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Katiuscia la cameriera #17
Efabilandia
16.09.2025 |
14.254 |
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"Katiuscia provò a intervenire, ma Vladimir le diede un calcio, il suono sordo che echeggiava, e si scaraventò su di me, strappandomi la gonna e la camicetta, il tessuto che si lacerava, un..."
Katiuscia non si faceva sentire da più di una settimana, un silenzio che pesava come un macigno. Non chiamava, non si presentava per le pulizie, non rispondeva al telefono, il suo numero che squillava a vuoto, un suono che mi gelava il sangue. Matteo e io eravamo preoccupati, il suo SUV nero sparito dal vialetto, la sua presenza sadica che mancava, un vuoto che mi terrorizzava e mi eccitava. Dopo dieci giorni, andai alla RSA, il cemento screpolato che odorava di umidità e muschio, l’atrio che puzzava di disinfettante al pino e urina stantia. Gli infermieri scrollavano le spalle, l’odore di caffè bruciato nei loro aliti: “Non sappiamo nulla.” Il cuore mi si fermò, la paura che mi travolgeva.Dopo quindici giorni, il silenzio di Katiuscia era un coltello nel petto. Matteo e io parlammo di andare alla polizia, il suo volto teso, l’odore agrumato che si mescolava al sudore, la voce che tremava: “E se le fosse successo qualcosa?” Ma dentro di me, un desiderio perverso mi sussurrava che Katiuscia sarebbe tornata, il suo potere su di me intatto, il plug che mi mancava, la fica martoriata che pulsava. Sconosciuta a me, quella domenica sera dopo l'ultimo nostro incontro, Katiuscia era stata travolta da una sorpresa che avrebbe cambiato tutto. Suo marito, Vladimir, un uomo di 34 anni, alto 190 cm, massiccio, con spalle larghe come un armadio e occhi vuoti come il fronte di Zaporizhzhia, era tornato. Dopo 18 mesi ininterrotti al confine tra Russia e Ucraina, senza rotazione, un soldato temprato dalla barbarie, era arrivato in Italia con una licenza speciale, un’ombra di morte che lo avvolgeva. Non era più un uomo. Le sue notti non erano notti, ma un incubo di immagini cruente: cervelli che schizzavano dai crani colpiti dai proiettili, un’esplosione di materia grigia che odorava di ferro e morte; gambe tranciate dalle mine, il sangue che inzuppava il terreno gelato, un tanfo di carne bruciata e budella all’aria; urla di compagni che imploravano aiuto, voci spezzate che si mescolavano al rombo delle bombe, un suono che gli trapassava il cranio. L’odore della guerra era insopportabile: un misto di sangue, merda e carne putrefatta, un tanfo nauseabondo che si attaccava alla pelle, ai vestiti, alla mente. La sua compagnia di 120 uomini era stata decimata, solo 38 sopravvissuti, 18 mesi di sopravvivenza e morte cruenta che lo avevano trasformato in una bestia senza anima. A volte, pensava che i morti fossero i fortunati, liberi da quell’inferno che lo avrebbe perseguitato per sempre.Vladimir era tornato a casa, un appartamento fatiscente in periferia, l’odore di muffa e alcol che saturava l’aria, il pavimento che scricchiolava sotto i suoi stivali militari. Katiuscia, ignara, era in cucina, il suo tailleur nero attillato che odorava di sudore e disinfettante, quando lui entrò, un gigante che puzzava di sigaretta, vodka e morte. Il suo arrivo fu la fine di Katiuscia. La sovrastò con i suoi incubi, la sua violenza un’onda che la travolse. La interrogò, la voce un ringhio basso, l’odore di tabacco rancido nel suo alito: “Mi sei stata fedele, puttana?” Katiuscia resistette, il cuore che martellava, ma Vladimir non era più suo marito, era una furia. La legò a una sedia, le corde che mordevano la pelle, l’odore di canapa e sudore che la soffocava, e la prese a schiaffi, il suono secco che echeggiava, il sangue che le colava dal labbro, un gusto metallico che le riempiva la bocca. Poi la trascinò in bagno, nuda, il pavimento freddo che pizzicava, e la legò nella vasca, l’odore di muffa e sapone che saturava l’aria. Aprì la doccia, una goccia fredda che cadeva ogni 20 secondi, un “plop” che rimbombava, un’agonia che la spezzava. La lasciò lì tutta la notte, il corpo che tremava, l’acqua che gocciolava, un suono ipnotico che le trafiggeva la mente.
