incesto
Segreti incestuosi in Famiglia #1
Efabilandia
10.10.2025 |
28.900 |
9
"La sua cappella larga sfregava contro le mie pareti interne, mandandomi ondate di brividi che mi scuotevano fino al midollo..."
Mi chiamo Veronica, e questa è la mia storia. Una storia che mi brucia dentro, un fuoco che mi ha travolta e che non si spegne. Ogni dettaglio è vivo, inciso nei miei sensi: il profumo della pelle, il sapore del desiderio, il suono dei respiri spezzati, il dolore che si intreccia al piacere. È una storia che non si può ignorare, perché il desiderio, quando ti prende, non ti lascia scampo. A ventidue anni, non ero pronta per ciò che mi avrebbe travolta, ma forse nessuno lo è mai.Mi sposai giovane con Filippo, il mio primo amore del liceo. Era dolce, studioso, con una famiglia benestante che mi accolse come una figlia. La loro casa era un rifugio di pranzi domenicali, risate e calore, ma c’era un’ombra che si insinuava tra i sorrisi. Ennio, mio suocero, aveva occhi che non dimenticavano nulla. La prima volta che ci incontrammo, mi squadrò da capo a piedi, il suo sguardo lento, sfacciato, avvolto in un sorriso sornione che lo rendeva intoccabile. Non era uno sguardo paterno. Era affamato, e mi fece sentire nuda, vulnerabile, con un brivido che non capivo.Le sue attenzioni iniziarono subito, subdole, nascoste. La prima volta accadde durante una cena a casa loro, pochi mesi prima del matrimonio. Passandomi accanto in cucina, mentre gli altri chiacchieravano in salotto, la sua mano sfiorò il mio culo. Un tocco rapido, quasi impercettibile, che mi fece sobbalzare. Pensai fosse un caso, un movimento involontario, ma il suo sguardo, quando mi voltai, diceva altro. Mi sorrise, un sorriso che mi gelò e scaldò allo stesso tempo. Il cuore mi martellava, e un nodo mi strinse la gola. Non dissi nulla, ma una vampata di vergogna mi travolse. Non poteva essere intenzionale, mi dissi. Eppure, lo era.Successe ancora, sempre quando eravamo soli, sempre con quel fare casuale che mi faceva dubitare di me stessa. Una mano sul fianco mentre mi passava il sale, un tocco sulla coscia sotto il tavolo durante un pranzo. Ogni volta, il suo sorriso mi inchiodava, e io, rossa in viso, abbassavo lo sguardo, incapace di reagire.La seconda volta che mi sfiorò il culo, la sua mano si soffermò un istante di troppo, il pollice che accarezzava la curva del mio sedere attraverso la gonna. Avrei voluto urlare, spingerlo via, ma le parole mi morivano in gola. Era come se il suo tocco, per quanto sbagliato, accendesse una scintilla proibita dentro di me. Mi spaventava, mi attraeva, e non sapevo come fermarlo. Ogni sfioramento lasciava un calore che mi tormentava per ore, un misto di colpa e curiosità che mi faceva tremare.Una sera, dopo cena, mia suocera Teresa mi prese da parte. Era una donna ancora bella, con capelli castani striati di grigio e un’eleganza naturale, nonostante i tre figli maschi. Mi portò in cucina, lontano dagli altri, il tintinnio del suo cucchiaino nella tazza di caffè che riempiva il silenzio. “Veronica, tesoro,” iniziò, la voce bassa, confidenziale. “Devo dirtelo, perché sei giovane e nuova in questa famiglia. Ennio… è sempre stato un farfallone. Anche Matteo, il nostro figlio maggiore, ha preso da lui. Fanno battute, allusioni, a volte vanno oltre. Non prenderla sul personale, okay? È il loro modo.” Fece una pausa, guardandomi negli occhi con un’intensità che mi fece rabbrividire. “Ma tu sei forte, vero? Non lasciarti coinvolgere.”Le sue parole furono un pugno nello stomaco. Forte? Non mi sentivo forte. Mi sentivo smarrita, intrappolata in un vortice di emozioni che non capivo. Annuii, mormorando un “sì, certo,” ma dentro di me il caos cresceva. Teresa mi sorrise, posandomi una mano sulla spalla, ma il suo