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Katiuscia la cameriera #3


di Membro VIP di Annunci69.it Efabilandia
05.09.2025    |    24.163    |    3 9.3
"Katiuscia si tolse le mutandine, un slip di cotone nero intriso del suo odore muschiato, caldo, e si sedette sul mio viso..."
Il sole di fine maggio filtrava attraverso le tende di lino bianco della nostra villa a Caserta Vecchia, accendendo riflessi sul pavimento di cotto lucido, il cui bagliore caldo si mescolava al profumo di rose rosse che entrava dal giardino. L’odore di cera al limone impregnava l’aria, un sentore pungente che si intrecciava alla dolcezza floreale, creando un contrasto che sembrava rispecchiare la mia vita: una facciata di ordine e raffinatezza, sotto cui bruciava un caos di desiderio e vergogna. Indossavo un tailleur beige chiaro, la gonna a tubino che aderiva ai miei fianchi come una carezza possessiva, modellando ogni curva con precisione. La camicetta di seta color crema scivolava leggera sul mio seno, lasciando intravedere il pizzo nero del reggiseno a balconcino, i bordi delicati che incorniciavano la mia quarta abbondante. Sotto, un perizoma di pizzo nero, un triangolo sottile che sfiorava la mia fica, ancora gonfia e dolorante dai calci di Katiuscia, ogni passo una stilettata che mi ricordava la mia sottomissione. Matteo, impeccabile nel suo completo blu scuro, la camicia bianca aperta sul primo bottone che rivelava un accenno di petto, mi aveva salutata con un bacio caldo prima di uscire, il suo profumo di colonia agrumata che si mescolava al mio rossetto rosso, un gesto che nascondeva l’abisso che si era aperto dentro di me.
Come tutti i venerdi feci finta di uscire di casa per andare a lavorare.
Tornai a casa alle 11:00, il cuore che martellava sotto il tessuto aderente del tailleur. La villa era avvolta dal silenzio, il letto king-size con lenzuola di seta grigia che brillavano sotto la luce del sole, un invito e una minaccia. Malik entrò poco dopo, la camicia nera aperta sul petto muscoloso, i jeans attillati che modellavano le sue cosce possenti, il rigonfiamento evidente del suo cazzo che mi fece deglutire. Il suo odore, un misto di muschio, sudore e desiderio crudo, mi colpì come un pugno, accendendo un fuoco che non potevo spegnere. Mi fu addosso in un istante, le sue mani grandi che mi afferrarono tra le gambe, le dita che premevano attraverso il pizzo del perizoma, trovando la mia fica già umida ma dolorante. Trattenni il fiato, il bruciore dei calci di Katiuscia ancora vivo, ogni tocco un misto di agonia e piacere che mi faceva tremare. Con un gesto rapido, strappò via la gonna, il tessuto che si lacerava con un suono secco, un fruscio che echeggiava nella stanza. La camicetta seguì, i bottoni di madreperla che saltavano sul pavimento di cotto, il reggiseno che si sganciava con un clic, rivelando i miei capezzoli duri, sensibili, segnati dai colpi del giorno prima. Il perizoma rimase, un lembo di pizzo nero intriso di umidità, e Malik lo scostò con un dito, il suo tocco rude che mi fece gemere. Mi spinse in ginocchio sul tappeto persiano, morbido sotto le mie ginocchia, il suo cazzo nero e grosso davanti al mio viso, pulsante, una vena spessa che correva lungo l’asta come una promessa di dominio. Lo presi in bocca, il gusto salato e muschiato che mi riempiva i sensi, la mia lingua che scivolava sulla pelle liscia, il suono umido dei miei movimenti che si mescolava ai suoi grugniti bassi. Malik afferrò i miei capelli, raccolti nello chignon, e li sciolse, le ciocche castane che cadevano sulle spalle mentre spingeva il suo cazzo più a fondo, riempiendomi la gola, facendomi soffocare in un misto di piacere e disperazione. Ogni succhiata era un atto di sottomissione, il mio corpo che si arrendeva, la mia fica che gocciolava