bdsm
Katiuscia la cameriera #12
Efabilandia
11.09.2025 |
30.440 |
3
"Matteo camminava accanto, la mano sulla schiena di Katiuscia, un gesto possessivo che mi trafiggeva..."
Il sabato mattina si aprì con un sole pallido che filtrava attraverso le tende di lino bianco, accendendo riflessi dorati sul pavimento di cotto lucido, ma la luce non poteva dissipare l’ombra che mi avvolgeva come una morsa. La villa era silenziosa, il profumo di rose rosse dal giardino che si mescolava alla cera al limone, un contrasto dolce e pungente che mi nauseava, un ricordo della mia vita prima di diventare questa puttana spezzata. Il plug da 8 cm mi devastava il culo, una voragine permanente che pulsava a ogni passo, la gemma nera che scintillava sotto la gonna lunga che indossavo per nascondere la cintura di castità, l’acciaio freddo che mordeva la vita, la grata davanti che imprigionava la mia fica gonfia e livida, un ammasso di carne che bruciava dalle ortiche e dallo zenzero di Katiuscia. La fica non rispondeva più, un relitto dolorante che non provava piacere, l’unico godimento relegato al culo sfondato, un piacere perverso che mi umiliava e mi completava. Matteo era in cucina, la camicia bianca aperta sul petto, il profumo di colonia agrumata che si mescolava al caffè, i suoi occhi azzurri che mi scrutavano con un misto di tenerezza e crudeltà.Katiuscia arrivò alle 10:00, il corsetto di lattice nero che scricchiolava come una minaccia, la gonna di pelle rossa corta che sfregava contro le sue cosce robuste, gli stivaletti a punta che ticchettavano sul cotto con un ritmo inesorabile. Il suo profumo muschiato, caldo e invadente, mi colpì come un pugno, un’onda che mi fece tremare, un odore di dominio e sesso che mi ricordava ogni umiliazione. Portava la borsa di pelle rossa, un frustino di cuoio nero che sporgeva come un serpente pronto a colpire. “Buongiorno, signora,” disse a me, la voce tagliente, poi si voltò verso Matteo, un sorriso complice che mi gelò il sangue. “Signore, ho le foto che mi ha mandato. Guardi come sta diventando puttana sua moglie.” Matteo annuì, il suo telefono che vibrava, e lei glielo passò, le immagini che lampeggiavano sullo schermo: io, nel monolocale, inginocchiata, il culo spalancato da tre cazzi enormi, la sborra che colava, il piscio che mi inzuppava la cintura di castità. L’umiliazione mi travolse, le lacrime che pizzicavano gli occhi, il cuore che martellava, sapendo che Katiuscia aveva orchestrato tutto, condividendo con Matteo ogni dettaglio della mia degradazione.Matteo rise piano, un suono che mi spezzò, la sua mano che sfiorava il braccio di Katiuscia, un gesto intimo che mi trafiggeva. “Hai fatto un ottimo lavoro,” disse, la voce bassa, carica di desiderio. Io ero lì, immobile, la fica che bruciava sotto la grata, il plug che mi teneva aperta come una vacca. “Signora, esci con Leonardo a fare la spesa,” ordinò Katiuscia, il tono che non ammetteva repliche. Obbedii, il cuore che si stringeva, portando Leonardo al supermercato, il suo chiacchiericcio innocente un coltello nel mio petto, il plug che mi torturava a ogni passo, la cintura che mordeva. Mentre ero via, sapevo cosa stava accadendo: Katiuscia e Matteo, soli in casa, il lattice che scricchiolava mentre lei gli mostrava le foto, il suo profumo muschiato che lo avvolgeva, le sue mani che slacciavano i pantaloni. Lo scopava, la fica che lo avvolgeva, il suono umido che echeggiava, la sborra calda che le riempiva, un tradimento che mi umiliava a distanza, la gelosia che mi consumava, il mio corpo che tradiva con un’umidità che colava dalla fica intrappolata.Tornai con le borse della spesa, Leonardo che correva in camera per giocare