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Katiuscia la cameriera #8


di Membro VIP di Annunci69.it Efabilandia
09.09.2025    |    17.223    |    1 8.5
"Piero, incredulo, sorrise, guardando me: “Siete rimasti solo voi, chiudo il ristorante e salgo con la signora..."
Il sole di domenica pomeriggio era pallido, velato da nuvole grigie che promettevano pioggia, un riflesso del tumulto che mi agitava dentro. La villa era silenziosa, il profumo di rose rosse dal giardino che si mescolava alla cera al limone, ma il mio cuore martellava, un misto di speranza e vergogna. Matteo aveva deciso che avevamo bisogno di una settimana per ritrovarci, lontano da tutto: da Katiuscia, da Malik, dalla mia rovina. Aveva prenotato un hotel in montagna, un rifugio per ricostruire ciò che era stato spezzato dalla mia confessione. Lasciammo Leonardo ai nonni, il suo sorriso innocente un coltello nel mio petto, e ci preparammo a partire. Matteo mi guardò, i suoi occhi azzurri freddi ma con un lampo di dolcezza. “Indossa il plug, amore,” disse, la voce calma ma inflessibile. “Fa parte di te, ora.” Sorrisi, un sorriso tremante, sapendo che il suo perdono era fragile, che la mia natura di puttana era un marchio indelebile. Andai in bagno, le piastrelle bianche e nere fredde sotto i piedi, il profumo di lavanda che si mescolava al gel lubrificante. Presi il plug da 8 cm, il mostro nero che scintillava sotto la luce, e applicai il gel, l’odore chimico che mi pizzicava il naso. Mi piegai, il cuore che martellava, e lo spinsi nel culo, il dolore acuto che mi strappava un gemito, il buco spalancato che si abituava al metallo, una voragine che non sarebbe mai tornata normale. Ogni centimetro era una punizione, un promemoria della mia sottomissione, ma la mia fica gocciolava, un tradimento che mi umiliava. Tornai da Matteo, il tailleur grigio chiaro che sfregava contro la mia pelle, senza mutandine, e mi feci toccare dietro. Le sue dita sfiorarono la gemma nera, un sorriso di approvazione che mi scaldava e mi spezzava. “Brava,” mormorò, e io preparai le valigie, ogni passo un’agonia, il plug che mi devastava, la fica livida che pulsava senza rispondere.Il viaggio in montagna fu un’odissea di dolore e desiderio. Sul sedile di pelle della BMW, il plug mi torturava a ogni curva, la mia umidità che macchiava il tessuto, l’odore muschiato che riempiva l’abitacolo. Matteo guidava in silenzio, la camicia bianca aperta, il profumo di colonia agrumata che mi avvolgeva. Arrivammo in un hotel 4 stelle superior, uno chalet di legno scuro con decori tirolesi, un camino acceso nella hall che crepitava, l’odore di legna bruciata che si mescolava al pino. La nostra stanza era un sogno: un letto a baldacchino con lenzuola di seta bianca, tende di velluto rosso, un balcone che si affacciava su cime innevate. La spa, con tre piscine – calda, fredda, tiepida – e una sauna, prometteva relax, ma il plug mi teneva prigioniera. Bacia Matteo, le sue labbra calde contro le mie, un sogno che mi faceva quasi dimenticare la mia rovina. “È meraviglioso,” sussurrai, il cuore che si scaldava, ma la vergogna che mi trafiggeva.Sistemammo le valigie, e l’eccitazione del viaggio, amplificata dal plug, mi travolse. Saltai addosso a Matteo, il suo corpo solido contro il mio, le lenzuola di seta fresche sotto di noi. Mi toccò la fica, trovandola fradicia, le sue dita che scivolavano sul clitoride martoriato, un dolore sordo che si mescolava a un piacere lontano. “Amore, sei stupenda,” disse, porgendomi le dita bagnate. Le succhiai, il gusto muschiato della mia umidità che mi umiliava, ma il suo sorriso mi scaldava. “Andiamo a cena prima che chiudano,” aggiunse, la voce dolce. In bagno, tolsi il plug, il “pluf” che echeggiava, il mio buco spalancato che colava, lasciandolo sul lavandino di marmo. Mi cambiai, indossando un abito di seta nera, senza mutandine, la fica livida nascosta, e scesi con Matteo al ristorante.
Il ristorante era un angolo di calore, con tavoli di legno intarsiato, il crepitio del camino acceso, l’odore di legna e vino rosso che mi avvolgeva. Il signor Piero, un uomo di 60 anni con un pancione che sporgeva dalla camicia bianca, ci accolse con un sorriso untuoso, i suoi occhi grigi che mi scrutavano, un apprezzamento velato che mi faceva rabbrividire. Ci fece accomodare a un tavolo riservato vicino al camino, il calore che mi sfiorava la pelle, il freddo autunnale fuori che rendeva l’atmosfera intima. La cena, bagnata da un vino rosso strepitoso, scorreva veloce, le mani di Matteo nelle mie, i suoi occhi che cercavano i miei, il mio sguardo mortificato che implorava perdono. Ogni sorso di vino era un fuoco liquido che mi scaldava, ma la vergogna mi consumava, il ricordo di Katiuscia, di Malik, del somalo, un peso che mi schiacciava.Tornati in camera, ci spogliammo, le lenzuola di seta che accoglievano i nostri corpi. Facemmo l’amore come la prima volta, dolce e delicato, le sue mani che accarezzavano la mia pelle, il suo cazzo che scivolava nella mia fica, un dolore sordo che si trasformava in un orgasmo, non intenso ma reale, perché era lui. Mi venne dentro, la sua sborra calda che mi riempiva, un bacio dolce che sigillava il momento. Dormimmo abbracciati, il suo respiro caldo sul mio collo, un’illusione di pace che mi scaldava il cuore, ma il plug sul lavandino era un’ombra che mi perseguitava.
