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La bestia e la regina


di Membro VIP di Annunci69.it Efabilandia
09.08.2025    |    4.071    |    1 9.1
"” Mi sdraiai sul cofano, nuda, le gambe spalancate, il mio corpo illuminato dalla luna..."
L’aria della notte era densa, pesante come un respiro trattenuto troppo a lungo. L’odore di asfalto caldo si mescolava al profumo dolciastro dei gelsomini che crescevano selvatici lungo il muretto di pietra, e un soffio di salsedine dalla laguna vicina mi accarezzava la pelle. Il frinire dei grilli era una melodia ipnotica, punteggiata dal suono lontano di un motoscafo che tagliava l’acqua scura, e da qualche parte, in un angolo della notte, una fisarmonica suonava una melodia malinconica, forse un vecchio tango veneziano. Ero seduta sul cofano della sua auto, una berlina scassata che puzzava di benzina e cuoio vecchio, le gambe accavallate con una grazia calcolata, la gonna di seta nera che scivolava appena sopra le cosce, lasciando intravedere la mia pelle illuminata dalla luna. Ero Moana, e quella notte ogni fibra di me vibrava di desiderio, rabbia e una libertà che avevo conquistato a caro prezzo.Lui scese dall’auto, il motore che si spegneva con un rantolo metallico. Lo sentii prima di vederlo: il suo respiro pesante, il sudore che gli incollava la camicia al petto, l’odore acre della sua eccitazione misto a una colonia da quattro soldi che cercava di mascherare la frustrazione di una vita soffocata. Era un uomo senza nome, uno di quelli che si portano dietro il peso di una moglie noiosa, di tette cadenti e di una routine che li spegne come una candela lasciata al vento. Non mi importava chi fosse. Era solo un’ombra, un riflesso della mia furia, del mio desiderio, della mia fame.Ma prima di raccontare di quella notte, devo tornare indietro, a chi ero, a come sono diventata Moana, a come il mio cuore ha imparato a battere al ritmo di un mondo che non mi voleva.

