incesto
Segreti in Famiglia: La Cena #5
Efabilandia
14.02.2026 |
42.417 |
7
"Quando furono soli, Teresa mi aiutò ad alzarmi: la melanzana uscì con un pop umido, rotolando sul pavimento di legno con un tonfo sordo, lasciando il mio culo lacerato, dilatato, un dolore..."
Sono diventata la troia perfetta per mio suocero Ennio, il padre di Filippo, l'uomo che mi ha trasformata da nuora ingenua in una puttana dipendente dal suo cazzo XXL, da quelle mani che mi strizzano i capezzoli fino a farli sanguinare di piacere, da quella sborra calda che mi riempie la fica o il culo rischiando di mettermi incinta con il seme proibito del mio stesso suocero. Oh, quel fremito eccitante di incesto che mi corre lungo la schiena ogni volta che lo chiamo "papà" mentre mi dilata il culo, quel pericolo rosso di essere scoperta da Filippo o dalla famiglia che mi fa bagnare come una fontana, mi droga più di qualsiasi sostanza, mi fa sentire viva, elettrica, un vulcano di emozioni tabù che erutta passione degradante. Sono la sua porca, drogata dal sesso con il suocero, dal suo odore muschiato di tabacco e sudore maschile che mi invade i sensi, dal sapore salato della sua sborra che ingoio avida come un sacramento incestuoso, quel misto di colpa nera e godimento viola che mi fa pulsare il clitoride ad ogni ricordo. Ogni respiro sa di lui, di quel tabù che mi carica sessualmente fino all’orlo, mi fa desiderare le sue attenzioni come un'ossessione – quelle carezze sul culo rubate in cucina, quel "porcellina" sussurrato all'orecchio durante i balli di nozze – e ora, con la complicità inaspettata di Teresa, la mia suocera, che si rivela complice di quel porco di suo marito, il mio mondo è un arcobaleno colorato dove il sesso domina, dove ogni stanza profuma di umori caldi, gemiti soffocati, fiche dilatate e culi sfondati dalla lussuria incestuosa.Era una sera come tante, ma carica di elettricità proibita. Filippo, ignaro di tutto, aveva invitato i suoi genitori – mio suocero Ennio e mia suocera Teresa – a cena per festeggiare la mia assunzione definitiva. La tavola era apparecchiata con cura: tovaglia bianca immacolata sul tavolo di legno scuro, piatti di porcellana rossi, bicchieri di cristallo che tintinnavano al minimo tocco, e al centro un mazzo di rose viola che profumava l’aria di un’essenza dolce, quasi afrodisiaca. Io indossavo un vestito nero attillato, corto fino a metà coscia, con una scollatura che lasciava intravedere il reggiseno di pizzo rosso – l’avevo scelto apposta per stuzzicare Ennio, sapendo che i suoi occhi neri mi avrebbero spogliata per tutta la sera. Sotto, slip neri sottili che già si bagnavano al solo pensiero di lui. Filippo era eccitato per la serata, chiacchierava animatamente mentre versava il vino rosso nei bicchieri, ma io sentivo già la fica pulsare, un fremito eccitante che mi bagnava le cosce, desiderosa delle attenzioni del suocero, di quel cazzo che mi dilatava ogni volta come se fosse la prima.
Ennio e Teresa arrivarono puntuali, lui con quel suo sorriso sornione, gli occhi che mi squadravano da capo a piedi mentre mi abbracciava, la mano che sfiorava il mio culo attraverso il vestito per un secondo di troppo, mandandomi un brivido rosso dritto al clitoride. Teresa, sempre elegante nel suo abito blu scuro che le fasciava le curve ancora sode, mi baciò sulle guance con un calore materno, ma i suoi occhi castani mi guardarono con una strana intesa, un sorriso complice che mi confuse. Ci sedemmo: Filippo capotavola, io al suo fianco, Ennio di fronte a me, Teresa accanto a lui. La cena iniziò con chiacchiere banali – il lavoro, il tempo, Filippo che raccontava aneddoti – ma sotto il tavolo, mentre Filippo parlava animatamente con sua madre di un viaggio futuro, sentii la mano di Ennio, mio suocero, infilarsi sotto la gonna. Le dita ruvide sfiorarono le cosce nude, salendo piano fino agli slip, spingendoli di lato per toccare la fica già bagnata. Un fremito eccitante mi trafisse, la fica che si contraeva al suo tocco, umida e calda, mentre fingevo di ascoltare Filippo. Ennio mi guardò negli occhi, sorridendo, e infilò un dito dentro, dilatandomi piano, facendomi mordere il labbro per non gemere. Filippo continuava a parlare con Teresa, e lei... lei guardò Ennio con uno sguardo d'intesa, un sorriso complice che mi gelò il sangue e allo stesso tempo mi bagnò di più, un fiotto caldo che colò sulla mano del suocero.