La mattina dopo, sotto la doccia, l’acqua calda scorreva sulla mia pelle, il vapore che si mescolava al profumo di lavanda. Matteo mi accarezzò, le sue mani gentili sui miei seni segnati, la fica livida che non rispondeva. “Amore, dobbiamo mettere il plug,” disse, la voce ferma, un’eco di Katiuscia che mi gelava il sangue. Rimasi sorpresa, il cuore che martellava, la dolcezza della notte che svaniva. Non dissi nulla, mi girai, piegandomi sul bordo della vasca, l’acqua che mi scivolava sulla schiena. Matteo prese il plug, lubrificandolo con il sapone, l’odore chimico che si mescolava alla lavanda, e lo infilò nel mio culo, un “pluf” che echeggiava quando entrò del tutto. Trattenni il fiato, il dolore acuto che mi spezzava, il buco spalancato che si abituava al mostro, un’umiliazione che mi faceva gocciolare. Ero confusa, la sua dolcezza che si mescolava alla punizione, il mio corpo che tradiva la mia mente.Mi vestii, un maglione di lana grigia e jeans attillati, il plug che mi devastava a ogni passo, la fica che pulsava senza rispondere. Andammo a fare trekking, il sentiero tra i pini che profumava di resina, il freddo che mi mordeva le guance. Matteo mi teneva la mano, coccolandomi, i suoi occhi che cercavano i miei, ma il plug era un promemoria della mia rovina, un dolore sordo che mi rendeva felice e prigioniera. Mangiammo in un rifugio, il sapore di polenta e funghi che si mescolava al vino, un momento di normalità che mi scaldava, ma la vergogna mi consumava, il pensiero di Katiuscia che aleggiava come una minaccia.
La settimana scorreva veloce, un sogno di passeggiate, saune, e momenti di intimità, ma il plug era sempre con me, un marchio che mi teneva sottomessa. Giovedì sera, indossai un abito da sera nero, elegante, senza mutandine, il plug da 8 cm che mi devastava, la gemma nera che scintillava sotto la seta. Al ristorante, il camino crepitava, l’odore di legna bruciata che si mescolava al vino rosso. Piero ci servì il menù, il suo pancione che ondeggiava, i suoi occhi che mi scrutavano ogni sera con apprezzamenti velati, un sorriso che mi faceva rabbrividire. Dopo il vino, Matteo lo chiamò, il tono serio: “Piero, avvicinati.” Si piegò verso di lui, la voce bassa: “Giulia vorrebbe scoparti, ti farebbe piacere?” Il cuore mi si fermò, il vino che mi bruciava la gola, gli occhi spalancati che imploravano Matteo di scherzare. “Se vuoi, salite in camera ora,” ripeté, il viso impassibile. Piero, incredulo, sorrise, guardando me: “Siete rimasti solo voi, chiudo il ristorante e salgo con la signora.” Matteo aggiunse, freddo: “Grazie, Piero, è un regalo che ci fai. Niente dolcezze, a Giulia piace essere trattata male e inculata, senza preservativo.”Sbiancai, stringendo la mano di Matteo: “Che ti è venuto in mente, sei uno stronzo!” Lui mi fissò, gli occhi azzurri che tagliavano: “Ricordati che sei una puttana, fai godere Piero.” Il sangue mi si gelò, la vergogna che mi travolgeva, le lacrime che pizzicavano gli occhi. Piero tornò al tavolo, facendo cenno che potevamo andare. Mi alzai, le gambe che tremavano, il plug che mi devastava, e lo seguii, mentre Matteo usciva a fare una passeggiata, il suo profumo di colonia che svaniva. In ascensore, Piero mi spinse contro la parete, la sua lingua in bocca, un bacio umido e invadente, l’odore di sudore e tabacco che mi nauseava. Cercai di ritrarmi, disgustata, ma lui mi toccò la fica sopra il vestito, le sue dita tozze che sfregavano, e il mio corpo tradì, collaborando, limonandolo, il gusto acre che mi riempiva.In camera, il letto a baldacchino ci aspettava, le lenzuola di seta bianca che brillavano sotto la luce soffusa. Piero mi strappò il vestito, il tessuto che si lacerava con un suono secco, rivelando il mio seno bianco, i capezzoli duri nonostante la vergogna. Notò il plug, la gemma nera che sporgeva dal mio culo, e rise: “Allora era vero che ti piace prenderlo nel culo.” Si sbottonò i pantaloni, il pancione che traboccava, e tirò fuori un cazzo nodoso, spesso, l’odore acre di chi non si era lavato, un misto di sudore e lavoro che mi repulsava. Mi fece inginocchiare, il pavimento di legno freddo sotto le ginocchia, e me lo infilò in bocca, spingendo fino in gola, la mia gag