incesto
Veronica Segreti in Famiglia #13
Efabilandia
27.04.2026 |
17.279 |
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"Il suo culo si era abituato, il dolore si trasformava in qualcosa di caldo, profondo..."
Capitolo 13Il telefono di Silvio vibrò sul tavolino del suo piccolo appartamento, un suono secco e impersonale che tagliò il silenzio del pomeriggio. Erano le 14:47 quando aprì il messaggio di Veronica. Le parole apparvero sullo schermo, fredde, taglienti come vetro rotto: «Tra noi è finita, non mi soddisfi da tempo e mi sono stancata di accontentarmi di te». Silvio restò immobile, il cuore che gli batteva forte nel petto. Il profumo di caffè freddo che aveva lasciato nella tazza accanto a lui gli sembrò improvvisamente amaro, quasi rancido. Capì subito che era tutto finito. Non solo con lei, ma anche con gli incontri clandestini con Cristina, la madre di Veronica. Quei pomeriggi rubati, quei corpi maturi che lo accoglievano, erano svaniti in un istante. Le sue dita tremarono sullo schermo mentre fissava il messaggio, il respiro corto, un nodo allo stomaco che sapeva di sconfitta.
Passarono trenta minuti esatti. Il silenzio della stanza – solo il ticchettio lontano dell’orologio a muro e il ronzio del frigorifero – lo opprimeva. Alla fine scrisse, le parole che gli uscivano goffe, disperate: «Tesoro capisco quello che dici vorrei parlarti di persona faccio tutto quello che vuoi, ti chiedo solo di parlarti». Invio. E poi aspettò, seduto sul divano grigio sdrucito, le mani sudate che stringevano il telefono.
Veronica non rispose fino al giorno dopo. Erano le 11:00 in punto. Aveva appena finito la lezione all’università, il campus ancora pieno di voci e risate primaverili. Il sole filtrava dalle finestre alte dell’aula, tingendo l’aria di un giallo caldo e polveroso. Indossava un paio di jeans chiari aderenti e una felpa oversize color crema, ma sotto sentiva già il calore di un’eccitazione nuova, possessiva. Lesse il messaggio di Silvio e sorrise, un sorriso lento e crudele. Non aveva voglia di perdere tempo con quel perdente, ma l’idea di umiliarlo le accese qualcosa dentro. Gli mandò una foto: lei in posa davanti allo specchio della sua camera, la minigonna plissettata sollevata appena, lo Spacca-culi nero e spesso già montato sulla cintura, lucido di gel. Poi scrisse: «Possiamo vederci solo se sei disposto a farti sfondare il culo dal mio spaccaculi ahaha».
Silvio rispose in pochi secondi: «Se serve per poter parlare con te certamente». Il cuore di Veronica saltò di gioia oscura. Senza dargli tempo, replicò: «Bene allora prima ti farai inculare con il mio spaccaculi e poi parleremo». Lui: «Va bene». E lei, definitiva: «Raggiungimi a casa alle 15.00 che sono da sola».
Alle 15:00 in punto il campanello suonò, un trillo acuto che echeggiò nel corridoio della casa vuota. Veronica andò ad aprire con passo sicuro. Indossava un paio di sandali con tacco alto color oro che ticchettavano sul parquet chiaro, una minigonna plissettata nera ultra-mini che le sfiorava appena le cosce, e una maglietta semi-trasparente bianca senza reggiseno. Il tessuto leggero lasciava intravedere i capezzoli rosei e turgidi, mentre un profumo di vaniglia e muschio bianco – il suo preferito – aleggiava intorno a lei come una nuvola dolce e provocante. Silvio, in jeans e camicia azzurra stropicciata, provò ad abbracciarla appena la vide, le braccia tese verso di lei. Veronica si ritrasse di scatto, gli occhi freddi, e lo fece entrare con un gesto secco della mano. L’aria in casa era calda, impregnata del profumo di pulito al limone del detersivo usato quella mattina.
«Camera mia» ordinò, la voce bassa ma ferma. Silvio provò a parlare mentre camminavano lungo il corridoio illuminato da una luce soffusa arancione: «Tesoro ti volevo dire che io ti…». Lei lo bloccò, girandosi di scatto. «I patti sono patti. Spogliati. Nudo. Tutto».
