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incesto

La vacanza a Formentera Cap. 1


di Membro VIP di Annunci69.it Efabilandia
22.08.2025    |    12.618    |    3 9.6
"Era arrossata, i capelli in disordine, ma con un sorriso che nascondeva un segreto..."
L’aereo ronzava come un alveare, il suono dei motori che si mescolava al fruscio dei vestiti e al profumo stantio di caffè che aleggiava nella cabina. Eravamo diretti verso una vacanza tanto attesa: io, mia moglie Serena, i nostri amici Valeria e Martino, e la loro figlia Sara, una ragazza di 21 anni che sembrava portare il sole con sé. Sara era un’esplosione di vita, con i capelli castani che le cadevano in onde morbide, una gonna plissettata viola che danzava a ogni passo, una maglietta bianca con una scritta audace e le sue Nike bianche, immacolate. Il suo profumo, un intreccio di fiori selvatici e agrumi, era una calamita, una scia che catturava chiunque le passasse accanto. Le sue gambe, affusolate e pallide, erano un invito silenzioso a guardare, a desiderare. Al check-in ci avevano sparpagliati: io e mia moglie in una fila da due, Valeria e Martino qualche fila più avanti, e Sara più indietro, in una fila da tre, lato corridoio. Dalla mia posizione, girandomi appena, potevo vederla con la coda dell’occhio. Non so perché i miei occhi continuassero a cercarla. Forse era il modo in cui si muoveva, con una sicurezza che sfiorava la provocazione, o forse era l’atmosfera di un lungo volo, dove il tempo si dilata e ogni gesto diventa più denso, più carico. Sara era seduta, le gambe accavallate con una grazia studiata, la gonna che saliva appena, rivelando la pelle liscia delle cosce. Accanto a lei, lato finestrino, si era seduto un ragazzo. Spagnolo, a giudicare dall’aspetto: alto, muscoloso, con una mascella scolpita e occhi scuri che sembravano contenere un fuoco segreto. I capelli mossi, leggermente spettinati, e una camicia bianca aperta sul petto gli davano un’aria di chi sa di essere desiderato. Il suo profumo, un misto di sandalo e salsedine, si intrecciava con quello di Sara, creando una tensione che si poteva quasi toccare. **Il gioco di Sara** Sara lo osservava con occhi che danzavano tra curiosità e malizia. Incrociava e scioglieva le gambe, lasciando che la gonna scivolasse più in alto, un gesto lento, calcolato, come se stesse dipingendo un quadro solo per lui.
Ogni tanto si sistemava i capelli, scoprendo il collo, e il suo sorriso era un invito, un’esca lanciata con precisione. Carlos, il ragazzo, sembrava accorgersene, ma manteneva una calma apparente, gli occhi socchiusi, la testa appoggiata al sedile come se volesse ignorare il gioco. Ma il suo corpo tradiva un’energia trattenuta, un’erezione che si intravedeva sotto i jeans, una bestia che premeva contro il tessuto. Sara lo notò, e il suo sguardo si accese di una scintilla selvaggia. Con un movimento lento, quasi ipnotico, allungò una mano verso di lui, le dita che sfioravano il braccio di Carlos, poi scesero verso la cintura dei jeans. Lo fece con una delicatezza che nascondeva un’intenzione ferale, come se stesse accarezzando una preda prima di afferrarla. Io, dal mio sedile, mi sporsi appena, il cuore che batteva come un tamburo, il respiro corto. La sua mano si fermò sulla zip, indugiando, poi slacciò il bottone con un gesto deciso. Carlos non si mosse, gli occhi ancora chiusi, ma un sorriso gli increspò le labbra. Sara non si fermò: abbassò la zip, e il suo cazzo emerse, duro, enorme, una presenza che sembrava riempire lo spazio tra loro. Le sue dita lo sfiorarono, esplorandolo con una curiosità famelica, accarezzandolo piano, poi con più decisione, come se volesse misurarne ogni centimetro. Lo prese in mano, stringendolo, e il suo respiro si fece più corto, gli occhi che brillavano di desiderio.
Fu allora che Daniela, l’hostess, si avvicinò. Una donna sui 45 anni, con un corpo che il completo blu metteva in risalto senza sforzo. Le calze nere velate le avvolgevano le gambe come una seconda pelle, e i suoi capelli castani erano raccolti in uno chignon impeccabile. Il suo profumo, vaniglia e muschio, tagliava l’aria come una lama dolce. Si fermò accanto al sedile di Sara, un sopracciglio inarcato, l’espressione che oscillava tra disapprovazione e un’ombra di curiosità. Sara, invece di nascondersi, alzò lo sguardo con un sorriso sfrontato. “Guarda questo cazzo,” disse, stringendolo con orgoglio, mostrandolo come un trofeo. Daniela spalancò gli occhi, il respiro che le si bloccò in gola. Era enorme, doppio, una bestia che sembrava sfidare ogni logica. La sua sorpresa era palpabile, le guance che si tingevano di un rossore leggero, gli occhi che non riuscivano a distogliersi. “Ricomponetevi e seguitemi nello scomparto del personale,” sussurrò, la voce bassa ma carica di un’urgenza che tradiva il suo interesse. Non so cosa mi spinse a farlo, ma quando i tre si alzarono, borbottai una scusa a mia moglie e li seguii, il cuore che martellava. Lo scomparto del personale, un angolo nascosto dietro una tenda pesante, era uno spazio ristretto, inaccessibile, odoroso di metallo e disinfettante. La porta era socchiusa, e mi avvicinai, il respiro corto, sbirciando dentro.
