Clarissa ed il suo Amante #2
Efabilandia
“Fatti il bidè, cagna,” ringhiò Lorenzo, il guinzaglio teso nella sua mano, il laccio che mi stringeva il collo come una carezza crudele. Ero a quattro zampe, il pavimento freddo del bagno che mordeva le ginocchia, il plug anale gonfiabile che pulsava dentro di me, un ronzio incessante che mi faceva tremare. L’odore di sapone al limone si mescolava al mio sudore, un misto acre che mi avvolgeva come un sudario. Mi avvicinai al bidè, le mani tremanti pronte ad aprire il rubinetto, quando lui mi fermò con un tono secco. “Cosa fai, troia? Ti ho detto un bidè, ma non con l’acqua.” Ignara, lo guardai, gli occhi spalancati, il cuore che batteva come un tamburo. “Va bene, ok,” balbettai, confusa, cercando di decifrare il suo gioco. “Ora siediti,” ordinò, la voce che vibrava di un’eccitazione oscura. Mi sedetti sul bidè, il bordo di porcellana fredda contro le cosce, la mia pelle nuda che fremeva sotto il suo sguardo. Lorenzo si abbassò la patta dei pantaloni, il cazzo ancora duro, luccicante di pre-eiaculazione, e senza preavviso, un getto caldo e dorato mi colpì. Pisciò sul mio cazzo, il liquido che scorreva sulla mia pelle, caldo, salato, con un odore pungente che mi invase le narici. “Spalmatelo dappertutto, troia,” disse, il suo tono un misto di comando e piacere. Obbedii, le mani che tremavano mentre spargevo quel calore umido sulla mia fica, sul mio cazzo, sul ventre, la sensazione che mi disgustava e mi eccitava allo stesso tempo. Era degradante, eppure il suo controllo su di me trasformava ogni umiliazione in un fuoco che mi bruciava dentro. Poi, senza darmi il tempo di respirare, mi afferrò per i capelli. “A me non serve quel tuo cazzo. Voglio la tua bocca.” Mi ficcò il suo cazzo in gola, ancora gocciolante di piscio, il sapore acre che mi riempiva la lingua, salato, amaro, un misto che mi faceva quasi soffocare. Spingeva con forza, dieci volte rischiai di vomitare, la gola che si contraeva, le lacrime che mi rigavano il viso. Ma lui non si fermava, i suoi gemiti che echeggiavano nel bagno, il suono bagnato della mia bocca che lo accoglieva. Di colpo, godette, un’esplosione di sborra calda che mi inondò la gola, densa, viscosa, con un sapore metallico che mi fece rabbrividire. Leccai ogni goccia, obbediente, la lingua che scivolava sulla sua cappella, pulendolo fino all’ultima stilla, mentre lui mi guardava con un ghigno soddisfatto. “Ora ripulisciti, troia,” disse, tirando il guinzaglio per un’ultima volta prima di sganciarlo. “Vado a prendere qualcosa da mangiare. Tu sistemati, che abbiamo una notte intera per divertirci.” Si tirò su la patta, il suo profumo di sigaro e colonia che aleggiava ancora nell’aria, e uscì, lasciandomi lì, fradicia, umiliata, ma con la fica che pulsava di desiderio. Mi alzai, le gambe molli, il plug ancora dentro che mi faceva camminare con passi incerti. Il bagno odorava di piscio e sapone, un contrasto che mi stordiva. Mi lavai, l’acqua fredda che scorreva sulla mia pelle, portando via il suo odore ma non la sensazione di lui. Mi ci volle più di un’ora: dovetti lavare i capelli, il corpo, cambiare la vestaglia zuppa, sostituendola con una nuova, di seta blu scura, che scivolava come un’ombra sulla mia pelle. Mi guardai allo specchio: i miei occhi brillavano di un misto di vergogna e orgoglio, la mia bocca ancora gonfia del suo sapore, i miei capezzoli duri sotto il tessuto.Quando Lorenzo tornò, bussò alla porta, e il mio cuore fece un balzo. Aprii, e lui mi baciò subito, un bacio profondo, la lingua che esplorava la mia bocca, il sapore di vino rosso che aveva bevuto chissà dove. In mano aveva una busta di carta, l’odore di pizza fritta e crocchette di patate che mi fece venire l’acquolina. “Ora mangiamo, troia,” disse, posando tutto sul tavolo della cucina. “Abbiamo una notte intera.” Ci sedemmo, e per un momento sembravamo una coppia normale: lui che strappava un pezzo di pizza, il pomodoro che gli macchiava le dita, io che sorseggiavo vino bianco, il suo sapore aspro che mi pizzicava la lingua. Ma i suoi occhi non erano quelli di un amante qualunque; bruciavano di promesse oscure, di giochi che solo noi conoscevamo. Mangiammo in silenzio, l’aria carica di tensione, il