trans
Il buco spaccato
Efabilandia
10.08.2025 |
7.259 |
1
"Continuò a scoparmi col braccio, ogni movimento un’esplosione di sensazioni, e poi si ritirò fino al polso..."
L’aria del locale dark a Milano era densa, satura di un misto di sudore, cuoio e un profumo acre di lubrificante che si mescolava all’odore di whisky e sigarette. Era l’inizio del 2000, e il neon rosso lampeggiava sopra di noi, tingendo la stanza di un bagliore sanguigno che si rifletteva sulla mia pelle, facendola sembrare incandescente, un bianco latteo che brillava nell’oscurità. Il suono di un basso elettronico pulsava dalle casse, un ritmo techno oscuro che vibrava nel pavimento di cemento e mi scuoteva le viscere, intrecciandosi al clangore delle catene appese al soffitto e al tintinnio delle fibbie del mio collare di pelle. Ero Moana, e quella notte ero pronta a lasciarmi andare, a essere una vacca, a essere spezzata e ricostruita. Il desiderio mi bruciava dentro, un fuoco che odorava di muschio e peccato, e ogni battito del mio cuore era un tamburo che si mescolava alla musica, un ritmo che mi chiamava verso l’abisso. Pier me lo aveva presentato un’amica, una donna con un trucco pesante e un profumo di patchouli che mi aveva avvolto mentre ci stringevamo la mano. Lui era un ballerino, un maschio con un fisico tonico, scolpito come una statua greca, meno alto di me ma con qualche anno in più, gli occhi scuri che brillavano di una promessa pericolosa. Il suo odore, un misto di cuoio e sudore maschile, mi colpì come una droga. Quella sera ero vestita da androgino, un mix di provocazione e sottomissione: stivali sopra le ginocchia con tacchi da 12, un tanga rosso che mi stringeva il cazzetto, chaps di pelle nera che lasciavano il mio culo esposto, un giubbetto di latex che scricchiolava a ogni movimento, e un collare di pelle che mi segnava come una schiava. Era chiaro che ero in un momento slave, pronta a piegarmi, a essere usata. Pier, invece, era l’incarnazione del dominio: pantaloni di pelle che aderivano alle sue cosce, un harness che metteva in mostra il suo petto muscoloso, anfibi che rimbombavano sul pavimento. Il suo cazzo, visibile sotto il cuoio, prometteva potenza, e il suo sguardo mi faceva tremare di eccitazione.
Mi offrì una vodka, il liquido freddo che bruciava in gola, con un sapore di grano e fuoco che mi scaldava il petto. Ci sedemmo in un angolo, l’odore di cera delle candele sul tavolo che si mescolava al fumo delle sigarette. La musica techno pulsava, un ritmo che mi entrava nelle ossa, e le sue domande erano un gioco di seduzione: “Cosa ti piace? Sei passiva? Hai mai fatto sessioni BDSM?” La sua voce era bassa, un ringhio che si intrecciava al basso della musica. Io rispondevo, la mia voce un sussurro roco, carica di desiderio. Poi, a un certo punto, mi chiese: “E il fist, lo hai mai fatto?” Il cuore mi saltò in gola, l’odore del mio stesso sudore che si mescolava al profumo di vaniglia del mio corpo. “Mi prende molto l’idea,” risposi, “ma non ho ancora trovato la situazione giusta. Ho giocato con dildi, anche grossi.” Le sue labbra si curvarono in un sorriso intrigante, un bagliore nei suoi occhi che mi fece bagnare il tanga. “Ti va di spostarci in un altro locale, dove posso giocare col tuo splendido culo?” chiese, e la sua voce era un coltello che mi tagliava il respiro.Non esitai. “Sono pronta,” risposi, il cuore che batteva al ritmo della techno, l’odore del latex che scricchiolava sul mio corpo mentre mi alzavo. Salutammo l’amica e gli altri, il suono delle risate e dei bicchieri che si toccavano come un sottofondo lontano. Prendemmo la sua auto, l’odore di benzina e cuoio vecchio che mi avvolgeva mentre sfrecciavamo verso il centro di Milano. La notte era viva, i neon delle insegne che dipingevano la città di rosso, blu e viola, il suono dei clacson e delle sirene che si mescolava al ronzio del motore. Arrivammo in un locale in zona viale Monza, un club underground riservato ai soci, con un’insegna discreta che nascondeva un mondo di segreti. L’odore di muffa e metallo mi colpì mentre mostravo la tessera del club, il suono della porta che si apriva come un invito all’ignoto.Dentro, il bar era un caos di luci soffuse e ombre.