Sara e Daniela si inginocchiarono davanti a Carlos, i loro occhi che brillavano di una fame condivisa. Sara tirò fuori il cazzo e riprese a succhiare, le labbra che scivolavano lungo la sua lunghezza con una dedizione quasi sacra, subito dopo Daniela, con un gemito soffocato, lo prese in bocca, spingendolo fino in fondo alla gola. La sua testa si muoveva con un ritmo lento, poi sempre più rapido, il cazzo che spariva nella sua bocca, i suoi occhi che si chiudevano per l’intensità. Sara, sotto di lui, leccava le palle di Carlos, la lingua che danzava con una voracità che mi fece tremare, ogni tanto sfiorando la base del cazzo mentre Daniela lo ingoiava. Poi Daniela si alzò, abbassando le calze e il perizoma nero con un gesto rapido. Si piegò a novanta gradi, appoggiata agli scaffali, il culo esposto, la fica lucida di desiderio. Carlos non esitò: si posizionò dietro di lei, il cazzo che premeva contro l’ingresso della sua fica. Quando la penetrò, Daniela emise un gemito che era un misto di dolore e piacere, il corpo che si tendeva come un arco.
La prima spinta fu lenta, quasi crudele, e lei quasi gridò, le mani che stringevano gli scaffali, le unghie che graffiavano il metallo. “Cazzo, è troppo,” mormorò, ma il suo corpo si adattò, accogliendolo mentre Carlos spingeva con una forza che sembrava volerla spezzare. Ogni movimento era un’esplosione, la sua fica che si allargava per accogliere quel mostro, il dolore che si mescolava a un piacere che le faceva tremare le gambe. Sara, in ginocchio, continuava a leccare le palle di Carlos, poi passava alla fica di Daniela, la lingua che esplorava la carne tesa e bagnata, assaporando il mix di sudore e desiderio. Sara non resistette a lungo. Si alzò, tirando giù gli slip bianchi con un gesto rapido, la gonna sollevata a scoprire la fica gocciolante. Si piegò a novanta gradi accanto a Daniela, appoggiata agli scaffali, il culo offerto come un sacrificio. Carlos si spostò su di lei, il cazzo ancora lucido della fica di Daniela. Quando la penetrò, Sara trattenne a stento un urlo, il corpo che si spostava in avanti per il dolore acuto, come se quel cazzo fosse troppo per lei. Ma Carlos, preso dalla sua eccitazione, non si fermò: la afferrò per i fianchi e spinse senza reverenza, pompandola con un ritmo che sembrava scuotere l’aereo stesso. Sara gemette, il dolore che si trasformava in piacere, la fica che si adattava a ogni spinta. Daniela, accanto a lei, la guardava negli occhi, un’intesa silenziosa mentre Carlos passava dalla fica di una all’altra, i loro gemiti che si intrecciavano come una melodia oscena.
Daniela prese una coperta dell’aereo e la stese sul pavimento, un gesto rapido ma deliberato, come se stesse preparando un altare. Fece sdraiare Carlos, il suo cazzo ancora duro, pulsante, una torre di carne che sembrava sfidare la gravità. Sara gli salì sopra, la fica sulla sua bocca, gocciolando di desiderio mentre Carlos la leccava con una fame vorace. Ogni colpo della sua lingua la faceva tremare, il succo che le colava sul mento di lui, un odore dolce e selvaggio che riempiva lo spazio. Daniela, nel frattempo, si posizionò sul suo cazzo, cavalcandolo con una furia che sembrava voler spezzare il mondo. Le sue cosce si muovevano con un ritmo implacabile, il cazzo che spariva nella sua fica, il corpo che tremava mentre si avvicinava all’orgasmo. Quando arrivò, fu come un’esplosione: il suo corpo si inarcò, le mani che stringevano le spalle di Carlos, un grido che le sfuggì ma che trattenne a stento, mordendosi il labbro fino a farlo sanguinare. Poi fu il turno di Sara. Si abbassò sul cazzo di Carlos, cavalcandolo con una foga che sembrava voler consumare tutto. Ogni movimento era un grido silenzioso, la fica che si stringeva intorno a lui, il piacere che montava come una marea. Quando Carlos sborrò, un fiotto caldo che le riempì la fica, Sara raggiunse l’orgasmo, il corpo che tremava, la bocca aperta in un urlo che Daniela bloccò con un bacio, la lingua che si intrecciava alla sua, soffocando il suono. Sara si alzò, la fica gocciolante, un rivolo di sborra che le scivolava lungo la coscia. Daniela, con un sorriso complice, le chiese: “Posso?” Sara annuì, e Daniela si inginocchiò, leccandole la fica con una lentezza quasi reverenziale, assaporando il mix di lei e Carlos. Poi entrambe si chinarono su Carlos, le lingue che pulivano il suo cazzo, ancora duro, in un rituale che era insieme osceno e sacro.
Quando uscirono, tornarono ai loro posti uno alla volta, come se nulla fosse accaduto. Incrociai Sara per caso mentre tornavo al mio sedile. Era arrossata, i capelli in disordine, ma con un sorriso che nascondeva un segreto. Le sussurrai: “Deve essere bello viaggiare con la fica piena di sborra.” Lei abbassò lo sguardo, un lampo di imbarazzo, poi mi guardò e sussurrò: “Non dire nulla ai miei, ti prego.” Le feci un cenno. “Sarà il nostro segreto,” dissi posando la sua mano sul mio cazzo di nascosto. Lei annuì e sorrise.
Tornai al mio posto, il cuore ancora in tumulto. Era solo l’inizio della vacanza, e qualcosa mi diceva che Sara avrebbe continuato a sorprendermi.
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