tradimenti
Lara: Una notte di abbandono
Efabilandia
02.09.2025 |
19.961 |
2
"Sono entrata in casa in silenzio, chiudendo piano la porta dietro di me, mentre nell’ombra lui dormiva pacificamente, come l’avevo immaginato, ignaro, con il viso rilassato, quasi tenero..."
Ho vergogna, davvero, non sono fiera dei rischi, in tutti i sensi, che ho corso quella notte. Solo a ripensarci, mi sento a disagio… È ridicolo, però. Non è stata nemmeno una grande lite. Una battuta secca durante la cena, una mia risposta un po’ troppo tagliente… e poi quel silenzio. Quel dannato silenzio glaciale tra noi, ancora una volta. Lui ha preso il suo piatto ed è andato a mangiare in salotto, come fa sempre quando tiene il broncio. E io sono rimasta lì, immobile, sola, ribollente di rabbia. Non ci sono state urla, né scenate. Solo quella sensazione crudele di essere diventata trasparente. Inutile. Dimenticata. Così ho fatto ciò che non avrei mai pensato di fare. Ho fatto la doccia, mi sono truccata più pesantemente del solito, ho indossato una gonna nera corta, senza mutandine, una camicetta bianca troppo leggera, senza reggiseno. Tacchi. Rossetto. Profumo su tutto il corpo. E sono uscita. Sono andata in un bar che conoscevo un po’… Uno di quei posti con una reputazione un po’ ambigua, non proprio squallido, ma neanche elegante. Un bar frequentato soprattutto da camionisti di passaggio, uomini soli, stanchi, con occhi che dicono tutto. Non troppo chic, non troppo squallido. Giusto il livello di discrezione e di sguardi pesanti, a volte quasi indecenti. Quella sera ero l’unica donna presente. Nell’oscurità del locale, mi sono seduta al bancone e ho ordinato un drink. Poi un altro. E poi altri ancora. Fino a quando la testa ha iniziato a girarmi, le guance si sono scaldate e mi sono sentita decisamente brilla. Il primo si è avvicinato senza dire una parola, come se sapesse già perché ero lì, cosa volevo, cosa ero pronta a offrire. Si è seduto sullo sgabello accanto al mio, senza guardarmi, ma abbastanza vicino da rendere la tensione palpabile. La sua mano si è posata sulla mia coscia nuda, calda, con una lentezza calcolata, autoritaria. Non ha chiesto nulla. Non ha esitato. Le sue dita hanno accarezzato la mia pelle con una dolcezza quasi crudele, tracciando lenti cerchi pigri, sfiorando l’interno della mia coscia finché le mie gambe non si sono aperte da sole, come un invito silenzioso. Ha sorriso. Quel sorriso silenzioso, sicuro di sé, quasi beffardo. Poi, il suo dito si è insinuato tra le mie labbra intime, con un gesto preciso, esperto. La mia peluria abbondante sembrava averlo sorpreso, ma non disturbato. La mia fessura era già bagnata, gonfia, pronta, e lui l’ha percepito subito. Ha affondato un dito, profondamente, senza delicatezza, per poi ritirarlo lentamente, ricoprendolo dei miei fluidi. Ha ricominciato, più lentamente questa volta, esplorando ogni angolo, ogni fremito, come se volesse insegnarmi qualcosa su me stessa. Ha trovato il mio punto sensibile quasi immediatamente e lì ha giocato, con una precisione che mi ha fatto inarcare la schiena, mordermi le labbra, trattenere un gemito.