sul tappeto.Mi sollevò, mettendomi a novanta sul letto, le lenzuola di seta fresche contro i miei seni, il profumo di lavanda che si mescolava all’odore del mio desiderio. Mi scopò nella fica, ogni spinta un’esplosione, il dolore della mia carne gonfia che si intrecciava a un piacere profondo, il suono umido della sua carne contro la mia che riempiva la stanza, un ritmo primordiale che mi faceva gridare. Alternava, passando al mio culo, il buco già sensibile che si apriva sotto la sua forza, un bruciore che mi faceva inarcare la schiena. “Più forte,” sussurrai, memore delle parole di Katiuscia sul preparare il mio culo. Malik obbedì, incularmi con una ferocia che mi spezzava, il suo cazzo che mi spalancava, ogni spinta un’esplosione di dolore e piacere, il suono umido e ritmico che si mescolava ai miei gemiti rotti. Quando venne, la sua sborra calda mi riempì il culo, un’onda che mi fece tremare, il mio corpo che gocciolava di desiderio, il buco pulsante come un cuore vivo.Si ritrasse, ammirando il mio culo sfondato, la fica rossa e gonfia che pulsava sotto il pizzo strappato. Senza preavviso, mi diede uno schiaffo sulla fica, il suono secco che mi fece sobbalzare, un fuoco che si propagava dal clitoride al resto del corpo. Un secondo colpo, poi un terzo, ogni impatto un’agonia che mi faceva tremare, ma rimasi immobile, sapendo che era ciò che meritavo, ciò che desideravo. Il quarto colpo fu più forte, un’esplosione che mi fece inarcare la schiena, il clitoride che bruciava come se fosse stato marchiato. Il quinto mi mise in ginocchio, le lacrime che mi rigavano il viso, la fica in fiamme, un dolore così intenso che mi sembrava di spezzarmi. “Sei solo una puttana altolocata,” ringhiò Malik, la voce carica di disprezzo, scaraventandomi sul letto. Aprì le mie cosce, il pizzo del perizoma ormai un relitto, e prese il frustino di pelle nera dall’armadio, il manico intrecciato freddo tra le sue dita. “Conta, cagna,” ordinò.Il primo colpo sulla fica fu un fulmine, il cuoio che mordeva la mia carne con una precisione crudele, un dolore che mi fece urlare. “Uno,” dissi, la voce tremante, le lacrime che cadevano sulle lenzuola. Ogni colpo era un’esplosione, il frustino che colpiva il clitoride, la mia fica che si gonfiava, rossa e pulsante. A dieci, ero un relitto, il clitoride devastato, così sensibile che ogni respiro era un’agonia, ma il piacere che si nascondeva sotto il dolore mi faceva bagnare, un contrasto che mi spezzava l’anima. Malik, di nuovo duro, mi alzò le gambe, il suo cazzo che scivolava nella mia fica, pompando con una forza che mi faceva gridare. Il suono umido, il suo odore muschiato, la mia fica che lo avvolgeva – tutto mi travolgeva. Venne di nuovo, la sua sborra che mi riempiva, e io raggiunsi un orgasmo silenzioso, trattenendo il respiro per paura di altri colpi, il mio corpo che tremava di piacere e terrore.Leccai il suo cazzo, poi il suo culo, il sapore acre e muschiato che mi umiliava e mi eccitava, la mia lingua che scivolava sulla sua pelle, il suono dei miei movimenti che si mescolava al suo respiro pesante. Ci salutammo, e io corsi a fare una doccia, l’acqua fredda che scorreva sulla mia fica dolorante, un sollievo temporaneo che non poteva spegnere il fuoco dentro di me. Quando Matteo tornò per il pranzo, indossavo una gonna lunga di cotone azzurro, morbida ma incapace di nascondere il dolore che mi faceva camminare con le gambe aperte, la fica e il culo che pulsavano a ogni passo. Gli diedi un bacio dolce, il sapore del suo pranzo – un’insalata di pomodori e basilico – che si mescolava al mio rossetto. Mentre mangiavamo, gli dissi: “Amore, domani Katiuscia farà una pulizia approfondita. Potresti portare Leonardo al parco per tre ore?” Matteo acconsentì, il suo sorriso caldo ignaro del mio tormento.
