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Katiuscia la cameriera #2


di Membro VIP di Annunci69.it Efabilandia
03.09.2025    |    24.755    |    3 9.2
"Obbedii, lasciando cadere la gonna e la camicetta, il reggiseno di pizzo beige che si sganciava con un clic..."
La sera, dopo una lunga giornata, ci ritrovavamo intorno al tavolo di quercia, con il pavimento di cotto che rifletteva la luce calda delle lampade, a condividere storie e risate. Eppure, sotto questa patina di perfezione, si nascondeva un segreto che mi consumava: il mio desiderio oscuro, il mio bisogno di essere dominata, punita, posseduta.
Il mio seno, una quarta abbondante, è ancora sodo, i fianchi definiti, e i capelli castani, sempre raccolti in uno chignon basso, incorniciano un viso che molti definiscono affascinante. Oggi indossavo un tailleur blu scuro, con una gonna a tubino che mi fasciava i fianchi e una camicetta di seta bianca, leggermente trasparente, che lasciava intravedere il reggiseno di pizzo nero.
Erano le 19:00, quasi l’orario in cui Katiuscia finiva il suo turno. Matteo e Leonardo erano seduti al tavolo della cucina, il profumo di lasagne fatte in casa che riempiva l’aria. Io cercavo di evitarla, di non incrociare il suo sguardo, di non restare sola con lei. Ogni volta che i suoi occhi verdi mi sfioravano, sentivo un brivido di colpa e desiderio mescolarsi nel mio petto. Ma Katiuscia non mi dava tregua. “Signora, può venire un attimo in bagno? Devo farle vedere questa muffa che dovrei togliere,” disse, la voce alta e chiara, perché Matteo la sentisse. Il suo tono era innocente, ma i suoi occhi dicevano altro.Con il cuore che mi martellava, mi alzai, sistemandomi la gonna del tailleur. “Arrivo,” mormorai, cercando di sembrare calma. Entrai nel bagno padronale, con le sue piastrelle bianche e nere e il grande specchio sopra il lavandino doppio. Katiuscia era lì, la gonna nera sollevata fino ai fianchi, la sua fica esposta, i peli castani ben curati che brillavano sotto la luce fredda. Mi fissava, uno sguardo che mi faceva sentire nuda, vulnerabile. Tentai di voltarmi, di uscire, ma lei alzò una mano, un gesto silenzioso che mi bloccò. “Chiudi la porta,” disse, la voce bassa, tagliente.Obbedii, il clic della serratura che risuonava come una condanna. “Inginocchiati,” ordinò, e io, senza sapere perché, caddi in ginocchio sul pavimento freddo. Il suo odore, muschiato e caldo, mi avvolse mentre avvicinavo il viso alla sua fica. “Lecchiami,” disse, e la mia lingua, tremante, iniziò a muoversi. Il gusto era salato, intenso, con un retrogusto dolce che mi fece rabbrividire. Leccai con impegno, la mia lingua che scivolava dentro di lei, seguendo il ritmo dei suoi gemiti soffocati. Il suono del suo respiro, il modo in cui le sue cosce tremavano, mi spingeva a continuare, a perdermi in lei. Quando venne, fu un’esplosione: un getto caldo mi colpì il viso, bagnandomi le guance, il mento. Cercai di afferrare un asciugamano dal porta-asciugamani, ma Katiuscia mi bloccò, premendo la mia faccia contro la sua fica. E poi, come sempre, il suo piscio caldo mi inondò, colando sul mio petto, inzuppando la camicetta di seta. Il sapore acre mi riempì la bocca, e io, in un misto di vergogna e desiderio, lo ingoiai, il mio corpo che tremava.Katiuscia si ricompose, abbassando la gonna con un gesto lento, quasi regale. “Finisco di pulire,” disse, come se nulla fosse successo, e tornò a strofinare il lavandino con uno straccio. Io mi alzai, barcollando, e corsi nell’altro bagno, quello degli ospiti, per lavarmi e cambiarmi. Mi tolsi la camicetta bagnata, il reggiseno intriso, e indossai una maglietta di cotone leggero e una gonna lunga. Il mio viso, riflesso nello specchio, era arrossato, gli occhi lucidi di lacrime e desiderio. Tornai in cucina, forzando un sorriso per Matteo e Leonardo, ma dentro di me bruciava ancora il sapore di Katiuscia.
