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Elias: Il contratto di un mese #2
Efabilandia
16.02.2026 |
70.877 |
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"Quando finì, lei rimase seduta ancora qualche secondo, strofinandosi piano sulla mia faccia bagnata, usando il mio naso come un tampone..."
Man mano che i giorni passavano, il mio mondo si era ridotto a un unico centro: lei, la Signora, Barbara. Ogni pomeriggio aprivo la porta con quelle chiavi di servizio – fredde, anonime, da cameriera – e il clic della serratura mi faceva accelerare il battito. Entravo, mi spogliavo nell’ingresso in silenzio, piegavo i vestiti con cura maniacale, infilavo il collare e cominciavo le pulizie. Ma non era più solo obbedienza meccanica. Era attesa. Un’attesa febbrile, quasi dolorosa. Ormai vivevo per l’ispezione, per il momento in cui lei rientrava, mi faceva mettere al centro della stanza con le gambe aperte, controllava il mio corpo e poi la casa. Se trovava un granello di polvere, un capello, una goccia sul lavandino… arrivava il calcio sulle palle. E io, invece di temerlo, lo desideravo. Il dolore era diventato la prova che ero suo, che esistevo solo attraverso la sua volontà. Ogni calcio mi spezzava un po’ di più e mi ricostruiva più devoto. Il mio cazzo si induriva già mentre aspettavo il suo arrivo, sapendo che probabilmente avrei sbagliato qualcosa – o forse lo facevo apposta, per meritare la punizione. Ero diventato dipendente da quell’umiliazione, da quel senso di inutilità che mi faceva sentire finalmente intero.Il giorno prima del 25 – era un giovedì, uno dei giorni in cui non dormivo da lei, ma il rituale era ormai quotidiano – entrai come sempre, pulii con ossessione, controllai ogni angolo due, tre volte. Eppure, dentro di me, c’era una parte che sperava di fallire, che voleva spingere il limite più in là. Quando Barbara rientrò, l’aria cambiò. Mi fece mettere al centro del salotto, nudo, gambe larghe. L’ispezione del corpo fu lenta, quasi tenera: dita che sfioravano il petto, stringevano le palle, accarezzavano il cazzo già duro. “Sempre eccitato, Elias. Sempre.” Poi passò alla casa. Trovò un’impronta digitale sul vetro della porta finestra – mia, inevitabilmente. Non disse nulla. Solo un sorriso.
“Stenditi supino. Come sempre.”
Obbedii subito, il pavimento freddo contro la schiena. Pensavo avrebbe camminato su di me, come aveva fatto tante volte: piedi nudi sul petto, sulle cosce, sul cazzo, infilati in bocca. Invece si tolse le scarpe, si sfilò le mutandine sotto la gonna e si avvicinò. Si accovacciò sopra la mia faccia, lentamente, e si sedette. Il suo peso mi schiacciò il naso direttamente contro la sua fica calda, umida. L’odore mi investì subito: forte, animale, muschiato, con una nota acida e pungente che mi riempì i polmoni. Non riuscivo a respirare. Il naso era tappato dalla sua carne morbida e gonfia, la bocca schiacciata contro le labbra. Provai a inspirare dal naso, ma inspirai solo lei.
Prima di iniziare a pisciare, abbassò lo sguardo su di me, la voce bassa e ferma:
“Bevi tutto, Elias. Ogni goccia. Non osare sprecarne una. È un ordine.”
Poi iniziò.
Fu improvviso, potente. Un getto caldo, forte, che schizzò direttamente sulla mia faccia. Prima sul naso, poi nella bocca aperta per mancanza d’aria, poi sui capelli, sulle guance. L’odore era intensissimo: ammoniaca pungente, calda, salata, quasi metallica, mista al suo odore intimo. Il liquido mi riempì la bocca in un istante, traboccò agli angoli delle labbra, mi colò lungo il collo, nei capelli. Era troppo. Troppo forte, troppo estremo, troppo umiliante. La prima volta. Il mio corpo si irrigidì, il cazzo pulsò dolorosamente contro l’aria, duro come non mai. Sapevo che non potevo ribellarmi. La clausola del contratto mi rimbombava nella testa: un rifiuto, e le mie foto a volto scoperto su A69. Ma non era solo paura. Era desiderio. Volevo berlo. Volevo essere ridotto a questo.