con la PlayStation, il suono dei videogiochi che echeggiava dal salone. Katiuscia mi chiamò in bagno, la voce bassa ma imperiosa, il cuore che mi martellava. Entrai, le piastrelle bianche e nere fredde sotto i piedi, l’odore di lavanda che si mescolava al suo muschio. Mi diede due schiaffoni sonori, il suono che rimbombò, le guance che bruciavano come fuoco, le lacrime che pizzicavano gli occhi. “Togliti la cintura, puttana,” ordinò, sbloccando il lucchetto con la chiave che teneva in tasca, l’acciaio che cadeva con un clangore metallico sul lavandino di marmo. La grata si aprì, esponendo la fica gonfia, livida dalle ortiche, un relitto rosso che pulsava. “Apri le gambe,” disse, lo spazio ristretto del bagno che amplificava la mia vulnerabilità. Presi la rincorsa, il suo stivale a punta che sfrecciava, colpendo la fica con un calcio brutale, un dolore acuto che mi fece stringere i denti, il clitoride schiacciato che esplodeva, il sangue che colava lungo le cosce. Non potevo urlare, Leonardo era nel salone, il suono della PlayStation un sottofondo innocente che rendeva l’umiliazione insopportabile. Un secondo calcio, poi un terzo, dritto sulla fica, ogni impatto un fuoco che mi spezzava, la carne che si gonfiava, livida e violacea, il bruciore che si irradiava nel ventre, un’agonia che mi inchiodava al muro.Katiuscia si avvicinò, afferrandomi la fica con le mani, le unghie che mordevano la carne gonfia, stringendo forte, un dolore lancinante che mi fece gemere, il respiro corto, le lacrime che colavano. Mi leccò la faccia, la lingua calda che scivolava sulla guancia, un atto di supremazia che mi umiliava, il suo sapore salato che mi nauseava, il muschio del suo alito che mi soffocava. Si allontana, sferrando un altro calcio sulla fica, la carne che brucia, il sangue che macchia le piastrelle. Aprì la mia bocca con le dita, sputandomi dentro, il gusto acido e salato che mi riempì la gola, un’umiliazione che mi spezzava, il plug che vibrava nel culo, un piacere perverso che mi bagnava nonostante il dolore. “Non capisci, porca, che non sei altro?” ringhiò, infilando la mano nella fica, fistandomi con forza, il suono umido che echeggiava nel bagno ristretto, le dita che si chiudevano a pugno, la carne che si spalancava. “Non puoi più venire con la fica!” Ogni spinta era un’esplosione, il dolore che si mescolava a un piacere proibito, un orgasmo violento che mi travolse, le contrazioni che mi spezzavano, lo squirt che bagnava il pavimento, un tradimento del mio corpo che mi umiliava. Katiuscia lo sentì, tolse la mano e sferrò un calcio sulla fica in pieno orgasmo, poi un altro, piegandomi in due, il dolore che mi tolse il fiato, le lacrime che colavano, il labbro morso fino al sangue, il gusto metallico in bocca.Mi fece mettere in ginocchio sul pavimento del bagno, come una cagna, le gambe aperte, il plug che sporgeva dal culo come un marchio osceno. Si posizionò dietro di me, lo spazio ristretto che amplificava la mia vulnerabilità, e sferrò calci che colpirono il plug e la fica, ogni impatto un fuoco che mi devastava, il metallo che si spostava, la carne che bruciava, il clitoride schiacciato che pulsava. Non potevo urlare, Leonardo era nel salone, il suono della PlayStation un sottofondo che rendeva l’umiliazione insopportabile. Stringevo i denti, le lacrime che rigavano il viso, il sapore del sangue che si mescolava alla vergogna, il plug che vibrava, un piacere anale che mi bagnava. Katiuscia, soddisfatta, disse: “Ora sono certa che per un po’ non la userai se non con dolore.” Mi alzai, tremante, la fica un livido gigante, gonfia e violacea, un dolore che mi inchiodava. Katiuscia mi sussurrò all’orecchio: “Dimenticavo, stasera abbiamo una sorpresa per te, io e tuo marito… o devo chiamarlo il mio amante?” Alzò la gonna, spostando le mutandine di pizzo nero, mostrando la fica che colava sborra di Matteo, l’odore salato e muschiato che mi travolgeva, il liquido viscoso che gocciolava. “Lecca,” ordinò. Obbedii, la lingua che scivolava sulla sua carne, il gusto amaro della sborra che mi soffocava, il piacere anale che mi faceva gocciolare, il plug che vibrava. Katiuscia finì le pulizie e andò via, salutando con un sorriso sadico. Con la fica gonfia, quasi non camminavo, la mano tra le gambe, presi una borsa di ghiaccio dal frigo, mettendola nelle mutandine, il gelo che leniva il dolore ma non la vergogna. Matteo mi guardò, sorridendo: “Allora, come è andata con Katiuscia? Ha fatto bene il suo lavoro?” Abbassai lo sguardo, muta, e mi voltai. “Per stasera, metti i vestiti nella scatola che ti ho comprato e le scarpe. Porto Leonardo a calcetto e poi dai nonni, resta lì a dormire.” Trovai una scatola sul letto: una mini gonna di pelle nera inguinale, senza mutandine, una camicetta nera trasparente senza reggiseno, scarpe rosse con zeppa da 20 cm, un collare rosso al collo con anello. La paura e il desiderio perverso mi travolsero, il plug che mi teneva aperta come una vacca.Il pomeriggio di sabato si era trasformato in un incubo lento, ogni minuto un’agonia che mi consumava la carne e l’anima. La villa era un labirinto di silenzi accusatori, il profumo di rose rosse dal giardino che filtrava dalle finestre aperte, un dolce inganno che contrastava con l’odore acre del mio sudore e del bruciore persistente tra le gambe. La fica, un relitto gonfio e livido dai calci di Katiuscia, pulsava come una ferita aperta, ogni battito un promemoria del mio posto: una puttana marchiata, relegata a godere solo dal culo sfondato, la voragine che il plug da 8 cm teneva spalancata come una caverna umida e traditrice. La cintura di castità mordeva la vita, l’acciaio freddo che sfregava contro la pelle arrossata, la grata davanti che imprigionava la mia carne inutile, permettendo solo pipì e pulizia, ma negando ogni tocco di piacere. Il plug, quel mostro nero con la gemma che scintillava come un occhio maligno, mi torturava a ogni movimento, un pieno costante che mi faceva vacillare, l’umidità che colava dal mio buco, un desiderio perverso che mi umiliava, facendomi sentire una vacca aperta e pronta per essere usata. Matteo era uscito con Leonardo per il calcetto e poi lo avrebbe portato da nonni dove restava a dormire, il suono della porta che si chiudeva un sollievo temporaneo, ma il peso della scatola sul letto mi schiacciava. L’aveva lasciata lì, un pacco anonimo avvolto in carta nera, con un biglietto scarabocchiato: “Per stasera, puttana. Indossalo tutto. Leonardo resta dai nonni.” Il cuore mi si strinse, la paura che mi stringeva la gola, un nodo di vergogna e anticipazione che mi faceva tremare le mani. Aprii la scatola con dita incerte, il profumo di pelle nuova che si sprigionava, un odore sintetico e aggressivo che mi pizzicava il naso, un presagio di degradazione. Dentro, la mini gonna di pelle nera inguinale, così corta che a malapena copriva il rigonfiamento del plug, il tessuto lucido che scintillava sotto la luce della lampada, un nero profondo come l’abisso in cui stavo cadendo. La camicetta nera trasparente, un velo di nylon che non nascondeva nulla, i bottoni di perla che promettevano un’apertura facile, senza reggiseno per esporre i miei seni segnati dalle frustate, i capezzoli duri che premevano contro il tessuto immaginario. Le scarpe rosse con zeppa da 20 cm, vistose e prostitute, il cuoio verniciato che odorava di