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Elias: il contratto di un mese #9


di Membro VIP di Annunci69.it Efabilandia
26.02.2026    |    37.583    |    1 8.9
"” Mi infilai i pantaloni senza mutande, il tessuto ruvido che sfregava contro la gabbia e il plug, ogni movimento una fitta, la prostata gonfia che pulsava..."
Mi chiamo Elias, e quella settimana – la “prova condivisa”, come la chiamavano Barbara e Aurora – fu l’inizio della mia fine definitiva. Tutto iniziò il lunedì mattina dopo il weekend in villa, quando tornai a casa mia con il nuovo collare al collo, l’incisione “Schiavo di B. & A. – Proprietà condivisa – Noleggio su richiesta” che sfregava contro la pelle come un marchio a fuoco freddo. Il metallo era pesante, lucido, con un tintinnio lieve a ogni movimento che mi ricordava il mio prezzo: i soldi raccolti dalle torture, dalle umiliazioni, dal mio corpo fradicio di piscio e coperto di scritte oscene. Ero esausto, il culo ancora dolorante dal mostro che mi aveva sfondato, la prostata gonfia che pulsava a ogni passo, un bruciore interno che mi faceva ansimare piano. Eppure, sotto quel dolore, c’era una sensazione strana, quasi confortante: mi sentivo loro, posseduto, quasi amato in un modo distorto, come se le loro crudeltà fossero l’unico modo in cui potevo esistere, sfogato da loro come un oggetto prezioso e inutile allo stesso tempo.
Il messaggio di Barbara arrivò nel pomeriggio, mentre ero ancora nudo in casa, il corpo dolorante e segnato. “Vieni da me stasera alle 20:00. Ho una sorpresa per inaugurare il tuo nuovo tatuaggio. Niente gabbia, niente plug. Voglio vederti libero prima di spezzarti di nuovo.” Il cuore mi balzò in gola. Una sorpresa. Con lei, quella parola era sempre un misto di terrore e desiderio malato. Mi preparai per ore: mi lavai sotto la doccia, l’acqua calda che scrosciava sul corpo, rumore bianco che copriva i miei singhiozzi sommessi. Strofinai il tatuaggio fresco intorno al buco del culo – colori vividi rosa e rossi che bruciavano sotto il sapone, odore di inchiostro misto a crema cicatrizzante alla menta, dolore lancinante quando l’acqua colpiva la pelle appena tatuata. Il mio cazzo, libero dalla gabbia per la prima volta da giorni, si indurì sotto il getto, rosso e sensibile, ma non lo toccai: sapevo che era proibito, che ogni piacere spettava solo a loro. Mi sentivo pulito fuori, ma dentro ero sporco, marchiato, loro. Mi vestii con pantaloni larghi e maglietta semplice, il tatuaggio che sfregava contro il tessuto a ogni passo, un bruciore costante che mi faceva gemere piano.
Arrivai da Barbara alle 20:00 precise. Bussai, il cuore che martellava. Lei aprì, vestita con un abito nero aderente che le fasciava le curve mature, tacchi alti che ticchettavano sul parquet, profumo di vaniglia calda misto a muschio che mi avvolse come un abbraccio crudele. “Entra, troia,” disse, la voce bassa, possessiva. Mi spinse dentro il salotto, chiuse la porta con un tonfo sordo. “Spogliati. Subito.”
Obbedii, le mani tremanti che toglievano i vestiti: maglietta che frusciava contro la pelle d’oca, pantaloni che cadevano con un rumore soffice, boxer che lasciavano esposto il tatuaggio fresco – vagina realistica intorno al buco del culo, labbra rosa carnose, clitoride dettagliato, colori vividi che brillavano sotto la luce arancione delle lampade. Il mio cazzo si indurì all’istante, traditore, rosso e pulsante, libero dopo giorni di gabbia. Barbara rise, un suono basso, divertito. “Vedi? Basta liberarti e diventi un animale in calore. Ma non durerai.”
Mi fece sdraiare a pancia sotto su una panca al centro della stanza, il legno freddo contro il petto, le gambe divaricate e bloccate con cinghie di cuoio che mordevano la pelle, il culo esposto in alto, il tatuaggio visibile come un invito osceno. L’aria era calda, odore di legno lucido misto al mio sudore terrorizzato. Barbara si avvicinò, le dita fredde che sfioravano il tatuaggio, un bruciore lieve sulla pelle fresca. “Prima di usarti la tua nuova fica, dobbiamo prepararti.”