Tutti quegli uomini nel bar mi divoravano con gli occhi, e i loro sguardi non facevano che amplificare l’eccitazione di ciò che stava accadendo. Il suo pollice ha iniziato a strofinare il mio clitoride, con cerchi lenti e insistenti, mentre due delle sue dita si insinuavano dentro di me, aprendosi, pulsando. Il mio corpo reagiva nonostante me, tradito da un piacere crudo, animale, che mi travolgeva. Non dicevo nulla. Mi lasciavo fare. E in quel momento preciso, spalancata, offerta, invasa, mi sentivo come una puttana. Come una troia. E mi piaceva da morire. Si è alzato dopo qualche minuto, il tempo per me di bere un altro drink, e un altro sconosciuto ha preso il suo posto. Stessi gesti. Stesso silenzio. Credo che si passassero la parola. Venivano uno dopo l’altro, mi toccavano senza ritegno, a volte con due, a volte con tre dita, a volte dentro di me, a volte sul mio clitoride gonfio. Ero il loro oggetto. E io mi bagnavo come una puttana. Quando uno di loro mi ha preso per mano per portarmi verso i bagni in fondo, non ho esitato un secondo. Non mi ha parlato. Mi ha solo trascinata, come si conduce una ragazza che si sa già consenziente. Là, nello spazio umido e angusto della cabina, mi ha sbattuta contro il muro, poi mi ha spinta in ginocchio. Ho sentito il pavimento freddo sotto le mie gambe nude, il suo respiro pesante sopra di me. Ha tirato fuori il suo cazzo, già duro, spesso, e l’ha posato contro le mie labbra socchiuse. L’ho preso in bocca di colpo, profondamente, fino a farmi salire le lacrime agli occhi. L’ho succhiato con rabbia, come una famelica, come se avessi aspettato questo per tutta la sera. Lui gemeva, forte, in modo brutale. Le sue mani afferravano i miei capelli, imponendomi il suo ritmo. Ero sua, lì, in ginocchio, offerta, sporca, e mi piaceva da morire. Quando è venuto, è stato senza preavviso, in profondità, brutalmente. Il suo calore è scivolato in fondo alla mia gola. Ho ingoiato tutto. Senza una parola. Con un desiderio quasi vergognoso. Camminavo a malapena dritta quando sono uscita dal bagno. Le gambe tremanti, il fiato corto, e tra le cosce… quell’umidità calda, densa. I miei peli, scuri, folti, incollati dal mio stesso fluido. Ero bagnata, lucida, offerta. Due tizi mi aspettavano lì, appoggiati al muro del corridoio, con gli occhi fissi su di me come su una preda. Sapevano. Sentivano cosa ero diventata. Uno mi ha afferrata senza dire una parola, mi ha girata bruscamente contro il muro, ha sollevato la mia gonna con un gesto secco. Le sue dita hanno sfiorato i miei peli, sono scivolate tra le mie labbra lucide, e mi ha presa di colpo, in modo profondo, animale. Il mio corpo si è inarcato, teso, inchiodato dalla violenza del movimento. Mentre mi scopava, l’altro si è avvicinato, con il cazzo eretto. L’ha posato contro la mia bocca. Ho aperto le labbra e l’ho ingoiato immediatamente, come se ne morissi dalla voglia. Ero intrappolata tra loro, stretta, usata, penetrata ovunque contemporaneamente, ed era esattamente ciò che volevo. Ciò che ero venuta a cercare. Niente dolcezza. Niente parole tenere. Solo i loro corpi, i loro cazzi, le loro mani su di me. Ero la loro cosa, il loro buco, la loro puttana. Non più una moglie, una donna perbene. Ero una troia. La loro troia. E più mi prendevano, più mi inebriava. Mi hanno trascinata di nuovo nei bagni, mi hanno piegata a quattro zampe sul pavimento sporco, senza riguardo. La gonna sollevata, le natiche offerte, si sono alternati per scoparmi come una cagna. Uno mi teneva per i fianchi e mi sbatteva, l’altro mi schiaffeggiava, mi insultava — “troia”, “cagna”, “puttana” — e io rispondevo con gemiti soffocati, lo sguardo perso, dilatato dal piacere. Ne volevo ancora. Volevo che mi distruggessero, che mi facessero male, che mi possedessero fino a spegnermi. Quando uno di loro ha sputato sulle mie natiche, il gesto mi ha elettrizzata. Mi sono girata, con lo sguardo febbrile, la bocca socchiusa. Ero fradicia. Letteralmente gocciolante. Mi ha infilato un pollice nel culo, molto profondamente. Il mio fluido scorreva lungo le mie cosce. Ogni colpo di reni mi strappava un brivido. Ero in fiamme. Vibrante. Viva.