Sabato mattina, alle 10:00, Katiuscia arrivò puntuale, la gonna di cotone nero che le modellava i fianchi come un guanto, la camicetta bianca aderente che sottolineava il seno pieno, i bordi del reggiseno visibile sotto il tessuto sottile. I suoi capelli castano chiaro, raccolti in una coda alta, oscillavano mentre si muoveva, e i suoi occhi verdi brillavano di una luce crudele, come se vedessero ogni mio pensiero. Matteo e Leonardo, con le bici pronte, salutarono e uscirono, il suono delle loro risate che svaniva lungo il vialetto di ghiaia. La villa tornò silenziosa, il profumo di rose che entrava dalle finestre aperte, il pavimento di cotto che rifletteva la luce del sole, un palcoscenico perfetto per la mia sottomissione.“Puttana, vieni qui subito,” chiamò Katiuscia, la voce tagliente come una frusta. Mi presentai, il vestito di cotone azzurro chiaro che scivolava sul mio corpo, il perizoma bianco già umido di paura e desiderio, i sandali neri a tacco basso che ticchettavano sul pavimento. “Anche ieri hai fatto la zoccola con il nero, vero? Sei proprio una troia rotta in culo,” disse, mostrando il cellulare. Un video: io, a novanta, con Malik che mi frustava e mi scopava, il suono dei miei gemiti che echeggiava dallo schermo. Ero certa di aver rimosso le telecamere, ma Katiuscia era sempre un passo avanti. “Vuoi vederlo?” chiese, un sorriso crudele che mi fece tremare.“Togliti tutto,” ordinò. Obbedii, umiliata, lasciando cadere il vestito, il tessuto che scivolava sul pavimento con un fruscio leggero. Il perizoma seguì, un lembo di pizzo bianco intriso di umidità, e rimasi nuda, solo i sandali a coprirmi i piedi, la mia pelle che brillava sotto la luce, i capezzoli duri, la fica ancora sensibile dai colpi di Malik. “Oggi mi aiuterai a pulire casa tua, ma se sbagli ti punirò,” disse, porgendomi una bottiglia di Vetril e una pezza, l’odore di ammoniaca che mi pizzicava il naso. “Vai a fare i vetri dei balconi.”“Cazzo, sono nuda,” pensai, ma obbedii, il cuore che batteva forte. Sul primo balcone, abbassai la tapparella a metà per nascondermi, il vetro freddo sotto le dita, il Vetril che lasciava striature trasparenti mentre pulivo. Passai al secondo balcone, attenta a ogni dettaglio, il sudore che mi scivolava lungo la schiena, il profumo delle rose che si mescolava all’ammoniaca. Katiuscia, nel frattempo, rassettava le camere, il suono dei suoi passi che echeggiava nella villa. Quando tornò, alzò la tapparella senza preavviso. “Vediamo se hai pulito bene,” disse. Per un istante, mi sentii esposta, nuda, come se fossi in strada, il cuore che mi saliva in gola. Il vetro era striato, qualche tratto saltato per la penombra, e Katiuscia lo notò subito.“Lo sapevo, non sei buona a nulla,” ringhiò, afferrandomi per i capelli, le ciocche castane che si scioglievano sotto la sua stretta. Mi trascinò davanti al vetro, il mio riflesso che mostrava il viso arrossato, i capezzoli duri, la fica gonfia. Mi sferrò un ceffone, il suono secco che mi bruciò la guancia, poi un secondo, un terzo, ogni colpo un’esplosione che mi faceva vacillare. Rimasi immobile, il viso in fiamme, consapevole che chiunque fuori poteva vedermi, la vergogna che mi consumava ma accendeva un desiderio oscuro. “Neanche ti giustifichi, non chiedi scusa?” gridò, e mi colpì con un pugno sul seno destro, poi sul sinistro, il dolore che mi tolse il fiato, i capezzoli che pulsavano come se fossero stati schiacciati in una morsa.Mi