bdsm
Katiuscia la cameriera #11
Efabilandia
10.09.2025 |
13.987 |
2
"Sborrarono insieme, il primo nella mia bocca, un pieno di sborra densa e salata che faticavo a ingoiare, colandomi sul mento, il secondo nel mio culo, la sborra che si mescolava a quella di..."
Il monolocale era un buco soffocante, un cubicolo di cemento grigio con una finestra sporca che lasciava filtrare una luce pallida, l’odore di muffa e vernice vecchia che pizzicava il naso, un tanfo acre che si mescolava al mio sudore. Il letto singolo, con un materasso logoro e lenzuola bianche macchiate di chiazze giallastre, era l’unico arredo, accanto a un tavolino di plastica scheggiato e una sedia pieghevole arrugginita. La cintura di castità mi mordeva la vita, l’acciaio freddo che sfregava contro la pelle, la grata davanti che imprigionava la mia fica gonfia e livida, ancora bruciante dalle ortiche e dallo zenzero di Katiuscia. Il plug da 8 cm mi devastava il culo, una voragine pulsante che mi marchiava come puttana, la gemma nera che scintillava sotto la luce fioca del neon tremolante. Indossavo un abitino nero attillato, il tessuto che aderiva come una seconda pelle, senza mutandine, le calze a rete strappate che graffiavano le cosce, il reggiseno di pizzo nero che mi stringeva i seni segnati, i capezzoli duri che premevano contro il tessuto. Ogni passo era un’agonia, il plug che mi torturava, la fica che pulsava senza rispondere, un ammasso di carne martoriata che non provava più nulla. Il cuore martellava, un misto di terrore e desiderio perverso, il pensiero di Malik e del suo cazzo grosso che mi faceva tremare, l’umidità che colava lungo le cosce nonostante la cintura.Ero arrivata al monolocale seguendo l’indirizzo che Katiuscia mi aveva dato, un segreto sussurrato con un sorriso sadico, un ordine che mi aveva gelato il sangue. La sera prima, mentre puliva la villa, l’avevo vista armeggiare con il suo cellulare, i pollici che digitavano veloci, un ghigno che le increspava le labbra. Avevo sospettato che stesse scrivendo a Malik, condividendo i dettagli della mia umiliazione, forse le foto di me con Piero o il video dei calci sulla fica. Il sospetto mi aveva tormentato tutta la notte, il cuore che si stringeva, la paura che Katiuscia avesse orchestrato ogni dettaglio di questo incontro. Quando Malik mi aveva mandato un messaggio quella mattina – “Ci vediamo alle 10, puttana, porta il tuo culo” – la conferma mi aveva colpito come un pugno: Katiuscia gli aveva detto tutto, aveva pianificato questa gang bang, un’altra punizione per marchiarmi come troia. La vergogna mi consumava, ma il desiderio perverso mi travolgeva, il pensiero del suo cazzo e di ciò che mi aspettava che mi faceva gocciolare, il plug che amplificava ogni sensazione.Il campanello suonò, un ronzio stridente che mi fece sobbalzare, il suono che echeggiava nel cubicolo come un verdetto. Aprii la porta, il linoleum freddo sotto i piedi scalzi, l’odore di muffa che si mescolava al mio sudore nervoso. Malik entrò, il suo corpo massiccio che occupava lo spazio, il profumo di muschio e sudore maschile che mi travolgeva, un’onda calda che mi soffocava. Indossava una maglietta nera aderente, i muscoli che si tendevano sotto il tessuto, i jeans stretti che rivelavano un rigonfiamento osceno. Dietro di lui, due somali, alti e muscolosi, con occhi neri che mi scrutavano come predatori. Uno aveva una cicatrice frastagliata sul sopracciglio sinistro, un segno bianco che spiccava sulla pelle scura, l’altro un tatuaggio di un serpente che gli avvolgeva il collo, i jeans logori che lasciavano intravedere cazzi già duri. “Katiuscia ci ha detto che sei pronta, troia,” ringhiò Malik, la voce profonda che mi gelava il sangue, un accento che vibrava di minaccia. I suoi occhi scuri mi trafiggevano, un sorriso crudele che mi spezzava. “Che cazzo è questa merda?” sputò il somalo con la cicatrice, indicando la cintura di castità, la grata d’acciaio che scintillava sotto l’abitino alzato, la mia fica inaccessibile. “Non possiamo scoparti la fica,” aggiunse l’altro, il