Pier mi presentò ai suoi amici, tutti master, vestiti di pelle e cuoio, con l’odore di colonia speziata e sudore che mi faceva girare la testa. Mi offrì un’altra vodka, la terza, il sapore che mi bruciava la gola e mi scaldava il sangue. “Inginocchiati,” mi ordinò, indicando il pavimento sotto il suo sgabello. Il suono del guinzaglio che un amico gli porse, un clic metallico, echeggiò nella mia testa mentre lo attaccava al mio collare. Mi inginocchiai, il pavimento freddo contro le mie ginocchia, l’odore di cera e birra versata che mi avvolgeva. Ero bagnata, il tanga rosso che si incollava al mio cazzetto, e ogni tanto Pier mi accarezzava la testa, le sue dita che odoravano di cuoio e desiderio. Conversava con gli amici, il loro vociare che si mescolava alla musica techno, e io mi sentivo sempre più sua, sempre più vacca. Dopo una mezz’ora e altre due vodke, il sapore alcolico che mi intorpidiva la lingua, chiese a uno degli amici: “Hai gli attrezzi?” La risposta, “Certo,” fu un colpo al cuore, e il suo sguardo su di me, accattivante, mi fece tremare. “Allora, ti va di essere mia stasera?” chiese, e io, balbettando per l’eccitazione, risposi: “Sono prontissima.”Mi aiutò a rialzarmi, il guinzaglio che tirava il mio collare, il suono della catena che tintinnava come una promessa. Due dei suoi amici ci seguirono, portando una borsa di pelle nera che odorava di lubrificante e metallo.
Mi portò in uno spogliatoio con armadietti, l’odore di muffa e disinfettante che mi pizzicava il naso. “Spogliati,” ordinò, “tieni solo i chaps e il collare. Togli scarpe, calze, tutto.” Il mio cuore batteva forte, il buco che iniziava a pulsarmi di desiderio. Tolsi il giubbetto di latex, il suono del tessuto che scricchiolava, gli stivali che cadevano con un tonfo, il tanga rosso che scivolava via, lasciando il mio cazzetto bagnato, mezzo moscio, esposto. Ero nuda, vulnerabile, ma viva. Misi tutto in un armadietto, l’odore di metallo freddo che mi sfiorava le dita, e lo seguii, il guinzaglio che mi tirava mentre scendevamo le scale verso il sotterraneo. Il suono dei miei piedi nudi sul cemento, il clangore della catena, si mescolava al ritmo techno che rimbombava dai muri.Il sotterraneo era un dedalo di cunicoli, l’odore di umidità e cuoio che mi avvolgeva. Pier mi tirò in fondo al corridoio, in una stanza con una panca di legno e una sling di pelle nera, il neon rosso che dipingeva tutto di un bagliore infernale. “Inginocchiati, vacca,” ordinò, tirando il guinzaglio verso il basso. Il tono della sua voce, perentorio, mi fece tremare di eccitazione. Mi inginocchiai, le ginocchia tremavano, l’odore di lubrificante e sudore che mi ubriacava. “Se qualcosa non ti va, alza la mano e smettiamo,” disse, guardandomi dritto negli occhi, “ma sappi che qui non si va per il sottile.” Annuii, deglutendo saliva che sapeva di vodka e desiderio. Mi diede un ceffone, il suono che echeggiava come un’esplosione, e io emisi un gridolino, non di dolore, ma di piacere, un suono che vibrava nella mia gola come una nota di un tango oscuro. Capì che mi piaceva, e il suo sorriso era una promessa di distruzione.Mi aprì la bocca, stringendo le mandibole, e infilò due dita in gola, il sapore salato della sua pelle che mi faceva gemere. Guardò i suoi amici e disse: “Preparatemela.” Uno mi prese per le ascelle, l’altro per le gambe, e mi sollevarono come un trofeo, posandomi sulla sling. Il cuoio freddo mi mordeva la schiena, il suono delle cinghie che si chiudevano intorno alle mie caviglie e ai miei polsi come un rituale. Mi tirarono il culo in fuori, le gambe spalancate, il buco esposto, vulnerabile. Uno degli amici chiese: “Mai usato popper?”