tocco non era rassicurante. Era un avvertimento, un peso che mi schiacciava. Sapeva di cosa era capace suo marito, e invece di proteggermi, mi chiedeva di essere forte. Come potevo? Ogni volta che Ennio mi sfiorava, il suo tocco scavava un solco dentro di me, un desiderio che non volevo ammettere. Mi sentivo sporca, ma non riuscivo a scacciare il pensiero di lui.Ci sposammo in una domenica d’ottobre, un giorno perfetto, con il sole che filtrava tra gli ulivi e il profumo di fiori d’arancio nell’aria. Durante il pranzo di nozze, tra brindisi e risate, arrivò il momento dei balli. Filippo, negato per la danza, mi fece fare una figuraccia, ma poi arrivò Ennio. Quando mi prese per il tango, il suo corpo contro il mio era una presenza che non potevo ignorare. Sentii qualcosa di duro premere contro di me, e le sue parole, sussurrate all’orecchio, mi colpirono come un fulmine: “Una femmina come te ha bisogno di un vero maschio.” Abbassai lo sguardo, deglutendo, il cuore che batteva forte, ma non dissi nulla. Non potevo. Quel momento mi bruciò dentro, un segreto che portavo con me, pesante come un macigno.I mesi passarono, e la routine si stabilì. Pranzi domenicali, chiacchiere, sorrisi. Ma ogni volta che Ennio era vicino, sentivo il suo sguardo su di me, come una carezza proibita. Le sue mani trovavano sempre un modo per sfiorarmi, un tocco sul braccio, una pressione leggera sulla schiena, sempre quando nessuno vedeva. Ogni volta, il mio corpo tradiva la mia mente, rispondendo con un calore che mi spaventava. E poi, un giorno, tutto cambiò.Filippo era via per lavoro, chiamato in un’altra città per un colloquio e uno stage. Sarebbe stato fuori per due settimane, e io, sola nella nostra nuova casa, accettavo volentieri l’aiuto di Teresa. Quel sabato, dopo aver fatto la spesa per lei, mi fermai a pranzo a casa loro. Il profumo di ragù riempiva la cucina, e il suono delle posate contro i piatti era un sottofondo rassicurante. Dopo pranzo, salutai e mi incamminai verso casa. Ma non ci arrivai.Una jeep rossa, quella di Ennio, mi si accostò lungo la strada. Il finestrino si abbassò, e la sua voce, profonda e suadente, mi colpì come una frusta: “Sali, Veronica. Ti faccio vedere il podere e la vigna.” Il suo tono non ammetteva repliche, e quel sorriso, quel dannato sorriso malizioso, mi fece tremare le gambe. Non so perché salii. Non so perché non dissi di no. Ma salii, come ipnotizzata, e il motore rombò mentre ci allontanavamo.Parlammo del più e del meno, della vita di campagna, di Filippo, della mia vita da sposata.
Ma c’era un’energia nell’aria, un’elettricità che mi faceva stringere le cosce. Arrivammo al podere, un luogo isolato, immerso nel verde, con il profumo di terra umida e di erba tagliata che mi riempiva i polmoni. La jeep si fermò davanti a un casotto di legno, e Ennio scese senza dire una parola. Aprì la porta del capanno e mi fece un cenno con la testa. “Vieni,” sembrava dire. Il mio cervello urlava di non andare, ma il mio corpo si mosse da solo.Entrai. La porta si chiuse dietro di me con un clic che risuonò come un punto di non ritorno. L’interno era semplice: attrezzi da lavoro, un pavimento di terra battuta, e quattro balle di fieno accatastate contro una parete. L’odore di fieno secco si mescolava a quello di legno vecchio, creando un’atmosfera densa, primitiva. Ennio era dietro di me, la sua presenza come un’ombra che mi avvolgeva. “Siediti, Veronica,” disse, la voce calma ma imperativa. “Siediti sulle balle… tranquilla. Se vuoi andare, apro la porta e torniamo indietro. Ma credo che non lo vuoi, vero, porcellina?”Porcellina. Quella parola mi colpì come una scossa. Arrossii, il cuore mi martellava nel petto, lo stomaco si contorceva. Non dissi nulla, ma il mio silenzio parlò per me. Lui