tono frustrato, le mani che si stringevano a pugno. Malik rise, afferrandomi i capelli, tirandomi in ginocchio sul linoleum freddo, il dolore che mi strappava un gemito. “Allora le sfondiamo il culo,” disse, slacciandosi i jeans, il suono della cerniera che mi colpiva come un coltello. Ero inginocchiata, il linoleum che mordeva le ginocchia, l’odore di muffa e sudore che mi soffocava, la vergogna che mi consumava. Malik tirò fuori il suo cazzo, enorme, nero, pulsante, le vene gonfie che sporgevano, il prepuzio che si ritirava rivelando una punta lucida di precum. L’odore acre di maschio, un misto di sudore e muschio, mi colpì come un pugno. “Lecca, puttana,” ordinò, spingendomelo in faccia. La mia lingua scivolò sulle sue palle, grosse e pesanti, la pelle ruvida che sfregava contro il mio palato, il gusto salato che mi riempiva la bocca, un sapore amaro di lavoro e calore che mi nauseava. Succhiavo ogni palla, il peso che mi schiacciava la lingua, mentre lui gemeva, la sua mano nei miei capelli che tirava forte, il dolore che mi faceva lacrimare. “Brava, troia, lecca bene,” ringhiò, spingendomi la faccia contro il suo culo, l’odore muschiato e terroso che mi travolgeva, la mia lingua che scivolava nel buco stretto, il sapore amaro che mi soffocava. Mi teneva lì, la faccia schiacciata, il respiro corto, l’umiliazione che mi spezzava, ma il plug nel mio culo vibrava, un piacere perverso che mi bagnava.I due somali si avvicinarono, le loro cerniere che si aprivano, il suono metallico che echeggiava nel monolocale. Il somalo con la cicatrice tirò fuori un cazzo nodoso, spesso, l’odore acre di sudore che mi colpiva, mentre l’altro, con il tatuaggio, aveva un cazzo con una punta curva, lunga, che mi terrorizzava. “Lecca anche noi,” ordinò il primo, afferrandomi la testa, spingendomi le palle in faccia. Leccai, la pelle ruvida che sfregava, il gusto salato e acido che mi riempiva, mentre l’altro mi costringeva a succhiargli il culo, il buco stretto che odorava di sudore e sporco, la mia lingua che scavava, l’umiliazione che mi devastava. Mi strizzarono i seni, le mani tozze che stringevano attraverso il reggiseno, il pizzo che si strappava, i capezzoli tirati con forza, un dolore acuto che mi strappava un urlo, il piacere anale che si mescolava alla vergogna, il mio corpo che tradiva, bagnandosi sotto la cintura.Mi alzarono, scaraventandomi sul letto, il materasso che scricchiolava, l’odore di muffa e sborra vecchia che si mescolava al loro sudore. Malik rise, sfilando il plug con un “pluf” che echeggiava, il mio buco spalancato che colava, un vuoto osceno che li fece sogghignare. “Guardate che voragine,” disse Malik, sputando nel mio culo, il liquido caldo che scivolava dentro, un’umiliazione che mi faceva tremare. Mi mise a novanta, il materasso che affondava sotto il mio peso, le lenzuola macchiate che sfregavano contro la pelle. Infilò il suo cazzo nel mio culo, un dolore acuto che mi strappò un urlo, la carne che si tendeva al limite, il buco che si spalancava oltre ogni possibilità. Ogni spinta era un’esplosione, il suono umido che echeggiava, il suo cazzo che mi devastava, ma il piacere anale mi travolse, un orgasmo che mi fece tremare, il corpo che si contorceva, l’umidità che colava dalla fica intrappolata nella cintura, un tradimento che mi umiliava.Il somalo con la cicatrice prese il suo posto, il cazzo nodoso che entrava con forza, ogni nodo un fuoco che mi spezzava, il dolore e il piacere che si mescolavano, un altro orgasmo anale che mi travolgeva, le lacrime che mi rigavano il viso. Il terzo, con la punta curva, mi scopò il culo, ogni spinta un’angolazione che colpiva punti nuovi, un dolore che mi devastava, un piacere che mi consumava. “Troia, sei nata per questo,” ringhiò, venendomi nel culo, la sborra calda che mi riempiva, un’umiliazione che mi marchiava. Malik mi fece girare, ordinandomi di pulire i loro cazzi. Leccai, il gusto salato e amaro della sborra misto al mio culo che mi soffocava, la mia lingua che scivolava sulle loro punte, il disgusto che mi