fabbrica, tacchi che mi avrebbero fatto vacillare come una troia ubriaca. E il collare rosso al collo, di pelle morbida con un anello metallico, un cerchio d’acciaio freddo che scintillava, un simbolo di schiavitù che mi faceva deglutire a vuoto, il cuore che accelerava, la fica che pulsava inutilmente, un bruciore sordo che mi ricordava quanto fosse distrutta. Le mani mi tremavano mentre mi spogliavo, la gonna lunga che cadeva sul pavimento con un fruscio morbido, rivelando la cintura di castità, l’acciaio che mordeva la pelle, la grata che imprigionava la mia carne gonfia, un relitto violaceo che bruciava come se fosse ancora intrisa di zenzero. Il plug si muoveva nel mio culo ad ogni passo, un pieno costante che mi faceva gemere piano, il buco spalancato che colava umidità, un tradimento del mio corpo che mi umiliava, facendomi sentire una vacca aperta e pronta. Mi tolsi il maglione, i seni che rimbalzavano liberi, i capezzoli duri e sensibili, segnati dalle frustate di Katiuscia, un rossore che pulsava sotto la pelle pallida. Il collare fu il primo, la pelle rossa morbida che mi avvolgeva il collo, l’anello metallico freddo contro la clavicola, un peso che mi stringeva la gola, un simbolo di possesso che mi faceva deglutire saliva amara, il cuore che martellava come un tamburo di guerra. Lo allacciai, il clic del fermaglio un verdetto finale, lo specchio a parete intera che rifletteva la mia immagine: una puttana sottomessa, gli occhi lucidi di lacrime trattenute, la bocca socchiusa in un gemito silenzioso.La camicetta trasparente seguì, il nylon nero che scivolava sulla pelle come una ragnatela, i bottoni di perla che scintillavano, il tessuto così sottile che i miei capezzoli spiccavano, duri e imploranti, un velo che non nascondeva nulla, che invitava al tocco crudele. La gonna inguinale era un’oscenità, la pelle nera lucida che mi fasciava i fianchi come una seconda pelle, così corta che il bordo sfiorava la curva del culo, il plug visibile a ogni movimento, la gemma nera che lampeggiava come un faro di degradazione. La infilai, il cuoio che odorava di fabbrica e peccato, il tessuto che sfregava contro la cintura di castità, un contrasto freddo e rigido che mi faceva rabbrividire. Le scarpe rosse con zeppa da 20 cm furono l’ultima tortura, il cuoio verniciato che odorava di nuovo, i tacchi che mi alzavano come una bambola rotta, il peso che mi faceva vacillare, le caviglie che tremavano sul pavimento di cotto. Mi guardai allo specchio, una troia completa: il collare rosso che mi strangolava dolcemente, la camicetta che espose i seni, la gonna che a malapena copriva il plug, le scarpe che mi facevano sentire alta e vulnerabile, un giocattolo pronto per essere usato. Le lacrime pizzicarono gli occhi, la vergogna che mi travolgeva, ma la mia fica, intrappolata, pulsava inutilmente, il culo che vibrava di anticipazione, un desiderio perverso che mi bagnava, l’umidità che colava lungo le cosce, un tradimento che mi spezzava. Matteo tornò solo come aveva detto, il suono della porta che si apriva un verdetto, il cuore che mi martellava nel petto. Matteo mi vide scendere le scale, i tacchi che ticchettavano sul cotto come colpi di frusta. I suoi occhi azzurri si spalancarono, un misto di desiderio e crudeltà che mi trafiggeva. Katiuscia era già lì, il lattice che scricchiolava, il suo profumo muschiato che mi soffocava. “Sei proprio una vera puttana,” disse, la voce un ringhio soddisfatto, gli occhi verdi che mi divoravano, un sorriso che mi gelava il sangue. Matteo annuì, la mano che sfiorava il suo braccio, un gesto intimo che mi umiliava. “Pronta per la sorpresa,” mormorò, la voce bassa, carica di promesse