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Lui & Lei

Alina la Mantide Religiosa #1


di Membro VIP di Annunci69.it Efabilandia
07.04.2026    |    25.403    |    0 8.0
"Così posso farti video mentre penso a te…» Marco glielo regalò tre giorni dopo..."
La periferia del piccolo paese umbro si stendeva quieta sotto la pioggia sottile di fine settembre. Le case di pietra rosa, macchiate dal muschio, sembravano respirare lentamente nell’aria umida. Alina parcheggiò la sua Golf grigio metallizzato davanti al cancello di casa, il motore che ticchettava mentre si raffreddava. Aveva trentotto anni, era rumena di nascita e umbra di adozione da quasi venti. Nessuno, guardandola scendere dall’auto con quel cappotto beige che le sfiorava i polpacci, avrebbe immaginato il vuoto che le scavava dentro.
Chiuse la portiera con un gesto morbido. Il figlio, ormai ventenne, era fuori per il fine settimana. Meglio così. Il paese era piccolo, le lingue veloci. Alina non portava mai nessuno lì. Mai. La sua fame aveva bisogno di spazi anonimi, controllati, lontani dagli sguardi delle vecchiette che la salutavano la mattina al forno.
Entrò in casa. Odore di legno vecchio e di lavanda secca. Si tolse le scarpe, sentì il freddo delle mattonelle sotto i piedi nudi. Si guardò allo specchio dell’ingresso: viso ovale, zigomi alti tipici delle donne del suo paese d’origine, occhi verdi che sembravano sempre un po’ troppo calmi. Sorrise. Quel sorriso che tutti definivano dolce.
Dentro, la mantide stiracchiava le membra.
Quella sera aveva voglia di caccia.
Si preparò con cura rituale. Doccia calda, vapore che appannava lo specchio. Si passò l’olio di argan sulla pelle, quello che sapeva di vaniglia e di qualcosa di più scuro, quasi terroso. Scelse il tubino nero corto, quello che le aderiva ai fianchi senza stringere troppo. Tacchi neri, non altissimi ma eleganti. Un velo di rossetto color vino. Quando uscì di casa, la pioggia era diventata nebbia. La Golf la accolse con il suo interno di pelle ancora tiepido.
L’Inferno era a venti minuti di curve. Un’ex fabbrica ristrutturata ai piedi delle colline, luci rosse che pulsavano contro il cielo nero. Il parcheggio era già pieno. Alina spense il motore e rimase qualche secondo seduta, ascoltando il ticchettio della pioggia sul tetto. Sentiva già il battito del cuore accelerare. Non era eccitazione romantica. Era fame.
Entrò.
L’aria era densa: odore di alcol, sudore, profumo economico, fumo di sigaretta che ancora filtrava da fuori. La musica era bassa e potente, un basso che vibrava nello sterno. Luci stroboscopiche rosse e viola tagliavano l’oscurità. Alina si mosse tra la gente come se camminasse sott’acqua. Calma. Serena. Letale.
Lo vide quasi subito.
Marco. Ventotto anni, spalle larghe, camicia nera aperta sul petto, tatuaggi che salivano sul collo. Ballava da solo vicino al bancone, birra in mano, sguardo annoiato. Era bello di quella bellezza grezza che piace alle donne che vogliono sentirsi protette per poi distruggerle.
Alina gli si avvicinò lentamente. Lasciò che il suo profumo lo raggiungesse prima del suo corpo. Vaniglia, patchouli, pelle calda. Lui si voltò. I loro occhi si incontrarono.
«Balliamo?» chiese lei. Voce bassa, accento rumeno che arrotolava le parole come seta.
Marco sorrise, posò la birra. «Certo.»
Si mossero insieme. Non era un ballo innocente. Alina gli si premette contro, lentamente, facendo scivolare il bacino contro il suo. Sentiva il calore del suo corpo attraverso il tessuto sottile del vestito. Il profumo di lui: dopobarba dozzinale, sudore fresco, birra. Le mani di Marco scesero sui suoi fianchi. Lei lasciò che lo facesse. La mantide dentro di lei osservava, registrava, calcolava.
«Sei rumena, vero?» le mormorò lui all’orecchio, sopra la musica.
«Sì. Di Cluj. Ma vivo qui da tanto tempo.»
La canzone cambiò. Più lenta. Alina gli passò le braccia intorno al collo, avvicinò le labbra al suo orecchio. «Ho voglia di aria» sussurrò.
Uscirono.
La pioggia era quasi cessata. Il parcheggio era illuminato da lampioni arancioni. Alina lo guidò verso la sua Golf senza chiedere. Aprì la portiera posteriore. Marco salì. Lei entrò dopo di lui, chiuse la portiera. Il silenzio improvviso fu rotto solo dal loro respiro.
Si baciarono. Un bacio profondo, umido. La lingua di lui sapeva di birra. Quella di Alina era lenta, controllata. Gli mise una mano sul petto, sentì il cuore che batteva forte. Poi scese. Gli slacciò i jeans con gesti precisi. Marco emise un suono rauco quando lei lo liberò.
Alina si chinò.
Il profumo di lui lì era forte, maschile, caldo. Lo prese in bocca lentamente, senza fretta. Sentì la consistenza vellutata del glande contro la lingua, il sapore salato della pelle. Marco le mise una mano tra i capelli. Lei non accelerò. Lo succhiò con una lentezza esasperante, ascoltando ogni respiro spezzato di lui, ogni piccolo gemito. La pioggia batteva leggera sul tetto della Golf. Dentro l’abitacolo l’aria si fece densa, calda.
