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incesto

Zia Jenny #5


di Membro VIP di Annunci69.it Efabilandia
12.02.2026    |    43.130    |    1 8.9
"Poi infilai le mutandine di pizzo nero, già sporche di sperma secco dal weekend, sentendole appiccicarsi alla fica colante, un misto di odori – muschio, sale, sandalo – che mi avrebbe..."
Mi chiamo Jenny, e quel pomeriggio di domenica, mentre guidavo da Gubbio verso Perugia, il mio corpo era un turbine di emozioni contrastanti. Il bruciore nel culo e nella fica mi ricordava il weekend con il professore: le sue spinte notturne mentre dormivo, il suo sperma che mi ricopriva ovunque, e poi quell'addio frettoloso che mi aveva fatta sentire usata, un oggetto da gettare via. A 38 anni, con il mio corpo scolpito e il seno sodo che attirava sguardi ovunque, non potevo accettarlo. Mi sentivo sporca, sì, ma anche eccitata dal ricordo: l'odore muschiato del suo seme ancora appiccicoso tra le cosce, il sapore salato che mi era rimasto in bocca dalla doccia mattutina. Accesi la radio in macchina per distrarmi, e partì una canzone di Lana Del Rey, "Ride", con quella voce languida e malinconica che sembrava sussurrarmi all'orecchio. "I just ride, I just ride..." cantava, e io accelerai, il vento che entrava dal finestrino abbassato portando l'odore fresco degli ulivi umbri. Il mio sandalo carnoso si mescolava all'aria, un velo speziato che mi avvolgeva come un abbraccio proibito. Guidai con una mano sul volante e l'altra che sfiorava distrattamente la gonna, sentendo il calore umido tra le gambe. Perugia era vicina, e Carlo... oh, Carlo, il mio nipote di 22 anni, con quel corpo giovane e caldo che mi faceva fremere solo a pensarlo. Lui sarebbe stata la mia rivincita, il fuoco che bruciava via la delusione.
Arrivai al suo appartamento intorno alle 15:00, il sole basso che tingeva le strade medievali di arancione. Parcheggiai in fretta, il cuore che batteva forte. Indossavo ancora il body di pizzo nero, aderente come una seconda pelle, con la scollatura che lasciava intravedere i capezzoli turgidi, la gonna corta che sfiorava le calze autoreggenti, e i tacchi alti che clicchettavano sull'asfalto. Il plug d'oro era rimasto alla villa – un trofeo amaro – ma il mio culo pulsava ancora, dilatato e sensibile. Bussai alla porta, e quando si aprì, eccolo lì: Carlo, in mutande grigie attillate, i muscoli definiti del petto nudi, i capelli castani scompigliati come se si fosse appena svegliato da un pisolino. I suoi occhi castani si spalancarono per la sorpresa, la bocca che si apriva in un "Zia?" balbettato.
Non persi tempo. Mi gettai su di lui, abbracciandolo stretto, il mio seno che premeva contro il suo petto caldo. Lo baciai con passione, la lingua che entrava profonda nella sua bocca, danzando con la sua in un vortice umido e dolce. Sapeva di dentifricio alla menta e di sonno pomeridiano, un gusto fresco che contrastava con il mio sandalo speziato. Le sue mani, esitanti all'inizio, scesero subito tra le mie cosce, sfiorando la pelle liscia sopra le calze. Spinse piano sul mio culo, le dita che premevano attraverso la gonna, e lì lo sentì: il vuoto lasciato dal plug, ma il mio ingresso posteriore ancora sensibile, caldo. Stava per parlare, per chiedere, ma io gli infilai le mani nelle mutande, afferrando la sua virilità già semi-eretta. La massaggiai piano, sentendo il calore pulsare sotto le dita, le vene che si gonfiavano, l'odore maschile salato che saliva dal tessuto.
