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Ombre di seta e fuoco #3


di Efabilandia
08.10.2025    |    29.301    |    0 9.2
"Fabio estrae dalla tasca una mela rossa, lucida come un gioiello proibito, e la posiziona contro il mio sesso nudo, spingendola con un gesto lento e deliberato..."
La pioggia di Roma si è dissolta in un crepuscolo umido, il cielo sopra la città un arazzo di grigio screziato d’arancione, come se il sole avesse versato vino sulla seta. Io, Sara, sono un fascio di nervi e desiderio, il mio corpo magro – un metro e sessanta di pelle olivastra tesa come una corda di violino – che vibra sotto il peso di un’ossessione che mi consuma. Fabio, con le sue parole affilate come inchiostro su pergamena, è un demone che abita ogni angolo della mia mente, le sue promesse di corde e frustini che mi legano più delle catene di Daniele. Il plug anale Lovense da 5,5 cm, un totem nero di silicone vellutato, è inserito nel mio ano, un sigillo costante del suo dominio remoto, un ronzio che mi tiene al confine tra compostezza e abbandono. Oggi, però, è giovedì, e il mondo sembra cospirare per spezzarmi: sono in ufficio, una funzionaria di Poste Italiane avvolta in un tailleur grigio cenere che abbraccia il mio fisico slanciato, il seno prosperoso – una quarta generosa – che preme contro la camicetta di seta bianca, i capezzoli appena visibili come ombre di desiderio sotto il tessuto. Il trucco è un’arma calcolata: occhi kohlati come ali di corvo, smoky viola che gridano seduzione, labbra e smalto bordeaux come vino invecchiato, un colore che macchia ogni mio respiro con promesse oscene. Il mio profumo, Black Opium, intreccia note di vaniglia tostata e caffè amaro con l’odore del mio sesso – muschio dolce e terra bagnata – che si diffonde sotto la scrivania, un segreto che tradisce la mia compostezza.Durante una riunione cruciale sui progetti di innovazione digitale, il plug vibra debolmente, un promemoria intimo di Fabio che mi tiene al guinzaglio. Sto presentando un report su blockchain, le parole che fluiscono come codice sullo schermo, quando il telefono vibra: un messaggio di Fabio. Esci ora. Aspettami davanti all’Heaven Sporting Club. Mettiti nell’angolo dietro la colonna e togliti le mutandine. Consegnamele. Il cuore mi balza in gola, un tamburo che rimbomba contro le costole. Mi scuso con un sorriso teso, il tacco 12 bordeaux che echeggia nei corridoi di Poste mentre corro fuori, la gonna del tailleur che sfrega contro le cosce, il plug che pulsa a ogni passo, un tormento che mi fa contrarre l’ano. L’Heaven Sporting Club è a pochi isolati, un tempio di sudore e specchi dove l’élite romana si allena sotto luci al neon. Arrivo trafelata, il tailleur che aderisce al mio corpo come una seconda pelle, le calze a rete autoreggenti che lambiscono le cosce nude, un lembo di pelle olivastra esposto come un’offerta. Fabio è lì, seduto su un divanetto di pelle nera all’ingresso, una figura alta e solida, la camicia sbottonata che lascia intravedere il petto scolpito, gli occhi scuri come pozzi d’inchiostro che mi divorano. Mi indica l’angolo dietro una colonna di marmo con un cenno del capo, uno sguardo imperioso che mi fa abbassare gli occhi.Mi nascondo nell’ombra della colonna, il cuore che martella, il suono delle voci di atleti e receptionist che si mescolano al ronzio del plug. Con mani tremanti, alzo la gonna – un gesto osceno in pubblico, il marmo freddo contro le cosce – e sfilo il tanga di pizzo nero, fradicio del mio umore, un lago traslucido che odora di vaniglia e desiderio. Lo porgo a Fabio, le guance che bruciano di vergogna, il bordeaux del rossetto che sembra pulsare sulle labbra. Lui lo prende, accarezzando il pizzo con dita callose, poi si china, le sue mani che sfiorano le mie natiche, sentendo il plug ben inserito, un sorriso crudele che gli increspa le labbra. “Brava, vedo che ti sei eccitata,” sussurra, la voce vellutata come cuoio graffiato, e annusa il tanga, inspirando profondamente il mio odore – muschio, miele, un accenno di sale – con un gemito sommesso che mi fa contrarre il sesso. Abbasso la testa, il volto in fiamme, mentre la sua mano scivola tra le mie cosce, dita che sfiorano le labbra gonfie proprio mentre due studentesse