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Elias: il contratto di un mese #5


di Membro VIP di Annunci69.it Efabilandia
19.02.2026    |    34.560    |    2 9.7
"L’aria interna era densa: legno lucido odorante di cera, candele alla lavanda che bruciavano con un crepitio lieve, sudore femminile misto a profumi vari – rosa, sandalo, vaniglia – un..."
Dopo quell’incontro fatale nel salotto di Barbara, dove Aurora aveva scoperto il mio segreto più umiliante e aveva assaggiato il potere della dominazione, qualcosa in lei cambiò radicalmente. All’inizio fu una tempesta di emozioni: rabbia pura, come un fuoco che le consumava il petto, mescolata a una curiosità oscura che le accendeva gli occhi ogni volta che mi guardava. Ricordo il giorno dopo, quando ci incontrammo per “chiarire” – o almeno così aveva detto lei al telefono, la voce tremante ma decisa. Arrivai al suo appartamento con il cuore in gola, il corpo ancora dolorante dalla firma del contratto, la gabbietta che mi stringeva il cazzo in una morsa costante, fredda, un bruciore sordo che mi ricordava ogni secondo la mia impotenza. L’aria del suo appartamento mi avvolse subito: odore di caffè fresco misto al suo profumo di fragola, dolce e innocente, che contrastava con la furia che le lessi negli occhi castani quando aprì la porta. “Entra, stronzo,” disse, la voce bassa, un sibilo che mi fece rabbrividire. Non appena chiusi la porta alle mie spalle, mi afferrò per il colletto della camicia, le sue unghie laccate di rosa che graffiavano leggermente la pelle, e mi spinse contro il muro con una forza inaspettata. Il rumore sordo del mio schiena contro il intonaco riecheggiò nel corridoio stretto, e prima che potessi dire una parola, le sue mani scesero veloci, slacciando la cintura dei pantaloni con dita tremanti di eccitazione repressa. “Fammi vedere se hai ancora quella cosa,” mormorò, il fiato caldo sul mio collo che odorava di menta dal chewing gum che masticava nervosamente.
Abbassò i pantaloni e i boxer in un gesto fluido, esponendo la gabbietta metallica che imprigionava il mio cazzo, schiacciato e minuscolo, il metallo lucido che rifletteva la luce del lampadario. Lei lo fissò, gli occhi spalancati, un misto di disgusto e fascinazione che le colorò le guance di rosso. “È ancora lì… quella stronza ti tiene chiuso come un animale.” La sua voce era un sussurro rauco, ma invece di ritrarsi, le sue dita sfiorarono il metallo freddo, un tocco leggero che mi fece pulsare inutilmente dentro, fitte dolorose che mi strapparono un gemito sommesso. Aurora rise, una risata amara, eccitata, che riecheggiò nella stanza, e all’improvviso mi strinse le palle con la mano destra, una presa ferma, dolorosa, che mi tolse il fiato. Il bruciore acuto si irradiò all’addome, un calore lancinante che mi fece piegare in avanti, lacrime che mi appannarono gli occhi. “Non hai le palle per dirmi la verità, vero? Letteralmente.” Ma invece di lasciarmi, si avvicinò di più, il suo corpo premuto contro il mio, il suo seno morbido contro il petto, e mi baciò. Un bacio violento, possessivo, le labbra calde e umide che sapevano di fragola dal suo rossetto, la lingua che invadeva la mia bocca con forza, un sapore dolce misto al salato delle mie lacrime. Mentre mi baciava, la sua mano strinse di più le palle, torcendole piano, un dolore profondo che mi fece gemere nella sua bocca, il suono attutito dalle nostre labbra unite. L’eccitazione di Aurora era palpabile: il suo respiro accelerato, caldo contro la mia pelle, l’odore della sua eccitazione che saliva dal basso, muschiato e umido, un calore che mi avvolgeva nonostante la mia gabbia. Si staccò solo per sussurrare: “Mi eccita vederti così… debole, chiuso. Non potrai mai più scoparmi, vero? Stronzo.”
