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Katiuscia la cameriera #4


di Membro VIP di Annunci69.it Efabilandia
07.09.2025    |    17.740    |    2 9.7
"Matteo la accolse, la camicia bianca aperta sul primo bottone, i pantaloni eleganti che gli modellavano le cosce, il suo odore di colonia agrumata che si mescolava al lattice di Katiuscia..."
Il sole di fine maggio filtrava attraverso le tende di lino bianco, accendendo riflessi sul pavimento di cotto lucido, il profumo di rose rosse dal giardino che si mescolava alla cera al limone, un contrasto dolce e pungente che mi avvolgeva come una carezza crudele. Ogni passo era un’agonia, la mia fica ancora gonfia dai calci di Katiuscia, il culo pulsante dopo l’intrusione brutale della bottiglia. Indossavo un abito di seta verde smeraldo, aderente, che scivolava sui miei fianchi come una seconda pelle, la scollatura profonda che lasciava intravedere i capezzoli duri sotto il tessuto, senza reggiseno. Il perizoma di pizzo nero sfregava contro la mia fica sensibile, ogni movimento un promemoria del dolore e del desiderio che mi tenevano prigioniera. Matteo mi aveva salutata con un bacio caldo, il suo profumo di colonia agrumata che si mescolava al mio rossetto rosso, ignaro del fuoco che bruciava dentro di me.
Il lunedì, sola in casa, la villa avvolta dal silenzio, mi ritrovai nel bagno padronale, le piastrelle bianche e nere fredde sotto i piedi. La vestaglia di seta nera che indossavo era aperta, il tessuto che sfiorava i capezzoli doloranti, ogni contatto un’eco dei colpi di Katiuscia. Il monito di “allenare il culo” mi ossessionava, un ordine che mi inchiodava. Presi la bottiglia d’acqua da mezzo litro, la stessa che Katiuscia aveva usato per sfondarmi, il vetro freddo che scintillava sotto la luce. Versai il gel lubrificante che tenevo nascosto per gli incontri con Malik, l’odore chimico che si mescolava al profumo di disinfettante del bagno. Mi sedetti sulla tavoletta del vaso, il freddo della ceramica contro le cosce, e provai a spingere la bottiglia nel culo.Il dolore fu immediato, un bruciore acuto che mi fece gemere, il mio buco che resisteva, teso e contratto. Ogni tentativo era un’agonia, il vetro che premeva senza cedere, il mio corpo che si ribellava. Mi guardai nello specchio sopra il lavandino doppio, i capelli castani sciolti, il viso arrossato, gli occhi lucidi di lacrime e desiderio. Le mie dita scivolarono sulla fica, gonfia e livida, il clitoride così sensibile che ogni tocco era un’esplosione. Mi masturbai, immaginando Malik che mi scopava nel culo sfondato, Katiuscia che mi colpiva con la cintura, i loro occhi verdi e scuri che mi trafiggevano. L’orgasmo arrivò, silenzioso ma devastante, il mio corpo che tremava, ma la bottiglia non era entrata. La paura del martedì mi travolse, un nodo che mi stringeva lo stomaco, il pensiero di Katiuscia che mi avrebbe punita per il mio fallimento.