E poi sono venuti. Uno si è aggrappato ai miei fianchi, le sue dita affondate nella mia carne, e con un rantolo gutturale ha scaricato violentemente sulle mie natiche, calde, arrossate dalle loro mani, dai loro morsi, dai loro schiaffi. Lo sperma è schizzato in lunghi getti densi, caldi, appiccicosi, che sono scivolati tra le mie cosce, fino alla mia vulva ancora aperta, offerta, tremante. L’altro si è avvicinato al mio viso, tenendo saldamente il suo cazzo gonfio, e mi ha spruzzato senza preavviso. Il suo sperma è esploso sulla mia fronte, sulle mie palpebre, nei miei capelli, e un getto più denso si è incollato alla mia guancia prima di scivolare fino al mio labbro inferiore. Ho chiuso gli occhi, con il fiato corto, mentre il loro seme mi ricopriva, mi marchiava. Se ne sono andati e mi hanno lasciata lì, in ginocchio, sola, nuda, ansimante, macchiata dei loro fluidi. La schiena grondante, le natiche lucide, i capelli incollati, il cuore che batteva all’impazzata. Il pavimento era freddo sotto le mie ginocchia, ma non sentivo nient’altro se non il peso del loro sperma sulla mia pelle. Ero il loro giocattolo, la loro troia, il loro recipiente. E non avevo mai provato qualcosa di così potente. Così vero. Quella sera, tutto è cambiato. Tutto questo per una stupida lite, quasi nulla… Ma ero al confine. Soffocavo. Avevo bisogno di esistere, di sentire che ero ancora viva, vibrante, desiderata. E per esistere, mi è bastato lasciar cadere quella maschera che indossavo da troppo tempo. Diventare ciò che reprimevo, ciò che temevo… una donna senza limiti. Una donna libera. Avrei potuto rientrare dopo. Rialzarmi, pulirmi il viso, la gonna, rimettere un po’ d’ordine. Riprendere il mio ruolo. Lui probabilmente dormiva già. Non avrebbe visto nulla. Non avrebbe saputo nulla. Avrei potuto fare finta di niente. Ma dentro di me, tutto era cambiato. E questo, persino lui l’avrebbe percepito. Ma non avevo finito. Ero in fiamme, e in fondo a me, avevo questa strana sensazione… che tutto ciò che facevo, lo facevo per punirlo. Come se lui potesse sentirlo, anche nel sonno. Come se, lasciandomi perdere tra le mani di sconosciuti, gli urlassi: Guarda cosa lasci andare… Guarda cosa trascuri… E l’alcol non mi aiutava a ragionare. Sono tornata al bar. Ancora. Il whisky mi scaldava la gola, i bicchieri si susseguivano senza che li contassi davvero. Ero ubriaca. Le guance in fiamme, la testa leggera, il corpo intorpidito dal desiderio e dall’alcol mescolati. Barcollavo un po’ sui tacchi, ma dentro, bruciavo. Bastava uno sguardo, un gesto. E lui è arrivato. Un uomo. Più anziano. Silenzioso. Mi ha fissata per qualche secondo, senza imbarazzo, senza ritegno. Il suo sguardo non era una domanda, era un ordine. E quando mi ha proposto di seguirlo nella sua macchina, ho annuito. Senza nemmeno chiedere il suo nome. Senza riflettere. Ero già sua. Mi ha aperto la portiera con un freddo quasi solenne. Sono scivolata dentro come un automa offerto. Le mie cosce nude sotto la gonna, il fiato corto, i pensieri confusi. Non ha parlato. Ha solo guidato. Lontano dal rumore, dalle luci, verso un posto sperduto, abbandonato, squallido. Un vecchio terreno abbandonato. Nero, silenzioso, perfetto. Ha spento il motore. Il silenzio nell’abitacolo era denso, teso. Sentivo il mio cuore battere forte nel petto, e le mie gambe aprirsi da sole. Non ero altro che un corpo ardente, una troia ubriaca pronta a tutto, offerta a