Da quel momento, Aurora cambiò atteggiamento completamente. Non era più la fidanzata dolce e premurosa che ricordavo; era diventata una dominatrice in erba, guidata dall’eccitazione nuova per il potere che aveva scoperto, un misto di vendetta per il tradimento e di piacere perverso nel vedermi spezzato. Ogni incontro divenne un’umiliazione continua, un turbine di emozioni che mi lasciava esausto, terrorizzato e stranamente dipendente. Il giorno successivo, per esempio, mi convocò a casa sua nel pomeriggio. Arrivai con il cuore che batteva forte, l’odore della sua porta d’ingresso – legno verniciato misto a fiori secchi – che mi riportava a ricordi passati, ora distorti. Appena entrato, lei era in cucina, vestita con un top attillato e shorts corti che le fasciavano le cosce, i capelli biondi legati in una coda disordinata. “Vieni qui,” ordinò, la voce ferma ma con un tremolio eccitato che tradiva il suo nuovo ruolo. Mi avvicinai, e senza preavviso mi afferrò le palle attraverso i pantaloni, stringendo con forza, un dolore acuto che mi fece piegare, un gemito che uscì roco dalla gola. “Buongiorno, schiavo,” disse ridendo, il suo fiato caldo sul mio viso che odorava di caffè amaro. Poi mi baciò, le labbra morbide ma aggressive, la lingua che esplorava la mia bocca con un sapore di zucchero dal suo cappuccino, un bacio profondo che mi lasciò senza fiato. Ma mentre mi baciava, la sua mano scese dentro i pantaloni, afferrò le palle nude e tirò un pugno secco, un impatto sordo che mi fece urlare nella sua bocca, il dolore lancinante che si irradiò come elettricità, lacrime che mi rigarono le guance. Lei si staccò, ansimante, gli occhi brillanti di eccitazione, le guance arrossate. “Mi eccita tanto farti male… senti come sei debole, Elias. Non puoi neanche reagire.” Il suo odore – sudore leggero misto a fragola – mi avvolgeva, e nonostante il dolore, una parte di me pulsava nella gabbia, frustrata, umiliata.
Quella sera uscimmo con degli amici, in un ristorante affollato del centro, l’aria profumata di pizza al forno, aglio e basilico, rumori di posate che tintinnavano e risate lontane che mi facevano sentire isolato nel mio segreto. Aurora era radiosa: chiacchierava con tutti, il suo profumo floreale che si diffondeva al tavolo, ma sotto il tavolo la sua mano scivolò sulla mia coscia, un tocco innocente all’inizio che mi fece irrigidire. Poi, senza pensarci – o forse pensandoci fin troppo – mi strinse le palle attraverso i pantaloni, una presa ferma, dolorosa, che mi tolse il fiato. Il dolore acuto, bruciante, mi fece piegare leggermente in avanti, un gemito sommesso che coprii con un colpo di tosse, lacrime che mi appannarono gli occhi mentre fingevo di ascoltare la conversazione. Gli amici non notarono nulla, ma io sentii l’umiliazione travolgermi: ero lì, in pubblico, dominato da lei, il rumore delle sue unghie che graffiavano leggermente il tessuto dei pantaloni, l’odore del mio sudore terrorizzato che si mescolava al cibo. Aurora rise a una battuta, ma i suoi occhi su di me erano predatori, eccitati, un brivido di piacere che le percorreva il corpo. “Ti piace, vero?” mi sussurrò all’orecchio durante una pausa, il fiato caldo che mi diede brividi. Quella sera, tornando a casa sua, mi fece spogliare nel corridoio, l’aria fresca che mi diede pelle d’oca, e mi baciò di nuovo, le labbra calde e umide, ma durante il bacio tirò un altro pugno sulle palle, un impatto sordo che mi fece urlare nella sua bocca, il dolore che mi piegò, lacrime calde che mi rigarono il viso. Lei gemette di piacere, la sua eccitazione evidente nell’odore umido che saliva dal basso, le guance arrossate. “Mi fai bagnare quando piangi… sei mio ora, Elias.” E si sedette con la sua fica sulla mia faccia facendosi scopare dalla mia lingua.
