bdsm
Katiuscia la cameriera #6
Efabilandia
08.09.2025 |
19.825 |
2
"Senza preavviso, infilò la mano chiusa a pugno, scopandomi con forza, il dolore che mi spezzava, la mia fica che gocciolava..."
La domenica mattina si aprì con un cielo limpido, il sole che filtrava attraverso le tende di lino bianco, accendendo riflessi sul pavimento di cotto. Il profumo di rose rosse dal giardino si mescolava alla cera al limone, un contrasto che mi avvolgeva come una carezza ambigua. Il mio corpo era un campo di battaglia: la fica gonfia e livida dai calci di Katiuscia, i capezzoli doloranti dalle frustate, il culo una voragine permanente, segnata dal plug da 8 cm che portavo sempre, come un marchio della mia sottomissione. Indossavo un vestito di cotone bianco, morbido ma incapace di nascondere l’andatura oscena, le cosce spalancate per il plug che mi devastava. La paura delle foto che Katiuscia aveva mandato a Matteo mi consumava, un nodo che mi stringeva lo stomaco, ma la mia fica si bagnava, tradendo la mia angoscia con un desiderio che non potevo controllare.La giornata trascorse in una serenità apparente, con Leonardo che giocava in giardino e Matteo che leggeva il giornale, la camicia bianca aperta sul primo bottone, il suo profumo di colonia agrumata che mi avvolgeva. Ma i suoi occhi erano diversi, pensierosi, come se un’ombra lo tormentasse. Sapevo che Katiuscia gli aveva mandato una foto: io, nuda sul tavolo della cantina, i segni rossi delle frustate sui seni e sulla fica, il plug da 6 cm che sporgeva dal mio culo. Non aveva detto nulla, ma il suo silenzio era una minaccia. La sera, dopo che Leonardo era andato a letto, Matteo mi prese per mano, conducendomi in camera. Le lenzuola di seta grigia brillavano sotto la luce della lampada, il profumo di lavanda che si mescolava al suo odore. Mi baciò con forza, le sue mani che scivolavano sotto il vestito, cercando la mia fica. Mi ritrassi, il cuore che martellava, terrorizzata che sentisse il plug da 8 cm. “Vado un attimo in bagno,” balbettai, correndo via.Nel bagno padronale, le piastrelle bianche e nere fredde sotto i piedi, mi tolsi il plug, un mostro nero che scintillava sotto la luce, largo 8 cm, un simbolo della mia rovina. Lo ammirai, il mio buco spalancato, una caverna che non sarebbe mai tornato normale, un rivolo di umidità che colava lungo le cosce. Tirai lo scarico del vaso per fingere, il suono che echeggiava, e tornai da Matteo, il viso arrossato, il vestito di cotone che sfregava contro i capezzoli sensibili. Lui non perse tempo, infilando la mano sotto il vestito, le sue dita che scivolavano nella mia fica, trovandola gonfia e bagnata. Il dolore delle frustate mi fece gemere, ma il piacere mi tradì, gocciolando sulla sua mano. Con un gesto rapido, mi strappò il vestito, il tessuto che si lacerava con un suono secco, rivelando la mia fica livida, i segni violacei delle frustate evidenti sotto la luce.“Giulia, come mai hai questi segni sulla fica?” chiese, la voce bassa, un misto di curiosità e sospetto. Abbassai lo sguardo, il cuore che martellava, incapace di guardarlo negli occhi. “Sono caduta l’altro giorno sul bordo delle scale, lo spigolo mi è finito in mezzo alle gambe,” mentii, la voce tremante. “Piccola, deve essere stato un dolore terribile,” disse, stringendo la mia fica con forza, il dolore che mi fece sobbalzare, ma la mia umidità lo avvolse. Mi lasciò andare, spingendomi sul letto, le lenzuola fresche contro la schiena. Mi fece inginocchiare, il suo cazzo duro davanti al mio viso, il gusto salato che mi riempiva mentre lo leccavo, la mia lingua che scivolava sull’asta, i suoi gemiti che si mescolavano al suono umido. Poi mi alzò le gambe, scopandomi nella fica con forza, ogni spinta un’esplosione di dolore e piacere, la mia carne gonfia che lo avvolgeva. Ma non riuscivo a venire, il mio corpo ormai desiderava il culo, il piacere anale che Katiuscia e Malik mi avevano insegnato.Matteo si arrabbiò, il suo viso teso. “Ma che hai oggi? Sei proprio una stronza, quando non ti va fai passare la voglia,” ringhiò, facendo per allontanarsi. Poi, preso dalla rabbia, mi girò, mettendomi a novanta. “Vediamo se te lo metto in culo,” disse. Non facevamo quasi mai sesso anale, era rarissimo, e il suo tono era una sfida. Puntò il cazzo sul mio buco, spingendo dentro. Entrò senza sforzo, il mio culo una voragine che lo accoglieva, e lui rimase sorpreso, fermandosi per un istante. Poi mi scopò con forza, ogni spinta un’esplosione, la mia fica che gocciolava mentre mi toccavo il clitoride, un orgasmo anale che mi travolse. Matteo venne, la sua sborra calda che mi riempiva il culo, il mio corpo che tremava sotto di lui. Mi guardò, un lampo di curiosità negli occhi, ma non disse nulla, lasciandomi con il cuore che martellava, la paura che sapesse tutto.