Filippo si alzò per andare in cucina a prendere il dolce – una torta al cioccolato rosso scuro, profumata di vaniglia – e in quel momento, mentre ero distratta dal dito di Ennio che mi scopava piano la fica, sentii un'altra mano. Teresa, mia suocera, allungò la sua sotto il tavolo, le dita sottili che si unirono a quelle del marito, sfiorando il clitoride gonfio mentre Ennio dilatava la fica. I suoi occhi castani fissi nei miei, un sorriso malizioso sulle labbra mentre mi toccava, e capii tutto: Teresa era complice, sapeva, e godeva di quel tabù. Un fremito eccitante mi squassò, la fica che schizzò un piccolo getto sulla loro mani unite, mentre Ennio mi sussurrò all'orecchio, il fiato caldo contro la pelle: «Zitta, troia di nuora, o tuo marito sente quanto sei bagnata per il cazzo di papà... vedi come la tua suocera ti tocca? Vedrai cosa abbiamo preparato per te tra poco, puttana incestuosa.» Le sue parole mi umiliarono, mi degradarono, ma mi eccitarono da morire, un dolore viola al basso ventre mentre le loro dita mi dilatavano insieme, Teresa che torceva il clitoride piano, facendomi lacrimare gli occhi per il misto di piacere e vergogna.
La cena proseguì con me che fingevo normalità, sorridendo a Filippo mentre lui serviva il dolce, ma sotto il tavolo mio suocero e mia suocera continuavano a toccarmi la fica: Ennio con due dita dentro, dilatandomi le pareti con colpi lenti e profondi, Teresa che sfregava il clitoride con il pollice, i loro sguardi complici che mi facevano bagnare come una fontana, umori rosa che colavano sulle cosce e sul pavimento. «Brava, porca, stai zitta mentre papà e mamma ti preparano,» sussurrò Ennio, torcendomi un labbro della fica per farmi fremere di dolore. Io annuivo, il cuore in gola, la fica che pulsava al ritmo delle loro dita, un fremito eccitante che mi portava sull'orlo dell'orgasmo, ma resistevo, umiliata dal fatto che mio marito fosse lì, ignaro, mentre i suoi genitori mi usavano come una troia familiare.
Non ce la facevo più. Mi alzai con una scusa – «Vado a fare i piatti» – e corsi in cucina, il pavimento freddo sotto i sandali, la gonna umida che sfregava contro le cosce bagnate. Lavai i piatti con mani tremanti, l'acqua calda che scorreva come i miei umori, cercando di calmarmi, ma il dolore eccitante nella fica mi faceva desiderare di più, di chiamare Ennio lì e farmi scopare sul bancone. Quando tornai in sala, Filippo non c'era: era sceso a casa dei genitori per prendere delle carte del modello unico che doveva pagare il giorno dopo. Ennio e Teresa erano soli, e prima che potessi dire una parola, Teresa mi tirò a sé, le sue mani morbide sui miei fianchi, e mi infilò la lingua in bocca, un bacio profondo e bagnato che sapeva di vino e desiderio represso. Io gemetti sorpresa, ma il mio corpo rispose, la fica che pulsava mentre Ennio, da dietro, mi sfilava le mutandine nere con un gesto rapido, le lasciava cadere sul pavimento, e infilava due dita nel mio culo, dilatandolo di colpo con un bruciore eccitante che mi fece inarcare la schiena.
Mi eccitai all'istante, il fremito del tabù – scopata dai suoceri, dal papà e dalla mamma di mio marito – che mi bagnò le cosce. Teresa staccò la bocca, sorridendo maliziosa: «Mi hanno detto che sei calda ed aperta, vediamo quanto,» sussurrò, spingendomi verso una sedia dove aveva poggiato una melanzana grossa, viola scuro, unta di burro che brillava alla luce della lampada. «Siediti, troia di nuora, e fai vedere a mamma quanto è rotto il tuo culo.» Obbedii, le gambe tremanti, mentre lei guidava la melanzana verso il mio buco, premendo. Era troppo grande, la cappella vegetale dilatava l'anello anale con un dolore lancinante, ma non entrava del tutto. Ennio poggiò le mani sulle mie spalle e spinse giù con forza, il mio culo che si lacerava intorno a quell'enorme intruso, un fremito di dolore rosso che mi trafisse, facendomi urlare mentre entrava tutta, dilatandomi oltre il limite, le pareti che bruciavano come fuoco.