uno sconosciuto di cui non sapevo nulla. Ed era esattamente ciò che volevo. — Cosa vuoi? — ho sussurrato, con la voce un po’ roca, impastata dall’alcol, gli occhi annebbiati dal desiderio e dal turbamento. Ha sorriso, tranquillo, sicuro di sé. — Quello che sei pronta a dare. Ho sentito quella frase attraversarmi, accendere qualcosa di sporco, di profondo. Non ho detto nulla. Mi sono chinata verso di lui, le mani un po’ tremanti tra l’ubriachezza e l’urgenza, e ho aperto la sua cerniera con un gesto preciso. Il suo cazzo si è liberato nella mia mano, caldo, spesso, già teso, pulsante. Il mio ventre si è contratto dalla fame. L’ho preso in bocca lentamente, quasi solennemente, come un’offerta. Le mie labbra si sono chiuse attorno a lui, e ho gemuto ai primi centimetri, il sapore della sua pelle contro la mia lingua, il peso del suo membro sulla mia lingua. Volevo che sentisse tutto. La mia rabbia. La mia furia. La mia fame. Il mio tradimento. Ogni movimento della testa era uno schiaffo dato con la bocca. Succhiavo forte, spingendomi più in profondità a ogni movimento, ingoiandolo con un’avidità che mi bruciava la gola, il cuore, il ventre. Sentivo le sue dita stringersi nei miei capelli, tirare un po’, impormi un ritmo più brutale, più sporco. E mi piaceva da morire. Lo succhiavo come se la mia vita dipendesse da questo, con gli occhi chiusi, la gola offerta, le guance incavate. Volevo che mi sentisse vibrare contro di lui. Non ha più aspettato. Con un gesto brusco, mi ha afferrata per il braccio e mi ha strappata dall’abitacolo, come una preda. Ho avuto a malapena il tempo di riprendere fiato che mi aveva già sbattuta contro il cofano ancora tiepido della macchina. Il metallo sotto la mia pelle nuda mi bruciava e mi gelava allo stesso tempo. La mia gonna era sollevata così in alto che non nascondeva più nulla, e lui non ha esitato un secondo. Mi ha piegata sul cofano, le mani appoggiate sulla lamiera sporca, e con un colpo secco si è infilato in me. L’ho sentito riempirmi con un unico gesto, brutale, animale, senza preavviso. Il mio grido si è soffocato contro il cofano. Mi teneva saldamente per i fianchi, afferrandomi come se volesse spezzarmi. Ogni colpo di reni mi faceva scivolare un po’ più avanti, i miei seni nudi che dondolavano sotto di me, il mio ventre schiacciato contro il metallo, ansimante, offerta, esposta. Il suono della sua carne che sbatteva contro le mie natiche risuonava nell’aria densa, quasi osceno. E poi mi ha tirata indietro, mi ha girata senza delicatezza. Mi sono ritrovata seduta sul cofano, le cosce divaricate, le gambe tremanti. Ha afferrato le mie caviglie, le ha sollevate, divaricate ancora di più, e mi ha presa di fronte, con gli occhi piantati nei miei, senza una parola. La mia schiena si strappava dal cofano a ogni colpo, i miei gemiti si perdevano nella notte, tra i cigolii del metallo e i suoi rantoli animaleschi. Le sue mani scivolavano ovunque, sulla mia gola, sui miei seni, tra le mie cosce, possessive, sporche, furiose. Ero lì, offerta sul cofano di una macchina, ubriaca, ardente, scossa, scopata come una cosa, e godevo a ogni penetrazione più violenta della precedente, a ogni secondo di quella vergogna esplosiva. Ero la sua troia. E mi prendeva come tale, senza fine, senza dolcezza. Solo corpi, rabbia, sperma, notte. Quando è venuto, è stato ancora dentro di me. Con un unico colpo, brutale, profondo, con una potenza animale che mi