Lunedì mattina, mi svegliai presto, il letto ancora caldo del corpo di Matteo. Nel bagno, sotto la luce cruda dello specchio a parete intera, mi preparai per il mio rituale. Presi il plug da 6 cm, lubrificandolo con il gel, l’odore chimico che si mescolava al sapone alla lavanda. Lo infilai nel culo mentre l’acqua della doccia scorreva sulla mia pelle, il metallo freddo che scivolava senza resistenza, il mio buco ormai abituato. Lo tenni dentro, il senso di pienezza che mi faceva gemere, poi lo tolsi, passando al plug da 8 cm. Con fatica, lo spinsi dentro, il dolore acuto ma sopportabile, il mio culo una caverna che si apriva sempre più facilmente. Mi guardai allo specchio, orgogliosa della mia rovina, la fica che gocciolava, il plug che mi marchiava come proprietà di Katiuscia. Uscii dal bagno, indossando un tailleur grigio chiaro, la gonna a tubino che sfregava contro la mia pelle, senza mutandine, il plug che mi devastava a ogni passo.Salutai Matteo, che era già pronto per il lavoro, la sua camicia bianca profumata di colonia. Prima che uscissi, mi diede una pacca sul culo, il plug che si conficcava dentro, un’esplosione di dolore che mi fece sobbalzare. Feci finta di nulla, ma i suoi occhi tradivano una consapevolezza, la sua mano che aveva sentito il metallo sotto il tessuto. Non disse nulla, e io corsi in macchina, il cuore che martellava, la paura che Katiuscia gli avesse mandato un’altra foto. Sul sedile in pelle della BMW nera, il plug mi torturava a ogni frenata, la fica che lasciava una macchia umida, l’odore muschiato del mio desiderio che riempiva l’abitacolo.
Martedì mattina, il rituale si ripeté. Nel bagno, sotto la doccia, infilai il plug da 6 cm, poi quello da 8 cm, il mio culo che si apriva con facilità, un orgoglio perverso che mi faceva sorridere. Ero pronta per Katiuscia, la paura e l’eccitazione che si mescolavano, la mia fica che gocciolava al pensiero della sua punizione. Tornai a casa alle 13:00, il tailleur grigio che scricchiolava, il plug che mi devastava a ogni passo. Ma un messaggio mi gelò il sangue: “Stronza, sono influenzata, non vengo. Ma guarda qui.” Katiuscia aveva mandato un video, un frammento della sera prima: Matteo che mi scopava nel culo, il mio buco spalancato, i miei gemiti che echeggiavano. “Vedo, troia, che anche tuo marito apprezza il tuo culo sfondato,” scriveva. Non risposi, il cuore che martellava, la paura che mi consumava. Come aveva fatto a filmarci? Una telecamera nascosta, ancora una volta. Mi misi a pulire casa da sola, il plug che mi torturava, l’odore di disinfettante che si mescolava al mio sudore, ogni movimento un promemoria della mia sottomissione.Alle 16:00, Leonardo tornò con Matteo, entusiasta per essere entrato nella squadra di calcio. Mi saltò addosso, abbracciandomi, e io gemetti, il plug che si conficcava dentro. Dopo la merenda, mi sedetti con lui per fare i compiti, il plug che mi faceva sedere con delicatezza, l’andatura oscena che non potevo nascondere. Matteo mi osservava, i suoi occhi che seguivano ogni mio movimento, il modo in cui evitavo di sedermi troppo forte, le cosce spalancate. Quando Leonardo andò dal vicino a giocare con la PS5, Matteo si avvicinò, abbracciandomi con forza, baciandomi appassionatamente. Mi persi tra le sue braccia, il suo profumo che mi avvolgeva, ma lui andò dritto al punto. Abbassò le mani, toccando il plug attraverso la gonna, muovendolo con forza. Sobbalzai, esterrefatta, il cuore che mi esplodeva nel petto. Mi aveva scoperta.Mi guardò, un sorriso che non avevo mai visto. “Ti adoro con il culo sfondato,” disse, la voce bassa, carica di desiderio. Mi trascinò in camera, mettendomi a novanta sul letto, le lenzuola di seta fresche contro il mio ventre. Estrasse il plug, il mostro nero che scintillava, il mio buco spalancato come una caverna. “Cazzo, Giulia,” mormorò, ammirando la voragine. Senza preavviso, infilò la mano chiusa a pugno, scopandomi con forza, il dolore che mi spezzava, la mia fica che gocciolava. Venni con uno squirt abbondante, un getto caldo che bagnava le lenzuola, l’odore muschiato che riempiva la stanza. “Amore, che bello scoprire quanto sei porca,” disse. “Questo trattamento l’ha chiesto Katiuscia, perché non poteva venire.” Il sangue mi si gelò, la vergogna che mi travolgeva. Katiuscia lo aveva coinvolto, lo aveva spinto a questo. Piansi, il viso rigato, ma Matteo mi rassicurò, accarezzandomi. “Cucciolo, non ti preoccupare, vivremo insieme questi tuoi desideri.” Prese il plug da 8 cm, la sborra ancora sul letto, e lo spinse dentro, il dolore che mi fece urlare, il mio buco che si spalancava. Mi ricomposi, il plug che mi devastava, la paura e il desiderio che si intrecciavano.