Nella sua stanza, le pareti dipinte di un rosa tenue e caldo, la luce del pomeriggio filtrava dalle tende leggere color avorio, tingendo tutto di un bagliore dorato. Dal piccolo altoparlante sul comodino partiva una playlist jazz lenta, un sax morbido e sensuale che riempiva l’aria di note calde e avvolgenti, come una carezza proibita. Silvio ubbidì, le mani che tremavano mentre si toglieva ogni indumento. La camicia cadde con un fruscio leggero, i jeans fecero un rumore sordo sul pavimento. In pochi minuti era completamente nudo, il corpo pallido sotto quella luce calda, il cazzo già mezzo duro per l’ansia e l’eccitazione mescolate.
Veronica gli fece segno di avvicinarsi alla scrivania di legno chiaro, ingombra di libri universitari e profumata di legno di cedro. «Sali. Mostrami il culo». Lui si chinò, le mani sul ripiano fresco, le natiche esposte. Appena le vide, lei rise piano. «Peccato, potevi mettere il plug che ti avevo regalato». Dal cassetto estrasse il tubo di gel lubrificante, freddo al tatto, e lo spremette generosamente sul solco tra le natiche di Silvio. Il gel era gelido, un brivido gli corse lungo la schiena, e lui provò a parlare: «Veronica io…». Ma lei lo zittì con un gesto secco, infilandogli due dita dentro senza preavviso. Il rumore viscido del gel riempì la stanza, mescolato al respiro accelerato di lui. Veronica sorrise, divertita, spingendo più a fondo. «Voglio proprio vedere come sarà il tuo culo dopo». Infilò tre dita, poi quattro. Il culo di Silvio si ribellò, stringendosi, e lui cercò di spostarsi. Lei lo incastrò con forza, il palmo della mano che premeva sulla sua schiena.
Dal cuscino della sedia estrasse lo Spacca-culi, nero, spesso, venato, lungo quasi venti centimetri. Lo alzò davanti agli occhi di Silvio, facendoglielo vedere bene. La faccia di lui si fece spaventata, pallida. Veronica alzò la minigonna plissettata: sotto aveva già la cintura di pelle nera pronta, il dildo che pendeva pesante. Mise altro gel lungo tutto lo Spacca-culi, il liquido che colava con un suono umido e osceno. Fece abbassare bene Silvio, le natiche aperte con le mani di lui stesso, e poggiò la punta sul suo culo. Spinse lentamente. Silvio emise un urlo acuto, rauco, e si ritrasse di scatto.
«Allora non mi vuoi parlare? I patti sono chiari. Se non vuoi puoi andartene» disse lei, la voce gelida, mentre il sax jazz continuava a suonare lento, indifferente.
Silvio si rimise in posizione, le mani che tremavano mentre si apriva le natiche. «Mettilo». Veronica sorrise. Rimise la punta, ma di nuovo lui urlò e si ritrasse. Era entrato solo un po’, la punta ancora fuori.
«Senti, non mi va di essere presa in giro. Se non sei buono neppure a prenderlo nel culo vattene».
Silvio, con gli occhi lucidi, si rimise in posizione. «Mettilo dentro tutto di un colpo».
Veronica sorrise, un sorriso trionfante. Lavorò il culo con quattro dita, il rumore bagnato e carnale che riempiva l’aria insieme al profumo del gel alla fragola mescolato al sudore di Silvio – un odore salato, muschiato, di paura ed eccitazione. Poi poggiò di nuovo lo Spacca-culi, si spostò indietro con il bacino e, con una piccola rincorsa, spinse con forza. Il mostro di silicone, pieno di gel, si fece strada spaccandogli il culo. Entrò tutto in un colpo solo, un rumore viscido e profondo, uno slap umido che echeggiò nella stanza. Silvio restò senza fiato, un urlo strozzato che si trasformò in pianto. Tremava tutto, le lacrime che gli rigavano il viso, il corpo scosso da singhiozzi. «Cazzo che dolore… cazzo che dolore… cazzo che dolore non resisto cazzo…».
Veronica restò ferma, impalata dentro di lui, godendo del calore stretto e pulsante intorno al dildo. Il profumo di vaniglia della sua pelle si mescolava all’odore acre del sudore di Silvio. Aspettò qualche secondo, poi, quando lo sentì rilassarsi appena, cominciò a muoversi. Prima piano, poi con forza crescente. Ogni affondo era uno slap carnale, bagnato, accompagnato dai lamenti di Silvio che piangeva come un bambino, le lacrime che cadevano sulla scrivania. Ma non si muoveva. Era violato, sfondato, il culo aperto e distrutto. Veronica godeva a sentire quei pianti, quei piccoli urli trattenuti tra le lacrime, mentre lo inculava con ritmo sempre più deciso. Il jazz dal salotto avvolgeva tutto, note basse e sensuali che contrastavano con la brutalità della scena.