Prese dal tavolino un set di cannule uretrali: metallo lucido, odore sterile e lubrificante trasparente. “Inizieremo piano, troia.” Prese la prima, da 3mm, la lubrificò con gel freddo, odore di menta che si diffuse nella stanza. Mi prese il cazzo dritto in mano, dita calde e possessive, e allineò la cannula alla punta. Spinse piano: dolore acuto, come un ago che entrava nell’uretra, sensazione di invasione interna, bruciore che si irradiava dal glande alla base. Gemetti, lacrime che colarono, il corpo che si tendeva contro le cinghie. “Troia, la tua uretra è stretta come una fichetta vergine,” sussurrò, spingendo fino in fondo. Rumori umidi di inserimento, odore metallico misto a lubrificante. Il dolore era strano, intimo, umiliante: mi stavano dilatando il canale più sensibile del mio cazzo, rendendomi ancora più vulnerabile.
Poi la seconda, da 5mm. Estrasse la prima con un rumore appiccicoso, il vuoto momentaneo che mi fece gemere di sollievo, poi spinse la nuova: dilatazione bruciante, lacrime che colavano sul viso, gemiti soffocati che echeggiavano nella stanza. Il tubo sfregava le pareti interne, un bruciore elettrico che mi faceva tremare, odore di lubrificante che mi saliva al naso. “Senti come si allarga, zoccola?” disse, la voce possessiva, eccitata.
Infine l’8mm. Estrasse la precedente, il mio uretra già arrossata e sensibile, poi spinse la grossa: dolore lancinante, come se mi stessero scopando dentro il cazzo, sensazione di essere riempito in un posto impossibile, lacrime che colavano sul viso, urla rocche che uscivano dalla gola. Lasciò la cannula dentro, bloccando ogni eiaculazione possibile. “Ora non verrai più, troia. Solo soffrirai.”
Poi prese lo strap-on: dildo nero, spesso, venoso, circa 25 cm, base larga. Lo lubrificò con crema fredda, odore di menta che si mescolava al mio sudore terrorizzato. Lo premette contro il mio buco tatuato: la testa larga che forzava l’apertura, un dolore lancinante che mi fece urlare, il corpo che si tendeva contro le cinghie. Entrò fino in fondo, martellando la prostata gonfia con colpi ritmici, schiocchi umidi che echeggiavano nella stanza, ogni affondo un colpo che mi spezzava, lacrime che colavano, singhiozzi rochi. Orgasmi anali soffocati: ondate interne che mi scuotevano senza sfogo, gocce patetiche dalla cannula, rumori gocciolanti sul pavimento. Piangevo, gemendo, imploravo: “Signora, fa male… troppo…” Ma lei continuava, sicura, la voce possessiva: “Troia, senti come ti apro? La tua fica tatuata è perfetta.”
Quando fu stanca, si staccò con un rumore umido, il dildo che usciva lasciando un vuoto doloroso, l’ano pulsante che bruciava. Si sedette sulla mia faccia, le cosce calde che premevano sulle mie guance, la fica bagnata sopra la mia bocca aperta. “Lecca.” La lingua entrò nel solco umido, sapore dolce-amaro, salato, odore muschiato intenso che mi riempì le narici. Lei si mosse, sfregando il clitoride contro il mio naso, gemendo forte, rumori umidi mentre si masturbava sulla mia faccia. Venì con un urlo roco, un getto caldo di umori che mi bagnò il viso, la bocca, le lacrime che si mescolavano al suo piacere. “Bravo, troia. Ora la ricompensa.” Si alzò leggermente, il getto di piscio caldo, forte, gorgogliante: sapore acre, odore pungente di ammoniaca, che mi riempì la bocca. Bevvi, tossendo, il liquido che mi bagnava il viso, colava lungo il collo, l’umiliazione liquida che mi spezzò del tutto.
Mentre si rivestiva, Barbara mi guardò, il sorriso crudele sulle labbra. “Staresti carino vestito da cameriera troia quando fai le pulizie,” disse, prendendo il telefono. Inviò un messaggio ad Aurora: “Andiamo al sexy shop domani? Voglio vestirlo da troietta per le gang future.”

