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Elias: il contratto di un mese #10
Efabilandia
26.02.2026 |
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"Mi inginocchiai sul parquet freddo, il tappo da 8mm incastrato nell’uretra che bruciava come un chiodo rovente, ogni pulsazione del cazzo bloccata che mi faceva gemere piano, prostata gonfia che..."
Mi chiamo Elias, e quella notte – la conclusione della settimana di prova condivisa – fu il punto in cui capii di non avere più scampo, di essere loro per sempre, spezzato e dipendente dal loro amore distorto, crudele, sadico. Il messaggio di Barbara arrivò nel pomeriggio, mentre ero a casa mia, nudo sul letto, il corpo un ammasso di dolori accumulati: la prostata gonfia che pulsava come un cuore ferito, il tatuaggio a forma di fica intorno al buco del culo che bruciava come fuoco fresco, colori rosa vividi e rossi accesi che mi ricordavano ogni secondo quanto fossi cambiato. Volevo essere uomo, forte, virile, ma quella settimana mi aveva tormentato con pensieri ossessivi: godevo solo quando mi prendevano nel culo, quando mi dilatavano come una troia, e quella sensazione mi assaliva come un’onda nera, un conflitto interiore che mi spezzava l’anima, un misto di disgusto e desiderio masochista che mi faceva tremare. Il messaggio diceva: “Stasera alle 20:00 da me. Porta il completino da cameriera. Abbiamo ospiti. Non tardare, troia.” Il cuore mi balzò in gola, un nodo di terrore viscido che mi stringeva il petto, ma anche un calore traditore che mi fece pulsare nella gabbia, fitte lancinanti che mi ricordavano quanto fossi dipendente dal dolore.Mi preparai con mani tremanti, il bagno illuminato da una luce bianca fredda che proiettava ombre lunghe sulle piastrelle grigie, l’aria odorante di sapone al limone misto al mio sudore ansioso. Mi spogliai, il collare che tintinnava piano, e mi guardai allo specchio: il corpo segnato, capezzoli gonfi e rossi dalle torsioni precedenti, palle arrossate, il tatuaggio che brillava come un invito osceno. Mi infilai il plug da 5 cm – nero, spesso, lubrificato con crema alla menta, odore pungente che mi salì al naso, bruciore dilatante mentre la testa forzava l’apertura tatuata, un dolore sordo che si irradiava alla prostata, gemito roco che echeggiò nel bagno. Quando fu dentro, la base premeva contro le natiche, un peso costante che mi faceva sentire pieno, violato, più donna che uomo – il pensiero mi tormentava, un sussurro interiore: “Sei una troia, godi solo nel culo, nullità.” La gabbia rimase su, metallo freddo che mordeva la pelle, il cazzo schiacciato in quella prigione piatta, ogni pulsazione una fitta frustrante.
Poi il completino da cameriera: autoreggenti nere trasparenti che sfregavano la pelle con rumori fruscianti, parrucca bionda lunga odorante di sintetico che mi cadeva sugli occhi, minigonna plissata pizzo rosa che esponeva il tatuaggio quando mi chinavo, colori vividi che brillavano sotto la luce. Mi guardai allo specchio, lacrime che colavano: sembravo una puttana, una zoccola da servire, e quel pensiero mi spezzava, ma anche mi eccitava – volevo essere uomo, ma il mio corpo traditore reagiva solo al dolore anale, un desiderio masochista che mi faceva tremare le mani. Indossai un soprabito lungo nero per nascondere tutto, il tessuto ruvido che sfregava contro la pelle sensibile, e guidai verso casa di Barbara, il plug che premeva a ogni buca sull’asfalto romano, fitte lancinanti che mi facevano gemere piano, odore di menta che saliva dalle mutande, prostata gonfia che pulsava come un avvertimento.
Arrivai alle 20:00, bussai, il cuore che martellava come un tamburo sordo. Barbara aprì, vestita con un abito rosso aderente che le fasciava le curve mature, tacchi alti neri che ticchettavano, profumo di vaniglia calda misto a muschio che mi avvolse come un abbraccio possessivo. “Entra, troia,” disse, la voce bassa, crudele, possessiva. Mi spinse dentro il salotto, chiuse la porta con un tonfo. L’aria era calda, luci al neon rosa fioche che tingevano la stanza di un bagliore erotico, odore di incenso alla cannella che bruciava piano, misto a un sottofondo di eccitazione femminile. Aurora era lì, seduta sul divano, jeans attillati blu e top bianco, capelli biondi sciolti, profumo di fragola che si mescolava a quello di Barbara, un misto dolce e dominante che mi fece pulsare nella gabbia.