suono del suo masticare, il profumo di origano e olio caldo che riempiva la stanza. Ogni tanto, mi sfiorava la gamba sotto il tavolo, le sue dita ruvide che accendevano scintille sulla mia pelle.Finito di mangiare, mi prese per mano e mi portò in camera da letto. La lampada arancione tingeva tutto di un calore infernale, le lenzuola bianche che odoravano di lavanda fresca. “Spogliati, cagna,” ordinò, e io lasciai cadere la vestaglia, nuda, la pelle che brillava sotto la luce. Lui si tolse la giacca, la camicia, i pantaloni, il cazzo già duro che svettava come un totem. Mi fece sdraiare, le mani legate alla testiera con il guinzaglio, il plug ancora dentro, vibrante, che mi faceva gemere a ogni movimento. “Ora ti scopo come si deve,” disse, lubrificando il suo cazzo con il gel alla menta, il suo odore fresco che si mescolava al muschio del mio corpo. Entrò nella mia fica, un colpo deciso che mi fece urlare, il plug che amplificava ogni sensazione, il mio cazzo stretto nel braccialetto che pulsava di dolore e piacere. Ogni spinta era un’onda: il suono bagnato della carne, l’odore di sudore e menta, il sapore del suo bacio sul collo mentre mi scopava. Veniva dentro di me, la sborra calda che mi riempiva, un liquido che colava sulle cosce, mescolandosi al gel.Ma non era finita. Mi slegò, mi bendò con la sua cravatta, il mondo ridotto a buio e sensazioni. “Giochiamo,” sussurrò, versando olio caldo – cannella, speziato, inebriante – sul mio corpo, massaggiando i seni, la fica, il culo ancora sensibile. Poi, un vibratore dalla busta, lungo, nero, con protuberanze che promettevano tormenti. Lo infilò nella mia fica, accendendolo, e il ronzio mi fece inarcare, un orgasmo che esplose come un fuoco d’artificio, colori nella mia mente – rossi, viola, gialli. “Squirta, troia,” ordinò, e io lo feci, un fiotto che bagnò le lenzuola, l’odore acre del mio piacere che saturava la stanza. Mi fece inginocchiare, il guinzaglio al collo, e mi fece succhiare di nuovo, il sapore della sua sborra mescolato al mio, un cocktail di desiderio e sottomissione. Ci spostammo in soggiorno, il pavimento di legno che scricchiolava sotto i nostri piedi. Mi fece bere vino rosso da una ciotola, come una cagna, il liquido che mi colava sul mento, macchiando la pelle di rubino. Mi scopò sul divano, le gambe spalancate, la fica che pulsava a ogni affondo. “Dimmi che sei mia,” ringhiò. “Sono tua, padrone,” ansimai, e lui venne ancora, la sborra che schizzava sul mio ventre, calda, appiccicosa. La notte fu un vortice di giochi: mi fece indossare il plug di nuovo, gonfiandolo fino al limite, mentre mi leccava il culo, la lingua calda contro il freddo del gel. Mi masturbò con il vibratore, alternandolo al suo cazzo, ogni orgasmo un’esplosione di colori e suoni – il ronzio del giocattolo, i suoi gemiti, il mio urlo strozzato. All’alba, esausti, ci sdraiammo sul letto, il suo corpo robusto contro il mio, l’odore di sesso, vino e cannella che ci avvolgeva. Preparai il caffè, il suo aroma amaro che riempiva la cucina, e glielo portai a letto, il vapore che danzava nella luce grigia del mattino. Fu allora che parlò, finalmente, della “situazione indefinibile”. “Clarissa, devi incontrarti con due vecchie lesbiche. Clienti mie. Hanno un autista, un tipo ambiguo. Voglio che lo circuisci, che scopri se è frocio o no. Loro ti diranno come fare.” Rimasi meravigliata, la bocca aperta, il caffè che si raffreddava tra le mie mani. “E poi?” chiesi, la voce tremula. “Se ci riesci, c’è una ricompensa. E ne parliamo, io e te.” Il suo tono era serio, ma i suoi occhi brillavano di una promessa. Si alzò, si vestì, la giacca che gli cadeva perfetta sulle spalle. Mi baciò, un bacio lento, dolce, diverso. “Clarissa, con te sto bene. Mi sento appagato. Se un giorno non vorrai più incontri, sarai solo mia.” Quelle parole mi colpirono come un fulmine, un misto di paura e amore che mi fece tremare. Se ne andò, lasciandomi lì, nuda, con il sapore del caffè e della sua sborra ancora in bocca. Ero sua, la sua cagna, la sua troia. E mentre il sole sorgeva, tingendo la stanza di rosa e oro, sapevo che avrei fatto qualsiasi cosa per lui. Anche questo.
#clarissa56
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