Senza dire una parola, mi abbassai in ginocchio proprio lì, sull'ingresso, la porta ancora semiaperta. Gli abbassai le mutande, liberando il suo cazzo giovane e duro, venato e invitante. Lo presi in bocca avidamente, la lingua che girava intorno alla punta, assaporando il gusto forte e salato del suo sudore misto a pre-eccitazione, come un nettare proibito che mi faceva bagnare di più. Succhiavo profondo, ritmico, i gemiti di Carlo che echeggiavano nel piccolo corridoio: suoni rochi, bagnati, che mi facevano vibrare il clitoride. L'odore del suo inguine – muschio giovane, salato – mi avvolgeva, mescolandosi al mio sandalo umido.
Ci spostammo sul divano di fronte all'ingresso, un vecchio sofà di pelle marrone che cigolava sotto il nostro peso. Io mi girai, mi chinai in avanti, le mani sul bracciolo, alzando la gonna per esporre il mio fondoschiena rotondo e proporzionato. Con dita tremanti di desiderio, mi aprii le natiche, mostrando l'ingresso posteriore roseo e dilatato, ancora lucido del seme del professore. "Qui," sussurrai, la voce rotta dall'eccitazione. Carlo non esitò: si posizionò dietro di me, la sua virilità dura che premeva contro di me. Entrò con forza, pompendo dentro il mio culo con spinte potenti, ogni affondo che mi dilatava di più, un bruciore dolce che si trasformava in estasi. Più spingeva, più gocciolavo di piacere sul divano: il mio nettare che colava copioso dalla fica, bagnando la pelle marrone in chiazze umide, l'odore di eccitazione femminile – dolce e muschiato – che saturava l'aria.
"Ti piace spaccare il culo della zia, vero porco?" ripetei ansimando, le parole che uscivano tra un gemito e l'altro, il corpo che tremava a ogni spinta.
"Sì, zia, tu sei proprio una grande troia," rispose lui, la voce rauca, continuando a pompare con vigore, le mani sui miei fianchi che mi tenevano ferma.
All'improvviso, la porta d'ingresso si aprì con un cigolio. Era Sebastiano, il compagno di stanza di Carlo, alto e moro, con un sorriso sorpreso che si trasformava in lussuria vedendo la scena. Dietro di lui spuntò un altro ragazzo: un amico di colore, alto e muscoloso, con la pelle scura che brillava sotto la luce del pomeriggio, occhi neri penetranti. Si chiamava Jamal, studiava con loro all'Università per Stranieri di Perugia, un ventenne originario del Senegal con un fisico scolpito dal basket. Sorrisi tra me e me: dopo la delusione del professore, avevo voglia di tanto cazzo, di sentirmi piena, desiderata, viva.
Carlo non si fermò, continuò a scoparmi nel culo con spinte ritmiche, il suono bagnato che echeggiava nella stanza. Sebastiano e Jamal si avvicinarono, ipnotizzati. Allungai le mani, accarezzando i loro pantaloni, sentendo i rigonfiamenti duri sotto il tessuto. Tirarono fuori le loro virilità: quella di Sebastiano familiare, spessa e venata; quella di Jamal veramente grossa, nera e imponente, con un odore terroso e maschile che mi fece salivare. Cominciai a leccarli a turno, la lingua che tracciava le lunghezze, assaporando sapori diversi: Sebastiano salato e fresco, Jamal più intenso, muschiato come cioccolato amaro misto a sudore. Succhiavo avida, la bocca piena alternativamente, mentre Carlo mi martellava dietro.
Feci distendere Jamal sul divano sotto di me, la sua mazza gigante puntata verso l'alto. Mentre Carlo continuava a incularmi, mi calai su di lui lentamente, la mia fica che si apriva intorno a quella carne enorme, dilatandomi al limite. Un orgasmo mi travolse subito, violento, le pareti che si contraevano spasmodiche, il nettare che gocciolava abbondante sul suo inguine. Continuai a muovermi, su e giù, il doppio piacere che mi faceva urlare: Carlo nel culo, Jamal nella fica, due virilità giovani che mi spaccavano in due. L'odore di sesso crudo – muschio, sudore, sandalo – saturava la stanza, e in sottofondo, dalla radio accesa in cucina, arrivava una canzone di The Weeknd, "Wanderlust", con quel ritmo sensuale e ipnotico che sembrava accompagnare i nostri movimenti.