Ma non erano sole. C’era una terza donna: Laura, l’amica di Barbara, vestita con calze a rete nere trasparenti che sfregavano con rumori fruscianti contro la tutina di lattice nera lucida, odorante di gomma nuova e sudore, capelli neri corti, trucco pesante con rossetto rosso sangue che le dava un’aria da dominatrice pura, sadica, gli occhi verdi che mi trapassarono come aghi. Mi sentii esposto, vulnerabile, il cuore che accelerava, un nodo di paura viscida che mi stringeva il petto – chi era? Perché era lì? Il pensiero mi tormentava: ero un uomo, ma in quel momento mi sentivo una donna da usare, una troia in mostra, e quella sensazione mi spezzava, un conflitto che mi faceva tremare le mani.
Barbara mi guardò con un sorriso possessivo. “Spogliati, troia. Mostra il tuo completino.” Obbedii, le mani tremanti che slacciavano il soprabito, il tessuto nero che cadeva sul pavimento con un rumore soffice, rivelando il completino da cameriera: minigonna plissata pizzo rosa che esponeva il tatuaggio a forma di fica, autoreggenti nere che sfregavano la pelle, parrucca bionda che odorava di sintetico e mi cadeva sugli occhi. Loro risero, un coro sadico che echeggiò nella stanza, offese al femminile che mi trafissero: “Troia, sembri una zoccola da bordello,” disse Aurora, eccitata, la voce tremante di sadismo. Laura si avvicinò per prima, i tacchi che ticchettavano sul parquet, odore di lattice e sudore che mi avvolse. “Lecca i miei piedi, cagna,” ordinò, la voce bassa, crudele. Mi inginocchiai, la lingua che sfregava le calze a rete nere, sapore salato, odore di gomma e sudore rappreso che mi riempì le narici, rumori umidi di suzione mentre leccavo, lacrime che colavano per l’umiliazione, il plug che premeva costante nel culo, prostata gonfia che pulsava.
Poi Laura alzò la minigonna, verificò: nudo sotto, senza gabbietta, il cazzo semi-eretto, rosso, libero. “Bene, come aveva chiesto Barbara,” disse, soddisfatta. Mi fece mettere al centro della sala, gambe larghe. Il primo calcio arrivò da Laura: collo del piede che colpiva le palle, impatto sordo, dolore lancinante che mi irradiò all’addome come un fulmine, urlo roco che uscì dalla gola, lacrime che colarono. Mi accasciai, ma mi rialzai, un piacere interno masochista che mi pervadeva – pensavo “Me lo merito, troia che sono”. Lo stesso fece Barbara, possessiva: calcio forte, bruciore profondo, gemito spezzato. Poi Aurora, sadica: il suo piede che colpiva, fitte acute, singhiozzi che mi scuotevano. Dolorante ma felice del trattamento distorto, ritornai in posizione, tremante, sudato, bagnato di lacrime, appiccicoso di sudore, caldo e freddo allo stesso tempo, bruciante nel basso ventre, lancinante nelle palle, acuto e sordo insieme, elettrico, pulsante, gonfio, dilatato, aperto, riempito dal plug, svuotato dentro, spezzato, rotto, nullità, frocio, troia, zoccola, puttana, cagna, schiavo, oggetto, proprietà, amato, sfogato, posseduto, usato, abusato, degradato, umiliato, dipendente, masochista.
Laura mi scagliò un altro calcio, dolore lancinante che mi piegò, Barbara lo seguì, fitte acute che mi fecero urlare, ma in quel momento suonò il campanello – ding dong acuto che riecheggiò nella stanza. Barbara si allontanò per aprire, i tacchi che ticchettavano. Entrarono i 5 neri, alti 1.90, muscolosi, odoranti di colonia forte e sudore maschile, colori scuri delle magliette nere che contrastavano con la stanza rosa fioca. Laura e Aurora li salutarono con baci sulle guance, rumori umidi, ma Aurora disse: “La cameriera non è ancora pronta. Accomodatevi nel salone, arriveremo tra breve.” I neri risero, voci profonde, e si allontanarono, rumori di passi pesanti.