ha strappato un grido rauco. Il suo cazzo ha pulsato forte, a lungo, e ho sentito il suo sperma schizzare dentro di me, bruciante, denso, in ondate successive. Scaricava come se volesse riempirmi fino a farmi esplodere, fino a marchiare ogni piega del mio ventre con il suo seme. E mi piaceva da morire. Ne avevo bisogno. Quella violenza. Quell’abbandono totale. Quella possessione senza parole. Non ho detto nulla. Sono rimasta lì, sdraiata sul cofano, nuda, sporca, con il fiato corto, la pelle tremante. Le gambe aperte, spalancate, offerte. E sentivo ancora il suo sperma scorrere lentamente fuori di me, caldo, pesante, appiccicoso. Gocciolava tra le mie cosce, scivolava sulla mia pelle, si incollava all’interno delle mie cosce in una scia indecente. Mi sentivo svuotata, piena fino a scoppiare, consumata da un calore crudo e da quella vita estranea che aveva piantato in fondo a me come una detonazione. Ero marchiata, in superficie e in profondità. Non avevo mai goduto così violentemente di quella sozzura. Un impulso irrefrenabile mi ha spinta a urinare lì, sul suo cofano, nella posizione in cui mi aveva lasciata. Il flusso caldo scivolava lungo le mie gambe, scorreva sulla carrozzeria, fino a perdersi sul terreno. Senza dire una parola, ha tirato su i pantaloni, chiuso la cerniera, poi, con voce secca, mi ha detto: — Sparisci. Ero ancora scossa, tremante, la mente svuotata, incapace di pensare. Le mie gambe cedevano, intorpidite dalla brutalità di ciò che mi aveva appena fatto. Sono scesa dal cofano barcollando, a piedi nudi nella terra umida sporcata dal mio urina, le cosce ancora appiccicose del suo sperma. Ero persa, disorientata, il corpo marchiato, sporco, offerto. Il motore ha ruggito, la macchina è indietreggiata con un unico scatto, senza la minima esitazione. In pochi secondi, i suoi fari sono stati inghiottiti dalla notte. Ho barcollato, lasciata lì, sola, con l’alcol che mi ronzava ancora nelle tempie, incapace di sapere se stessi sognando o se tutto fosse davvero accaduto. Intorno a me, nulla. Non una casa. Non una luce. Solo quel terreno abbandonato, quella terra di nessuno fatta di polvere, erba alta e notte fredda. Il silenzio è calato all’improvviso, pesante, gelido. E io, in piedi, nuda sotto la gonna sollevata, i capelli in disordine, sporca fino al ventre, barcollavo, ubriaca, persa, incapace di dire dove fossi, né come fossi arrivata lì. Abbandonata. Buttata via. Come una troia che era stata presa, svuotata, poi dimenticata. Ho iniziato a camminare lungo la strada, a piedi nudi, perché avevo perso le scarpe da qualche parte in quel caos notturno. I miei passi nudi schiacciavano dolcemente la polvere e i detriti sull’asfalto, in contrasto con il ticchettio spensierato che un tempo immaginavo dietro i miei tacchi. I capelli in disordine e il trucco ormai colato si mescolavano al bagliore pallido di un lampione lontano. Facevo l’autostop, persa nei miei pensieri confusi, oscillando tra il desiderio di tornare a casa e l’impulso irrefrenabile di lasciarmi portare ancora più lontano in quella notte incerta. Dopo qualche minuto, un enorme camion bianco si è avvicinato, i suoi fari che tagliavano l’oscurità. Il camionista, un uomo sulla cinquantina con il cranio rasato e un’aria rilassata, ha abbassato il finestrino con un gesto tranquillo. — Dove vai? — ha chiesto con una voce grave e posata. Ero coperta di vergogna, offerta alla notte come una preda