Nei giorni successivi, Aurora si divertiva a dominarmi a suo piacimento, un cambiamento che la rendeva viva, eccitata come non l’avevo mai vista. Ogni incontro era una sorpresa crudele: una mattina mi chiamò al lavoro – il rumore della mia tastiera che ticchettava in background – e mi ordinò di andare in bagno ed incularmi da solo con la bottiglietta d’acqua, registrando il tutto con il telefonino e mandandoglielo. Il dolore auto-inflitto, acuto, mi fece tremare, l’odore del disinfettante del bagno che mi nauseava, l’umiliazione di obbedire via telefono mentre i colleghi chiacchieravano fuori. Un’altra sera, a casa sua, mi fece leccare i piedi dopo una giornata di shopping: li infilò in bocca, il sapore salato, sudato, con odore di cuoio dalle scarpe, la lingua che sfregava le piante ruvide, rumori umidi di suzione mentre lei gemeva eccitata, le mani nei pantaloni a toccarsi. “Senti come mi bagni… sei buono solo a questo, nullità.” Il suo orgasmo fu violento, un urlo che riecheggiò, l’odore della sua eccitazione che mi avvolgeva, umiliandomi mentre il mio cazzo pulsava inutilmente nella gabbia.
Era un’umiliazione continua, un turbine di emozioni che mi lasciava spezzato: terrore per il dolore imminente, vergogna per la mia debolezza, ma anche una dipendenza malata per il suo tocco, per il modo in cui mi comandava. Aurora, dal canto suo, sembrava sbocciare: i suoi occhi brillavano di una luce nuova, eccitata, la rabbia iniziale trasformata in un sadismo giocoso che la rendeva radiosa. “Mi sento potente,” mi confessò una volta, mentre mi baciava e mi stringeva le palle fino a farmi piangere, il suo fiato caldo con sapore di menta. “Vederti così… chiuso, dolorante… mi eccita da morire. Non ti lascerò mai andare.”
Il weekend organizzato da Barbara arrivò come un temporale annunciato da giorni, con un cielo grigio e pesante che sembrava riflettere esattamente il mio stato d’animo. Ero terrorizzato. Ogni fibra del mio corpo gridava di scappare, ma allo stesso tempo una parte oscura, malata, di me bramava ciò che stava per accadere: essere esposto, usato, ridotto a un oggetto davanti a estranee, sotto lo sguardo compiaciuto di Barbara e Aurora. Quella mattina Aurora bussò alla porta di casa mia con forza, un colpo secco e imperioso che mi fece sobbalzare dal divano dove ero seduto, le mani tremanti per l’anticipazione. Aprii la porta, e lei entrò senza dire una parola, spingendomi con decisione nel corridoio stretto. Il suo profumo mi investì immediatamente: fragola dolce dal suo shampoo, misto a un odore più pungente di sudore fresco, come se l’eccitazione l’avesse fatta camminare di fretta. I suoi occhi castani brillavano di una luce sadica, eccitata, le guance leggermente arrossate. Senza preavviso, le sue mani scesero ai miei pantaloni, slacciando la cintura con dita veloci, tremanti di impazienza. “Abbassa tutto,” ordinò, la voce bassa, un sussurro rauco che mi fece gelare il sangue. Obbedii, le mani intorpidite che abbassavano pantaloni e boxer, esponendo il mio cazzo semi-eretto per il terrore misto a desiderio, le palle pesanti che pendevano vulnerabili.
Aurora rise piano, un suono basso, vibrante di eccitazione, e tirò fuori dalla borsa la gabbietta metallica – lucida, fredda, crudele, con l’anello doppio alla base e il lucchetto che scintillava sotto la luce del corridoio. “Mica vorrai godere questo fine settimana?!” disse, gli occhi fissi nei miei mentre infilava prima l’anello doppio intorno alla base del cazzo e delle palle. Lo strinse con forza deliberata, il metallo che mordeva la pelle sensibile, un bruciore acuto, lancinante, che mi fece gemere sommessamente, lacrime che mi appannarono gli occhi. Il mio cazzo, traditore, tentò di indurirsi al suo tocco, ma lei lo piegò con freddezza clinica, schiacciandolo dentro la gabbia piatta. Ogni millimetro era una tortura: la carne costretta a rientrare completamente, il glande premuto contro le sbarre fredde, un dolore compressivo che si irradiava alle cosce, facendomi ansimare. Il clic del lucchetto fu definitivo, un suono secco, metallico, che riecheggiò nel corridoio come una porta che si chiudeva sulla mia libertà. L’umiliazione mi travolse: ero lì, mezzo nudo in casa mia, imprigionato da lei, il suo odore che mi avvolgeva, il suo respiro accelerato che tradiva la sua eccitazione crescente.