Al mattino, Katiuscia era distrutta, la pelle bluastra, l’odore di sudore e paura che la avvolgeva. Vladimir, ubriaco, l’odore di vodka che gli usciva dai pori, le chiese di nuovo del tradimento. Esausta, confessò: “Giulia… Matteo…” La voce un sussurro spezzato, il cuore che si fermava. Vladimir rimase calmo per un istante, poi esplose. La colpì con un pugno in pancia, il dolore che le tolse il fiato, il suono sordo che echeggiava. Le diede calci sul culo, ogni colpo un fuoco che la devastava, l’odore di sangue che si mescolava al suo sudore. Poi un calcio sulla fica, un’esplosione di dolore che la fece urlare, il suono che rimbombava, un secondo calcio, un terzo, così violento che Katiuscia svenne, il corpo che crollava sul pavimento, l’odore di sangue e urina che saturava l’aria. Si riprese sul divano, nuda, il corpo livido, l’odore di vodka e sigaretta che la soffocava. Vladimir, ubriaco, la guardava, il volto una maschera di rabbia: “Anche tu, una puttana.” Le tirò due ceffoni, il suono secco che le spaccava il labbro, il sangue che colava, un gusto metallico che le riempiva la bocca. Un altro calcio sulla fica, il clitoride che bruciava, un’agonia che la piegava. Non contento, prese una mazza di legno, l’odore di vernice stantia che pizzicava il naso, e gliela infilò nel culo, un dolore lancinante che la spezzò, il suono umido che echeggiava. “Scopa casa con il culo, puttana,” ringhiò. Katiuscia, allo stremata, ubbidì, il pavimento che scricchiolava, il culo sfondato che colava sangue, un tanfo che la nauseava. Rischiava la vita, Vladimir non era più un uomo, ma una bestia senza anima. Da quel giorno, Katiuscia non uscì più di casa, costretta a stare nuda, il corpo ricoperto di lividi e ferite profonde, un occhio livido che pulsava, un capezzolo con un taglio che sanguinava, l’odore di sangue e disinfettante che la avvolgeva. La fica martoriata, livida e dolorante, il culo sfondato, un buco spalancato che colava, l’odore di merda e lubrificante che saturava l’aria. Vladimir la usava di continuo, per sfogare la sua voglia di sesso o la sua rabbia, il cazzo che odorava di sudore e pisci, il gusto amaro che la soffocava, ogni spinta un’agonia che la spezzava.
Dopo quindici giorni senza notizie, decisi di andare a casa di Katiuscia, un appartamento in un palazzo fatiscente in periferia, l’odore di muffa e rifiuti che si insinuava dal portone. Il cuore mi martellava, la fica gonfia che bruciava sotto la mutandina di pizzo nero, il micro assorbente inzuppato di crema antibatterica, l’odore di disinfettante e sangue rappreso che mi nauseava. Indossavo la gonna di pelle nera, così corta che il plug da 8 cm scintillava, reinserito quella mattina dopo la doccia calda, un dolore che mi aveva fatto gemere, il buco spalancato che colava lubrificante, l’odore di silicone che mi pizzicava il naso. La camicetta bianca trasparente, senza reggiseno, i capezzoli duri che spiccavano, le scarpe rosse con tacco 12 che ticchettavano sul cemento, il collare di cuoio nero che mi strangolava.Bussai, il suono che echeggiava nel corridoio vuoto. Katiuscia aprì, un’apparizione che mi gelò il sangue: il volto livido, un occhio nero che pulsava, il braccio tumefatto, un piede fasciato, seminuda, solo una canottiera strappata che odorava di sudore e alcol. Lavava il pavimento, il secchio che puzzava di detersivo e muffa, le mani che tremavano. L’odore di sigaretta e vodka saturava l’aria, la televisione in salone che urlava un talk show, un suono caotico che mi trafiggeva. “Che succede?” sussurrai, timida, il cuore che martellava. Lei indicò il salone, gli occhi pieni di paura. Feci cenno di chiamare il 112, ma lei scosse la testa, un “no” veemente: “Vattene, qui è terribile.” Stavo per andarmene, il tacco che ticchettava, quando Vladimir entrò, un gigante in pantaloni mimetici e canottiera bianca, l’odore di sigaretta e sudore rancido che lo avvolgeva, gli occhi vuoti