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incesto

Veronica Segreti in Famiglia #15


di Membro VIP di Annunci69.it Efabilandia
30.04.2026    |    15.837    |    5 9.9
"Gemetti forte, il viso premuto sul cuscino, mentre il mio culo stringeva e rilasciava il suo cazzo..."
Dopo quattro ore di viaggio l’auto di papà rallentò dolcemente e si fermò nel piccolo parcheggio di pietra. Assisi si apriva davanti a noi come un quadro antico, sospeso nel tempo. Non ero mai stata qui. Non mi aspettavo niente del genere. Le strade di pietra rosa, i vicoli stretti che salivano verso la Basilica di San Francesco, il silenzio rotto solo dal suono lontano delle campane. L’aria era diversa: profumava di incenso, di pane appena sfornato, di erbe aromatiche e di pietra antica scaldata dal sole di ottobre. Un luogo sacro, quasi sospeso tra cielo e terra.
Papà spense il motore e mi guardò. I suoi occhi castani erano pieni di un amore così profondo che mi tolse il fiato. Non pensavo più al sesso in quel momento. Il mio cuore batteva forte per un sentimento che cresceva ogni giorno di più, un amore vero, carnale, proibito ma purissimo per me.
«Siamo arrivati, amore mio» disse piano.
Scesi dall’auto e restai ferma a guardare tutto. La luce dorata del pomeriggio accarezzava i muri medievali, le facciate di pietra, le finestre ogivali. Mi sentivo piccola e immensa allo stesso tempo. Papà mi prese la mano. Le nostre dita si intrecciarono naturalmente. Camminammo così, mano nella mano, per le strade di Assisi, senza vergogna, senza nascondersi. Per la gente eravamo padre e figlia. Per noi eravamo amanti. Il contrasto tra la religiosità del luogo e il nostro amore incestuoso mi riempiva di un’emozione strana, profonda, quasi sacra. Non era peccato. Era la nostra etica personale, il nostro amore che superava ogni morale sociale.
Ci baciammo dolcemente sotto un arco di pietra, un bacio lento, tenero, con le labbra che si sfioravano e le lingue che si cercavano piano. Poi decidemmo di andare prima a mangiare. Era ora di pranzo.
Il ristorante tipico nella piazza principale aveva tavolini all’aperto, sotto gli archi di pietra. Ordinammo tortelli al tartufo, carne alla brace e vino rosso umbro. Mentre mangiavamo, ci guardavamo negli occhi, ci baciavamo sopra il tavolo, incuranti degli sguardi discreti degli altri avventori. Il sole caldo ci accarezzava la pelle, il vento leggero portava l’odore di incenso dalla Basilica vicina. Ero felice. Profondamente, stupidamente felice.
Finito di pranzare camminammo di nuovo mano nella mano verso il B&B. Era un antico palazzo di pietra medievale, con muri spessi e irregolari, archi a tutto sesto, finestre ogivali e un portone di legno massiccio. La signora del check-in, una donna gentile di mezza età, ci accolse con un sorriso. Quando vide la differenza di età tra me e papà, il suo sguardo si fece perplesso, quasi volesse chiedere qualcosa. Ma poi ci vide baciarci a stampo sulle labbra, con naturalezza e amore, e non disse nulla. Ci diede le chiavi e se ne andò discreta.
Appena la porta della stanza si chiuse alle nostre spalle, il nostro bacio diventò intenso, profondo, affamato. Le nostre mani si esplorarono con urgenza. Papà mi infilò una mano sotto il vestitino dorato e mi toccò tra le gambe, sentendo quanto ero già bagnata. Io feci lo stesso, stringendo il suo cazzo duro attraverso i pantaloni. C’era tanta passione, tanta dolcezza e tanto desiderio.
Lontano, dalla chiesa vicina, arrivava il canto del coro che provava per la messa serale: voci pure, angeliche, che si levavano in un inno sacro. Quel suono contrastava in modo violentemente bello con quello che stavamo facendo: padre e figlia che si amavano in una città santa.
Papà mi spogliò lentamente. Il vestitino dorato scivolò a terra con un fruscio leggero. Restai nuda davanti a lui, solo con i sandali col tacco. Lui si tolse i vestiti, rivelando il corpo maturo e forte che amavo così tanto. L’odore della stanza era di pietra antica, di cera d’api e di lavanda. L’odore del nostro desiderio era più forte: muschiato, caldo, vivo.