Ma non aveva finito. “Girati,” ordinò, la voce tremante di un piacere perverso. Obbedii, voltandomi verso il muro, le mani che tremavano lungo i fianchi. Sentii il rumore di una borsa che frugava, poi il suono di un involucro che si apriva – plastica che cricchiava – e capii che stava tirando fuori qualcosa di nuovo. “Ho comprato questo apposta per te, schiavo. Un plug da 5 cm, bello spesso. Ti aprirà un po’.” Il mio cuore accelerò, terrore puro che mi stringeva lo stomaco, l’odore della gomma nuova che mi raggiunse le narici, misto a un lubrificante alla menta che lei spalmò con dita fredde sull’oggetto. Mi spinse la schiena in avanti, facendomi piegare leggermente, e premette la punta contro l’ano. Il contatto fu freddo, umido, un bruciore iniziale che mi fece irrigidire i muscoli. Spinse piano ma con fermezza, il plug che si apriva strada, dilatandomi, un dolore acuto, lacerante, che mi strappò un gemito roco dalla gola. Ogni centimetro era una tortura: la gomma che sfregava le pareti interne, l’odore di menta che si mescolava al mio sudore terrorizzato, il rumore umido della penetrazione che riecheggiava nel corridoio silenzioso. Quando fu tutto dentro, la base larga premuta contro le natiche, mi sentii pieno, violato, un bruciore profondo che si irradiava alla prostata, facendomi tremare le gambe. Aurora diede una pacca sul culo, un suono schioccante che mi fece sussultare, e rise: “Bravo, tienilo lì. Ti abituerai.”
Mi fece rivestire in fretta, i pantaloni che sfregavano contro la gabbia e il plug, ogni movimento che amplificava il dolore interno, un pulsare costante che mi faceva ansimare. Poi legò le mani dietro la schiena con una corda nera, morbida ma stretta, il nodo che mordva i polsi, un bruciore che si univa al resto. Mi portò in macchina, spingendomi sul sedile posteriore, il cuoio freddo contro la pelle attraverso i vestiti. Lì, tirò fuori una maschera di gomma dalla borsa: nera, spessa, odorante di lattice nuovo e chimico, che copriva completamente gli occhi, lasciando aperti solo naso e bocca. Me la infilò sulla faccia, il materiale che si adattava stretto, soffocante, l’odore di gomma che mi riempiva le narici, il buio totale che mi isolava. Potevo sentire tutto, ma non vedere: il rumore della porta che si chiudeva con un tonfo sordo, il motore che ruggiva piano mentre partivamo, le gomme che stridevano sull’asfalto irregolare, ogni buca che faceva rimbalzare la gabbia contro le cosce e il plug più in fondo, fitte lancinanti che mi strappavano gemiti sommessi, l’odore del mio sudore terrorizzato che si mescolava all’aria condizionata.
Barbara era al volante, il suo profumo di vaniglia che si diffondeva nell’abitacolo, misto a quello di Aurora seduta accanto. I loro insulti iniziarono subito, voci chiare, eccitate, che penetravano il buio. “Guarda il nostro schiavo,” disse Barbara, la voce bassa, sadica, un riso che echeggiava come un’eco crudele. “Legato, bendato, con il cazzo chiuso e il culo pieno. Patetico.” Aurora rise, un suono vibrante, eccitato, il suo respiro accelerato che tradiva il piacere che provava. “Senti come respira forte? È terrorizzato… e gli piace. Frocio inutile, bevi la nostra piscia e piangi,” sussurrò, la voce tremante di eccitazione. Il loro riso mi umiliò nel buio, lacrime calde che bagnavano la maschera di gomma, odore salato sotto il naso. “Ti immagini cosa ti faranno le altre?” aggiunse Aurora, il sedile che scricchiolava mentre si girava verso di me. “Ti leccheranno, ti pisseranno, ti frusteranno… e tu non potrai fare niente.” Il suo tono era eccitato, quasi orgiastico, e sentii il rumore della sua mano che sfregava tra le gambe, un suono umido, lieve, che mi fece pulsare inutilmente nella gabbia, fitte frustranti che mi strapparono un gemito.
