Lui & Lei
Lettera a Sofia #2
Efabilandia
06.04.2026 |
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"Era una tortura bellissima: tu che gustavi il tuo piatto con gusto, io che cercavo di mantenere il controllo mentre il desiderio mi incendiava..."
Sapevo che quel giorno avremmo pranzato insieme. Ero emozionato, quasi tremante dentro. Avevo scelto il posto con cura e prenotato il tavolo più riservato, quello in fondo nella penombra dell’angolo, dove nessuno avrebbe potuto disturbarci.Quando arrivasti, il cuore mi si fermò per un secondo. Vestita leggera, una camicetta morbida che accarezzava le tue curve, una gonna che sfiorava le cosce, calze velate e quei tacchi che ti facevano camminare come una dea. Eri così leggera e sensuale da lasciare il mio cuore sospeso tra il desiderio e la tenerezza.
Ci sedemmo al tavolo che avevo chiesto, protetti dal resto del mondo. Ordinasti la pasta e patate con la provola, quel piatto speciale che ti piace tanto. Mentre aspettavamo, parlavamo piano, ci sorridevamo con quegli sguardi che dicono tutto senza bisogno di parole.
Poi, all’improvviso, sentii il tuo piede scivolare fuori dalla scarpa sotto il tavolo. Con una lentezza deliberata lo posasti sulla mia coscia, caldo e morbido. I tuoi occhi mi fissarono con un misto di dolcezza e malizia mentre sussurravi:
«Massaggia… sono stanca.»
Un brivido mi attraversò. Con entrambe le mani presi quel piede stupendo, lo avvolsi con cura e cominciai a massaggiarlo lentamente. Le dita premevano con delicatezza sulla pianta, sui talloni, sulle dita sottili. Ne sentivo il calore attraverso la calza velata, e quell’odore intimo, leggero, misto al cuoio della scarpa che aveva portato tutto il giorno. Era un profumo femminile, caldo, leggermente muschiato, che mi faceva girare la testa.
Mentre le mie dita lavoravano con devozione, sentivo il tuo respiro farsi un po’ più profondo. Il tuo sguardo non mi lasciava mai. Ogni tanto chiudevi gli occhi per un istante, godendoti quel tocco, e io continuavo a massaggiare con più intensità, risalendo piano verso la caviglia, sfiorando il bordo della calza.
Sotto il tavolo, il mondo continuava a esistere, ma tra noi c’era già un fuoco silenzioso che bruciava piano, dolce e proibito. Il tuo piede si rilassava tra le mie mani, ma al tempo stesso sembrava volermi dire: «Non fermarti… e presto non sarà solo il piede a volere di più.»
Arrivò il pranzo. L’odore sublime della pasta e patate con la provola si diffuse tra noi, invitante e caldo. Stavo per affondare la forchetta quando l’altro tuo piede, scalzo e deciso, si piantò proprio in mezzo alle mie gambe, premendo forte contro il rigonfiamento che già non riuscivo più a nascondere.
Rimasi senza fiato, il cuore che batteva all’impazzata. Tu mi guardasti con quegli occhi pieni di malizia dolce e sussurrasti, con voce bassa e calda:
«Non ti fermare… continua a massaggiare.»
Obbedii. Mentre tu cominciavi a mangiare con calma, le mie mani restarono sul tuo primo piede, massaggiandolo con devozione, risalendo lentamente dalla pianta alla caviglia. L’altro piede, invece, continuava a premere e a muoversi con lentezza provocante contro di me, facendomi sentire ogni centimetro del tuo calore attraverso i pantaloni. Era una tortura bellissima: tu che gustavi il tuo piatto con gusto, io che cercavo di mantenere il controllo mentre il desiderio mi incendiava.
Solo quando finisti di mangiare, ritirasti entrambi i piedi con un sorriso soddisfatto. Io, stravolto, il respiro corto e il corpo in fiamme, finalmente potei iniziare a mangiare. Ogni boccone aveva il sapore del tuo profumo ancora sulle mie mani.
Quando terminai, mi guardasti con tenerezza complice e mi chiedesti piano:
«Ti piacciono sempre i miei piedi?»
Annuii con la testa, incapace di parlare. Tu sorridesti, dolce e imperiosa allo stesso tempo.
«Allora valli a baciare.»
Alzasti un piede con grazia, portandolo verso di me sotto il tavolo. Senza esitare mi chinai, scivolando un po’ sotto la tovaglia. Presi il tuo piede tra le mani e lo baciai con reverenza: prima il dorso, poi la pianta calda, infine le dita, una per una, prendendole dolcemente in bocca. La lingua le accarezzò piano, assaporando il tuo sapore intimo misto al cuoio e alla calza.
In quel momento, alzando appena lo sguardo, vidi tra le tue gambe socchiuse una chiazza di umido evidente sugli slip chiari. Il tessuto era bagnato, lucido del tuo desiderio. Il mio cuore saltò un battito.
A fatica mi rialzai, il viso arrossato, cercando di ricompormi. Pagammo e uscimmo dal ristorante. Fuori, l’aria fresca ci avvolse. Tu mi guardasti con un sorriso luminoso e malizioso, avvicinandomi all’orecchio per sussurrare:
«Mi sono bagnata… tanto.»
Io sorrisi, fingendo di non crederci del tutto, anche se dentro di me bruciavo dal desiderio di verificarlo personalmente.
«Davvero?» risposi con voce roca, giocando.
Tu annuisti piano, mordendoti il labbro inferiore con quell’espressione che mi fa perdere la testa. Poi, con voce calda e dolce, aggiungesti:
«Però… non possiamo andare oltre. Non oggi.»
Le tue parole furono come una carezza e una frustata insieme. Mi prendesti sottobraccio, stringendoti a me mentre camminavamo, lasciando che il desiderio rimanesse lì, sospeso, caldo e vivo tra noi, promettendo che presto, molto presto, avremmo continuato ciò che avevamo iniziato.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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