Carlo venne per primo, schizzando caldo e profondo nel mio culo, un calore liquido che mi fece avere un nuovo orgasmo, tremando tra loro. Sebastiano prese il suo posto senza esitare, entrando nel mio culo sfondato con spinte potenti, riempiendomi di nuovo. Jamal sotto di me era al limite, la sua virilità che vibrava dentro di me. Per eccitarlo ancora di più, gli misi il seno in faccia: i miei capezzoli turgidi, sodi, che lui leccò avidamente, succhiandoli con fame, il gusto della mia pelle misto a sudore salato. Assestò altri due colpi forti, profondi, e mi schizzò tutto nella fica, getti abbondanti e caldi che mi riempirono, scatenando un orgasmo violento: gocciolai abbondante, il nettare misto al suo seme che colava sul divano.
Sebastiano, sentendomi contrarre, sfilò improvvisamente dal mio culo, lasciandomi un vuoto improvviso che mi eccitò da morire – un brivido elettrico che mi fece fremere. Mise la sua virilità nella mia fica, già piena del seme di Jamal, e spinse forte: voleva riempirmi lì, mescolarsi agli altri. Quel vuoto nel culo, seguito dal calore doppio nella fica, mi portò a un nuovo orgasmo che mi percorse tutta, le pareti che si stringevano intorno a lui mentre lui schizzava dentro di me, un'esplosione calda e cremosa che mi lasciò ansimante.
Quando tutto finì, mi staccai piano, il corpo tremante e appagato. "Non mi presentate al vostro amico?" dissi con un sorriso malizioso, la voce ancora roca.
Carlo, ridendo, rispose prontamente: "Questa è mia zia Jenny, ed è la nostra troia. Non è mai sazia di cazzo, come hai visto."
Tutti scoppiammo a ridere, un suono liberatorio che riempì la stanza. Jamal annuì, gli occhi neri che brillavano: "Piacere, Jamal. E tu sei... incredibile."
Ero finalmente felice, appagata. Questo nuovo ruolo di troia mi piaceva da morire: mi faceva sentire viva, pulsante, desiderata. A 38 anni, con il mio corpo scolpito e il seno che attirava le loro mani come magneti, sentirmi posseduta da questi giovani ventenni – Carlo con la sua innocenza sporca, Sebastiano con la sua forza familiare, Jamal con quella virilità esotica e imponente – mi metteva un'adrenalina speciale nel sangue. L'odore di sperma misto al mio nettare, salato e dolce, mi avvolgeva come un velo erotico; il sapore dei loro cazzi ancora sulla lingua, diversi ma tutti intensi, mi faceva leccare le labbra.
Purtroppo, si erano fatte le 19:00. Dovevo riprendere la macchina per tornare a Roma. Decisi di non lavarmi: volevo conservare tutto quello sperma nella fica e nel culo, un trofeo caldo e appiccicoso che mi ricordasse la mia rivincita. Prima di rivestirmi, chiesi a Carlo: "Rimettimi il plug anale," dissi, girandomi e aprendo le natiche mentre Sebastiano e Jamal guardavano ammirati, i loro occhi dilatati dal desiderio residuo.
Carlo lo prese dal mio borsone – l'avevo portato via alla fine – e lo infilò piano, ruotandolo per dilatarmi di nuovo. Il bruciore familiare mi fece gemere, il gioiello d'oro con la gemma rossa che si sistemava profondo, sigillando il seme di Carlo e Sebastiano dentro di me. Poi infilai le mutandine di pizzo nero, già sporche di sperma secco dal weekend, sentendole appiccicarsi alla fica colante, un misto di odori – muschio, sale, sandalo – che mi avrebbe accompagnata nel viaggio.
Li baciai tutti e tre, lingue che danzavano un'ultima volta, e uscii. In macchina, accesi di nuovo la radio: stavolta era "Partition" di Beyoncé, ritmo sensuale e provocante che mi fece sorridere mentre partivo. Il plug premeva a ogni curva, il seme che colava piano nelle mutandine, e io mi sentivo potente, viva, pronta per nuove avventure. Roma mi aspettava, ma Perugia... Perugia sarebbe diventata la mia seconda casa.

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