si avvicinò, lento, sicuro, e senza una parola si slacciò la cintura. I pantaloni caddero, insieme agli slip, e davanti ai miei occhi apparve il suo cazzo, semiduro, ma già impressionante. Era grosso, molto più grande di quello di Filippo, quasi il doppio. Lo prese con due dita, muovendolo piano, facendolo crescere sotto il mio sguardo. “Ecco di cosa ha bisogno una femmina come te,” disse, la voce bassa, vibrante. “Un cazzo duro e grosso.”Ero paralizzata, non dalla paura, ma da una fascinazione che non riuscivo a spiegarmi. Lo guardavo, ipnotizzata, mentre il suo membro si induriva completamente, svettando davanti al mio viso. L’odore, un misto di muschio e mascolinità, mi riempì le narici, e sentii un calore umido tra le gambe. “Dai, porcellina,” sussurrò. “Prendilo in mano. Sentilo.”Con mani tremanti, lo toccai. Era caldo, duro, pulsante. Le mie dita non riuscivano a chiudersi intorno alla sua circonferenza, e questo mi fece deglutire forte, un nodo in gola. Era così diverso da quello di Filippo, così imponente. Lo accarezzai piano, quasi con reverenza, e lui emise un mugolio basso, soddisfatto. “Brava, porcellina… lo sai accarezzare bene. Ora assaggialo. Lecca piano la cappella.”Mi ci volle un momento per trovare il coraggio. Mi avvicinai, il suo odore ora più intenso, non sgradevole, ma forte, come il profumo della terra dopo la pioggia. Con la punta della lingua, sfiorai il buchetto sulla cappella, umido di precum. Il sapore era salato, leggermente amaro, e mi fece rabbrividire. Lui mugolò di nuovo, un suono gutturale che mi accese ancora di più. Presi la cappella in bocca, grande, quasi troppo per la mia bocca. La succhiai piano, sentendo ogni venatura, ogni pulsazione. Era enorme, e il confronto con Filippo mi attraversava la mente, rendendo tutto ancora più proibito, più eccitante.Le sue mani non mi forzarono, non come i ragazzi al liceo che mi spingevano la testa. Ennio mi lasciava fare, e questo mi dava un senso di controllo, anche se sapevo che era lui a dominare. Con una mano gli accarezzavo le palle, pesanti, piene, mentre con la bocca scivolavo lungo il suo cazzo, cercando di prenderlo più a fondo possibile. Ma era troppo, riuscivo a malapena a superare la metà. I suoi gemiti, profondi e rochi, riempivano il capanno, mescolandosi al rumore del mio respiro affannoso e del fieno che scricchiolava sotto di me.Dopo minuti che sembravano eterni, mi fermò, prendendomi la testa con entrambe le mani. Pensai che volesse spingere, ma invece si ritrasse, il cazzo lucido di saliva. “Alzati, porcellina,” disse, la voce carica di desiderio. Stese la sua giacca sul fieno. “Tira su la gonna e togli gli slip.”Con mani tremanti, obbedii. La gonna si alzò, gli slip caddero a terra, e l’aria fresca mi colpì la pelle nuda, facendomi rabbrividire. “Bella,” mormorò, guardandomi con occhi che bruciavano. “Liscia, proprio come piace a me. Stenditi, porcellina… ti voglio davanti. Voglio guardarti come se fossi mia moglie.”Mi sdraiai sul fieno, la giacca sotto di me che odorava di lui, un misto di tabacco e colonia. Allargai le gambe, il cuore che mi esplodeva nel petto. Ennio si abbassò su di me, il suo cazzo duro che premeva contro la mia pancia, lasciando una scia umida. Lo strusciò contro di me, tra le labbra della mia fica, già bagnata, scivolosa. Ogni movimento mi faceva gemere, il piacere che mi attraversava come una scarica elettrica. Il profumo del fieno, del suo corpo, del mio stesso desiderio mi avvolgeva, e il mondo fuori dal capanno sembrava svanire.Poi lo sentii. La punta del suo cazzo trovò l’ingresso, e in un attimo le sue labbra furono sulle mie. La sua lingua mi invase, un sapore forte di tabacco che mi stordì, mentre la sua saliva si mescolava alla mia. Fu in quel momento che spinse, entrando dentro di me con un’unica, lenta spinta. Il dolore mi trafisse, acuto, bruciante, come se il mio corpo non fosse pronto a contenere qualcosa di così grande. “Aaaah!” gridai, staccandomi dalle sue labbra. “Siiiii… mmmmmm…”“Ti piace, porca?” sussurrò, la voce roca, gli occhi fissi nei miei.