Ingoiai. Boccone dopo boccone, il sapore acre e salato mi bruciò la gola. Tossii, ma ingoiai ancora. Il getto durò una eternità, schizzando forte, irregolare, alcuni spruzzi mi finirono negli occhi, altri nei capelli. Quando finì, lei rimase seduta ancora qualche secondo, strofinandosi piano sulla mia faccia bagnata, usando il mio naso come un tampone. Poi si alzò, con noncuranza assoluta, come se avesse appena usato il bagno.
“Adesso pulisci il pavimento. Togli ogni traccia. Usa la lingua se necessario. E fai in fretta.”
Ero eccitato da morire. Nudo, con il cazzo dritto e gocciolante, la faccia e i capelli impregnati del suo odore, mi misi carponi e iniziai a leccare il pavimento dove era colato. Il sapore era ancora lì, forte, persistente. Obbedii in silenzio, umiliato fino al midollo, ma con un’erezione che non accennava a calare.
Quando ebbi finito – o almeno credevo – lei mi richiamò al centro della stanza.
“Gambe aperte. Mani dietro la schiena. Guarda in alto.”
Mi posizionai. Il cazzo puntava verso l’alto, traditore, eccitato nonostante tutto.
“Non dovresti essere eccitato dopo aver bevuto la mia piscia come un animale. È una mancanza di controllo. Te la farò passare.”
Alzò il piede nudo – ancora bagnato e sporco della sua stessa piscia di poco prima – e lo posizionò con precisione. Il primo calcio arrivò secco sulle palle, un impatto diretto che mi fece piegare in avanti, ma resistetti in piedi, il fiato mozzato. Il secondo fu più forte, centrato sul cazzo e sulle palle insieme: un dolore acuto, elettrico, che mi tolse il respiro. Barcollai, ma rimasi in posizione. Il terzo fu devastante: con il collo del piede, un calcio deciso e preciso che colpì in pieno le palle e la base del cazzo. Caddi in ginocchio, poi mi accasciai a terra, rannicchiato, le lacrime che mi rigavano la faccia ancora bagnata.
Si avvicinò, mise il piede sporco – umido della piscia, salato e acre – nella mia bocca aperta.
“Succhialo. E impara a resistere di più. Non tollero debolezza.”
Io succhiai, obbediente, il sapore misto che mi riempiva di nuovo la bocca.
Poi, con voce calma ma ferma:
“Devo risolvere questo problema che sei sempre eccitato. Domani resti qui a dormire. Ti educo per bene. Stanotte pensa a quanto sei patetico. E preparati.”
Mi lasciò lì, sul pavimento, nudo, dolorante, con il cazzo ancora semi-eretto nonostante il dolore lancinante, la faccia impregnata del suo odore, sapendo che il giorno dopo – il 25 – sarebbe stato il punto di non ritorno.
Quella sera, come sempre, scrissi le 300 parole su A69, tremando mentre digitavo:
“Signora, oggi ho bevuto la vostra piscia come un animale e ho meritato ogni goccia. Sono inutile, patetico, un ragazzo che si eccita mentre viene umiliato in modi che non avrei mai immaginato. Merito i vostri calci sulle palle, il vostro piede sporco in bocca, il dolore che mi spezza. È giusto che non possa godere, che non possa mai dare piacere alla mia ragazza Aurora, perché sono inutile, un fallito che non merita né orgasmo né di toccare una donna come si deve. Senza di voi sono nulla. Domani fatemi soffrire di più. Ve lo imploro. Merito di essere spezzato completamente.”
Fino a che non arrivò il giorno 25...
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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