oscure. Salirono in macchina, Giulia dietro, il sedile di pelle che mordeva la pelle nuda sotto la gonna, il plug che si conficcava a ogni curva, un dolore sordo che mi faceva gemere piano. Katiuscia si sedette davanti con Matteo, il suo corpo che si premeva contro il suo, le sue labbra che sfioravano il suo collo, un bacio possessivo che mi trafiggeva come una lama. Mentre Matteo guidava, le mani sul volante, Katiuscia gli sbottonò i pantaloni, il suono della cerniera che echeggiava nel silenzio, il suo cazzo che saltava fuori, duro e pulsante, l’odore salato che mi colpiva come un pugno. Lo succhiò con avidità, la lingua che scivolava sull’asta, il suono umido che riempiva l’abitacolo, l’odore di muschio e sesso che mi soffocava. Si guardava bene dal farlo venire, le labbra che si stringevano, la mano che accarezzava le palle, un ritmo lento e torturante che lo faceva gemere, i suoi occhi che incontravano i miei nello specchietto retrovisore, un sorriso complice che mi umiliava, facendomi sentire esclusa, una puttana relegata al sedile posteriore, il plug che vibrava, la fica che bruciava inutilmente. “Guarda come lo succhio, troia,” disse Katiuscia tra un risucchio e l’altro, la voce carica di scherno, la saliva che colava sul cazzo di Matteo, un filo lucido che scintillava alla luce dei fari. Io, dietro, stringevo i pugni, le unghie che mordevano i palmi, la gelosia che mi consumava, il cuore che si stringeva, ma il mio culo pulsava, un piacere perverso che mi bagnava, l’umidità che colava sul sedile, un tradimento che mi spezzava. Arrivarono in un posto in periferia, un locale che sembrava una villa pompeiana, con colonne di marmo bianco screpolate, archi illuminati da luci rosse soffuse, un ingresso discreto nascosto da siepi di cipresso, l’odore di terra umida e fumo di sigaro che aleggiava nell’aria fredda della notte. Katiuscia aggancia il guinzaglio al collare rosso, il metallo freddo dell’anello che tintinnava, un suono che mi gelava il sangue, la pelle del collare che mi stringeva la gola come una carezza crudele. “Andiamo, puttana,” disse, tirando il guinzaglio, i tacchi rossi che mi facevano vacillare sul selciato irregolare, la gonna inguinale che si alzava a ogni passo, il plug che scintillava, esponendomi come una troia. Matteo camminava accanto, la mano sulla schiena di Katiuscia, un gesto possessivo che mi trafiggeva. Entrarono, il locale un club privé noto della zona, luci rosse che pulsavano come vene gonfie, l’odore di incenso e sesso che saturava l’aria, musica bassa che vibrava nel petto. Fecero le tessere, firmando documenti sulla privacy, le mie mani tremanti che scarabocchiavano il nome, il cuore che martellava, la paura che mi stringeva la gola.Il bar era un’oasi di ombre, sgabelli di velluto rosso, bottiglie di cristallo che scintillavano, l’odore di whisky e profumo costoso che si mescolava al sudore di corpi eccitati. Gente che beveva, donne sexy in latex e tacchi, occhi che mi scrutavano, un misto di curiosità e fame. Katiuscia ordinò un drink, il guinzaglio stretto in mano, e prima di farmi sedere sullo sgabello, alzò del tutto la gonna, esponendo il plug, la gemma nera che lampeggiava sotto le luci rosse, la cintura di castità che scintillava, la fica intrappolata che bruciava. “Guardate che troia,” disse a un uomo vicino, il suo tocco che sfiorava il mio culo, un dito che premeva il plug, un dolore sordo che mi fece gemere. Mi sedetti a pelle sullo sgabello, il velluto ruvido che mordeva la carne nuda, il plug che si conficcava, un’umiliazione che mi bagnava, gli occhi degli uomini che mi divoravano, la vergogna che mi consumava. Terminato il drink, un sapore amaro di gin che mi