I giorni successivi furono un’ossessione. Ogni mattina, nel bagno, dopo aver tolto il plug da 6 cm, facevo una doccia anale, l’acqua fredda che scorreva nel mio buco spalancato, un rituale che mi umiliava ma mi eccitava. Poi infilavo il plug da 8 cm, il dolore sempre più sopportabile, il mio culo una caverna che si abituava al mostro. Mi sentivo una vera troia, orgogliosa della mia rovina, la fica che gocciolava ogni volta che lo facevo. Matteo non diceva nulla, ma i suoi sguardi, le sue pacche sul culo, mi dicevano che sapeva, che approvava.
Venerdì, feci finta di uscire di casa, il plug da 8 cm che mi devastava, il tailleur grigio chiaro senza mutandine, la fica che gocciolava sul sedile della BMW. Tornai quando Matteo se ne fu andato, indossando calze autoreggenti nere, un reggiseno di pizzo nero e una mutandina velata che lasciava intravedere il plug. Bussarono alla porta, e il cuore mi si fermò. Era Malik, ma non era solo. Accanto a lui, un giovane somalo, più alto, il fisico prestante, un sorriso che mi terrorizzava. “No, Malik, non vi faccio entrare,” dissi, la voce tremante. Malik mi diede uno schiaffo, il suono secco che mi bruciò la guancia, poi due colpi forti sui seni, il reggiseno che si spostava, i capezzoli che pulsavano. Entrarono, spingendomi dentro.Malik mi trascinò per i capelli in camera, il pavimento di cotto freddo sotto i piedi. Mi strappò la mutandina, il pizzo che si lacerava, e mi diede due schiaffi, la guancia che bruciava. Mi spinse sul letto, la mia testa sul cazzo del somalo, un mostro di 25 cm, doppio rispetto a quello di Malik, che mi spaventava. “Hai visto, puttana, che bel cazzo? Ti avevo detto che ti sfondiamo,” disse Malik, sghignazzando. Umiliata ma viva, presi il cazzo in bocca, il gusto salato che mi riempiva, la mia lingua che scivolava sull’asta, i suoi gemiti che si mescolavano al suono umido. Malik si sedette sulla mia faccia, le sue palle in bocca, l’odore muschiato che mi travolgeva, afferrandomi le caviglie per sollevarmi, esponendo la mia fica depilata e il culo sfondato al somalo.Il ragazzo, titubante, si avvicinò, ma Malik lo incitò: “Sfondala, che aspetti?” Infilò tre dita nella mia fica, poi sferrò due schiaffi forti, il dolore che mi fece urlare, poi un terzo che colpì il clitoride, un’esplosione che mi spezzò. “Ora è pronta, vai,” disse. Il somalo infilò il suo cazzo nella mia fica, spalancandola, il piacere che mi travolgeva fino a metà, poi il dolore quando colpì l’utero, un gemito che mi sfuggì. Cercai di divincolarmi, ma Malik mi tenne ferma, le sue palle in bocca, ordinandomi di leccarle. Il somalo spinse più a fondo, il cazzo che mi sfondava, due gocce di sangue che colavano lungo la coscia, la mia fica che si strappava. Pompò con forza, il dolore che si mescolava al piacere, i miei gemiti soffocati.Stava per venirmi dentro, ma Malik lo fermò, e io pensai fosse per il preservativo. Invece, il somalo puntò il cazzo sul mio culo, scivolando dentro facilmente, il mio buco spalancato che lo accoglieva. Venni subito, un orgasmo anale che mi fece tremare, il mio corpo che si arrendeva. Malik fece stendere il somalo sul letto, mi impalò sul suo cazzo, il mio culo che lo avvolgeva, e si mise davanti a me, cercando di scoparmi la fica. “No, Malik, è troppo,” implorai, ma lui mi tenne le braccia, spingendo dentro, la mia fica dolorante che si spalancava. Mi scoparono a ritmo forsennato, il dolore che mi spezzava, un secondo orgasmo che mi travolse, Malik che mi sborrava nella fica, la sua sborra calda che mi riempiva. Mi fece leccare il suo cazzo, il gusto salato che si mescolava al mio squirt, mentre il