Martedì, alle 14:00, Katiuscia entrò nella villa, la borsa di pelle rossa che dondolava dalla sua spalla, la gonna di pelle nera che scricchiolava a ogni passo, modellandole i fianchi come un guanto. La camicetta bianca, semitrasparente, lasciava intravedere il pizzo nero del reggiseno, i suoi seni pieni che si muovevano con ogni respiro. Il suo profumo, muschiato e caldo, mi colpì come un pugno, mescolandosi all’odore di cera al limone che impregnava il salone. “Puttana, vieni in camera da letto,” ordinò, la voce tagliente come una lama. Obbedii, il mio abito di seta verde che frusciava, il perizoma nero già umido di paura e desiderio, i sandali neri che ticchettavano sul cotto.Nella camera, con le lenzuola di seta grigia che brillavano sotto la luce, Katiuscia aprì la borsa, rivelando un plug anale dorato, largo 6 cm, con una gemma blu che scintillava come un occhio malevolo. “Stronza, lo indosserai ogni volta che sono qui, e io controllerò. Se non lo fai, ti punisco,” disse, il suo sorriso crudele che mi fece tremare. Esitai, il cuore che martellava, il plug un mostro che sembrava impossibile. Katiuscia non perse tempo: uno schiaffo mi bruciò la guancia, il suono secco che echeggiava, poi una ginocchiata sulla fica, un’esplosione di dolore che mi fece piegare in due, il clitoride che pulsava come se fosse stato schiacciato. “Togliti le mutande,” ordinò. Il perizoma cadde, un lembo di pizzo nero intriso di umidità, e lei provò a spingere il plug nel mio culo.Il dolore fu immediato, il mio buco che resisteva, teso e contratto, il metallo freddo che premeva senza cedere. “Stronza, ti avevo detto di allenarti,” ringhiò, colpendomi la fica con una serie di schiaffi, ogni impatto un fuoco che mi faceva urlare, il clitoride devastato, la mia carne che si gonfiava sotto la sua mano. “Andiamo in bagno,” disse, trascinandomi per i capelli, le ciocche castane che si scioglievano sotto la sua stretta.Nel bagno, con le piastrelle bianche e nere che riflettevano la luce, posizionò il plug sulla tavoletta del vaso, versando olio lubrificante che colava sul pavimento, l’odore chimico che si mescolava al disinfettante. “Siediti, stronza,” ordinò, i suoi occhi verdi che mi trafiggevano. Mi avvicinai, il plug un mostro dorato che mi terrorizzava, e provai a sedermi, il metallo che premeva contro il mio buco, il dolore che mi faceva tremare. Rimasi a metà, incapace di andare oltre, il mio culo che si ribellava. Katiuscia mi guardò, un sorriso freddo, poi posò le mani sulle mie spalle e spinse con forza. Il plug mi sfondò il culo, un’esplosione di dolore che mi fece urlare, un suono rotto che rimbalzava sulle pareti. Le lacrime mi rigavano il viso, il mio buco che sembrava strapparsi, il metallo che mi spalancava, un tormento che mi toglieva il respiro. Non riuscivo a respirare, il viso rigato, il dolore così intenso che mi sembrava di spezzarmi.Katiuscia si alzò, il suo profumo muschiato che mi avvolgeva. “Signora, quando hai finito nel bagno, vieni nel salone a mostrarmi cosa devo pulire,” disse ad alta voce, come se fosse una normale giornata di lavoro, e uscì. Rimasi inchiodata sulla tavoletta, il plug che mi devastava, ogni movimento un’agonia, il culo che pulsava come un cuore ferito. Dopo lunghi minuti, riuscii ad alzarmi, il dolore che si attenuava ma non spariva, il mio buco lacerato, aperto, un vuoto che mi faceva camminare con le gambe spalancate. Mi toccai dietro, sentendo il metallo freddo, la gemma blu che sporgeva, un simbolo della mia sottomissione. Ogni passo verso il salone era una tortura, la fica gonfia che sfregava contro l’interno delle cosce, il plug che si muoveva dentro di me, un dolore sordo che si mescolava a un piacere oscuro.Nel salone, Katiuscia era inginocchiata vicino al divano in pelle, la gonna di pelle che si tendeva sui suoi fianchi. “Signora, venga, guardi qui sotto, secondo me devo pulire,” disse, la voce carica di scherno. Mi avvicinai, il plug che mi faceva vacillare, e provai a inchinarmi, il dolore che esplodeva, il culo che sembrava strapparsi di nuovo. Katiuscia posò una mano sul mio culo, spingendo il plug con un gesto lento, deliberato. “Signora, vede che ho ragione, vero?” chiese, il suo tocco un’accusa. “Sì,” risposi a mezza voce, la vergogna che mi consumava, la fica che si bagnava nonostante il dolore.Prima di andarsene, Katiuscia mi chiamò di nuovo in bagno, chiudendo la porta per non farsi sentire da Matteo e Leonardo, che erano tornati. Mi fece inginocchiare sulle piastrelle fredde, il plug che mi devastava a ogni movimento. Si tolse le mutandine, un slip di cotone nero intriso del suo odore muschiato, e mi ordinò di leccarla. La mia lingua scivolò sulla sua fica, il gusto salato e dolce che mi riempiva, i suoi gemiti che si mescolavano al suono umido dei miei movimenti. Quando venne, squirtò sulla mia faccia, un getto caldo che mi colpì il mento, il collo, il petto, il sapore dolce-amaro che mi travolgeva. “Ti consiglio, stronza, di indossare il plug ogni giorno, non solo quando vengo, perché presto passeremo alla tua misura,” disse, la voce un ordine che mi marchiava. Rimasi lì, la bocca piena del suo squirt, il plug che mi teneva aperta, umiliata ma eccitata.