Teresa restò sorpresa, gli occhi castani spalancati: «Avevi ragione Ennio, Veronica ha il culo più rotto del mio,» disse, ridendo piano mentre io rimanevo seduta, senza fiato, la bocca aperta per il dolore acuto che mi squassava il corpo, un fremito eccitante che mi bagnava la fica nonostante tutto. Ennio approfittò di quella bocca spalancata: tirò fuori il cazzo dai pantaloni, duro e venoso, e me lo infilò dentro, «Succhia, troia, fai godere papà mentre il tuo culo si dilata per noi,» ordinò, scopandomi la gola con colpi profondi, il sapore salato del suo precum che mi riempiva la bocca mentre io leccavo avida, il dolore nel culo che si mescolava al piacere della sua cappella che mi dilatava la gola. Gemetti intorno al cazzo, le lacrime che colavano, umiliata e eccitata dal fatto che i suoceri mi usavano così, Ennio che mi sussurrava: «Brava, porca nuora, ingoia il cazzo di papà mentre mamma ti guarda, sei la nostra puttana familiare.» Venne con un grugnito, sborrandomi in bocca un fiotto caldo e denso che ingoiai avida, il sapore cremoso che mi fece fremere di un orgasmo represso.
Si sentì la porta aprirsi – Filippo che tornava. Panico rosso: rimasi immobile sulla sedia, la melanzana incastrata nel culo, un dolore costante che mi dilatava l'anello anale, facendomi sudare freddo. Teresa si mise avanti per coprirmi, sorridendo innocentemente, e invitò Ennio – che si era ricomposto in un lampo, il cazzo ancora umido della mia saliva – ad andare con Filippo in studio per vedere le carte. Io restai lì, paralizzata, la fica che pulsava per l'eccitazione mista al terrore, mentre sentivo Filippo ridere con i genitori dall'altra stanza.
Quando furono soli, Teresa mi aiutò ad alzarmi: la melanzana uscì con un pop umido, rotolando sul pavimento di legno con un tonfo sordo, lasciando il mio culo lacerato, dilatato, un dolore lancinante che mi fece gemere. Teresa sorrise, mi fece abbassare a 90 gradi sul tavolo, le mani che mi allargavano le natiche per controllare: «Guarda che buco aperto, troia di nuora,» disse, infilando la mano intera nel mio culo sfondato, dilatandomi ulteriormente con un fremito eccitante che mi fece schizzare un getto sulla sua mano. «Domani ti aspettiamo a casa nostra, saremo con un po' di amici,» sussurrò, torcendomi un capezzolo per enfatizzare, un dolore viola che mi fece ansimare.
Raccolsi la melanzana dal pavimento, le mani tremanti, e andai in cucina a posarla nel lavandino, rassettando i piatti con fatica: ogni passo era un supplizio, il culo dolorante che bruciava, dilatato oltre misura, ma quel dolore mi eccitava, mi faceva bagnare di nuovo, un fremito costante che mi ricordava quanto fossi diventata la loro troia. I suoceri se ne andarono con un sorriso malizioso verso di me, Ennio che mi sussurrò: «Domani, troia, preparati a essere dilatata da tutti.»
Per il resto della sera feci fatica a camminare, il culo lacerato che mandava fitte rosse ad ogni movimento, non riuscii nemmeno a sedermi sul divano con Filippo. Prima di raggiungere il letto, passai in bagno: mi sedetti sul bidet con l'acqua fredda che scorreva per cinque minuti, lenendo la lacerazione anale, ma quel freddo contro il calore del dolore mi eccitò ancora di più, un fremito che mi fece toccare la fica gonfia, pensando a domani. Poi andai a letto con Filippo, ancora eccitata dalla serata, dal tabù di essere stata usata dai suoceri sotto il naso di mio marito. Lui mi abbracciò, ignaro, e io lo provocai fino a farmi scopare nella fica – non nel culo, troppo dolorante – sentendo il suo cazzo piccolo rispetto a quello del suocero, ma godendo lo stesso, urlando piano mentre lui mi sborrava dentro. Ci addormentammo abbracciati, ma la mia mente era già da Ennio e Teresa, pronta per domani, per essere dilatata e umiliata di nuovo e soprattuto sborrata dentro la fica da Ennio e dai suoi amici.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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