Ero Giorgio, una volta. Nato in un paesino di pescatori vicino a Venezia, dove l’odore di salsedine si mescolava al profumo del pane appena sfornato che mia madre cuoceva ogni mattina. La mia infanzia era fatta di rumori: il suono delle onde che si infrangevano contro gli scogli, il clangore delle campane della chiesa che scandivano le ore, le urla dei pescatori che tornavano al tramonto con le reti piene di pesce. Mio padre era un uomo di mare, con mani callose e un volto segnato dal sole, che mi insegnava a essere uomo con silenzi pesanti e schiaffi che bruciavano più della vergogna. Mia madre, invece, era un’ombra dolce, sempre persa nei suoi pensieri, con l’odore di lavanda del suo grembiule che mi avvolgeva quando mi abbracciava, ma che non bastava a colmare il vuoto che sentivo dentro.Da bambino, però, c’era qualcosa in me che non capivo. Non era solo il desiderio di scappare da quel paese soffocante, ma un fuoco, un’irrequietezza che mi faceva sentire diverso. A scuola, i compagni mi chiamavano “femminuccia” perché piangevo troppo facilmente, perché amavo i colori dei tramonti sulla laguna, il profumo dei fiori di campo, la musica che usciva dal giradischi di mia sorella maggiore, Maria. Le sue canzoni erano la mia fuga: Mina, con la sua voce che sembrava accarezzarmi l’anima, Patty Pravo che cantava “La bambola” con una sensualità che mi faceva sognare. Di notte, quando tutti dormivano, sgattaiolavo in salotto, accendevo il giradischi e cantavo sottovoce, imitando i loro gesti, immaginando di essere una diva sotto i riflettori. Il suono del vinile che scricchiolava, l’odore di polvere e legno della stanza, mi facevano sentire vivo, ma poi tornavo alla realtà, al peso dello sguardo di mio padre, al suo “sii uomo” che mi schiacciava come una rete da pesca troppo stretta.A quattordici anni, qualcosa cambiò. Durante una festa di paese, l’aria piena dell’odore di zucchero filato e vino scadente, vidi una ragazza, Anna, che ballava sotto le luminarie. Il suo vestito rosso sembrava prendere fuoco sotto la luce della luna, e il suo profumo di lavanda mi colpì come un pugno. Ballammo, goffo e timido, e il suo tocco mi fece tremare. Non era amore, non ancora, ma era la prima volta che sentivo il mio corpo rispondere a qualcosa di più grande di me. Era il bisogno di essere visto, di essere desiderato, di essere qualcuno oltre il ragazzo che tutti volevano che fossi. Quella notte, tornai a casa con il suo profumo ancora addosso, il cuore che batteva al ritmo delle fisarmoniche della festa, e capii che volevo di più.A sedici anni, però, il fuoco dentro di me prese forma. Non ero solo Giorgio. C’era una parte di me che voleva essere libera, che voleva essere Moana. Non conoscevo ancora quel nome, ma lo sentivo nel modo in cui mi muovevo, nel modo in cui guardavo il mio riflesso nello specchio. Passavo ore a provare i vestiti di Maria quando non c’era: una gonna stretta che odorava di ammorbidente, un rossetto rubato che sapeva di cera e ciliegia, un paio di orecchini di plastica che tintinnavano come campanelle. Mi guardavo e vedevo una donna, non un ragazzo. Ma poi la paura mi travolgeva. Cosa avrebbe detto mio padre? E il paese? L’odore del mare, che una volta mi dava pace, ora mi sembrava una prigione. La musica era il mio rifugio. Ascoltavo David Bowie, “Ziggy Stardust”, e sognavo di trasformarmi, di essere più grande, più vero. Ma nel mio mondo, non c’era spazio per questo. Così, repressi tutto, mi sposai giovane con Carla, una ragazza del paese, perché era quello che ci si aspettava. Il nostro matrimonio odorava di lavanda sintetica e lenzuola troppo stirate, e il suo corpo, un tempo attraente, ora mi sembrava solo un promemoria di una vita che non volevo.A trent’anni, Moana nacque davvero. Ero a Venezia per lavoro, un impiegato qualunque in un’agenzia di assicurazioni che puzzava di carta e caffè bruciato. Una sera, dopo una giornata di scartoffie, entrai in un locale vicino a Rialto. L’odore di sigarette e whisky mi colpì, insieme al suono di un pianoforte che suonava una versione jazz di “My Way”. Il locale era buio, illuminato da candele che tremolavano, e lì vidi Stella, una drag queen con tacchi alti e un abito di paillettes che scintillava come il Canal Grande. Il suo profumo di muschio e vaniglia mi avvolse mentre parlavamo per ore. Mi raccontò della sua vita, di come aveva scelto di essere sé stessa. Quella notte, tornai a casa con un nodo in gola e un fuoco nel petto. Comprai i miei primi vestiti da donna, nascosti in una valigia sotto il letto. Provavo a truccarmi, goffo, con l’odore di lacca e rossetto che mi faceva sentire viva. La prima volta che uscii come Moana fu a Padova, lontano da occhi indiscreti. Il suono dei miei tacchi sul pavimento, il profumo di un vino scadente che sapeva di ciliegia acerba, mi fecero sentire potente. Un uomo mi sfiorò la mano, e per la prima volta capii cosa significava essere desiderata come Moana.