Il viaggio durò un’eternità: rumori di traffico, clacson lontani che squarciavano il silenzio, odore di benzina che entrava dai finestrini aperti, poi il silenzio della campagna, erba tagliata e terra umida che filtrava nell’abitacolo. Ogni buca era una tortura: il plug che si muoveva dentro, premendo sulla prostata con fitte elettriche, il bruciore costante che mi faceva ansimare, l’odore della gomma della maschera che mi soffocava, misto al sudore che colava sotto. Barbara e Aurora continuavano a insultarmi: “Senti come geme? È già bagnato di paura,” disse Barbara, la voce piena di disprezzo eccitato. “Patetico, con quel plug nel culo. L’hai comprato apposta per lui, Aurora? Brava, lo sta aprendo bene.” Aurora rise di nuovo, il suono che mi trafisse. “Sì, per renderlo una troia perfetta. Immaginalo questo weekend: leccare fiche sporche, bere piscio, frustato fino a piangere. Non meriti altro, Elias.”
Quando arrivammo, il rumore della ghiaia sotto le ruote cricchiò come ossa che si spezzano, l’aria esterna umida che entrava quando aprirono la porta, odore di erba tagliata e terra bagnata che mi avvolse. Mi guidarono bendato dentro la villa, mani sulle spalle – Barbara da un lato, Aurora dall’altro – che mi spingevano, il pavimento freddo sotto i piedi nudi che mi dava brividi, ogni passo un’umiliazione perché non vedevo nulla, dipendente da loro. L’aria interna era densa: legno lucido odorante di cera, candele alla lavanda che bruciavano con un crepitio lieve, sudore femminile misto a profumi vari – rosa, sandalo, vaniglia – un odore di eccitazione collettiva che mi fece pulsare nella gabbia. Sentii voci attutite ma chiare: risate femminili, 3 o 4 donne, amiche di Barbara, tutte dominatrici esperte, il tintinnio di bicchieri e il suono di tacchi sul parquet che mi facevano accelerare il cuore.
Mi tolsero la maschera di gomma... no, in realtà non me la tolsero affatto. La maschera di lattice nera restò lì, stretta come una seconda pelle sul mio viso, coprendo completamente gli occhi, lasciando solo i buchi per il naso e la bocca aperta. Era diventata parte di me: l’odore chimico della gomma nuova si era mischiato al mio sudore, al piscio secco di chi mi aveva usato prima, al sapore acre che mi era rimasto in gola. Non vedevo nulla, ma sentivo tutto: il ronzio basso della struttura girevole che mi teneva in X al centro della sala, il respiro collettivo delle donne intorno a me, il tintinnio lontano di bicchieri, il fruscio di tacchi sul parquet, risate basse e complici che mi trafiggevano come aghi. Il buio totale amplificava ogni sensazione: il plug da 5 cm che Aurora mi aveva infilato nel culo prima di partire, grosso e pesante, che premeva costante sulla prostata gonfia, un dolore sordo e pulsante che mi faceva ansimare piano, la gabbietta metallica che schiacciava il cazzo impedendogli di gonfiarsi, fitte frustranti ogni volta che il sangue tentava di affluire. Barba con voce chiara dichiarò che era possibile prendermi in affitto per il loro piacere.
L’affitto iniziò. Il suono di monete che tintinnavano – 20€ ciascuna per 15 minuti – era umiliante, metallico, come se fossi un distributore automatico. La prima donna si avvicinò: odore di rosa forte, quasi soffocante, si fece leccare i piedi – li infilò nella bocca aperta della maschera: sapore salato, sudato, con odore di calze usate che mi riempì le narici, la lingua che sfregava la pianta ruvida, rumori umidi di suzione mentre gemevano di piacere. Poi il culo: guance morbide, calde, odore muschiato, acre, lingua che entrava nel solco, sapore amaro che mi fece conati, l’umiliazione che mi travolgeva mentre sentivo i suoi gemiti eccitati, il mio cazzo che pulsava inutilmente nella gabbia.