Tornata sola, dopo che Katiuscia se ne fu andata, mi rifugiai in camera, il plug ancora dentro, ogni passo un’agonia che mi faceva camminare con le gambe spalancate, la fica e il culo che pulsavano come ferite vive. Mi guardai allo specchio, il vestito di seta verde ormai sgualcito, i capezzoli duri, la fica gonfia che gocciolava. Tolsi il plug, il buco aperto come una caverna, un dolore sordo che mi faceva gemere. Mi toccai, le dita che scivolavano sulla fica, il clitoride sensibile che esplodeva a ogni tocco. Immaginai Malik, il suo cazzo nero e grosso che mi sfondava il culo, la sua voce che mi chiamava puttana. L’orgasmo fu violento, un’esplosione che mi fece tremare, ma la paura del giovedì mi tenne sveglia, il pensiero di Katiuscia che mi avrebbe punita di nuovo.Matteo, ignaro, tornò a casa, la sua camicia bianca profumata di colonia. Mi toccò tra le cosce, il suo desiderio evidente, ma ero troppo provata, la fica e il culo devastati. Mi inginocchiai sul letto, la seta delle lenzuola fresca contro la mia pelle, e presi il suo cazzo in bocca, il gusto salato che mi riempiva, la mia lingua che lo massaggiava come gli piaceva. Venne presto, la sua sborra calda che mi inondava la gola, e io ingoiai, appagata ma distante, la mente persa tra il desiderio per Malik e la sottomissione a Katiuscia. La notte fu un vortice di pensieri, il bisogno di essere posseduta che si mescolava alla paura di ciò che Katiuscia avrebbe fatto.
Il mercoledì, con Matteo al lavoro e Leonardo a scuola, decisi di seguire il consiglio di Katiuscia. Nel bagno, versai il gel lubrificante sul plug, l’odore chimico che si mescolava al disinfettante. Mi sedetti sulla tavoletta del vaso, il metallo freddo che premeva contro il mio buco. Con fatica, il plug scivolò dentro, il dolore acuto ma sopportabile, il mio culo che si abituava dopo un minuto. Mi guardai allo specchio, il tailleur grigio chiaro che indossavo, la gonna a tubino che mi modellava i fianchi, senza mutandine, il plug dorato con gemma blu che mi riempiva. Ero contenta, piena, un piacere perverso che mi faceva sorridere.In macchina, una BMW nera con interni in pelle beige, ogni frenata era una tortura. Il plug si conficcava nel culo, un dolore che mi toglieva il respiro, la fica che si bagnava tanto da inzuppare la gonna. La tirai su, restando a pelle sul sedile, il contatto freddo che mi faceva rabbrividire. Quando arrivai in ufficio, notai una macchia vistosa sul sedile, il mio desiderio che lasciava un segno indelebile. Nella mia stanza, con la scrivania di mogano e la sedia girevole in pelle, ricevetti un messaggio di Katiuscia: “Stronza, mandami la foto del tuo culo.” Sorridendo, mi spostai sulla sedia, il plug che si muoveva dentro di me, tirai su la gonna e scattai una foto, la gemma blu che brillava sotto la luce della lampada da scrivania. “Sei una troia, lo sapevo che ti piaceva il culo sfondato. Domani ti sfondo del tutto” rispose, e il mio cuore si strinse, paura ed eccitazione che si mescolavano.