Laura prese in mano il mio cazzo semi-eretto, dita fredde che lo stringevano, dolore acuto che mi fece gemere. “Ora tappiamo questa fichetta,” disse sadica. Infilò un tappo/cuneo di 8mm nell’uretra: metallo freddo che forzava la punta, si incastrava e si spingeva in fondo per 5cm, dolore terribile, lancinante, sensazione di blocco interno, urla che non trattenni, lacrime che colarono, prostata gonfia che pulsava in risposta. Offese: “Troia, ora non verrai più, zoccola.” Mentre Laura terminava, Aurora mi sfilò dal culo il plug e infilò le sue dita piene di crema oleosa, odore chimico pungente poi prese una siringa grande e iniettò gel viscoso direttamente nel culo “devi essere lubrificato bene”: calore viscido che riempiva, sensazione di "impregnazione" interna, appiccicoso, viscoso, caldo, bruciante, lancinante, acuto, elettrico, pulsante, gonfio, dilatato, aperto, riempito, svuotato, spezzato, rotto.
La gang iniziò piano, un crescendo lento e deliberato che mi spezzò pezzo per pezzo, come se ogni minuto fosse calcolato per farmi capire quanto fossi nulla, quanto fossi loro.
I neri erano nel salone, voci profonde che ridevano piano, odore di colonia forte e sudore maschile che si diffondeva come una nebbia densa, colori scuri delle loro magliette nere che contrastavano con il bagliore rosa fioco delle luci al neon. Laura, Barbara e Aurora mi spinsero al centro della stanza, minigonna plissata già alzata, autoreggenti nere che sfregavano la pelle con rumori fruscianti, parrucca bionda che odorava di sintetico e mi cadeva sugli occhi sudati. “In ginocchio, troia,” ordinò Laura, la voce bassa e crudele, tutina di lattice che scricchiolava a ogni movimento, calze a rete che odoravano di gomma e sudore rappreso.
Mi inginocchiai sul parquet freddo, il tappo da 8mm incastrato nell’uretra che bruciava come un chiodo rovente, ogni pulsazione del cazzo bloccata che mi faceva gemere piano, prostata gonfia che pulsava. Il primo nero si avvicinò, pantaloni aperti, cazzo grosso e venoso già semi-eretto, odore muschiato forte che mi investì. “Lecca, zoccola,” disse. La lingua sfregò il glande, sapore salato e acre, rumori umidi mentre succhiavo, lui che gemeva spingendo piano, lacrime che colavano sul viso per l’umiliazione, il corpo che tremava, sudore che colava lungo la schiena, appiccicoso e caldo.
Fecero a turno: uno dopo l’altro, cazzi diversi – alcuni grossi e venosi, altri più lunghi e curvi – che mi riempivano la bocca, sapori misti di sudore, colonia, pre-eiaculato salato che mi bruciava la gola, rumori gorgoglianti mentre soffocavo, lacrime che colavano, singhiozzi rochi che uscivano dal naso. Ogni volta che uno si ritraeva, un altro prendeva il posto, mani ruvide nei capelli biondi della parrucca, offese al femminile: “Troia, succhia bene, zoccola tatuata, la tua fica è pronta?” Il mio corpo traditore reagiva solo così – il piacere anale che cresceva, la prostata che pulsava disperata, ma il tappo uretrale bloccava tutto, orgasmi soffocati che mi facevano tremare senza sfogo, gocce patetiche che colavano dalla punta, dolore lancinante, acuto, elettrico.
Poi passarono ad Aurora. Lei si sdraiò sul divano, gambe divaricate, jeans tolti con rumore di cerniera, fica bagnata e lucida sotto la luce rosa. Il primo nero entrò con un colpo secco, rumore umido, schiocchi ritmici mentre la scopava nella fica, lei che urlava di piacere a voce alta per farsi sentire, orgasmo roco che echeggiava nella stanza, odore di fica bagnata che si mescolava a sudore maschile. Barbara si mise a pecora accanto, culo esposto, il secondo nero entrò nel suo culo: gemiti dolorosi ma eccitati, odore anale muschiato, rumori schiocchianti di carne contro carne, lei che godeva sadicamente, possessiva, sussurrando “Guardate la nostra troia, la sua fica tatuata aspetta”.
Laura non aspettò. Si mise dietro di me, strap-on nero spesso, venoso, lubrificato con gel freddo odorante di menta. “Ora tocca a te, cagna.” Mi infilò il dildo nel culo con forza, testa larga che forzava l’apertura tatuata, dolore lancinante che mi fece urlare, corpo che si tendeva, lacrime che colavano. “Ti piace vero” mi chiese ed io potei soli dire “Si signora”. Martellò la prostata gonfia con colpi sempre più forti, rumori forti, ogni affondo un colpo brutale che mi spezzava, orgasmi anali soffocati che mi scuotevano senza sfogo, il tappo uretrale che bloccava tutto, fitte elettriche che mi facevano gemere, singhiozzare, tremare.