“Sì,” risposi, la voce tremante. “Bene, ti servirà,” disse l’altro, e il suo tono era un coltello che mi tagliava il respiro. Armeggiarono nella borsa, il suono di metallo e plastica che si mescolava alla musica. Tirarono fuori delle pinze, il freddo dell’acciaio che mi pizzicava i capezzoli mentre le chiudevano, un dolore acuto che si trasformava in piacere. Passarono una catenella, attaccandola alla sling, tirando tette e capezzoli in un misto di bruciore e godimento. Ero un lago, il cazzetto piccolo, bagnato, e non capivo più nulla, persa nel ritmo della techno e nell’odore di cuoio e lubrificante.Pier tornò, solo con l’harness e un jockstrap, il cazzo inanellato che pendeva, duro, pronto. “Bene, vaccona, adesso ti apro il tuo bel buco,” disse, la voce che rimbombava come un tuono. Uno degli amici mi fece sniffare popper, l’odore chimico e pungente che mi colpì come un fulmine, ma non volevo esagerare. Volevo sentire tutto, ogni momento, ogni fitta, perché lo desideravo da troppo tempo. Pier prese una bottiglia di J-Lube, il liquido viscoso che gocciolava come miele trasparente, e iniziò a spalmarlo sul dorso della sua mano. Il freddo del lubrificante contro il mio buco caldo mi fece rabbrividire, un brivido che si mescolava al suono del liquido che squelciava, un plop umido che si perdeva nel ritmo della musica. Infilò le prime due dita, che entrarono senza fatica, il mio buco già aperto dai dildi con cui avevo giocato da sola, nella penombra della mia stanza, con l’odore di lavanda del mio letto e il suono di Nina Simone che cantava “Feeling Good”. Quelle sessioni solitarie erano state il mio preludio, un allenamento per questo momento.
Aggiunse una terza, poi una quarta dito, roteando la mano, allargandomi sempre di più. Il suono del lubrificante che squelciava, il ritmo delle sue dita che lavoravano il mio buco, si intrecciava al battito della techno, creando una sinfonia oscena che mi faceva sentire viva, vulnerabile, potente. Sentivo il mio buco cedere, spalancarsi, un calore liquido che si diffondeva dentro di me. Ero pronta, pronta a prendere tutto. Con una voce stridula, da vacca in calore, gli dissi: “Dammi popper e spaccami.” Le parole mi uscirono come un ringhio, cariche di desiderio e sfida, e il suono della mia voce, rotta e affamata, mi fece sentire oscenamente libera. Uno degli amici mi porse la bottiglietta di popper, l’odore chimico che mi colpì le narici come un’esplosione. Sniffai quattro tiri profondi, il cuore che accelerava, la testa che si alleggeriva, il mondo che si dissolveva in una nebbia di piacere. Pier forzò il mio buco, la sua mano che entrava in un colpo solo, un’invasione che mi strappò un urlo da figa imbecille. Il dolore era acuto, una fitta che mi attraversava lo sfintere come un coltello, ma era un dolore che desideravo, che mi faceva sentire viva. Tirai due sospiri profondi, il bruciore che si attenuava, e altri due tiri di popper mi rilassarono completamente. Ero un lago, il mio cazzetto ormai piccolo, quasi scomparso, un simbolo della mia resa totale.Pier iniziò a manovrare dentro di me, la sua mano che si muoveva, roteava, saliva. Lo sentivo nella pancia, un peso che mi riempiva, un’intrusione che era insieme dolore, bruciore e godimento. Il suono del lubrificante che sgocciolava, il ritmo dei suoi movimenti, si mescolava al mio respiro affannato