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Gay & Bisex

Marco passivo #2


di Membro VIP di Annunci69.it Efabilandia
12.03.2026    |    40.625    |    2 9.7
"“Rilassati… così… bravo…” Quando tolse le dita mi sentii vuoto, disperato..."
Tre mesi.
Novantadue giorni da quella sera in macchina, e ancora sentivo il suo sapore fantasma sulla lingua ogni volta che chiudevo gli occhi.
Avevo provato a dimenticarlo, a tornare alla mia vita ordinata: progetti, riunioni, caffè troppo amari presi in piedi davanti al monitor. Ma era inutile. Ogni nottata in albergo, ogni trasferta, aprivo l’app con il cuore in gola sperando di trovarlo online. E quando lo vedevo – quel cerchietto verde accanto al nome “Giorgio_69” – le mani mi tremavano come la prima volta.
Gli avevo scritto due settimane prima.
Un messaggio semplice, quasi formale:
“Sarò di nuovo a Calenzano il 10 giugno. Posso passare da te?”
La risposta era arrivata dopo tre ore che mi erano sembrate tre giorni.
“Finalmente. Martedì alle 20:30 sotto casa mia. Indirizzo te lo mando alle 19:45. Non fare tardi. E non farti la sega prima, voglio trovarti carico.”
Quelle parole mi avevano tenuto sveglio per due notti di fila.
Martedì 10 giugno 2025.
Firenze era calda, umida, con quel profumo di gelsomino e asfalto surriscaldato che entra nelle narici e non va più via. Arrivai a Calenzano con venti minuti di anticipo, parcheggiai in una via laterale e rimasi in macchina a fissare il cruscotto come un idiota. Avevo la camicia già appiccicata alla schiena. Sotto i jeans indossavo slip neri aderenti, quelli che mi stringevano appena abbastanza da ricordarmi continuamente perché ero lì.
Alle 20:27 mi mandò la posizione.
Un palazzo anni ’70 in periferia, intonaco ocra sbiadito, balconi con le tende a righe. Citofonai con il dito che tremava.
“Terzo piano. Scala a destra.”
La voce era la stessa: bassa, un po’ ruvida, con quel tono che non chiedeva, ordinava.
Salii i gradini due alla volta. Ogni piano odorava diverso: sugo al pomodoro al primo, detersivo al limone al secondo, e al terzo… lui. Sandalo, tabacco stantio, un accenno di cuoio. La porta era già socchiusa.
Entrai.
L’appartamento era in penombra, solo una lampada da terra color ambra accesa in salotto. Mobili pesanti, legno scuro, un divano di pelle nera consumata. Sul tavolino una bottiglia di rosso aperta e due bicchieri. Lui era in piedi vicino alla finestra, camicia bianca sbottonata fino al petto, jeans scuri, piedi scalzi. Sessantanove anni portati da dio: capelli quasi bianchi ora, ma folti, mascella ancora forte, mani grandi con qualche macchia dell’età che stranamente mi eccitavano di più.
Mi guardò dalla testa ai piedi, lento.
“Spogliati.”
Non ci fu un “ciao”, né un “come stai”. Solo quell’ordine secco.
Iniziai a tremare mentre slacciavo i bottoni della camicia. La stoffa scivolò sulle spalle con un fruscio leggero. Poi la maglia. Poi i jeans. Rimasi in slip, il cazzo già duro che premeva contro il tessuto nero. Lui non si mosse, continuava a guardarmi.
“Anche quelli.”
Li abbassai piano. Il mio sesso schizzò fuori, teso, lucido di pre-eiaculazione. Faceva quasi male quanto era duro.
Si avvicinò. Sentii il calore del suo corpo prima ancora che mi toccasse. Mi prese il mento, mi fece alzare il viso. Le sue dita odoravano di sigaretta e di legno.
“Ti sei toccato da quella volta?”
“No… te l’avevo promesso.”
Sorrise, un sorriso obliquo e cattivo.
“Bravissimo.”
Quella parola di nuovo. Mi fece quasi venire sul posto.
Mi spinse in ginocchio lì, sul tappeto ruvido color cognac. Il pavimento era tiepido sotto le ginocchia nude. Lui si slacciò i jeans senza fretta. Quando lo tirò fuori era già semi-eretto, pesante, venoso, con quella leggera curvatura verso l’alto che ricordavo fin troppo bene.
“Aprila.”
Obbedii. Lingua fuori, labbra morbide. Lui entrò piano, solo la cappella prima, poi un po’ di più. Il sapore era più intenso stavolta: salato, muschiato, con un retrogusto di pelle calda e di maschio maturo. Gemetti intorno a lui senza volerlo.