trascinò al centro del salone, il pavimento di cotto freddo sotto i piedi, e mi fissò una barra di metallo alle caviglie, costringendomi a tenere le gambe spalancate. La barra, fredda e pesante, mi fece tremare, il metallo che scricchiolava mentre la stringeva. “Dove l’ha presa?” mi chiesi, ma il pensiero fu interrotto da un calcio, dritto sulla fica, un impatto che mi fece urlare, il suono acuto che rimbalzava sulle pareti. Il dolore era lancinante, un fuoco che si propagava dal clitoride al resto del corpo, come se ogni nervo fosse stato acceso. Un secondo calcio, più forte, mi fece piegare in avanti, le lacrime che mi rigavano il viso, la fica che si gonfiava, livida, pulsante. Il terzo fu brutale, la punta della sua scarpa che colpiva il clitoride con una precisione crudele, un’esplosione che mi fece quasi svenire. Cercai di chiudere le gambe, ma la barra me lo impedì, lasciandomi vulnerabile, esposta. “Ti prego, Katiuscia, ora sistemo tutto, basta, mi fai troppo male,” implorai, la voce rotta, le lacrime che cadevano sul pavimento.Ma Katiuscia si spostò dietro di me, la mia fica esposta nella posizione inginocchiata, il culo sollevato, il buco ancora sensibile dall’incontro con Malik. Un altro calcio, con la punta della scarpa, dritto al centro della fica, un dolore così intenso che mi tolse il respiro, il clitoride che sembrava esplodere sotto l’assalto. Un quinto calcio, ancora più forte, mi fece accasciare, il mio corpo che tremava, la mente invasa da un misto di terrore e desiderio. Ogni colpo era un’accusa, una punizione per ciò che ero, una troia che desiderava il dolore, che si bagnava sotto la sua crudeltà. La mia fica era un inferno, gonfia, livida, ogni pulsazione un promemoria della mia sottomissione. “Ne vuoi un altro?” chiese, la voce fredda, un coltello che tagliava la mia anima. Ero in trance, il dolore che mi spezzava, il desiderio che mi teneva viva. “Sì,” sussurrai, la voce appena udibile, un’ammissione che mi umiliava e mi liberava. Katiuscia prese la rincorsa, il suo piede che si abbatteva sulla mia fica con una forza devastante, un’esplosione che mi fece urlare, il dolore che si ripercuoteva nella mia anima, lasciandomi senza fiato, la mente vuota tranne che per il bisogno di essere punita.Poi, come un contrasto crudele, sentii la sua mano sul mio clitoride, massaggiandolo con dita esperte, scivolose per la mia umidità. La mia fica, gonfia e dolorante, bagnava la sua mano, il piacere che si intrecciava al dolore in un vortice che mi faceva gemere. Katiuscia si tolse le mutandine, un slip di cotone nero intriso del suo odore muschiato, caldo, e si sedette sul mio viso. “Lecchiami,” ordinò, la sua fica contro la mia bocca, il gusto salato e dolce che mi riempiva, i suoi gemiti che si mescolavano al suono umido della mia lingua. Leccai con disperazione, la mia lingua che scivolava dentro di lei, il suo odore che mi avvolgeva, il mio corpo che tremava di desiderio. Quando venne, un getto caldo mi colpì il viso, schizzando sul mio mento, il collo, il petto. Poi il suo piscio, acre e bruciante, mi riempì la bocca. “Bevi tutto, o ti colpisco ancora,” disse, la voce un ordine che non potevo ignorare. A fatica, ingoiai, il sapore che mi umiliava, mi disgustava, ma accendeva un fuoco che non potevo spegnere. Mi toccai, le dita che scivolavano sulla fica gonfia, il clitoride devastato ma così sensibile, e venni con un orgasmo violento, il corpo che tremava, le lacrime che