bruciava la gola, andarono verso una stanza, il guinzaglio che mi tirava, i tacchi che ticchettavano sul pavimento di marmo levigato. La stanza aveva un grande letto circolare al centro, lenzuola di seta nera che scintillavano sotto luci soffuse, specchi alle pareti che riflettevano ogni angolo, l’odore di incenso e lubrificante che saturava l’aria. Katiuscia sganciò il collare, il metallo che tintinnava, e aprì la mia bocca con le dita, sputandomi dentro, il gusto acido e salato che mi riempì la gola, un atto di supremazia che mi umiliò, le lacrime che pizzicavano gli occhi. “Vai sul letto, puttana,” ordinò, la voce un ringhio. Obbedii, il letto che affondava sotto il mio peso, la seta fredda contro la pelle, il plug che vibrava, la fica che bruciava inutilmente. Dopo un po’, la porta si aprì, e entrarono una quindici di persone, di cui tre donne, corpi che si muovevano come ombre, l’odore di profumo e sudore che mi soffocava. Uomini in smoking e latex, donne in corsetti e tacchi, occhi che mi divoravano, un misto di fame e disprezzo. Katiuscia baciò Matteo, la lingua che invadeva, la mano che gli afferrava il cazzo attraverso i pantaloni, un gesto possessivo che mi trafiggeva. “Amore, ci mettiamo qui,” disse, indicando una stanza adiacente con una grossa vetrata che dava sulla camera, un vetro unidirezionale dove potevano osservare senza essere visti, la loro intimità protetta mentre io ero esposta. Matteo annuì, il suo cazzo duro che premeva contro il tessuto, e uscirono, lasciandomi sola sul letto, il cuore che martellava, la paura che mi stringeva la gola, la gonna che si alzava, il plug che scintillava, la fica intrappolata che pulsava inutilmente.I primi uomini si avvicinarono, abbassando i pantaloni, cazzi di ogni forma che saltavano fuori, l’odore di muschio e eccitazione che mi travolgeva. Uno mi spinse la testa, infilandomi il cazzo in bocca, il gusto salato che mi riempiva, la mia lingua che scivolava sull’asta, i gemiti che echeggiavano. Altre mani mi tastavano i seni, stringendoli attraverso la camicetta trasparente, i capezzoli tirati con forza, un dolore acuto che mi faceva gemere, il pizzo che si strappava, la pelle che arrossava. Una mano gentile di donna sfiorò la mia fica attraverso la grata della cintura, masturbandomi, le dita che premevano, un bruciore che mi spezzava, ma il mio corpo tradì, bagnandosi, l’umidità che colava. Un’altra donna, dietro di me, mosse il plug, il metallo che vibrava, un piacere anale che mi travolse, un orgasmo che mi fece tremare, il corpo che si contorceva sul letto, la seta che sfregava contro la pelle.La donna dietro sfilò il plug, un “pluf” che echeggiava, esclamando: “Guardate che voragine!” Il buco spalancato colava, un vuoto osceno che li fece ridere, e lei infilò la mano, fistandomi il culo, le dita che si chiudevano a pugno, il suono umido che riempiva la stanza, un dolore e piacere che mi devastava, un orgasmo anale che mi travolse, il corpo che si inarcava, le lacrime che colavano. L’altra donna si unì, alternandosi, le loro mani che mi spalancavano, il fisting che mi spezzava, orgasmi multipli che mi consumavano, il letto che scricchiolava, l’odore di lubrificante e sudore che saturava l’aria. Gli uomini volevano la loro parte, girandomi, il primo che mi penetrava la fica attraverso la grata, la carne gonfia che bruciava, un dolore sordo che non portava piacere, la sua sborra che colava, calda e viscosa, il secondo che seguiva, pompando forte, la fica che si gonfiava, il sangue che macchiava la seta. La donna rimasta in disparte si spogliò, un corpo snello con tatuaggi tribali, e mise la fica sulla mia faccia, ordinandomi di leccare, il gusto salato