La paura mi stringeva lo stomaco come una morsa, un nodo che si intrecciava al desiderio che mi bruciava dentro. Era giovedì, e Katiuscia sarebbe tornata. Il pensiero del suo arrivo mi faceva tremare, la sua voce tagliente, i suoi occhi verdi che mi trafiggevano, il plug anale da 6 cm che mi aveva ordinato di indossare ogni giorno. Sapevo che avrebbe controllato, e l’idea di deluderla mi terrorizzava, ma accendeva anche un fuoco perverso nella mia fica. Mi svegliai presto, il letto con le lenzuola di seta grigia ancora caldo del corpo di Matteo, il suo profumo di colonia agrumata che aleggiava nell’aria. Mi alzai, il culo pulsante dal plug che avevo indossato ogni giorno da martedì, un’abitudine che mi umiliava e mi eccitava.Nel bagno padronale, le piastrelle bianche e nere fredde sotto i piedi, mi spogliai, la vestaglia di seta nera che scivolava sul pavimento con un fruscio leggero. Sotto la doccia, l’acqua calda mi accarezzava la pelle, il vapore che si mescolava all’odore di sapone alla lavanda. Presi il plug dorato, la gemma blu che brillava sotto la luce, e lo lubrificai con il gel, l’odore chimico che pizzicava il naso. Mi piegai leggermente, il culo ormai abituato, un buco sfondato che si apriva senza resistenza. Il plug scivolò dentro senza dolore, un senso di pienezza che mi fece gemere, la mia fica che si bagnava istantaneamente. Mi guardai allo specchio, il corpo nudo, i capezzoli duri, la fica gonfia che gocciolava. Ero pronta per Katiuscia, ma anche terrorizzata da ciò che avrebbe potuto fare.Mi vestii con un tailleur grigio chiaro, la gonna a tubino che mi modellava i fianchi, senza mutandine per lasciare spazio al plug. La camicetta di seta bianca, leggermente trasparente, sfregava contro i capezzoli sensibili, ogni movimento un promemoria del mio stato. In macchina, una BMW nera con interni in pelle beige, mi sedetti a pelle sul sedile, sapendo che il plug mi avrebbe eccitata tanto da bagnarmi. Ogni frenata era una tortura, il plug che si conficcava nel culo, un dolore sordo che si mescolava a un piacere oscuro, la fica che lasciava una macchia umida sul sedile. L’odore del mio desiderio, muschiato e caldo, riempiva l’abitacolo, un contrasto con il profumo di pelle nuova della macchina.In ufficio, sulla sedia girevole in pelle, il plug mi teneva aperta, ogni movimento un’agonia che mi faceva bagnare. Ma la giornata prese una piega inaspettata. Il mio capo, un uomo brizzolato con occhiali spessi, mi convocò: “Giulia, dobbiamo fare straordinari fino alle 18:00. Riunione con i clienti brasiliani.” Il cuore mi si fermò. Katiuscia sarebbe arrivata alle 14:00, e io non ci sarei stata. Presa dal panico, chiamai Matteo, la voce tremante. “Amore, devo restare in ufficio fino a tardi. Puoi essere a casa per le 14:00? Arriva Katiuscia.” Lui acconsentì, ignaro, la sua voce calma che mi spezzava. Non pensai di avvisare Katiuscia, un errore che sapevo mi sarebbe costato caro.Alle 14:30, mentre ero in sala riunioni, il cellulare vibrò. Un messaggio di Katiuscia: “Stronza, non ti sei fatta trovare. Te la farò pagare. Sai che qui c’è tuo marito.” Sbiancai, le mani che tremavano, la paura che mi stringeva la gola. La mia fica si contrasse, il plug che mi ricordava il mio posto, il desiderio che tradiva il mio terrore. Risposi freneticamente, scattando una foto in bagno, la gonna tirata su, il plug dorato con la gemma blu ben visibile nel mio culo sfondato. “Katiuscia, vedi, ti ho obbedito anche oggi, è infilato,” scrissi, il cuore che martellava. La risposta fu immediata, un coltello nella mia anima: “Stronza, ma chi cazzo credi di essere? Chiamami Padrona, tu non puoi usare il mio nome. Stronza.” Le dita tremanti, risposi: “Va bene, Padrona, ti prego, faccio tutto ciò che vuoi.” Silenzio. Nessuna risposta. Rimasi con il fiato sospeso, la riunione che sfumava in un ronzio lontano, la mia mente intrappolata tra paura ed eccitazione. Cosa stava facendo Katiuscia con Matteo?