Il mattino dopo arrivai da Aurora con il cuore in gola, un nodo di terrore e anticipazione che mi stringeva lo stomaco come una morsa fredda e appiccicosa. La notte precedente era stata un incubo di umiliazione e dolore distorto, con il sapore della sborra del nero ancora aggrappato alla lingua, viscido e amaro, che mi faceva conati solo al ricordo. Ero tornato a casa mia barcollando, il corpo un ammasso di bruciori: il culo dilatato e pulsante dal dildo di Aurora, la prostata gonfia che inviava fitte elettriche a ogni passo, la gabbia che schiacciava il cazzo in una prigione metallica fredda, ogni pulsazione repressa che si trasformava in una tortura frustrante. L’odore del mio sudore terrorizzato misto a fragola dal suo profumo mi era rimasto impregnato sulla pelle, un velo soffocante che mi ricordava quanto fossi spezzato. Mi ero sdraiato sul letto, nudo, il pavimento della camera che odorava di polvere e solitudine, e avevo pianto in silenzio, singhiozzi rochi che echeggiavano nel buio. Volevo essere uomo, sentirmi forte, indipendente, come prima del contratto, ma quella sensazione tormentosa mi assaliva: il tatuaggio a forma di fica intorno al buco del culo, la gabbia che mi castrava, il plug che mi dilatava – tutto mi faceva sentire sempre più come una donna, una troia passiva che godeva solo del dolore anale, e quel pensiero mi tormentava, un conflitto interiore che mi spezzava l’anima, un misto di disgusto per me stesso e un desiderio malato di arrendermi completamente.
Quella mattina mi alzai presto, il sole filtrava dalle tende bianche della camera, tingendo la stanza di un arancione pallido che sembrava beffarsi della mia oscurità interna. Non avevo università – un giorno libero che un tempo avrei apprezzato, ma ora era solo un vuoto da riempire con la preparazione per loro. Andai in bagno, il pavimento di piastrelle grigie freddo sotto i piedi nudi, l’aria odorante di sapone al limone residuo dalla doccia precedente. Mi spogliai completamente, il collare che tintinnava piano, e mi guardai allo specchio appannato: il corpo segnato, capezzoli rossi e gonfi dalle torsioni, palle arrossate dai calci, il culo arrossato e dilatato, il tatuaggio intorno al buco del culo che brillava ancora fresco, colori rosa vividi e rossi accesi che mi facevano rabbrividire. Ero un uomo, volevo essere un uomo, ma quel disegno realistico – labbra carnose, clitoride dettagliato – mi tormentava, una voce interiore che sussurrava “Sei una troia, una zoccola con la fica tatuata”. Scossi la testa, lacrime che colavano sul viso, sapore salato in bocca, ma il pensiero non se ne andava, un tarlo che mi rodeva l’anima.
Prima il clistere, come sempre. Presi la peretta dal cassetto – plastica bianca, odorante di disinfettante – e la riempii con acqua tiepida dal rubinetto, rumore gorgogliante che riempiva il silenzio del bagno. Mi chinai sulla vasca, gambe divaricate, e infilai la cannula nel culo: bruciore iniziale, l’acqua che entrava lenta, un flusso caldo che mi gonfiava lo stomaco, odore di acqua misto a detersivo. Gemetti piano, il corpo che si tendeva, sensazioni di pienezza umiliante che mi facevano sentire ancora più vuoto dentro. Espulsi tutto nel vaso, rumori schiocchianti e gorgoglianti, odore acre di feci e acqua che mi nauseava, lacrime che colavano mentre pensavo: “Sono un uomo, ma loro mi stanno cambiando, mi stanno rendendo una donna da usare”. Lavai il culo con sapone freddo, bruciore sulla pelle tatuata, colori vividi che si arrossavano sotto l’acqua.
Poi la crema sul tatuaggio. Presi il tubetto dalla mensola – bianco, odorante di aloe e menta – e la spalmai piano intorno al buco: dita fredde che sfregavano la pelle sensibile, dolore lancinante come aghi che pungevano di nuovo, colori rosa e rossi che brillavano umidi sotto la luce bianca del bagno. Gemetti, il bruciore che si irradiava alla prostata, un calore interno che mi faceva pulsare il cazzo libero, rosso e gonfio. Volevo toccarlo, sentirmi uomo, ma sapevo che era proibito – loro decidevano tutto, e quella sensazione di tormento crescente, di essere sempre più donna, mi assaliva: il tatuaggio mi faceva sentire esposto, invitante, una troia con la fica tatuata, e il pensiero mi terrorizzava e eccitava allo stesso tempo, un conflitto che mi spezzava.