La seconda: odore di sandalo forte, ma con una nota più pungente, quasi acida. Si fece leccare la fica: si accovacciò sulla mia faccia, la carne umida, gonfia, che premeva contro la bocca aperta. L’odore era forte, pungente, non lavata volutamente un puzzo forte – un misto di sudore vecchio, urina residua, eccitazione stantia che mi investì come un pugno, acre e animale, facendomi conati immediati. Il sapore era amaro, salato, con un retrogusto metallico che mi bruciava la lingua, rumori umidi di suzione mentre leccavo il clitoride, la sua voce eccitata che diceva: “Senti come puzzo? L’ho tenuto apposta per te, schiavo.” L’umiliazione fu devastante: ingoiare quel sapore forte, l’odore che mi impregnava le narici, il mio corpo che reagiva con pulsazioni frustrate nella gabbia, lacrime che colavano sotto la maschera.
La terza: lavanda dolce, piedi e fica alternati – sapore sudato sui piedi, umido sulla fica, odori misti che mi confondevano, rumori di gemiti che echeggiavano
La quarta donna si avvicinò. Lo capii dall’odore: un misto pesante di sudore vecchio, urina residua, eccitazione stantia e qualcosa di più crudo, quasi rancido. Non si era lavata, volutamente. Lo sentii dal modo in cui l’aria cambiò quando si accovacciò sopra la mia faccia: un’onda calda, pungente, che mi colpì le narici come un pugno. “Lecca bene il culo, schiavo,” disse, la voce bassa, divertita, con un accento romano marcato. Si posizionò, le guance morbide ma sudate che premevano contro la maschera, il solco caldo e umido che mi schiacciava il naso e la bocca aperta. L’odore era fortissimo: muschio acre, sudore rappreso, un retrogusto di feci residue che non era stata pulita bene, un sapore amaro e terroso che mi invase la lingua quando lei spinse. Leccai obbediente, la lingua che sfregava il solco sporco, rumori umidi di suzione forzata, conati che mi scuotevano il petto mentre ingoiavo quel sapore disgustoso, l’umiliazione che mi bruciava dentro come acido. Era degradante oltre ogni limite: non solo leccare un culo, ma leccarne uno sporco, non lavato, per il divertimento di una sconosciuta che mi usava come carta igienica vivente. Ogni passata della lingua portava via un po’ di sporco, un sapore sempre più intenso, rancido, che mi riempiva la bocca e mi faceva lacrimare sotto la maschera.
Poi, mentre leccavo con la lingua stanca, lei si contrasse e... scorreggiò. Un suono breve, umido, gorgogliante, direttamente sulla mia faccia. L’aria calda, fetida, mi investì il naso e la bocca aperta: odore di zolfo, feci, sudore vecchio, un puzzo soffocante che mi fece conati violenti, il corpo che tremava per il disgusto. L’umiliazione fu totale, devastante: ero lì, mascherato, legato, ridotto a un buco da usare, e una donna mi aveva appena scorreggiato in faccia mentre le leccavo il culo sporco. Sentii le risate delle altre – Barbara, Aurora, le ospiti – un coro di scherno che penetrava il buio, “Senti come puzza? Gli piace il culo sporco, questo frocio!” gridò una, e Aurora rise forte, eccitata: “Bravo, Elias, puliscilo bene con la lingua, è tutto tuo.” Il sapore rancido mi rimase in bocca, l’odore mi impregnò le narici, lacrime calde che colavano sotto la maschera, l’umiliazione che mi spezzava dentro, un nodo di vergogna e disgusto che mi faceva tremare. Ero ridotto a niente, un oggetto da degradare, e la cosa peggiore era che il mio corpo reagiva: la prostata martoriata dal plug pulsava, il cazzo schiacciato nella gabbia tentava di gonfiarsi, fitte dolorose che mi facevano gemere di frustrazione.
Barbara batté le mani, un suono secco che riecheggiò nella sala. “Basta affitto soft, ragazze. Ora passiamo all’asta della tortura.” La sua voce era calma, autoritaria, con un tono di divertimento crudele. “Regole chiare: ogni tortura parte da una base fissa. Nessuna può fare più di un rilancio. Aurora ha il cestino per i soldi – come per l’affitto – e ogni banconota che raccoglie la sbatte sulla faccia di Elias. Voglio che senta il rumore, che capisca quanto vale la sua sofferenza.”