che echeggiava, le lacrime che mi rigavano il viso. Mi prese la testa, forzandomi, il gusto acido che mi soffocava, l’umiliazione che mi spezzava.Mi alzò, togliendo il plug con un “pluf” che echeggiava, il mio buco spalancato che lo lasciava senza fiato. “Sei una puttana, come dice tuo marito,” ringhiò, spingendo il cazzo nel mio culo. Ma il mio buco era troppo sfondato, una voragine che non opponeva resistenza, e lui lo sentì, frustrato. Passò alla fica, pompandola da dietro, il pancione che sbatteva contro il mio culo, ogni spinta un dolore sordo che non portava piacere, la mia fica martoriata che non rispondeva. Cercai di muovermi, di farlo venire presto, ma lui non aveva fretta, schiaffeggiandomi il culo, ogni colpo un fuoco che mi faceva gemere al terzo schiaffo, il dolore che si trasformava in eccitazione. Infilò una mano nel mio culo, muovendola velocemente, il suono umido che echeggiava, e venni, un orgasmo anale violento che mi travolse, il corpo che tremava, la vergogna che mi consumava. Piero svuotò le sue palle nella mia fica, la sborra calda che colava, poi mi baciò, la sua lingua che invadeva, e mi fece pulire il cazzo, il gusto acre che mi nauseava. Quando Matteo tornò, ero a letto, tremante, senza parole. “Buonanotte, puttana,” disse, sdraiandosi accanto a me. Non dormii, il corpo devastato, la mente spezzata.
Alle 6:30, bussarono alla porta. Matteo aprì, invitando Piero a entrare, il suo pancione che ondeggiava, un sorriso untuoso. “Dalle la colazione,” disse Matteo, sedendosi in un angolo. Piero, titubante, si abbassò i pantaloni, il cazzo nodoso davanti al mio viso. Mi prese la testa, infilandolo in bocca, il gusto acre che mi soffocava, la sua pancia che mi schiacciava. Matteo osservava, il suo cazzo duro nei pantaloni, mentre Piero sborrava copiosamente nella mia bocca, costringendomi a ingoiare, il sapore bruciante che mi umiliava. Si ricompose, salutando, e Matteo lo ringraziò: “È l’ultima sera, non mancare.” Passammo la giornata in montagna, Matteo dolce e amorevole, tenendomi la mano, il plug che mi devastava, la mia mente a pezzi. Non meritavo questa punizione, ma il suo perdono era una prigione.
Cenammo in paese, un ristorante rustico, l’odore di legna e vino che mi avvolgeva. Pensai che la serata sarebbe stata tranquilla, ma tornando in hotel, in un vicolo buio, incontrammo Piero. Il sangue mi si gelò. “Che bella puttana,” esclamò, il suo pancione che si avvicinava. Matteo sorrise, mentre Piero prese la mia mano, mettendola sul suo cazzo nei pantaloni, duro e nodoso. La segai, disgustata, l’odore di sudore che mi nauseava, mentre Matteo, da dietro, spingeva il plug attraverso il vestito, il dolore che mi faceva gemere. Mi sfilò le mutandine, il tessuto che cadeva sul selciato, e Piero tirò fuori il cazzo, infilandolo in bocca, il gusto acre che mi soffocava. Matteo mi alzò la gonna, piegandomi a novanta, e invitò Piero a scoparmi nella fica. Era stretta, il plug che riempiva il culo, ogni spinta un dolore che mi spezzava. Matteo mi prese la testa, infilandomi il suo cazzo in bocca, il gusto salato che si mescolava al disgusto.Due ragazzi, sui 18 anni, ci guardavano dal vicolo, segandosi. Piero sborrò nella mia fica, la sborra calda che colava, e Matteo mi sborrò in bocca, il sapore che mi umiliava. Fece cenno ai ragazzi di avvicinarsi: “Scopatela.” Il primo mi penetrò, la fica stretta che bruciava, sborrandomi dentro dopo pochi colpi. Il secondo prese il suo posto, venendo subito, la sborra che mi colava lungo le cosce, l’odore salato che saturava l’aria. Ero umiliata, una puttana usata in un vicolo, i loro occhi che mi trafiggevano. Matteo fece andare via tutti, ricomponendomi senza mutandine, la sborra che mi colava nel tragitto verso l’hotel. In camera, mi spogliai per la doccia, ma Matteo mi fermò: “Mi piace il profumo di puttana che hai.” Mi sdraiai, tremante, il corpo devastato, la mente spezzata.
Il sabato mattina tornammo a casa, il plug che mi torturava, la fica sempre vogliosa, il culo l’unico rifugio per il mio piacere. Ero una puttana segnata dall’umiliazione, il perdono di Matteo una prigione che mi avrebbe accompagnato per sempre.
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