Mi misi la gabbietta: l’anello doppio intorno alla base, metallo freddo che mordeva la pelle, il cazzo piegato e schiacciato dentro la prigione piatta, clic del lucchetto che echeggiò nel bagno come una sentenza. Fitte immediate, il cazzo che tentava di gonfiarsi ma veniva represso, un dolore compressivo che mi faceva ansimare. Poi il piccolo plug nel culo, come voleva Aurora: nero, 4 cm, lubrificato con crema alla menta – odore pungente che mi salì al naso. Lo infilai piano, bruciore dilatante, la testa che forzava l’apertura tatuata, un dolore sordo che si irradiava alla prostata, gemito roco che echeggiò nel bagno. Quando fu dentro, la base premeva contro le natiche, un peso costante che mi faceva sentire pieno, violato, più donna che uomo – il pensiero mi tormentava, un sussurro interiore: “Sei una troia, godi solo nel culo.”
Mi infilai i pantaloni senza mutande, il tessuto ruvido che sfregava contro la gabbia e il plug, ogni movimento una fitta, la prostata gonfia che pulsava. Uscii di casa, il sole di febbraio che filtrava pallido tra le nuvole grigie, colori sbiaditi della città che sembravano riflettere la mia anima spezzata. Guidai verso l’appuntamento con Aurora, il cuore in gola, il plug che premeva a ogni buca sull’asfalto, odore di menta che saliva dalle mutande, fitte che mi facevano gemere piano. Non avevo università quel mattino – un vuoto che mi lasciava solo con i miei pensieri tormentosi: volevo essere uomo, forte, indipendente, ma il tatuaggio, la gabbia, il plug mi facevano sentire sempre più donna, una troia da usare, e quella sensazione mi assaliva come un’onda, un conflitto interiore che mi spezzava, un desiderio malato di arrendermi completamente.
Arrivai da Aurora, bussai, lei aprì con un sorriso sadico, vestita con jeans attillati blu e top bianco, capelli biondi sciolti, profumo di fragola che mi avvolse come un abbraccio crudele. “Entra, troia,” disse, la voce bassa, eccitata. Mi spinse dentro, chiuse la porta con un tonfo. “Spogliati e mostra se hai obbedito.”
Obbedii, nudo, gabbia e plug esposti. Lei sfiorò la gabbia, dita fredde che mi fecero pulsare inutilmente, poi il plug, spingendolo più in fondo – bruciore acuto, gemito che mi uscì dalla gola. “Bravo, troia. Oggi andiamo al sexy shop. Ti faccio bella per le nostre gang.”
Salimmo in macchina, io nudo sotto i vestiti, il plug che premeva costante, la gabbia che sfregava, prostata gonfia che pulsava, fitte dolorose che mi facevano ansimare. Il sexy shop era in centro, luci al neon rosa e viola che scintillavano contro il grigio del pomeriggio, odore di lattice e plastica nuova che mi soffocò appena entrammo. Rumori di zipper lontani, musica elettronica bassa – bassi pulsanti, sintetizzatori che echeggiavano come il mio cuore – clienti curiosi che giravano tra scaffali colorati di rosso e nero, dildo giganti viola e rosa, fruste nere lucide, lingerie pizzo bianco e rosso.
Aurora mi spinse verso gli scaffali, gli occhi brillanti di sadismo. Vedemmo tante cose: vibratori rosa shocking che ronzavano con rumori elettrici, manette nere di metallo che tintinnavano, creme lubrificanti alla menta e vaniglia che odoravano di chimico dolce, maschere di lattice nere che puzzavano di gomma nuova. Quando passammo vicino alla parte dei plug, Aurora si fermò impressionata da quelli giganti: enormi, neri, venosi, 10 cm di diametro, colori scuri e minacciosi, odore di silicone nuovo. “Prima o poi te lo compro sai, per la tua fica anale,” disse, ridendo, la voce eccitata, sadica. Il pensiero mi tormentò: volevo essere uomo, ma quella minaccia mi fece pulsare nella gabbia, una sensazione di resa femminile che mi assaliva, un conflitto che mi spezzava.