si mescolavano al suo piscio.Katiuscia mi tolse la barra e mi ordinò di pulire il bagno. “Se sbagli, ti punisco di nuovo,” disse, dando un ultimo schiaffo, il suono secco che mi bruciò la guancia, e una ginocchiata sul clitoride, un dolore acuto che mi fece barcollare. Nel bagno, con le piastrelle bianche e nere che riflettevano la luce, approfittai per lavarmi, posizionando la mia fica sotto il getto freddo del bidet. L’acqua era un sollievo, un freddo pungente che leniva il bruciore, ma ogni tocco mi ricordava i calci, il clitoride che pulsava come un cuore ferito. “Sbrigati, tra poco controllo,” gridò Katiuscia, che stava finendo i vetri, il suono della sua voce che mi faceva sobbalzare.Quando entrò, mi trovò inginocchiata, intenta a pulire il vaso con una pezzolina, l’odore di disinfettante che mi pizzicava il naso. “Brava, sei nella posizione giusta,” disse, tirandosi giù le mutandine, il cotone nero che scivolava lungo le sue cosce robuste. Posizionò il suo culo sul mio viso, la pelle calda e leggermente sudata. “Leccalo bene, tutto,” ordinò. Esitai, l’odore acre e non proprio pulito che mi repelleva, un misto di sudore e intimità che mi faceva rabbrividire. Due schiaffi violenti sui capezzoli, il dolore che mi fece gridare, mi convinsero. La mia lingua scivolò sul suo buco, il gusto amaro e terroso che mi disgustava ma accendeva un desiderio perverso. Katiuscia mi spinse la testa più a fondo, le sue mani che afferravano i miei capelli. “Dentro,” ordinò. Non ci riuscivo, il mio stomaco che si rivoltava, ma lei, infastidita, si girò e mi diede un calcio sulla fica con la punta della scarpa, un’esplosione che mi fece urlare, il clitoride che sembrava esplodere. “Ora vediamo se ci riesci,” disse. Umiliata, infilai la lingua nel suo culo, leccando con forza, il sapore che mi travolgeva, la mia fica che gocciolava nonostante il disgusto. “Brava, troia, così devi fare. Ogni volta che andrò in bagno, pulirai il mio culo,” disse, masturbandosi mentre io leccavo, le sue dita che scivolavano sulla sua fica, il suono umido che si mescolava ai suoi gemiti. Venne con un orgasmo violento, squirtando sul pavimento, un suono bagnato che echeggiava, seguito da una scorreggia che mi colpì in bocca, un’umiliazione che mi fece ritrarre istintivamente.Katiuscia si arrabbiò. “Stronza, non ti muovere, continua a leccare!” Si sedette quasi sulla mia lingua, il suo culo che mi soffocava, venendo di nuovo, il suo squirt che bagnava il pavimento di piastrelle. Si alzò, dandomi due schiaffi, il suono che rimbalzava sulle pareti. “Guarda che casino, ora devo pulire prima che torni quel cornuto di tuo marito. Ma prima ti punisco.” Mi mise a novanta sul coperchio del vaso, il freddo della ceramica che mi faceva rabbrividire contro il ventre. Infilò due dita nel mio culo, poi tre, il dolore che si mescolava al piacere, il mio buco che si apriva, gocciolando tra le gambe. Amavo il sesso anale, e il mio corpo tradiva il mio godimento, la fica che pulsava, il clitoride sensibile nonostante i calci. Versò del gel per le mani, freddo e scivoloso, e infilò quattro dita, spalancandomi, il bruciore che mi faceva gemere, un misto di agonia e piacere che mi faceva tremare. Poi sentii qualcosa di freddo, duro, sul mio culo: una bottiglia d’acqua da mezzo litro, piena, presa dal suo grembiule, il vetro liscio che scintillava sotto la luce del bagno. “Ti avevo detto di allenare il culo, troia,” disse, spingendo piano, il mio