che mi riempiva, la mia lingua che scavava nel suo buco, mentre un altro uomo mi scopava la fica, sborrandomi dentro, il pieno che mi colava.La donna si abbandonò in un 69, leccando la sborra che colava dalla mia fica, la sua lingua che sfregava il clitoride martoriato, un bruciore che mi spezzava, ma il mio culo vibrava, un piacere anale che mi travolgeva. Venne, squirtandomi in bocca, un getto dolce-amaro che mi soffocava, l’orgasmo che la faceva urlare, il corpo che tremava contro il mio. Nel frattempo, nella stanza accanto, attraverso la vetrata, vedevo ombre: Katiuscia e Matteo, lei a cavalcioni su di lui, il latex che scricchiolava, il suo culo che si impalava sul cazzo di Matteo, i gemiti che filtravano attraverso il vetro, orgasmi multipli che la facevano urlare, la sborra di Matteo che le riempiva il culo, un tradimento che mi trafiggeva le aveva dato anche il culo, la gelosia che mi consumava, il mio corpo che tradiva con un altro orgasmo anale.Già sei uomini avevano sborrato nella mia fica, il pieno che colava, un’umidità calda che mi macchiava le lenzuola, l’odore salato che saturava l’aria. Le donne che mi avevano fistata mi girarono, esponendo il culo spalancato, un vuoto osceno che colava lubrificante. Gli altri sei uomini si avvicinarono, i cazzi duri che scintillavano, il primo che mi penetrava il culo, un dolore acuto che mi spezzava, la carne che si tendeva, il piacere anale che mi travolgeva, un orgasmo continuo che mi fece urlare. Pompò forte, sborrandomi dentro, la sborra calda che mi riempiva, il secondo che seguiva, il suo cazzo curvo che colpiva punti profondi, un altro orgasmo che mi consumava. Alcuni pisciarono nel mio culo, il getto caldo e acre che mi riempiva, l’odore che mi soffocava, il bruciore che si mescolava al piacere, orgasmi multipli che mi devastavano, il corpo che tremava, la mente persa in un vortice di umiliazione e godimento ogni affondo era per me un orgasmo anale che si amplificava. Quando tutti furono appagati, le due donne si misero a cosce aperte davanti alla mia faccia, ordinandomi di leccare le loro fiche, il gusto salato del loro squirt che mi riempiva, la mia lingua che scavava nei buchi, l’umiliazione che mi spezzava. Si alzarono, salendo su due uomini, cavalcandoli come amazzoni, i loro corpi che rimbalzavano, gli orgasmi che li facevano urlare, la sborra che colava dalle loro fiche. Mi costrinsero a ripulirle, la lingua che leccava la sborra mista al loro squirt, il gusto amaro che mi soffocava, un’umiliazione finale che mi marchiava. Tornò Matteo, il suo cazzo ancora duro nei pantaloni, Katiuscia che lo teneva per mano. Mi riagganciarono il collare, il metallo freddo che tintinnava, il guinzaglio che mi tirava. “Sei una vera puttana, hai goduto tanto, vero?” disse Katiuscia, la voce carica di scherno. Abbassai lo sguardo, mortificata: “Sì, sono una vera puttana, ho goduto tanto, mi hanno sfondata in ogni modo, nella fica non sento più nulla e godo solo con il culo come vuoi tu, Katiuscia.” Katiuscia controllò il mio culo, il buco spalancato che colava sborra, e ordinò di mettermi a novanta sul letto. Trovò il plug sul materasso, lubrificandolo con la sborra che mi colava, e lo infilò, il “pluf” che echeggiava, il dolore che mi devastava, il buco che si spalancava. Uscirono, il guinzaglio che mi tirava, i tacchi che ticchettavano, lasciandomi sul letto, devastata, umiliata, ma con un sorriso perverso, gli orgasmi anali che mi avevano travolta, più di venti, un piacere che mi completava, la fica dimenticata, inutile, un relitto che non sentivo più.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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