Dopo cinque minuti i lamenti di Silvio si placarono. Il suo culo si era abituato, il dolore si trasformava in qualcosa di caldo, profondo. La prostata martellata cominciò a eccitarsi. Dal cazzo di Silvio uscirono gocce di liquido trasparente. Veronica lo insultò, la voce roca di piacere: «Lo vedi che sei un porco? Stai già godendo, vero? Dillo, cosa sei??»
Silvio, in silenzio, a bassa voce: «Sono un porco».
Lei spinse più forte, schernendolo. «Sei una porca che gode con il culo».
«…Sì… sono una porca… con il culo rotto».
Continuò a inculare per altri dieci minuti, il ritmo serio, profondo, i suoni bagnati che riempivano la stanza. Alla fine Silvio venne con il culo, il cazzo che gocciolava sborra densa e bianca sul pavimento di legno, un odore salato e muschiato che si sparse nell’aria. Tremava, esausto, le gambe molli.
Veronica sfilò lo Spacca-culi con un rumore viscido e osceno. Il culo di Silvio restò spalancato, rosso, gonfio, un buco dilatato che pulsava. Fece una foto con il telefono, il flash che illuminò per un istante la stanza di bianco crudo. Poi lo fece alzare. Silvio era nudo davanti a lei, il corpo lucido di sudore, le lacrime ancora sul viso.
«Parla» ordinò lei.
Lui, la voce rotta: «Sono innamorato di te… come hai visto faccio tutto per te… non lasciarmi».
Veronica ci pensò un attimo, gli occhi che brillavano di un amore possessivo, maturo, cresciuto in quel mese di dedizione totale. «Se sei disposto a diventare la mia puttana e a farti inculare sempre, allora non ti lascio».
Silvio, interdetto: «Che significa essere la tua puttana?»
Lei sorrise, dolce e crudele insieme. «Significa che inizierai a indossare intimo da donna: perizoma di pizzo, reggiseno, plug anale e calze velate. Quando ci vediamo io controllo che tu sia vestita in modo adeguato e ti inculerò con lo Spacca-culi. Chiaramente voglio che tu sia sempre completamente depilato».
«Quindi mi devo vestire così ogni volta che vengo da te?»
Veronica lo guardò dritto negli occhi, la voce bassa e calda: «No. Tutte le mattine prima di uscire sotto metterai calze, intimo da donna, reggiseno e chiaramente il plug. Lo potrai togliere la sera. Io posso chiamarti in qualsiasi momento e tu dovrai venire da me sempre pronto».
Silvio ci pensò, il culo che ancora bruciava come fuoco, ma il desiderio di lei era più forte. «Va bene… amore. Ti posso baciare?»
Veronica prese dal porta-trucchi un rossetto rosso vivo, lo mise sulle labbra di lui con gesti lenti, sensuali. Lo fece girare verso lo specchio: Silvio vide la sua bocca dipinta, umida, femminile. Poi lei lo tirò a sé e lo baciò profondamente, lingua contro lingua, il sapore dolce e ceroso del rossetto che si mescolava al sale delle sue lacrime. Un bacio lungo, possessivo, mentre il jazz suonava ancora.
Silvio tornò a casa a piedi. Non riusciva a camminare dritto, né a sedersi in macchina. Il culo gli pulsava, un dolore profondo e costante. Aveva riposto le mutande in tasca, le natiche nude sotto i jeans che sfregavano a ogni passo. Il profumo di Veronica gli restava addosso, vaniglia e muschio, mescolato al suo sudore.
Veronica, rimasta sola nella stanza, si lasciò cadere sul letto sfatto, il profumo di sesso ancora denso nell’aria. Era contenta. Le cose si stavano mettendo alla perfezione. Ora aveva due culi da spaccare: quello di mamma, morbido e abituato, e quello di Silvio, fresco e da addestrare. Quando papà era in trasferta, sarebbe stato un diversivo perfetto, un gioco di potere e dedizione che cresceva ogni giorno di più.
Il giorno dopo aveva una prova di esonero all’università – l’aula piena di tensione, fogli fruscianti, l’odore di matite temperate, ma giovedì era libera. Decise di organizzare tutto. Avrebbe invitato Silvio a casa alla solita ora, alle 10:00, quando ci sarebbe stata anche sua madre. Una bella sorpresa per entrambi. Avvisò Cristina con un messaggio breve: «Giovedì papà è in trasferta e verrà Silvio alle 10.00. Preparati ad accoglierlo».
Il sentimento tra lei e papà maturava lento, profondo, fatto di notti nude e dedizione assoluta. Ma questo… questo era il suo regno. E stava crescendo, giorno dopo giorno, con la stessa passione bruciante.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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