buco che resisteva, teso e dolorante. Con un colpo secco, la piantò dentro, un’esplosione di dolore che mi fece urlare, il mio culo che si sentiva spaccare in due, un fuoco che mi consumava dall’interno. Cercai di toglierla, le mani che si muovevano frenetiche, ma Katiuscia mi bloccò, afferrandomi i polsi con una mano, e con il suo ginocchio premeva sulla mia testa, schiacciandomi contro il coperchio del vaso. Con l’altro ginocchio, colpì la bottiglia, ogni impatto un’agonia, un suono sordo che si mescolava alle mie urla soffocate. Il dolore era insopportabile, un tormento che mi spezzava, il mio culo che sembrava strapparsi, ogni colpo un’esplosione che mi toglieva il respiro. Per cinque minuti, forse più, il dolore mi consumò, la bottiglia che si muoveva dentro di me, il vetro freddo che mi spalancava, un’umiliazione che mi riduceva a un oggetto. Ma poi, lentamente, il mio corpo si abituò, il dolore che si trasformava in un piacere oscuro, un calore che si propagava dalla mia fica al resto del corpo. Venni, un orgasmo anale che tenni silenzioso, il corpo che tremava, la mente vuota tranne che per il bisogno di essere posseduta. Katiuscia tolse e reinserì la bottiglia diverse volte, ogni movimento un’esplosione di dolore e piacere, il mio buco che si chiudeva e si apriva sotto il suo controllo. “Come inizio può andare, ma lo sfonderò di più. Inculati ogni giorno,” disse, la voce un ordine che mi marchiava. Si ricompose, il grembiule che frusciava mentre iniziava a pulire il bagno, il pavimento bagnato del suo squirt che luccicava sotto la luce. Io, tremante, tolsi la bottiglia, il mio culo che pulsava, un dolore sordo che si mescolava a un piacere perverso. Corsi al bidet, l’acqua fredda che scorreva sulla mia fica, un sollievo che non poteva spegnere il fuoco. La mia fica era gonfia, livida, ogni tocco un’agonia, il clitoride così sensibile che l’acqua sembrava una carezza crudele. Rimasi lì, il getto freddo che mi faceva rabbrividire, il dolore che mi ricordava ogni calcio, ogni colpo, ogni momento di sottomissione.
Matteo e Leonardo tornarono poco dopo, il suono delle loro risate che riempiva la villa. Indossai un vestito leggero di cotone bianco, il tessuto morbido che sfregava contro la mia fica e il culo, ogni passo un’agonia che mi faceva camminare con le gambe aperte, un’andatura oscena che non potevo nascondere. La fica bruciava, un fuoco che si riaccendeva a ogni movimento, il clitoride devastato che pulsava sotto il perizoma pulito che avevo indossato. Il mio culo, sfondato dalla bottiglia, era un tormento, ogni passo un ricordo della violenza di Katiuscia, il buco che sembrava ancora aperto, pulsante, un dolore che mi faceva gemere in silenzio. Ma sorrisi, fingendo normalità, il viso arrossato nascosto da un velo di trucco.Katiuscia salutò tutti, la voce alta e chiara: “Signora Giulia, si ricordi di fare quell’allenamento che le è utile.” Matteo, incuriosito, chiese: “Che allenamento?” “Nulla, amore, per i dolori alla schiena. Non vedi che cammino male?” mentii, il cuore che batteva forte, la fica e il culo che urlavano a ogni passo. Salutammo Katiuscia, dandoci appuntamento per martedì pomeriggio. La villa tornò silenziosa, il profumo di rose che si mescolava al disinfettante del bagno, ma dentro di me bruciava un fuoco che non potevo spegnere, un misto di dolore, umiliazione e desiderio che mi teneva prigioniera.





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