannella che si mescolava a un sottofondo più pesante, animale – sudore maschile, eccitazione cruda.
C’era un uomo di colore, alto, muscoloso, seduto sul divano con i pantaloni aperti, il cazzo già semi-eretto che sporgeva dai boxer. Aurora era già in ginocchio davanti a lui, il suo profumo di fragola misto all’odore forte di eccitazione maschile che riempiva la stanza come una nebbia soffocante. Mi guardò con un sorriso crudele, le labbra lucide di rossetto rosso: “Guarda, Elias. Questo è ciò che tu non mi dai più.”
Non potei fare nulla. Legato per i polsi dietro la schiena con la corda nera che sfregava la pelle, nudo, gabbia al cazzo, plug nel culo che premeva costante, rimasi lì, inerme, inginocchiato sul parquet freddo che mi gelava le ginocchia. Il cuore mi martellava nel petto, un nodo di terrore e vergogna che mi stringeva lo stomaco, lacrime che già mi appannavano gli occhi. Lei si chinò su di lui, le mani che accarezzavano il cazzo grosso, venoso, la lingua che sfiorava la punta con un rumore umido, lieve, poi lo prese in bocca: rumori succhianti, gorgoglianti, la sua gola che si contraeva mentre lo ingoiava fino in fondo, l’odore di sesso che si intensificava – muschio pesante, sudore, saliva – un puzzo acre e animale che mi avvolse come un velo. Lui gemette, un suono profondo, gutturale, le mani nei suoi capelli biondi che spingevano, lei che lo prese in gola, il suono soffocato che mi trafisse come una lama. Ogni succhiata era un colpo al mio orgoglio: la mia ex, la ragazza che un tempo mi amava, ora in ginocchio a succhiare un cazzo vero, grosso, mentre io ero lì, imprigionato, inutile.
Poi si alzò, si tolse gli shorts con un movimento fluido, il rumore del tessuto che cadeva sul pavimento, si mise a pecora sul divano, culo verso di me, fica esposta, già bagnata, lucida. “Scopami forte,” disse all’uomo, la voce ansimante, eccitata dalla sua forza emotiva – una vendetta per umiliarmi ancor di più, per godere di un cazzo vero che io non potevo più darle, per dimostrarmi quanto fossi patetico. Lui entrò nella sua fica con un colpo secco: suono umido, schiocco di carne contro carne, poi ritmico, sempre più veloce, lei che urlava di piacere, orgasmo violento che le fece tremare la voce, un urlo roco, prolungato, che echeggiò nella stanza, odore di fica bagnata, sudore misto, che mi avvolse come un velo soffocante. Il letto cigolò sotto i loro colpi, rumori di corpi che sbattono, gemiti maschili profondi, lei che gridava “Sì, più forte!” mentre io guardavo, legato, nudo, il plug che premeva sulla prostata a ogni sussulto del mio corpo, la gabbia che schiacciava il cazzo che tentava di gonfiarsi, fitte dolorose che mi facevano lacrimare.
Quando lui finì, un grugnito profondo, si sfilò il preservativo pieno di sborra – denso, bianco, caldo, che colava lentamente – e Aurora lo prese con dita tremanti di eccitazione. “Vieni qui, schiavo.” Mi trascinò per il collare, il cuoio che mordeva il collo, mi fece inginocchiare davanti a lei. “Succhialo e ingoia tutto.” Mi infilò il preservativo in bocca: sborra calda, densa, bianca, sapore salato, amaro, viscoso, con un retrogusto metallico e leggermente dolce che mi riempì la gola. Ingoiai, conati violenti che mi scuotevano il petto, disgusto profondo che mi bruciava lo stomaco, lacrime che colavano sul viso mentre il sapore mi impregnava la lingua, l’umiliazione che mi spezzava dentro. “Imparerai ad amare questo sapore,” sussurrò Aurora, la voce eccitata, vendicativa, gli occhi brillanti di un piacere sadico, come se nutrirme di sborra straniera fosse il modo definitivo per umiliarmi, per sfogare la sua rabbia e godere della mia nullità, della mia impotenza. Il suo respiro era accelerato, le guance arrossate, l’odore della sua eccitazione – muschiato, umido – che saliva dal basso mentre si toccava piano, eccitata dalla scena.
Poi fece avvicinare il nero: “Ora puliscigli il cazzo. È la prima volta che prendi un cazzo in bocca, vero? Frocio.”