passano ridacchiando, i loro sguardi che mi trafiggono come aghi. La vergogna mi squarcia l’anima, un fuoco che si mescola al desiderio, il mio clitoride che pulsa sotto il suo tocco, l’odore del mio arousal che si diffonde nell’aria fresca della palestra.Fabio estrae dalla tasca una mela rossa, lucida come un gioiello proibito, e la posiziona contro il mio sesso nudo, spingendola con un gesto lento e deliberato. Con un plop umido, la mela entra completamente dentro di me, riempiendo la mia vagina con una pressione devastante, il plug anale che amplifica il dolore in un’agonia lancinante che mi fa piegare in due, senza fiato, un gemito strozzato che sa di rame e sudore. Mi nascondo meglio dietro la colonna, terrorizzata che qualcuno entrando in palestra mi veda, il tailleur sollevato che rivela la mia vulnerabilità. Fabio mi tocca il clitoride con il pollice, un cerchio lento che trasforma il dolore in un’onda di eccitazione, un fuoco che mi brucia l’anima, il mio sesso che cola umore caldo lungo le cosce, bloccato solo dalle calze a rete. “Non farla cadere,” ordina, la voce un sibilo che mi lega come una corda. Mi offre il braccio come un gentiluomo, un contrasto beffardo, e mi invita a camminare con lui verso un bar vicino. Ogni passo è una tortura: la mela si sposta dentro di me, premendo contro il mio utero, il plug che vibra debolmente, un doppio assalto che mi fa stringere i denti, l’odore del mio desiderio – vaniglia, muschio, succo di mela – che mi segue come un’ombra umida, un rivolo che cola lungo le cosce, intrappolando le calze in un velo appiccicoso.Al bar, un locale elegante con luci soffuse e profumo di caffè tostato, Fabio ordina uno spritz, io un Margarita, il bicchiere ghiacciato che tremo tra le mani. Il problema è sedermi: il plug, che durante il giorno avevo imparato a gestire, ora con la mela che preme dentro di me è un supplizio insostenibile. Mi sento spaccata, davanti e dietro, il dolore un fulmine che mi attraversa il ventre, ma lo sguardo severo di Fabio mi inchioda. Stringo i denti, il bordeaux delle unghie che graffia il tavolo di legno, e mi siedo, il plug che si incunea più a fondo, la mela che preme contro il mio utero, un’agonia che mi strappa un gemito soffocato. Proprio quando penso di poter respirare, il plug si attiva: Fabio giocherella con il telefono, un sorriso maligno sulle labbra, e le vibrazioni sono un terremoto che mi squarcia. Non è come in ufficio, dove avevo resistito con stoica disperazione: la mela amplifica ogni pulsazione, un ritmo che mi spinge oltre il confine del controllo. Chiudo gli occhi, le cosce strette, il clitoride che pulsa come un rubino sotto pressione, e mentre il cameriere posa il Margarita sul tavolo, un orgasmo mi travolge – un’onda silenziosa ma devastante, il mio sesso che si contrae intorno alla mela, un fiotto di umore che inzuppa la sedia, l’odore – muschio, vaniglia, succo acido – che si diffonde come un incenso proibito. “Signora, tutto bene?” chiede il cameriere, e io, con un sospiro tremante, balbetto: “Sì, ho solo urtato il piede.” Lui si allontana, ma l’orgasmo continua, il plug che vibra senza sosta, un tormento che mi fa mordere il labbro fino a sentire il sapore del sangue, metallico e amaro, mescolato al lime del Margarita.Solo quando finiamo di bere, il plug si ferma, lasciandomi un relitto tremante. Fabio si alza, sussurrandomi all’orecchio: “Hai una macchia di umido vistosa sulla tua gonna, dietro.” Arrossisco fino alle orecchie, la vergogna che mi brucia come cera bollente, ma la rassegnazione mi avvolge: sono una schiava del sesso e del piacere, e chiunque mi veda – la macchia scura che segna il grigio del tailleur – lo saprà. La camminata verso la macchina è un’eternità, ogni passo un’agonia con la mela che si sposta, il plug che pulsa sporadicamente, l’odore del mio desiderio che mi segue come un mantello. In macchina, sola per un momento, scrivo a Daniele, come ordinato: Fabio mi ha umiliata davanti alla palestra, mi ha fatto mettere una mela dentro, il plug vibra, sono venuta al bar, tutti potevano vedermi. Sono la tua troia, puniscimi. Lui risponde: Stasera, a casa. Fabio sarà con noi. Preparati a implorare.

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