come il fronte. Mi fece cenno di andarmene, ma io, testarda, alzai la voce: “Dov’è Katiuscia?” Non ci pensò due volte: uno schiaffo mi colpì la guancia, il suono secco che rimbombava, il dolore che mi bruciava. Provai a divincolarmi, ma un pugno nello stomaco mi piegò, l’aria che mi mancava, l’odore di vodka che mi soffocava. Con una mossa da soldato, mi mise a terra, le ginocchia sul petto, il peso che schiacciava i seni, un dolore acuto che mi strappò un gemito. “Adesso ti è chiaro che te ne devi andare?” ringhiò, la voce un rombo. “Non dire una parola, o vengo a casa tua e uccido te e tuo marito. So tutto di voi.” Tremavo, la mia spavalderia dissolta, il cuore che si fermava.“E tuo marito me la pagherà per aver scopato mia moglie,” aggiunse, il tono che mi gelava. Capii che Katiuscia non mi aveva detto tutto, il marito un segreto che mi trafiggeva. Mi tirò altri due schiaffi, il sangue che colava dal labbro, un gusto metallico che mi riempiva la bocca. Poi un cazzotto sulla fica, un’esplosione di dolore che mi piegò, il clitoride livido che bruciava, l’odore di sangue rappreso che si sfaldava. Katiuscia provò a intervenire, ma Vladimir le diede un calcio, il suono sordo che echeggiava, e si scaraventò su di me, strappandomi la gonna e la camicetta, il tessuto che si lacerava, un suono che rimbombava. Vide il plug, un ghigno sadico: “Sei più puttana di mia moglie.” Mi infilò il cazzo in bocca, l’odore di sudore e vodka che mi soffocava, il gusto amaro che mi nauseava. Resistetti, ma due schiaffi violenti sulla fica, il dolore che mi spezzava, e una ginocchiata sul plug, un’agonia che mi fece urlare, mi costrinsero a leccare, il suono umido delle mie gag che echeggiava. “Vedi come me lo lecca?” disse a Katiuscia, che tremava, gli occhi pieni di lacrime. Mi afferrò i polsi, bloccandomi, mi aprì le gambe e mi scopò nella fica, il cazzo che entrava senza convenevoli, un dolore disumano che mi devastava, la carne martoriata che si lacerava, il sangue rappreso che colava, l’odore metallico che saturava l’aria. Mi dimenavo, ma ogni movimento lo eccitava di più, le spinte che mi spezzavano, il suono umido che echeggiava. Sborrò dentro, un pieno caldo e vischioso che colava, l’odore salato che mi soffocava. Chiamò Katiuscia: “Lecale la fica, puttana.” Le diede uno schiaffo, il suono secco che rimbombava, e le spinse la testa tra le mie cosce. Katiuscia leccò, il gusto salato e amaro della sua lingua che mi travolgeva, un piacere perverso che mi fece gemere, il cuore che martellava. Ma Vladimir la colpì di nuovo, facendola scostare, e sfilò il plug dal mio culo, un “pluf” umido che rimbombò. Infilò la mano, un fisting violento che mi spezzò, un dolore lancinante che mi travolse, il buco spalancato che colava sangue, l’odore che mi nauseava. Svenni, il mondo che si spegneva, il dolore che mi consumava. Mi ripresi dopo un’ora, il corpo nudo sul pavimento, l’odore di sangue e sborra intorno a me, Katiuscia che mi aiutava, il volto livido, i suoi vestiti strappati che mi coprivano, l’odore di alcol che ci avvolgeva. Mi fece uscire in silenzio, il cuore che martellava. Vladimir si affacciò, un ghigno: “Puttana, ti voglio qui domani.” Due schiaffi mi colpirono il volto tumefatto, il dolore che mi piegava e mi faceva piangere, il sangue che colava dalla mia bocca, un gusto metallico che mi riempiva la bocca. Tornai a casa, il tacco che ticchettava sull’asfalto, ogni passo un’agonia, la fica martoriata, il culo sfondato, l’odore di sborra e sangue che mi seguiva. Arrivai alle 22:00, Leonardo addormentato, Matteo sul divano, il suo profumo agrumato che mi trafiggeva. Raccontai tutto, la voce che tremava, il cuore spezzato. Matteo era preoccupato, il volto teso: “Non finirà bene.” Sapevamo che Vladimir era una minaccia, un’ombra di morte che ci avrebbe travolti.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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