Ci sdraiammo sul grande letto king size con lenzuola di lino bianco. Papà mi aprì le gambe e mi leccò la fica con devozione. La sua lingua calda e bagnata scivolava tra le mie labbra, succhiava il clitoride, entrava dentro di me. Il sapore del mio eccitamento era dolce, fresco, leggermente salato. Io gemetti forte, le mani tra i suoi capelli.
Poi mi girai e gli presi il cazzo in bocca. Era un bellissimo 69. Lui leccava la mia fica e il mio culo, io succhiavo il suo cazzo con amore, assaporando il gusto salato della sua pelle, il profumo virile del suo inguine. Le campane rintoccarono le tre del pomeriggio, un suono grave e solenne che riempiva la stanza mentre noi ci davamo piacere.
Venni per prima. Un orgasmo dolce e profondo mentre papà mi leccava il culo e la fica. Il mio corpo vibrò, le gambe tremarono, un gemito lungo mi uscì dalla gola mentre continuavo a succhiare il suo cazzo, ingoiando la saliva mista al suo sapore.
Papà mi fece girare. Mi misi sopra di lui e mi impalai sul suo cazzo con un gemito di puro piacere. Iniziai a muovermi velocemente, i seni che ballavano, i capezzoli duri che lui succhiava e mordeva con passione. I baci erano continui, profondi, pieni di “ti amo” sussurrati tra le labbra.
Poi mi girai, mi sdraiai a pancia in giù sul letto, il sedere in aria. Con le mani mi aprii le natiche, offrendogli il culo. Papà mi penetrò piano, poi sempre più forte. Il bruciore iniziale lasciò posto a quel piacere devastante che ormai conoscevo bene. Venni di nuovo con il culo, urlando il suo nome mentre lui mi inculava con amore e forza.
Papà mi seguì. Mi sborrò dentro con fiotti caldi, densi, abbondanti, riempiendomi fino in fondo. Restai così, con il suo cazzo ancora dentro, mentre le campane continuavano a suonare in lontananza.
Quando si sfilò, mi girai e gli leccai il cazzo con amore, ripulendolo tutto, assaporando il mix del mio culo e della sua sborra. Papà mi accarezzava la testa e le guance con dolcezza infinita.
Restammo abbracciati nudi sul letto. Io tenevo il suo cazzo ancora mezzo duro nella mano, lui aveva le mani sulle mie tette, stringendole piano. Sapevamo che di lì a poco avremmo ripreso. Io già pregustavo un altro orgasmo anale, il corpo che vibrava al solo pensiero.

La luce fuori dalla finestra era già quella calda e dorata del tardo pomeriggio umbro. Il corpo di papà era ancora stretto al mio, nudo, caldo, protettivo. Il suo cazzo, aveva già ripreso vigore e premeva contro la mia coscia, duro e caldo. Sentii un brivido di puro amore e desiderio attraversarmi.
Non resistetti. Mi girai lentamente, dandogli le spalle, e mi inarcai un po’. Con la mano raggiunsi il suo cazzo e lo guidai verso il mio culo ancora umido e aperto della sborra di prima. Lo volevo di nuovo. Avevo deciso che in quei tre giorni volevo essere sempre riempita, sempre sfondata, sempre sua.
Papà emise un gemito basso mentre la cappella grossa mi apriva di nuovo il buco. Spinsi il culo indietro, prendendolo lentamente dentro di me. Il bruciore era ancora lì, ma era diventato un piacere familiare, profondo, che mi faceva tremare.
«Papà… sì… di nuovo…» sussurrai, la voce roca di sonno e desiderio.
Iniziai a muovermi, spingendo il culo verso di lui con movimenti lenti e profondi. Questa volta papà non venne subito. Mi lasciò fare, godendo del mio ritmo, delle mie spinte sempre più decise. Sentivo il suo cazzo che mi spaccava, che mi dilatava, che mi riempiva completamente. Il dolore iniziale si trasformò in un’onda di piacere caldo e devastante. Gemetti forte, il viso premuto sul cuscino, mentre il mio culo stringeva e rilasciava il suo cazzo.
Papà mi afferrò i fianchi e cominciò a spingere anche lui, più forte, più profondo. I nostri corpi sbattevano uno contro l’altro con suoni bagnati e osceni. L’odore della nostra eccitazione, della sborra di prima e del sesso riempiva la stanza di pietra antica. Fuori, le campane della Basilica suonavano piano, un suono grave e solenne che contrastava con i nostri gemiti sempre più alti.