Aurora rise, un suono eccitato, e sentii il tintinnio del cestino metallico che si avvicinava. Il primo round: calci sulle palle. Base 50 euro. La prima offerta arrivò subito: 50. Poi rilanci rapidi, voci femminili che si sovrapponevano – 55, 60, 65 – fino a 70 euro. “Vinta!” annunciò Barbara. Mi slegarono dalla struttura, mi fecero mettere nudo al centro della stanza, bendato con una striscia di stoffa nera che odorava di lavanda, gambe larghe, mani dietro la schiena. Il pavimento freddo sotto i piedi nudi, l’aria densa di profumi e sudore femminile. La vincitrice – odore di vaniglia forte – prese la rincorsa: sentii i suoi passi, il fruscio dei tacchi, poi il calcio. Con il collo del piede, tutta la forza scaricata sulle palle: un impatto sordo, violento, dolore lancinante che mi irradiò all’addome come un fulmine, un urlo roco che mi uscì dalla gola. Mi mossi, mi accasciai in avanti, le gambe che cedevano.
Aurora intervenne subito, la voce tagliente, eccitata: “No, no, si è mosso! Non vale. Hai diritto a un altro calcio.” La donna rise, prese di nuovo rincorsa. Il secondo calcio fu più forte: collo del piede che colpiva in pieno, un dolore acuto, elettrico, che mi piegò in due, lacrime che colavano sotto la benda, un gemito spezzato. Il bruciore si irradiò alle cosce, alla schiena, nausea che mi salì in gola. Aurora raccolse i 70 euro dal cestino e me li sbatté sulla faccia mascherata: il rumore secco della banconota contro la gomma, un colpo umiliante che mi fece sussultare.
Poi Barbara annunciò: “Prossima asta: pisciata in bocca.” Base 40 euro. Arrivò subito un’offerta da 60 euro: la stessa donna della fica sporca, la seconda dell’affitto. Le altre sorrisero, lasciando campo libero. “Vinta.” Mi fecero sdraiare a terra, schiena sul parquet freddo, testa leggermente sollevata. Lei si accovacciò sulla mia faccia: odore pungente, acre, di fica non lavata e piscio residuo. Il getto partì caldo, forte, gorgogliante: schizzò in bocca, sul naso, nei capelli, un sapore salato-amaro, ammoniacale, che mi riempì la gola. Bevvi, tossendo, il liquido che mi bagnava tutto il viso, l’umiliazione liquida che mi sommerse, odore forte che mi impregnò le narici. Aurora rise: “Bevi bene, schiavo, è il tuo premio.”
In ultimo Barbara annunciò: “Asta finale: inculata con strap-on.” Tutte erano lì per quello. Prima offerta 50, seconda 60, terza 80, quarta 100 euro. “Vinta!” La donna – odore di muschio intenso – indossò il suo strap-on: lo chiamavano “il mostro”, 30 cm di lunghezza, oltre 6 cm di diametro, nero, venoso, minaccioso. Barbara sorrise, prese in giro: “Avrai male al culo per un po’, Elias. Preparati.” Mi cosparse il culo di crema fredda, odore di menta, dita che sfregavano l’apertura già dilatata dal plug. Mi misero a pancia sotto su una panca al centro, culo esposto. Aurora sfilò il plug con un rumore umido, mostrando quanto ero aperto: “Guarda, ragazze, è pronto come una troia.” Il vuoto improvviso mi fece gemere, l’ano pulsante.