somalo continuava a incularmi, portandomi vicino al terzo orgasmo.Malik, di nuovo duro, mi alzò le gambe in modo osceno, fino dietro il collo, e infilò il suo cazzo nel mio culo, insieme a quello del somalo. Il dolore fu insopportabile, due cazzi enormi che mi sfondavano, le lacrime che mi rigavano il viso, un urlo che mi spezzava. Si mossero in sincronia, il mio culo devastato, un orgasmo anale che mi travolse proprio mentre entrambi sborravano dentro, un’onda calda che mi riempiva, il mio buco una voragine che colava. Il tempo era volato, e dovevano andare. Non riuscivo a muovermi, la fica e il culo doloranti, devastati. Malik mi diede uno schiaffo, come sempre. “Sei una puttana,” disse. Lo guardai, la voce rotta: “Sì, sono la vostra puttana, e la prossima volta voglio che il tuo amico mi metta incinta.” Malik rise, andandosene, lasciandomi sola, il corpo spezzato, la mente persa tra dolore e desiderio.
Il silenzio della camera da letto era opprimente, rotto solo dal mio respiro affannoso, il corpo devastato che giaceva sulle lenzuola di seta grigia, ancora umide del mio squirt e della sborra di Malik e del suo amico somalo. La fica pulsava, gonfia e dolorante, il culo una voragine spalancata che colava, un misto di sborra e sangue che mi scivolava lungo le cosce, l’odore muschiato e salato che saturava l’aria, mescolandosi al profumo di lavanda. Le calze autoreggenti nere erano strappate su una coscia, il reggiseno di pizzo nero spostato, i capezzoli doloranti sotto il tessuto.
Il cellulare vibrò sul comodino, un suono acuto che mi fece sobbalzare, il cuore che martellava nel petto. Lo afferrai con mani tremanti, il display che si illuminava nella penombra. Era Katiuscia. Un messaggio, seguito da una serie di foto che mi gelarono il sangue. Io, a novanta sul letto, il culo sfondato da due cazzi enormi, il viso rigato di lacrime, la bocca piena delle palle di Malik, la fica spalancata dal somalo. Ogni scatto era un’accusa, un trofeo della mia umiliazione, il flash che catturava ogni dettaglio: i segni rossi degli schiaffi sui seni, il sangue che colava dalla fica, il mio buco devastato. Il messaggio diceva: “Stronza, guarda come ti sei fatta sfondare. Se domani non obbedisci a ogni mio ordine, queste foto finiscono a tuo marito. Domani vengo, e sistemiamo il garage della villa. Preparati, troia.”La paura mi travolse, un nodo che mi stringeva la gola, le mani che tremavano mentre fissavo le immagini. Come aveva fatto? Una telecamera nascosta, ancora una volta, il suo controllo che si insinuava ovunque. La mia fica si contrasse, il plug assente ma il suo ricordo ancora vivo nel mio culo, un dolore sordo che si mescolava a un desiderio perverso. Risposi, la voce nella mia testa rotta: “Padrona, farò tutto ciò che vuoi, ti prego, non mandarle.” Non rispose, il suo silenzio un coltello che mi trafiggeva. Mi alzai a fatica, il corpo che protestava, il culo che pulsava, la sborra che colava sul pavimento di cotto. Mi guardai allo specchio del bagno padronale, le piastrelle bianche e nere fredde sotto i piedi, il mio riflesso una donna spezzata: i segni degli schiaffi sul viso, i seni lividi, la fica gonfia e violacea. Mi toccai, le dita che scivolavano sul clitoride devastato, un orgasmo silenzioso che mi fece tremare, la vergogna che si intrecciava al piacere. Domani Katiuscia sarebbe venuta, e il garage sarebbe stato il mio prossimo inferno. La paura mi consumava, ma il mio corpo desiderava la sua punizione, il plug da 8 cm che mi avrebbe sfondata ancora.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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