Il cazzo era ancora caldo, bagnato di lei, odore forte, muschiato, salato, di sesso misto – sudore, fica, sperma. Aprii la bocca, la testa grossa che mi riempiva le labbra, sapore acre, salato, caldo, la lingua che sfregava il glande venoso, rumori umidi mentre succhiavo, lui che gemeva spingendo più in fondo. Mi arrivò in gola, quasi soffocandomi, il sapore che mi bruciava, l’umiliazione totale di essere la “pulitrice” di un altro uomo, il primo cazzo vero in bocca, disgusto che mi rivoltava lo stomaco ma eccitazione repressa che pulsava nella gabbia, fitte dolorose che mi facevano gemere intorno al cazzo. Aurora guardava, gemendo piano, le dita tra le gambe, eccitata dalla scena, il suo respiro accelerato che tradiva il piacere vendicativo di vedermi ridotto così.
Quando il nero andò via – il rumore della porta che si chiudeva con un tonfo sordo, l’odore maschile che si dissipava lentamente – Aurora mi guardò con un sorriso crudele, eccitata, le guance ancora arrossate dall’orgasmo. “Non è finita, schiavo.” Mi trascinò in camera, il parquet freddo sotto le ginocchia che strisciavo, il plug che premeva a ogni movimento. Mi fece sdraiare sul letto, polsi legati alla testiera con corde nere morbide ma strette, gambe divaricate e bloccate alle colonnine, culo esposto, plug visibile. Si tolse i vestiti lentamente, il rumore del tessuto che cadeva, il suo corpo nudo, perfetto, che mi sovrastava, odore di fragola mista a eccitazione umida.
Si mise la cintura con il fallo davanti – un dildo nero, spesso, venoso, circa 20 cm – e si avvicinò. Mi sfilò il plug dal culo con un rumore umido, appiccicoso, il vuoto improvviso che mi fece gemere, l’ano dilatato che pulsava. “Ora ti scopo io,” disse, la voce bassa, eccitata. Lubrificò il dildo con crema fredda, odore di menta, e lo premette contro il mio buco. Spinse: la testa larga che forzava l’apertura, un dolore lancinante che mi fece urlare, il corpo che si tendeva. Entrò fino in fondo, martellando la prostata gonfia, ogni colpo un affondo che mi spezzava, rumori umidi, schioccanti, mentre lei teneva le mie gambe per aria, insultandomi ad ogni spinta: “Frocio… stronzo… nullità… guarda come ti apro!” Più volte ebbi un orgasmo soffocato dentro la gabbia, liquido trasparente che colava pateticamente, il corpo che si contorceva, urla che non trattenni, lacrime che colavano. Più mi contorcevo, più lei spingeva, eccitata dalla mia sofferenza, il suo respiro accelerato, gemiti di piacere che si mescolavano ai miei di dolore.
Quando fu stanca, si mise a letto nuda, il corpo sudato, profumato di sesso e fragola. Mi fece stendere nudo accanto a lei, così potevo vederla – il seno che si alzava e abbassava, la fica ancora bagnata, lucida – e restare eccitato tutta la notte, la gabbia che stringeva, il cazzo che pulsava inutilmente, fitte frustranti che mi tenevano sveglio, umiliato, spezzato.
Il mattino dopo la prima cosa che fece fu portarmi in bagno. “A terra,” ordinò. Mi fece sdraiare tra il bidè e il vaso, il pavimento freddo di piastrelle bianche che mi gelava la schiena. Lei si sdraiò a cavalcioni tra i due, le cosce calde che premevano sulle mie guance, la fica sopra la mia bocca aperta. “Apri bene. È la tua colazione.” Il getto partì caldo, forte, gorgogliante: piscio salato, amaro, con odore pungente di ammoniaca che mi riempì le narici, sapore acre che mi bruciò la gola. Bevvi, tossendo, il liquido che mi bagnava il viso, i capelli, l’umiliazione finale che mi spezzò del tutto. Lei gemette piano, eccitata dal mio disgusto, dalle lacrime che colavano, e quando finì mi guardò con un sorriso crudele: “Bravo, schiavo. Ora sei proprio mio.”
Mi lasciò lì, sdraiato sul pavimento freddo, bagnato, spezzato, mentre lei si faceva la doccia, il rumore dell’acqua che scrosciava coprendo i miei singhiozzi sommessi. Il sapore del suo piscio mi rimase in bocca per ore, un promemoria amaro della mia nullità, ma anche un marchio distorto di appartenenza. Ero suo, loro, un oggetto da nutrire con ciò che gli altri rifiutavano.Ma mentre giacevo lì, fradicio e tremante, il telefono vibrò sul lavandino. Un messaggio da Barbara.“Oggi pomeriggio alle 15.00 vieni da me. Ho una sorpresa per te. Non tardare.”Il cuore mi balzò in gola. Una sorpresa. Con lei, quella parola poteva significare qualsiasi cosa: dolore più profondo, umiliazione più crudele, o forse qualcosa di ancora più definitivo. Non sapevo se temere o desiderare ciò che mi aspettava, ma una cosa era certa: non potevo più tornare indietro.

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