marchiata, il corpo ancora tremante, il sesso vibrante per essere stato posseduto così brutalmente. Il mio odore mi saliva al naso, un misto di sudore, desiderio e sozzura. I miei vestiti sgualciti, fuori posto, dicevano tutto senza bisogno di parlare. Eppure, con una voce esitante, ho mormorato il nome del mio villaggio. Non ha risposto. Solo un cenno secco verso la cabina del suo mostro d’acciaio. Una bestia ruggente di metallo e olio, rude e poderosa, come lui. E in quel gesto silenzioso, c’era la promessa di un secondo round… una fuga cruda, selvaggia, nel cuore di una notte che non voleva finire. Il viaggio è stato silenzioso, carico di un desiderio muto e di attese ardenti. Mi lanciava sguardi posseduti, lasciando trasparire che il mio stato, visibilmente scopata, sottomessa, offerta, sporca, non aveva bisogno di parole per essere confermato. Arrivati in un luogo isolato, senza anima viva nei dintorni, ha parcheggiato discretamente. Il suo camion massiccio, rombante di potenza, si è fermato accanto alla sua grande cuccetta sul retro, quel piccolo bozzolo oscuro che prometteva ben più di un semplice riposo. Prima che potessi sperare in una qualsiasi via di fuga, si è fermato di colpo, girandosi verso di me con quell’assicurazione implacabile che mi disarmava ogni volta. Con un soffio autoritario, mi ha ordinato, con un tono che mescolava orgoglio e dominazione: — Ringraziami. Quelle parole sono risuonate in me con la gravità di un ordine assoluto, sottolineando ancora di più l’abbandono completo in cui ero sprofondata.
Senza attendere risposta, una febbre ardente montava in me, irrefrenabile, divorante. Le mie dita, tremanti di desiderio, si sono messe a sbottonare i suoi pantaloni. Appena liberato, il suo cazzo emanava un odore acre, virile, che mi ha colpita in pieno, un misto crudo, animale, di un sesso caldo. Il mio ventre si è contratto dal desiderio. Ci ho tuffato la lingua con un’avidità quasi sacra, assaporando il gusto intenso della sua pelle, denso, muschiato, inebriante.
Ogni movimento della mia bocca era un omaggio al vizio, un’offerta lasciva. Lo ingoiavo profondamente, lentamente, in una danza ritmata e calcolata, la mia saliva che scorreva lungo il suo membro. La mia foga si esprimeva in ogni gemito soffocato, ogni va-e-vieni pieno di devozione perversa. Volevo che sentisse quanto fossi sua. Ansimava, la sua mano che stringeva saldamente la mia testa, guidando i miei movimenti con un ritmo brutale, ipnotico, quasi magnetico. Poi, con un gesto improvvisamente più tenero, ha allentato la pressione e mi ha fatta scivolare verso il retro, trascinandomi nella sua cuccetta. Lì, in quello spazio stretto e caldo, il cuore stesso della sua cabina, tutto sembrava impregnato della sua presenza. L’aria era satura di un odore forte, denso — un misto di sudore, cuoio consumato, tabacco freddo e, soprattutto, il muschio crudo del suo sesso. Le lenzuola ruvide portavano i segni di amplessi passati: aloni scuri, tracce secche di sperma, ricordi muti di solitudini agitate o di conquiste anonime. Quel tugurio era un nido di vizio, un santuario osceno, crudo e senza fronzoli. E io, lì, in mezzo a quell’atmosfera carica, mi sentivo scivolare in una febbre ancora più folle. L’eccitazione mi consumava, mi infiammava, mi liberava da ogni freno. Ero pronta a tutto, catturata da quel desiderio senza limiti, pronta a perdermi completamente in quel calore appiccicoso e animale.