Mi lasciò succhiare per qualche minuto, tenendomi i capelli con una presa ferma ma non brutale. Poi si ritrasse di colpo.
“Alzati. Andiamo in camera da letto.”
Mi prese per un polso e mi trascinò. La stanza era più buia: tende pesanti tirate, solo la luce arancione di un abat-jour. Un letto matrimoniale con lenzuola grigie stropicciate. Sul comodino un tubetto di lubrificante e un preservativo ancora chiuso.
Mi fece sdraiare a pancia in giù.
Il materasso odorava di lui, di notti passate, di lenzuola che non venivano cambiate tutti i giorni. Mi allargò le gambe con le ginocchia. Sentii il materasso abbassarsi quando si mise dietro di me.
Le sue mani grandi mi aprirono le natiche. Esposto. Vulnerabile. Il cuore mi martellava nelle orecchie.
Sentii il click del tappo del lubrificante. Poi il freddo improvviso del gel che colava tra le natiche, seguito dal calore delle sue dita. Una, poi due. Lente, pazienti, ma decise. Mi allargava con calma, ruotando, spingendo. Ogni tanto arrivava un bruciore acuto che subito si scioglieva in piacere. Gemevo nel cuscino, le lenzuola strette tra i denti.
“Rilassati… così… bravo…”
Quando tolse le dita mi sentii vuoto, disperato.
Poi arrivò lui. La cappella grossa, bollente, che premeva contro l’anello. Spingeva piano, senza forzare troppo. Io spingevo indietro d’istinto, ansimando.
Entrò.
Lentamente. Centimetro dopo centimetro. Il bruciore si mescolava a una pienezza assurda, quasi insopportabile. Quando fu tutto dentro – le palle contro le mie, il suo pube ruvido contro la mia pelle – emisi un suono che non sapevo di poter fare: un lamento lungo, spezzato, quasi un pianto.
Rimase fermo un attimo, lasciandomi sentire tutto: il battito del suo cazzo dentro di me, il modo in cui le mie pareti lo stringevano, il calore che si irradiava dal basso ventre fino alla punta dei piedi.
Poi iniziò a muoversi.
Prima lento, uscite quasi complete e poi rientrate profonde. Ogni spinta mi strappava un gemito. Il rumore della pelle contro pelle, umido, ritmico. Il letto che cigolava piano. Il suo respiro che diventava sempre più pesante sopra di me.
Aumentò il ritmo.
Mi prese per i fianchi, dita che affondavano nella carne. Mi scopava con forza ora, ma controllata. Ogni colpo arrivava fino in fondo, colpendo quel punto che mi faceva vedere lampi bianchi dietro le palpebre. Il cazzo mi colava sul lenzuolo, durissimo, intoccato.
“Dimmi cosa sei.”
La voce roca, spezzata dal piacere.
“La tua… puttana…” sussurrai, la faccia affondata nel cuscino.
“Più forte.”
“Sono la tua puttana… Giorgio… scopami… per favore…”
Rise piano, un suono trionfante.
Mi girò di colpo sulla schiena, mi sollevò le gambe sulle sue spalle. Rientrò con una spinta secca. Da questa posizione lo vedevo: il petto che si alzava e abbassava, il sudore che gli colava sul collo, gli occhi chiari fissi nei miei.
Mi masturbò mentre mi scopava. Mano grande, callosa, che avvolgeva completamente il mio cazzo. Pochi colpi e stavo già tremando.
“Vieni mentre ti riempio.”
Non riuscii a resistere.
L’orgasmo mi attraversò come un’onda anomala: schizzi caldi che mi finirono sul petto, sul mento, mentre il mio buco si contraeva spasmodicamente intorno a lui. Urlai, letteralmente.
Lui accelerò ancora, grugnendo.
Poi si irrigidì. Sentii il suo cazzo pulsare dentro di me, una, due, tre volte. Caldo. Tantissimo calore che si spandeva. Gemette a lungo, profondo, tenendomi le cosce strette contro di sé finché non finì.
Quando uscì sentii il suo sperma colare fuori, caldo e denso, lungo l’interno delle cosce. Rimasi lì, ansimante, le gambe molli, il corpo bagnato di sudore, di lubrificante, di noi.
Si sdraiò accanto a me. Mi tirò a sé, il braccio pesante sul mio petto.
Respiravamo insieme, piano.
Dopo un po’ mi sussurrò all’orecchio:
“La prossima volta ti lego. E ti tengo tutta la notte.”
Annuii contro il suo collo, incapace di parlare.
Sapevo già che sarei tornato.
Ancora. E ancora.
Perché ora non era più solo desiderio.
Era bisogno.

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