Venni come una matta. Un orgasmo anale violento, che mi fece tremare tutto il corpo. Urlai il suo nome, il culo che pulsava forte intorno al suo cazzo. Papà mi seguì poco dopo, sborrandomi dentro con fiotti caldi e densi, riempiendomi di nuovo fino in fondo.
Restammo così, abbracciati, il suo cazzo ancora dentro di me, respirando insieme. Il sonno ci prese di nuovo, stanchi del viaggio, della passione, di tutto l’amore che ci stava travolgendo.
Quando ci svegliammo di nuovo erano quasi le 19:30. La stanza era immersa in una luce calda e dorata. Papà mi baciò la nuca.
«Andiamo a cena, amore mio?»
Io annuii, ma prima avevo bisogno di una doccia. Mi alzai nuda dal letto. Il mio corpo scolpito, sodo, giovane, brillava sotto la luce della lampada. Sentivo ancora la sua sborra colarmi dal culo mentre camminavo verso il bagno. Aprii l’acqua calda della doccia e lasciai che il getto mi avvolgesse.
Papà mi raggiunse quasi subito. Si infilò sotto la doccia con me. L’acqua calda scorreva sui nostri corpi. Lui prese il sapone e cominciò a lavarmi la schiena con movimenti lenti e amorevoli. Poi le sue mani insaponate scesero sui miei seni, li strinsero dolcemente, giocarono con i capezzoli che si indurirono all’istante. La mano continuò a scendere, tra le mie cosce, e cominciò a lavarmi la fica e il culo con cura infinita.
Ero estasiata. Quel tocco così intimo, così tenero, mi faceva tremare. La mia fica si bagnò di nuovo, non solo di acqua. Papà se ne accorse. Due dita entrarono piano dentro di me, poi tre. Mi piegai in avanti, le mani contro le piastrelle, offrendogli meglio la mia fica. Lui spinse dolcemente anche il quarto dito. Poi provò a mettere il pollice.
Strinsi il labbro inferiore tra i denti. Sentivo la mia fica veramente dilatata, al limite. Sapevo che non poteva entrare di più. Papà si fermò subito, rispettando il mio corpo giovane che si offriva a lui.
Ma io volevo di più.
Con un movimento improvviso spinsi la mia fica sulla sua mano. L’intera mano entrò dentro di me. Cacciai un piccolo urlo di sorpresa e di piacere. Era una sensazione strana, intensa, quasi troppo. Papà restò immobile per un istante, poi cominciò a muovere la mano con dolcezza. Io venni in modo violento, un orgasmo diverso, più profondo, che mi fece piegare sulle ginocchia. L’acqua calda mi scorreva sui capelli mentre tremavo.
Papà sfilò lentamente la mano, mi baciò sul collo con tenerezza infinita.
«Sei stata incredibile, amore mio» sussurrò.
«Anche tu, papà» risposi con voce rotta.
Poi gli presi il cazzo, ancora duro, e glielo segai sotto la doccia. Quando sentii che stava per venire mi abbassai e lo presi in bocca. Bevvi tutta la sua sborra, calda, densa, salata, fino all’ultima goccia.
Poi lavai la sua schiena con amore. Papà uscì dalla doccia per lasciarmi finire con calma.
Per la serata scelsi un vestito elegante, nero, lungo fino al ginocchio ma con uno spacco profondo. Sotto, come mi aveva chiesto papà, niente mutandine. Lui si vestì con una camicia bianca e una giacca scura, elegante e affascinante.
Uscimmo mano nella mano per le strade di Assisi. Il sole era tramontato, le luci dei lampioni illuminavano i vicoli di pietra. Camminavamo lentamente, come una vera coppia. Io mi sentivo sua, completamente. Ci fermammo sulle scale della chiesa di Santa Chiara. Papà si allontanò di qualche passo per farmi una foto. Io, con un sorriso malizioso, mi sedetti e aprii leggermente le gambe, mostrandogli che ero nuda sotto il vestito.
Papà sorrise, scattò le foto. Erano i nostri ricordi. Nostri e di nessun altro.
Andammo a cena in un ristorante ed anche li non mancarono sguardi, coccole, ed emozioni. I nostri calici di vino rosso si incrociarono più volte.
Eravamo una vera coppia e nessuno dei due voleva più nascondere niente.



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