e al pulsare della musica. Era su fino al gomito, e il tempo si dissolse. Godevo, un piacere che era un misto di fuoco e gelo, di umiliazione e potenza. Ogni movimento era un’onda che mi travolgeva, e i miei gemiti erano una melodia selvaggia che si intrecciava al basso della techno. Il neon rosso dipingeva il suo volto di un bagliore demoniaco, e l’odore del suo sudore, del lubrificante, della mia eccitazione, creava un profumo che mi ubriacava.Si fermò, la sua voce che spezzava il ritmo: “Sei quello che mi aspettavo, e mi piaci moltissimo.” Le sue parole erano un coltello che mi tagliava il cuore, un misto di approvazione e dominio che mi faceva sentire sua. Continuò a scoparmi col braccio, ogni movimento un’esplosione di sensazioni, e poi si ritirò fino al polso.
“Adesso cagalo fuori,” disse, la voce bassa, carica di attesa, “vediamo se il tuo sfintere reagisce ancora.” Spinsi, ma non sentivo nulla, il mio buco troppo aperto, troppo rotto. Lui tirò fuori la mano, un suono umido e osceno che echeggiò nella stanza, e mi guardò. “Mamma mia, hai lo sfintere completamente fuori,” esclamò, “è proprio un bel vedere.” Sentivo liquido colare, caldo, viscoso, e Pier iniziò a toccarlo, le sue dita che esploravano il mio prolasso con una curiosità che mi faceva tremare. Uno degli amici slegò i miei polsi, il suono delle fibbie che si aprivano come un respiro di libertà. Portai la mano destra in mezzo alle gambe, e sentii tutto: un pezzo di intestino fuori, morbido, caldo, un segno del mio abbandono totale. Ero in calore, una cagna grata per quello che mi aveva fatto. Mi fecero scendere dalla sling, il cuoio chewash that scricchiolava sotto di me, e mi misero su una panca di legno ruvido, l’odore di cera e sudore che mi avvolgeva. Mi tenevo lo sfintere con la mano, cercando di contenerlo, mentre li spompinavo tutti e tre, due cazzi alla volta, il gusto salato della loro sborra che si mescolava al sapore amaro del piscio che mi versavano addosso. Per dieci minuti fui il loro giocattolo, il loro altare, il neon rosso che illuminava la mia pelle coperta di liquidi, i loro gemiti che si intrecciavano alla musica. Con fatica, barcollando, andai in bagno, il pavimento freddo sotto i piedi. L’acqua della canna era gelida, un morso che mi fece gemere mentre cercavo di ricomporre il mio buco. Ma rimase aperto, spalancato, per giorni, tanto che non potevo trattenere nulla, nemmeno la cacca. Dovetti indossare un pannolone per una settimana, l’odore di talco e plastica che mi ricordava la mia trasformazione.Ma ero felice. Finalmente avevo fatto un fist, ero stata spaccata come desideravo.
Con Pier continuai per anni, il suo odore speziato che mi accoglieva in ogni locale di mezza Europa, dai club di Berlino alle cantine di Amsterdam. Mi allargava il buco con dildi, oggetti, mani, e ogni umiliazione pubblica – essere cinghiata, pisciata addosso, legata per ore – era un piacere che mi faceva sentire viva. Lo so: sono una vacca, e non cambierò mai.
#moana191
Disclaimer! Tutti i diritti riservati all'autore del racconto - Fatti e persone sono puramente frutto della fantasia dell'autore.
Annunci69.it non è responsabile dei contenuti in esso scritti ed è contro ogni tipo di violenza!
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
Commenti per Il buco spaccato:

Discussioni sul pianeta Swinger e non solo...