Il giovedì pomeriggio, Katiuscia tornava sempre per le pulizie dalle 14:00 alle 15:00. Quel giorno ero sommersa dal lavoro, documenti sparsi sulla scrivania del mio studio al piano terra, il tailleur beige che indossavo leggermente stropicciato dal caldo. Matteo era appena rientrato, ancora in giacca e cravatta, e stava finendo di pranzare in cucina. Cercavo di evitare Katiuscia, di non incrociare i suoi occhi verdi, ma il senso di colpa mi pesava come un macigno. Sapevo che era spietata, che non avrebbe esitato a usare il video contro di me.“Amore, scendo un attimo al locker qui sotto a prendere il pacco,” disse Matteo, pulendosi la bocca con un tovagliolo. “Se aspetti cinque minuti, Katiuscia finisce e scendiamo insieme,” risposi, la voce tesa, sperando di non restare sola con lei. Ma Katiuscia, che stava passando lo straccio nel corridoio, colse l’occasione. “Signora, oggi forse devo fare più tardi per togliere quella muffa, ricorda? Ne avrò almeno fino alle 15:15 o oltre,” disse ad alta voce, perché Matteo sentisse. I suoi occhi erano fissi nei miei, un avvertimento silenzioso a non parlare. Matteo, dalla cucina, rispose: “Amore, allora scendo un attimo, tra dieci minuti sono a casa e poi riscendiamo insieme.”Katiuscia, soddisfatta, si diresse in camera da letto per continuare le pulizie. Io rimasi immobile, il cuore che mi batteva forte. Quando la porta d’ingresso si chiuse dietro Matteo, lei mi chiamò. “Signora, venga qui.” La sua voce era un ordine, e io, come una marionetta, obbedii. Entrai in camera, con il suo letto king-size coperto da lenzuola di seta grigia e il profumo di lavanda che aleggiava nell’aria. Katiuscia era lì, la cintura di pelle nera di Matteo in mano, il volto duro. Senza preavviso, mi colpì con un ceffone, forte, che mi fece girare la testa. “Inutile che fai la stronza e cerchi di evitarmi,” disse, e un secondo ceffone mi colpì l’altra guancia, lasciandomi senza fiato.Poi, con un movimento rapido, mi diede un calcio tra le gambe, dritto sulla fica. Il dolore fu acuto, un fuoco che mi fece piegare in due. Cercai di proteggermi, ma un secondo calcio arrivò, ancora più forte, facendomi gemere. Mi rialzai, tremante, e Katiuscia mi colpì di nuovo, un ceffone a mano aperta che mi bruciò il viso. “Spogliati,” ordinò. Obbedii, lasciando cadere la gonna e la camicetta, il reggiseno di pizzo beige che si sganciava con un clic. Ero nuda, vulnerabile, e Katiuscia prese la cintura, portandola dietro le spalle come un’arma. Il primo colpo arrivò sui miei capezzoli, un dolore lancinante che mi fece urlare. Portai le mani al seno, ma lei non si fermò. Mi guardai nello specchio della camera, vedendo i segni rossi che si formavano sulla mia pelle chiara.Un altro colpo, questa volta sulla fica, con la cintura che si abbatté con un suono secco, lasciando un segno rosso evidente. Mi piegai, le mani sulla fica per proteggermi, ma Katiuscia scostò le mie braccia e colpì di nuovo, due volte, sul seno e sui capezzoli. “Ora voglio vedere come farai a non sentire dolore quando scoperai con il tuo amico nero,” disse, la voce carica di disprezzo. Un altro colpo sulla fica, poi un calcio, forte, che mi fece barcollare. Il dolore era ovunque, un fuoco che mi consumava, ma sotto di esso c’era un piacere oscuro, un desiderio che mi faceva bagnare, che mi faceva sentire viva.“E ricorda,” aggiunse Katiuscia, “sabato abbiamo le pulizie intense: vetri, divani, letti. Di’ a tuo marito di portare il piccolo a fare un giro in bici e lasciarci sole. Preparati, sarà un sabato doloroso.” Poi se ne andò, lasciandomi nuda, con i segni rossi sul corpo e la fica gonfia, pulsante.