“Fermo… fermo…” ansimai, il respiro corto. “Fammelo godere… mi sento piena… troppo piena…” Ma non volevo che si fermasse. Gli infilai la lingua in bocca, avida, disperata, mentre il mio corpo si abituava a lui, alla sensazione di essere spalancata, dilatata oltre ogni limite.Rimanemmo così per un po’, immobili, le nostre lingue intrecciate, i nostri corpi uniti. Poi iniziò a muoversi, lento, uscendo quasi del tutto prima di affondare di nuovo, ogni colpo un misto di dolore e piacere che mi faceva tremare. La sua cappella larga sfregava contro le mie pareti interne, mandandomi ondate di brividi che mi scuotevano fino al midollo. Il suono dei nostri corpi che si scontravano, umidi, ritmici, riempiva il capanno, mescolandosi ai nostri gemiti e al fruscio del fieno.Mi stringeva i seni, pizzicandoli attraverso la camicetta, e ogni stretta mi faceva sussultare, un dolore acuto che si trasformava in piacere. Spingevo i fianchi verso di lui, desiderando di più, volendo sentirlo toccare ogni parte di me. Ogni affondo mi colpiva l’utero, un dolore profondo che si mescolava a un godimento che non avevo mai provato. Ero bagnata, fradicia, e il liquido colava lungo le mie cosce, fino al culo, rendendo ogni movimento più scivoloso, più intenso.“Sei mia… mia… mia porca,” ringhiò, i suoi colpi sempre più forti, il ritmo che accelerava. “Ti voglio sborrare tutto dentro… tutto dentro, porca… ti metto incinta, troia!”Quelle parole mi colpirono come un fulmine. Il rischio, il pericolo, il tabù mi fecero esplodere. Venni, un orgasmo che mi squassò il corpo, facendomi urlare mentre le mie gambe si stringevano intorno a lui, spingendolo più a fondo. Lui non si fermò, continuò a pompare, il suo respiro sempre più affannoso, finché con un ultimo affondo, violento, mi riempì. Sentii il suo seme caldo, abbondante, riversarsi dentro di me, un misto di brivido e piacere che mi fece venire di nuovo, il corpo scosso da spasmi incontrollabili.Rimanemmo così, avvinghiati, per minuti che sembravano ore. Il suo peso su di me era rassicurante, il suo cazzo ancora dentro, che piano piano si ammorbidiva. Mi baciava il collo, poi le labbra, con una dolcezza che contrastava con la brutalità di ciò che era appena successo. “Come stai, piccola mia?” mormorò, la voce ora più morbida.“Io bene, Ennio,” sussurrai, ancora stordita. “Perché hai aspettato tanto?”“Volevo essere sicuro che lo volessi anche tu,” disse, alzandosi e guardandomi con quel suo sorriso. “Ora sei mia.”“Certo,” risposi, senza pensare.“Rivestiamoci,” disse, aiutandomi ad alzarmi. “Non è bello far troppo tardi.”“Certo,” ripetei, ancora persa nel vortice di ciò che era successo.“Con calma, porca,” aggiunse, con un sorriso che prometteva altre volte, altri momenti. “Sarai sempre più femmina.”Sorrisi, un sorriso complice, mentre ci rivestivamo. Il capanno odorava di noi, di sesso, di fieno, di desiderio. E mentre tornavamo verso la jeep, sapevo che nulla sarebbe stato più lo stesso.Questa è la mia storia, o almeno il suo inizio. Ennio e io, un segreto che brucia, un fuoco che non si spegne. Ogni tocco, ogni parola sussurrata nel buio di quel capanno, ci legava sempre di più in un gioco pericoloso di piacere e rischio. E mentre la jeep si allontanava, il sapore di lui ancora sulle mie labbra, sapevo che questo era solo il primo capitolo di qualcosa che avrebbe cambiato tutto.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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