Mentre Laura mi sfondava, Barbara e Aurora si misero in 69 sul tappeto, corpi nudi intrecciati, gemiti umidi, odore muschiato intenso, sapori dolci-amari mentre si leccavano le fiche, lingue che sfregavano con rumori gorgoglianti, orgasmi multipli che le facevano tremare, urla rocche che echeggiavano, offese sussurrate: “Guarda la nostra troia, gode solo nel culo rotto”. Le vidi godere, corpi sudati, bagnati, appiccicosi, viscosi, caldi, mentre Laura continuava a martellarmi, prostata che esplodeva in orgasmi anali repressi, dolore lancinante che mi faceva piangere, gemere, urlare, singhiozzare, tremare, sudato, bagnato, appiccicoso, viscoso.
Poi Barbara si tolse, lasciò il posto ai neri. Uno dopo l’altro si tolsero i preservativi – rumore di lattice che si strappava – e cominciarono ad incularmi. Il primo entrò con forza, cazzo grosso che sfondava l’apertura tatuata, dolore lancinante, rumori umidi, le loro palle che sbattevano contro il mio culo con schiocchi sordi, odore di sperma e sudore che riempiva la stanza. Ogni affondo era brutale, cazzi diversi – alcuni lunghi e curvi, altri grossi e venosi – che mi riempivano, mi dilatavano, mi spezzavano. Il terzo aveva un cazzo enorme, testa larga che mi spaccava letteralmente, senza fiato, urla strozzate, lacrime che colavano, singhiozzi rochi, corpo tremante, sudato, bagnato, appiccicoso, viscoso. Laura da sotto mi strinse le palle con forza, dolore acuto che mi fece urlare, mentre Barbara e Aurora si masturbavano in 69, gemendo ancora.
Quando anche l’ultimo nero sborrò nella mia fica anale mi sentii quasi messo incinta, pieno, dilatato, aperto, riempito, svuotato dentro, spezzato, rotto. Aurora mi venne dietro, mi infilò subito un plug da 6 cm nel culo: rumore umido, dolore lancinante, offese “Ora tienilo per 24 ore, troia, sei incinta”. Mi assestò un calcio sulle palle, dolore acuto che mi piegò, lacrime che colarono, pensando “Me lo merito, nullità”.
A quel punto Laura volle godere. Mi fece stendere a pancia in su sul pavimento freddo, piastrelle grigie appiccicose, odore di sperma e sudore. Si sedette sulla mia faccia, fica bagnata sopra la mia bocca aperta, con il suo odore muschiato intenso. Si masturbò leccando il cazzo di un nero grosso per indurirlo, rumori umidi, sapore salato mentre lo succhiava, lui che gemeva. Quando lo sentì duro, si liberò pisciandomi in bocca: getto caldo, forte, gorgogliante, sapore acre, odore ammoniacale, bevvi tossendo, lacrime che colarono. Mi tolse il tappo al cazzo ma solo per sostituirlo con una cannula che entrava tutta finno alle palle, doloro lancinante “Voglio prendere la tua sborra direttamente dalle palle” Si piegò in avanti, fica sulla mia bocca, si fece scopare dal nero: rumori schiocchianti, cazzo che entrava nella sua fica, io costretto a leccare la sua fica e le palle del nero, sapori dolci-amari misti a sperma, odore muschiato soffocante. Laura massaggiò il mio cazzo tenuto dritto dalla cannula interna, dita che sfregavano, dolore lancinante ed eccitazone, fino a che non si riempì di sborra prostatica. Nel frattempo lei ebbe un grande orgasmo vaginale, squirto caldo che mi bagnò il viso, gemiti rochi.
Tolse la cannula piena, mescolò lo sperma in un biberon per bambini con latte artificiale, e mi mise la tettarella di gomma in bocca: “Bevi, troia.” Sorso caldo, dolce-salato, sapore di latte misto a sperma, disgusto che mi bruciò la gola, tutti risero. Fu una umiliazione forte, cruda, brutale. Avevo il culo in fiamme, spaccato, diventato veramente una fica anale, tanto rotto che quasi non tenevo il plug da 6 cm – sembrava piccolo.
Aurora e Barbara si guardarono, sorridendo. “È nostro per sempre,” disse Barbara possessiva. “Estendiamo la prova a tempo indefinito.” Aurora annuì sadica: “Sì. Non lo lasciamo più andare. È la nostra troia tatuata.” Ero lì, dolorante, umiliato, pieno di sborra, spezzato, una puttana oggetto, proprietà di due sadiche.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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