Rimasi sola in camera, il silenzio rotto solo dal mio respiro affannoso. Mi guardai nello specchio, i segni rossi sul seno, i capezzoli doloranti, la fica gonfia e arrossata. Ogni colpo di Katiuscia era stato una pugnalata, un’esplosione di dolore che si ripercuoteva in ogni fibra del mio essere. La cintura aveva lasciato strisce di fuoco sulla mia pelle, ogni impatto un’accusa, una punizione per ciò che ero. Eppure, sotto quel dolore, c’era un piacere che non potevo negare. Ogni colpo sulla fica era stato come un fulmine, un dolore così intenso che mi faceva gridare, ma che accendeva qualcosa di profondo, di primordiale. Sentivo ogni nervo vibrare, ogni pulsazione amplificata, e il mio corpo, traditore, rispondeva bagnandosi, implorando di più.Mi toccai, le dita che scivolavano sulla fica gonfia, dolorante. Ogni tocco era un misto di agonia e piacere, un contrasto che mi faceva tremare. Chiusi gli occhi, immaginando gli occhi verdi di Katiuscia, la sua voce che mi chiamava troia, e mi masturbai con forza, le dita che si muovevano rapide, il dolore che si trasformava in un orgasmo violento. Il mio corpo tremò, le gambe cedettero, e caddi in ginocchio, il respiro rotto, il cuore che batteva all’impazzata. Ero devastata, ma viva, eccitata in un modo che non riuscivo a spiegare.
Quando Matteo tornò, ero ancora in camera, nuda, con i segni rossi sul corpo. “Amore, dammi due minuti per prepararmi,” dissi, la voce tremante. Mi infilai una gonna lunga di cotone leggero e una camicetta morbida, ma ogni movimento era una tortura. Il tessuto strofinava contro i capezzoli martoriati, la fica gonfia che pulsava a ogni passo. Matteo mi guardò, preoccupato. “Amore, tutto bene?” chiese, posando una mano sulla mia spalla.“Sì, amore, è solo che ho un po’ di voglia,” mentii, forzando un sorriso. Poi, in un impulso che non riuscii a controllare, infilai una mano nei suoi pantaloni, sentendo il suo cazzo già duro sotto le mie dita. Lo tirai fuori, spostai il perizoma e lo spinsi sul letto. Salii sopra di lui, il dolore della fica che si amplificava mentre lo prendevo dentro di me. Ogni movimento era un’agonia, ma anche un piacere travolgente. Mi muovevo veloce, ignorando il fuoco tra le gambe, e quando Matteo venne, schizzando dentro di me, il mio orgasmo fu un’esplosione, un misto di dolore e piacere che mi fece gridare. Pulii il suo cazzo con la bocca, il sapore salato della sua sborra che si mescolava al mio desiderio, poi mi ricomposi. Scendemmo insieme, la sua sborra ancora dentro di me, un altro segreto che portavo con me.
Tornati a casa, il resto della serata fu una danza di normalità. Cenammo con Leonardo, ridemmo alle sue storie di scuola, ma dentro di me bruciava l’attesa per sabato. Katiuscia aveva promesso un giorno doloroso, e io, nonostante la paura, sentivo un desiderio oscuro crescere dentro di me. La villa, con il suo profumo di rose e cera al limone, era diventata il palcoscenico di un gioco pericoloso, e io non potevo fare a meno di giocarci.


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