Mi sono ritrovata sdraiata su di lui, cavalcandolo con un’intensità ardente, pronta a ribaltare il passato della mia sottomissione e a prendere il controllo del mio desiderio. In quella rivolta ultima, per me uno schiaffo a tutto ciò che avevo conosciuto, ho deciso di andare ancora oltre. Nel mezzo di quell’abbandono, mi sono messa a quattro zampe, lo sguardo folle di provocazione, e con voce roca ho sussurrato: — Scopami il culo. A quelle parole, i suoi occhi si sono riempiti di una gioia cruda, e ha liberato tutta la sua foga. Ha sputato nella mia fessura prima di forzare lentamente l’ultimo tabù che mi restava. Ho lasciato sfuggire un grido, un misto di dolore, piacere ed eccitazione pura, mentre le mie dita si aggrappavano disperatamente alla coperta consumata. Mi ha presa fino in fondo, riempiendomi con una forza brutale che mi ha strappato un orgasmo di una violenza inaudita. Ogni colpo di reni colpiva in profondità, secco, preciso, animale. Le mie dita non si fermavano — passavo dal mio clitoride alle sue palle, pesanti, tese, pronte a esplodere. Il mio corpo urlava, i miei gemiti si mescolavano a lamenti rauchi di piacere e dolore, un caos di sensazioni che non controllavo più. E più gridavo, più mi sbatteva, come se volesse spezzarmi dall’interno. E poi si è fermato, profondamente ancorato in me. Con un rantolo selvaggio, è venuto, in profondità, intensamente, riversando in me getti brucianti che sentivo pulsare contro le pareti più segrete del mio corpo. Lo volevo ancora, non volevo che finisse. Avevo dato tutto, fino a lasciare che prendesse ciò che avevo di più intimo. Quando tutto si è calmato, sono rimasta lì, ansimante, il corpo a pezzi, tremante, gocciolante del suo seme, svuotata fino all’anima. Ma appagata. Straziata e marchiata da quell’abbraccio selvaggio, indelebile, come una bruciatura deliziosa che non volevo assolutamente cancellare. Mi sono lasciata cadere nella sua cuccetta, umida, impregnata di un forte odore di sudore e sesso, come se ogni fibra del materasso portasse le tracce di altri corpi, di altre notti. L’esaurimento mi ha inghiottita per un istante, e credo di essermi assopita, avvolta in quel misto appiccicoso di calore e sozzura. Poi, senza una parola, ha rimesso in moto il camion. Implacabile, mi ha portata attraverso la notte nera, divorando i chilometri fino al mio villaggio. Ero lì, sdraiata, immobilizzata su quelle lenzuola sporche, il corpo ancora pulsante delle tracce del suo passaggio, ogni sobbalzo del motore che risvegliava un dolore sordo, intimo.