Poi il completino: autoreggenti nere trasparenti che sfregavano la pelle con rumori fruscianti, parrucca bionda lunga odorante di sintetico, completino da cameriera con minigonna plissata pizzo rosa che esponeva il tatuaggio quando mi chinavo, colori vividi che brillavano sotto la luce al neon bianca. Il proprietario – uomo di mezza età, tatuato con inchiostro nero e blu sul collo, odorante di inchiostro fresco e sigarette – si avvicinò incuriosito dopo un commento di Aurora sul tatuaggio. “Posso vederlo? Magari faccio sconto.” Aurora, eccitata, mi portò nel camerino semi-aperto: tenda sottile rossa che frusciava, rumori di clienti fuori che chiacchieravano, musica elettronica che pulsava. Mi fece abbassare la minigonna, mostrare il tatuaggio da sotto: colori rosa vividi, labbra carnose, clitoride dettagliato che brillavano sotto la luce bianca, odore di crema cicatrizzante misto a sudore terrorizzato. Il proprietario rimase ammirato: “Sembra una vera fica, invitante da morire. Lavoro perfetto.” Aurora lo provocò: “Se ci regala il completino, le faccio provare la fica.”
Lui annuì, eccitato, chiudendo la tenda con un fruscio. Mi fece inginocchiare sul pavimento freddo del camerino, piastrelle grigie appiccicose, odore di disinfettante misto a lattice. Il suo cazzo era grosso, venoso, caldo, odorante di sudore e colonia economica. Lo presi in bocca: sapore salato, muschiato, rumori umidi mentre succhiavo, lui che gemeva spingendo. Aurora da dietro mi mise due dita nel culo con crema alla menta dalla borsetta – odore pungente, bruciore dilatante che mi fece gemere intorno al cazzo, lacrime che colavano. “Troia, apri bene la tua fica tatuata,” sussurrò Aurora, eccitata dal mio pianto.
Poi mi girò, gonna alzata, tatuaggio esposto. Il proprietario mi tolse il plug con un rumore umido, appiccicoso, il vuoto improvviso che mi fece gemere, l’ano dilatato che pulsava. Mi inculò forte: la testa grossa che forzava l’apertura, dolore lancinante come se mi spaccassero, rumori schiocchianti di carne contro carne, ogni affondo un colpo brutale che mi spezzava, lacrime che colavano, singhiozzi rochi. Sborrò dentro, calore viscido, appiccicoso che riempiva, bruciore sul tatuaggio fresco. Piangevo, umiliato, il corpo traditore che godeva solo nel culo, eccitazione anale che mi faceva pulsare, un orgasmo soffocato che mi scuoteva senza sfogo. Ero umiliato spezzato ed ero una troia e me lo sentivo.
Lui mantenne la promessa e regalò il completino ma aggiunse anche un plug da 6 cm – nero, spesso, odorante di silicone nuovo – dicendo “Quello che hai è troppo piccolo, troia.” Prima di andare, aprì la confezione davanti alla cassa, mi fece girare: rumori di clienti in sottofondo, musica elettronica che pulsava. Un cliente entrò in quel momento – uomo alto, odorante di colonia, che guardò curioso. Il proprietario mi infilò il plug nel culo: testa larga che forzava, dolore lancinante, urla che non trattenni, lacrime che colavano, prostata gonfia che pulsava. Grande dolore per me, grande soddisfazione per Aurora, che rideva: “Troia, senti come ti allarga.” Io annui.
In macchina, mentre tornavamo, ringraziai Aurora: “Grazie, padrona, per avermi fatto usare.” Lei sorrise, mi baciò con violenza, labbra calde e umide, sapore di fragola, lingua che invadeva la mia bocca, ma con la mano mi strizzò forte le palle, dolore acuto che mi tolse il fiato, lacrime che colavano, prostata gonfia dal plug che premeva a ogni buca, fitte lancinanti che mi facevano gemere nel bacio. “Così capisci che ci tengo a te, troia,” sussurrò, eccitata dalla mia sofferenza, la mano che torceva, un tortura vera che mi lasciava senza fiato, spezzato, ma stranamente amato in quel dolore distorto.

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