travolgeva. Poi mi costrinsero a leccare i loro culi, uno dopo l’altro, l’odore muschiato e terroso che mi nauseava, la mia lingua che scavava nei buchi, l’umiliazione che mi spezzava, il piacere anale che mi faceva gocciolare. Malik era di nuovo duro, il cazzo pulsante che scintillava di precum. Mi rimise a novanta, infilandolo nel mio culo devastato, ogni spinta un dolore che mi spaccava, la carne che bruciava, il buco che non si chiudeva più. Venni, un orgasmo anale che mi travolgeva, il corpo che tremava, la vergogna che mi consumava. Sborrò dentro di me, la sborra calda che colava, un pieno che mi riempiva. Non si fermò, infilando la mano nel mio culo, fistandomi con forza, le dita che si chiudevano a pugno, il suono umido che echeggiava, un dolore e piacere che mi devastavano. Un altro orgasmo anale mi travolse, un’esplosione che mi fece urlare, il corpo che si contorceva, la mente persa in un vortice di umiliazione e piacere.I due somali, eccitati dalla scena, erano tornati duri. Il somalo con la cicatrice mi prese la bocca, il cazzo nodoso che mi soffocava, ogni spinta un colpo in gola, il gusto acre che mi travolgeva. L’altro mi scopò il culo, il cazzo curvo che colpiva punti profondi, il dolore che mi spezzava, il piacere che mi consumava. Si muovevano all’unisono, un ritmo brutale, il suono umido dei loro corpi che echeggiava, l’odore di sudore e sborra che saturava l’aria. Sborrarono insieme, il primo nella mia bocca, un pieno di sborra densa e salata che faticavo a ingoiare, colandomi sul mento, il secondo nel mio culo, la sborra che si mescolava a quella di Malik, un’umiliazione che mi marchiava. Il mio culo era devastato, una voragine che colava, il dolore che mi spezzava, ma gli orgasmi anali, più di dieci, mi avevano travolta, un piacere perverso che mi rendeva felice, la fica dimenticata, intrappolata nella cintura, inutile.Mi misero in ginocchio sul linoleum, la cintura di castità che scintillava, la fica che bruciava sotto la grata. “Non possiamo scoparti la fica, ma possiamo pisciare su questa merda,” disse il somalo con il tatuaggio, tirando fuori il cazzo. Malik pisciò per primo, il getto caldo e acre che colpiva la grata d’acciaio, il liquido che si infilava nelle bolle delle ortiche, un bruciore che mi faceva urlare, le lacrime che mi rigavano il viso. Il somalo con la cicatrice si unì, il piscio che mi inzuppava, l’odore che mi soffocava, il gusto che mi colava in bocca mentre cercavo di respirare. Il terzo pisciò, il getto che colpiva la fica, un dolore acuto che si mescolava al piacere anale, un altro orgasmo che mi travolgeva, il corpo che tremava, l’umiliazione che mi consumava. Prima di andarsene, Malik prese il cellulare, scattando una foto: io, inginocchiata, il culo spalancato che colava sborra, la cintura inzuppata di piscio, il viso rigato di lacrime e sborra. “Per Katiuscia, così vede che abbiamo operato bene,” disse, ridendo, mentre uscivano, il suono della porta che sbatteva un colpo al mio cuore.Ero devastata, umiliata, ma felice, gli orgasmi anali che mi avevano travolta, più di dieci, un piacere che mi aveva liberata dalla mia fica, ormai inutile, un ammasso di carne martoriata che non sentivo più. Mi alzai, il linoleum freddo che mordeva le ginocchia, e presi il plug, lubrificandolo con la sborra che mi colava dal culo. Lo infilai, il “pluf” che echeggiava, il dolore che mi devastava ma mi rendeva viva, il buco spalancato che si abituava al mostro. Sorrisi, contenta, il corpo tremante, l’umiliazione che mi marchiava, ma il piacere anale che mi completava. Mi ricomposi, l’abitino strappato che pendeva, la cintura che mordeva, la sborra e il piscio che mi colavano lungo le cosce, l’odore acre che mi avvolgeva. Uscii, la luce del sole che mi accecava, e salii in macchina, il sedile di pelle che amplificava il dolore del plug, un sorriso perverso sulle labbra, pronta a tornare a casa, la mia nuova vita di puttana ormai accettata.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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