Quando il camion si è finalmente fermato, al confine del mio villaggio, non ha detto nulla. Il suo sguardo, glaciale, mi ha trapassata come una lama. Ho dovuto alzarmi, barcollante, a piedi nudi sull’asfalto freddo, nuda sotto il morso della notte. Il mio corpo era offerto all’oscurità, e tra le mie cosce, lungo le mie natiche, il mio ano ancora lucido dei suoi resti, prova cruda, inconfutabile, di un atto brutale e indimenticabile. Ero marchiata. Definitivamente. Ogni passo verso casa mia era una lotta contro la tempesta interiore che ruggiva in me. Sono entrata in casa in silenzio, chiudendo piano la porta dietro di me, mentre nell’ombra lui dormiva pacificamente, come l’avevo immaginato, ignaro, con il viso rilassato, quasi tenero. Ma io, portavo dentro di me il tumulto di una passione scatenata, una furia viscerale che trasformava il mio dolore in un’esaltazione primordiale. Marchiata, sporca, svuotata, ero una tempesta irresistibile, libera nell’ombra di quella notte infernale. Ho tolto i tacchi, lasciato cadere la camicetta sporca sul pavimento. La gonna era sollevata, incollata ai miei fianchi. Il mio sesso era ancora gocciolante, i miei peli tutti appiccicati. Un misto denso e sporco di tutto ciò che avevo preso quella notte: dita, bocche, cazzi, sperma… Ero il ricettacolo di più uomini, e volevo che lui lo sentisse. Che ne assaporasse la minima traccia. L’ho raggiunto a letto. Dormiva sulla schiena, la bocca leggermente socchiusa. Mi sono messa sopra di lui, guidata da un’audacia sfrenata. Nel silenzio del nostro gioco brutale, ho abbassato lentamente il bacino fino a posare la mia fica sporca contro il suo viso addormentato. In quell’istante, l’ebbrezza della notte e l’eccitazione della trasgressione si mescolavano in me, trascinandomi in un ultimo abbandono. Le sue palpebre si sono mosse appena, socchiuse, e subito una febbre brutale mi ha invasa. Ho stretto le cosce intorno al suo viso con una forza famelica, intrappolandolo nell’umidità appiccicosa del mio sesso sporco. Le mie mani hanno afferrato i suoi capelli con rabbia, costringendolo a restare lì, a respirare, ad assaporare, ad arrendersi a ciò che ero diventata. Un misto inebriante si sprigionava da me, l’odore pesante del sudore, della mia eccitazione animale, dello sperma ancora tiepido mescolato ai miei fluidi, e quella traccia acida di urina, che segnava il mio corpo come una sozzura volontaria, rivendicata. Era crudo, osceno, e ne ero ubriaca. Con una voce grave, vibrante di desiderio e dominazione, ho sussurrato, ansimante: — Assaggiami… senti cosa hai lasciato scorrere dentro di me… Poi, con lo sguardo fisso nel suo, ho premuto il mio basso ventre. Un flusso caldo, denso, è sgorgato, scorrendo tra le mie labbra intime, riversandosi nella sua bocca aperta, costringendolo a ingoiare quel cocktail ardente di sperma, fluido e vergogna. La mia sfida era totale. Lo costringevo ad assorbire tutto ciò che quella notte aveva inciso in me. Il calore denso dello sperma di tutti quegli sconosciuti ha iniziato a fluire abbondantemente, sgorgando dal mio vagina in un flusso viscoso, mescolandosi al seme che colava ancora dal mio ano, creando una rete scivolosa sulla mia pelle. Lui, catturato da quello spettacolo di depravazione, non ha resistito all’istinto: leccava avidamente, ingoiando ogni goccia di quella marea carnale con una precisione felina, come se volesse impregnarsi di ogni traccia, di ogni ricordo di quella notte proibita. Dopo essermi svuotata sul suo viso in un ultimo sussulto di piacere, dopo aver goduto ancora, un’altra volta, come un grido nella notte, mi sono alzata, barcollante. Il mio corpo era al limite, tremante, appiccicoso, marchiato fino al profondo dell’anima. L’odore acre di sesso, sudore, urina e sperma mi aderiva alla pelle come una seconda carne. In bagno, ho aperto l’acqua calda al massimo. Sotto la cascata bollente, mi sono lavata a lungo, lentamente, come se potessi cancellare le tracce di quella notte, spogliarmene, purificarmi. Ogni gesto era pesante, quasi doloroso, eppure necessario. Avevo bisogno di ritrovare un po’ di me in quel corpo devastato. Poi sono andata in camera, nuda, ancora umida. Mi sono sdraiata sul letto, le lenzuola fresche contro la mia pelle a vivo. Il mio corpo doleva, tra le cosce, nel ventre, ovunque le mani, le bocche, i diversi cazzi avessero lasciato il loro segno. Era un dolore sordo, profondo, ma stranamente calmante. Ed è in quella stanchezza estrema, con il sesso ancora pulsante, la mente svuotata, che le mie palpebre si sono chiuse. Mi sono addormentata, nuda, spezzata… e stranamente intera.
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