Quando Marco venne, Alina ingoiò tutto, senza versare una goccia. Si sollevò, si pulì le labbra con il dorso della mano e lo guardò negli occhi.
«Domani sera ti voglio in un posto bello» disse piano. «Un ristorante vero. Paghi tu. Poi andiamo in un hotel. Vuoi?»
Marco, ancora stordito, annuì.
La mantide sorrise dentro di lei.
Il giorno dopo Marco passò a prenderla con la sua macchina. Alina uscì dal cancello di casa con un vestito color crema, elegante ma non eccessivo. Profumo fresco. Salì. Durante il tragitto parlarono poco. Lei guardava fuori: colline umbre che si tingevano di oro al tramonto, vigneti, paesi arroccati.
Il ristorante stellato era a mezz’ora, tra Perugia e Assisi. Tavoli bianchi, luci soffuse, calici di cristallo. Marco ordinò il menu degustazione da centottanta euro a testa senza battere ciglio. Alina assaporò ogni boccone come se fosse sacro: il carpaccio di manzo con scaglie di tartufo, il risotto allo zafferano, il piccione in salsa di vino rosso. Ogni sorso di Sagrantino le colorava la lingua di terra e di sangue.
Lo guardava mangiare e dentro di sé sentiva un piacere freddo, quasi mistico. «Questo uomo pagherà per tutto» pensava. «E lo farà con il sorriso.»
Dopo cena arrivarono all’Hotel Relais Il Borgo, un cinque stelle immerso nel bosco. Il concierge, un uomo distinto sui cinquant’anni, la riconobbe subito.
«Buonasera, signora Alina. La solita suite junior?»
«Sì, grazie, Carlo.»
Marco pagò senza fiatare. La suite era ampia, profumata di legno di cedro e biancheria fresca. Tende pesanti color panna. Un letto king-size. Alina chiuse la porta e si voltò verso di lui.
Quella notte lo spogliò lentamente. La luce era calda, dorata. Gli tolse la camicia, passò le dita sulle sue spalle, sul petto. Lo baciò sul collo, sentì il sapore della sua pelle. Quando furono nudi, lo spinse sul letto.
Si mise sopra di lui. Lo guidò dentro di sé con un movimento fluido. Era già bagnata, calda. Marco gemette. Alina cominciò a muoversi, lenta, profonda. Ogni discesa era controllata. Sentiva ogni centimetro di lui dentro, il calore, la durezza. I suoi seni si muovevano piano. I capelli le ricadevano sul viso.
Chiuse gli occhi e ascoltò: il cigolio ritmico del letto, il respiro pesante di Marco, il proprio cuore che batteva regolare. Dentro di lei la mantide era sveglia, attenta. Non era piacere comune. Era nutrimento. Era potere.
Lo fece venire una prima volta così, cavalcandolo. Poi lo prese in bocca di nuovo, lo fece tornare duro. La seconda volta lo lasciò sopra. Marco la prese con forza, ma lei gli teneva il viso tra le mani, costringendolo a guardarla negli occhi.
«Dimmi che mi vuoi» sussurrò.
«Ti voglio.»
«Dimmi che faresti qualsiasi cosa per me.»
«Qualsiasi cosa…»
Alina sorrise nel buio mentre lui veniva di nuovo, dentro di lei. Sentì il calore del suo seme, il tremore delle sue gambe. E dentro di sé provò una soddisfazione profonda, quasi religiosa. La prima crepa nella sua volontà era aperta.
Nelle due settimane successive lo vide solo in hotel. Ogni volta Marco pagava la stanza. Ogni volta Alina arrivava con la sua Golf, elegante, profumata, calma. Lo faceva impazzire con il sesso: lento, profondo, esigente. A volte lo legava con la sua stessa cravatta. A volte lo faceva stare fermo mentre lei si muoveva sopra di lui per minuti interi, senza permettergli di venire.
Gli mandava messaggi la notte: «Mi manchi. Non vedo l’ora di sentirti dentro di me domani.»
Marco era cotto. Stordito. Innamorato.
Una sera, nella suite, dopo averlo fatto venire per la terza volta, Alina gli accarezzò il petto sudato e sussurrò:
«Vorrei un telefono nuovo. Quello che hai tu. Così posso farti video mentre penso a te…»
Marco glielo regalò tre giorni dopo. Un iPhone 16 Pro, ancora nella scatola.
Quella stessa notte, Alina tornò a casa. Parcheggiò la Golf. Entrò, si fece una doccia lunga. Poi prese il telefono nuovo, lo attivò, trasferì i dati. Infine bloccò Marco su tutti i canali. Whatsapp, Instagram, numero di telefono.
Sparì.
Per giorni Marco impazzì. Chiamate perse, messaggi disperati, appostamenti sotto il Relais. Alina lo vide una sera dal parcheggio dell’hotel, nascosto dietro una macchina. Lo guardò da lontano, attraverso il vetro della Golf.
Il suo cuore batteva calmo.
Dentro di lei la mantide si stiracchiò, soddisfatta ma già inquieta. La fame non era mai sazia per molto tempo.
Marco era stato solo l’antipasto.
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