Nel frattempo, a casa, Katiuscia era arrivata, il completo di lattice nero che scricchiolava a ogni passo, modellandole il corpo come una seconda pelle, il seno pieno che spingeva contro il tessuto, il profumo muschiato che riempiva il salone. Matteo la accolse, la camicia bianca aperta sul primo bottone, i pantaloni eleganti che gli modellavano le cosce, il suo odore di colonia agrumata che si mescolava al lattice di Katiuscia. “Signora Giulia non c’è?” chiese Katiuscia, la voce bassa, un sorriso provocatorio sulle labbra. Matteo scosse la testa, ignaro. “No, è bloccata al lavoro.”Katiuscia si avvicinò, il lattice che frusciava, e posò una mano sul tavolo di quercia, il suo sguardo che lo trafiggeva. “Sa, signore, sua moglie ha desideri che non le racconta,” disse, la voce morbida ma carica di promesse. Matteo aggrottò la fronte, perplesso. “Cosa intende?” Katiuscia sorrise, tirando fuori un vibratore nero dal suo grembiule, trovato in un cassetto della camera da letto. “Questo l’ho trovato tra le sue cose. Non è una donna che si accontenta, sa? Vuole di più.” Matteo sgranò gli occhi, il vibratore che luccicava sotto la luce, il suo odore di silicone che si mescolava al profumo di rose. “Non capisco,” disse, la voce incerta.“Posso indagare per lei,” continuò Katiuscia, avvicinandosi, il lattice che aderiva alle sue curve. “Scoprirò cosa vuole davvero Giulia, e magari possiamo soddisfarla insieme.” La sua mano si avvicinò, sfiorandogli il rigonfiamento nei pantaloni, il tessuto che si tendeva sotto il suo tocco. Matteo si scostò, il viso arrossato, fingendo di non notare il gesto. “Non so di cosa parli,” disse, dirigendosi verso il computer sulla scrivania, le dita che tamburellavano nervose. Katiuscia rise piano, un suono che echeggiava nel salone. “Ci pensi, signore. Torno presto,” disse, uscendo, il suo profumo che aleggiava come una minaccia.
Tornai a casa alle 19:00, le gambe che tremavano, il plug che mi devastava a ogni passo, la fica gonfia e bagnata che sfregava contro l’interno delle cosce. Matteo era al computer, il suo viso teso, ma non disse nulla. Mi salutò con un bacio, il gusto della sua bocca che si mescolava al mio rossetto, ma i suoi occhi erano distanti, come se qualcosa lo tormentasse. La paura mi consumava: cosa aveva detto Katiuscia? Il plug nel mio culo era un promemoria costante del suo controllo, la gemma blu che brillava nella mia mente, il dolore e il desiderio che mi tenevano prigioniera. Sapevo che Katiuscia sarebbe tornata, e il pensiero mi terrorizzava, ma la mia fica si bagnava, tradendo la mia paura con un’eccitazione che non potevo controllare.
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