Torniamo a quella notte. Ero sul cofano, la seta della gonna che scivolava sulla mia pelle, il profumo di vaniglia e muschio del mio corpo che si mescolava all’aria umida. Iniziai a tirare su la gonna, lenta, il fruscio del tessuto come un sussurro che sfidava il silenzio. Ogni centimetro di pelle scoperta era una provocazione, e l’odore della mia eccitazione, dolce e muschiato, si alzava come un invito. Lui si avvicinò, i suoi passi pesanti sull’asfalto, il respiro che si spezzava come se stesse combattendo una guerra interiore. Senza preavviso, mi mollò un ceffone. Il suono dello schiaffo echeggiò, secco, come un ramo spezzato, e la mia testa scattò di lato. Il bruciore sulla guancia era vivo, caldo, ma nei miei occhi non c’era paura, solo un luccichio di sfida. Un sorriso lento mi curvò le labbra, dipinte di rosso carminio che sapeva di ciliegia e peccato.“Cosa vuoi, puttana schifosa?” ringhiò, la voce roca, spezzata da rabbia e desiderio. Il suo alito odorava di whisky e sigarette, un sapore amaro che mi colpì come una sferzata.Mi alzai, sinuosa, il mio corpo che si muoveva con la grazia di una pantera. Gli avvolsi le braccia intorno al collo, il mio profumo che lo avvolgeva come una rete. “Essere la tua puttana,” sussurrai, la mia voce un soffio caldo, vellutato, che vibrava di promesse oscure. Lo baciai, e il mondo sparì. Le nostre lingue si intrecciarono, un duello feroce, disperato, che sapeva di vino rosso e desiderio. Il suo sapore era ruvido, salato, come il mare della laguna, ma vivo, animalesco. Le mie mani slacciarono la cintura dei suoi pantaloni, il suono della zip che si abbassava come un’esplosione nella notte. Infilai la mano nei suoi slip, le mie dita fredde contro il calore del suo cazzo, duro, bagnato, pulsante. Un gemito gli sfuggì, e il suo tocco era elettrico, un fuoco che mi consumava.Con l’altra mano, mi sfilai il tanga, lasciandolo cadere sull’asfalto con un fruscio leggero, come foglie mosse dal vento. L’odore della mia fica, muschiato e dolce, si alzò, e le sue mani trovarono il mio culo, sodo, caldo, palpandolo con una fame che mi faceva tremare. Mi liberai della gonna, che scivolò a terra come una cascata di seta, e mi girai, strusciandomi contro il suo cazzo. Il contatto era un’esplosione, un calore che mi faceva gemere. “Perché non mi sculacci?” lo provocai, la mia voce roca, navigata, che sapeva di peccati antichi.Qualcosa in lui si spezzò. Mi piegò sul cofano, il metallo freddo che mi mordeva la pelle, e iniziò a sculacciarmi. Ogni colpo era un crack, un’esplosione che si mescolava ai miei gemiti e al battito del mio cuore. Le mie chiappe si arrossavano, e l’odore della mia fica, ora più intenso, mi ubriacava. Ero bagnata, vogliosa, e il desiderio mi consumava. Afferrai il suo cazzo con una mano, guidandolo verso il mio buco, spingendomi contro il glande fino a prenderlo tutto dentro. Il calore del mio corpo lo avvolse, e lui iniziò a montarmi con una furia che era quasi violenza. Mi tirava i capelli, il loro profumo di camomilla che si mescolava al sudore, e continuava a sculacciarmi, ogni colpo un’esplosione di rabbia e piacere. Gridavo, gemevo, godevo, e ogni spinta era un’onda che mi travolgeva, un ritmo selvaggio che si intrecciava alla fisarmonica lontana.Venni con un rantolo, la sua sborra che mi riempiva mentre il mio corpo si contorceva, il nostro piacere che si mescolava in un’esplosione di calore e odori. Il suono dei nostri respiri affannati sovrastava i grilli, e l’aria era densa del profumo del nostro sudore, del mio profumo, della sua rabbia. Quando tirò fuori il cazzo, mi girai, mi inginocchiai e lo presi in bocca. La mia lingua era calda, instancabile, e il gusto salato della sua sborra si mescolava al mio sapore, un mix di dolcezza e peccato. Lo leccavo, lo succhiavo, lo pulivo, e i suoi gemiti erano una musica che mi guidava, un ritmo che si intrecciava al vento che agitava i gelsomini.Spossato, si appoggiò al muretto, il cemento ruvido contro la sua schiena. Mi guardava, e per un attimo i suoi occhi cambiarono: non era più l’animale rabbioso, ma un uomo fragile, quasi spaventato. Era mio, ma non lo volevo. Con una vocina capricciosa, da troia navigata, gli dissi: “Sono due sere che mi sporchi con la tua sborra… ora tocca a te.” Mi sdraiai sul cofano, nuda, le gambe spalancate, il mio corpo illuminato dalla luna. L’odore della mia fica era ovunque, e il mio cazzetto, piccolo e perfetto, lo sfidava. “Lecchami, puliscimi,” ordinai, la voce che tremava di desiderio e potere.Si inginocchiò, la sua lingua che scivolava sul mio buco, assaporando il mix della sua sborra e del mio piacere. Era salato, dolce, intenso, e i miei gemiti erano una sinfonia che si mescolava al suono della laguna. Mi masturbai, il mio respiro che si spezzava, e presto lo inondai con il mio orgasmo, un’esplosione di calore e sapore che lo lasciò senza fiato. Mi guardò, inginocchiato, mentre mi alzavo, superba, e mi avvicinavo a un’auto che si era fermata poco lontano. Un giovane, bello, con l’odore di salsedine e legno nei vestiti, mi aprì la portiera. Sparimmo verso la laguna, e sapevo cosa sarebbe successo: mi avrebbe montata sulla sua barca, con una dolcezza che quest’uomo non poteva darmi, una dolcezza che una femmina come me meritava, anche solo per una notte.

Non tornai mai su quel terrazzino, né quella sera né mai. Lui non lo guardai più, non mi faceva né caldo né freddo. La sua sborra, il suo desiderio, la sua rabbia erano solo un ricordo, un fuoco spento. Moana era libera, e il mondo era troppo grande per tornare indietro.

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