La donna si avvicinò, senza attendere infilò il mostro: la testa larga che forzava l’apertura, un dolore lancinante, come se mi spaccassero in due. Restai senza fiato, urlo strozzato, corpo che si tendeva. Cercai di divincolarmi, ma Barbara mi tenne fermo sulle spalle, mani forti, esperte, Aurora si sedette sulla mia schiena, il suo peso che mi schiacciava, odore di fragola e sudore. La donna spinse fino in fondo: 30 cm che mi riempivano completamente, la prostata schiacciata, un dolore profondo, bruciante, che mi faceva piangere e gemere. Cominciò a scoparmi sempre più forte: rumori umidi, schioccanti, ogni affondo un colpo che mi spezzava, lacrime che colavano, singhiozzi rochi. La prostata gonfia martoriata, ondate di piacere frustrato misto a dolore, dalla gabbietta colava liquido seminale trasparente, gocciolante sul pavimento. Aurora mi sussurrò all’orecchio, fiato caldo: “Vedi come sei frocio? Stai godendo.” L’umiliazione mi travolse: piangevo, gemevo, il corpo traditore che reagiva nonostante il dolore.
Finita la prima parte dell’asta, Barbara capì che le amiche non erano soddisfatte. “Apriamo l’asta delle 10 frustate,” annunciò. “Base 10 euro. Ogni donna sceglie la zona.” La prima scelse il culo: 10 frustate, frusta di cuoio che fischiava nell’aria prima di colpire – suoni secchi, bruciore fuoco sulla pelle, mai frustato prima, urla che non trattenni, lacrime. Seconda: petto e capezzoli, dolore acuto, fitte terribili che mi facevano inarcare. Terza: chiese di togliere la gabbietta – Barbara lo fece, metallo freddo che sfregava – e frustò sul cazzo nudo: dolore talmente forte che pensai di svenire, fitte elettriche, il mondo che girava, trattenuto in piedi da Barbara da un lato e Aurora dall’altro. “Stai facendo tanti soldi, schiavo,” disse Aurora ridendo, la voce eccitata.
Ogni tortura registrata: microfono vicino, i miei lamenti – urla, singhiozzi, gemiti – catturati per WhatsApp settimanali.
Finita la tortura, Barbara disse: “Ora scrivete sul suo corpo.” Mi distesero nudo, fradicio di piscio e sudore, e tutte – con rossetti di colori diversi – scrissero frasi oscene: “Frocio da piscio”, “Cazzo rotto”, “Schiavo in affitto”, “troia”, “Vacca”, “verme” odore ceroso misto a piscio acre. Poi mi fotografarono: flash che accecavano anche attraverso le palpebre chiuse, rumori di scatti, risate. Mi tolsero la maschera e vidi corpi nudi di donne che si toccavano e la mia figura martoriata. Il culo era talmente dolorante che non riuscivo a camminare. Mi fecero inginocchiare tutte si misero dinanzi a me sedute con le gambe aperte compresa Barbara ed Aurora e dovevo leccare tutte le loro fiche fino a farle venire. Avevo la mascella indolenzita non riuscivo più, quando arrivai ad Aurora che era l’ultima tirai quasi un sospiro di sollievo e cercai di leccarla dove le piaceva di più per farla arrivare subito. Barbara mi ordinò quindi di distendermi per terra al centro della sala ed una dopo l’altra alla fine mi pisciarono addosso: getti caldi, gorgoglianti, ridendo e sghignazzando, l’odore ammoniacale che mi sommerse, umiliazione finale mentre bevevo quello che potevo, spezzato, ridotto a nulla.
Mentre le ultime gocce di piscio colavano sul mio viso, mescolandosi alle lacrime e al rossetto sfatto che mi copriva il corpo come un marchio indelebile, Barbara si chinò su di me, il suo respiro caldo contro il mio orecchio ancora coperto dalla maschera di lattice impregnata di odori.
“È stata solo l’introduzione, Elias,” sussurrò, la voce bassa, quasi tenera, ma carica di una promessa crudele. “La notte è ancora lunga… e noi abbiamo appena iniziato a giocare.”
Aurora rise piano accanto a lei, un suono eccitato e affamato, mentre le loro mani – calde, possessive – mi sfioravano la pelle bagnata, come se stessero già decidendo quale parte di me avrebbero spezzato per prima nelle ore che restavano fino all’alba.
E io, sdraiato lì, fradicio, dolorante, umiliato fino al midollo, capii che non c’era via di fuga: la vera tortura, quella che mi avrebbe ridotto a niente, era appena cominciata.
I miei pensieri fluivano in ordine sparso mentre le amiche di Barbara si concedano sghignazzando e ricordando che hanno i miei audio e foto che mi manderanno a breve.
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