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orge

Storie Universitarie #2


di Membro VIP di Annunci69.it Efabilandia
03.11.2025    |    21.896    |    1 9.6
"Gino mi staccò dalla bocca con un pop umido, la saliva che colava dalle mie labbra gonfie, e mi girò di schiena contro il tavolo, i polsi ancora legati che mi tenevano esposta, culo in alto e..."
Il mattino successivo all'alba, l'aria fresca si insinuava di nuovo dalla finestra come un'amante furtiva, portando con sé il profumo umido della terra rivierasca e un sentore aspro di agrumi – arance spremute e limoni maturi, un marchio lontano che mi avvolgeva senza che io lo riconoscessi ancora, solo un'eco del vicinato che si svegliava per chissà quale routine mattutina. Mi svegliai con un fremito tra le gambe, la figa ancora gonfia e sensibile dagli schiaffi e dalle spinte del giorno prima, un'eco di bruciore che mi faceva stringere le cosce sotto le lenzuola bianche, macchiate di succo di pesca secca e umori miei. La troia interiore non dormiva mai davvero: mi sussurrava di quel bussare alla parete, un fastidio represso che aveva acceso una scintilla, ma non sapevo chi fosse – solo corpi invisibili dietro il muro, fantasmi di routine che mi avevano sentita urlare. Ora voleva di più – una resa totale, un'apertura che mi spaventava e mi eccitava allo stesso tempo. Per la prima volta, sentivo il richiamo di qualcosa di estremo, di una pienezza che mi avrebbe sfondata fino al midollo.
Accesi il telefono, e "Windowlicker" ripartì in loop distorto – quel beat glitchy di Aphex Twin che mi entrava nelle vene come un glitch nel mio desiderio, bassi irregolari che mi facevano pulsare il clitoride, un ritmo malizioso che anticipava il caos. Mi alzai nuda, il corpo morbido che rifletteva la luce rosata dell'alba sul corsetto nero slacciato, i seni pieni che ondeggiavano liberi, capezzoli duri come noccioli di ciliegia. Indossai solo la vestaglia di seta trasparente, slacciata quel tanto da sfiorarmi la pelle, un velo che nascondeva a malapena i nastri del reggicalze tesi sulle cosce, che tiravano la pelle sensibile come un invito silenzioso. Nuda sotto, completamente – le mutandine in borsetta, ovvio, con un brivido di pudore abbandonato. Mi spalmai il lotion alla vaniglia sulle curve, il profumo dolce che si mescolava all'odore residuo di terra fertile e sborra sul mio letto, e mi diressi verso la cucina, gambe nude che sfioravano il pavimento freddo, pensando solo al caffè che bolliva sul fornello, ignara del turbine che stava per bussare alle sette in punto.
Il suono del campanello improvviso ed inaspettato, alle sette del mattino, un bussare gentile ma insistente alla porta – un ritmo educato che mi fece trasalire, il cuore che accelerava al basso distorto della musica. "Chi è?" chiesi, la voce ancora assonnata e roca, un misto di curiosità e allarme, avvolgendomi meglio la vestaglia ma lasciando che il tessuto sfiorasse le cosce nude. "Buongiorno, signorina," rispose una voce maschile, calda e rassicurante, con un accento del sud che odorava di mercati all'alba e mani callose. "Siamo i vicini della porta accanto, scusi il disturbo così presto, ma ieri beh, abbiamo sentito un po' di rumore dalla parete. Niente di male, eh? Solo che mia moglie ha preparato un po' di frutta fresca dal nostro banco, e volevamo portare un regalino, per fare pace." Esitai un secondo, sorpresa – vicini? Non li conoscevo nemmeno di vista, solo il furgone che rombava ogni mattina nel cortile – ma la gentilezza nella voce mi incuriosì, un gancio innocente che mi fece aprire la porta piano, il respiro che si fermava per un istante.
Dianzi a me c’era: lui, robusto e sorridente, sui 50, con capelli sale-e-pepe e baffi folti che incorniciavano un ghigno complice, camicia a quadri aperta sul petto villoso che emanava un odore gentile di tabacco stantio e limoni aspri; un cesto di vimini sotto il braccio, colmo di uva viola, pesche vellutate e fragole rosse stillanti condensa fresca come una promessa innocente. Dietro di lui, lei – formosa e accogliente, sua coetanea, con un foulard color arancio legato al collo e un grembiule macchiato di succo di pomodoro sui fianchi larghi, capelli castani legati in una coda pratica, occhi castani che mi avvolsero con una gentilezza avvolgente, un profumo di lavanda e basilico tritato che mi fece inclinare la testa, come se fosse il benvenuto di un'ospite attesa. "Mi chiamo Gino," disse lui, porgendo il cesto con un sorriso che scioglieva il ghiaccio, "e questa è mia moglie Rosa. Vendiamo frutta e verdura al mercato, sa? Ci alziamo all'alba, e ieri, quelle urla ci hanno tenuto svegli, ma in senso buono, eh? Sembrava una festa privata." Rosa annuì, il suo sorriso coinvolgente come un abbraccio non chiesto, "Già, signorina. Non volevamo disturbare, ma abbiamo pensato: perché non portare un po' di dolcezza per iniziare la giornata? Fragole, pesche roba che matura piano, ma quando scoppia, è un'esplosione."
Risi piano, sorpresa ma intrigata, il calore che mi saliva alle guance – la loro gentilezza era un gancio morbido, un invito che non forzava ma stuzzicava, facendomi sentire vista, non giudicata. "Entrate, dai," dissi, aprendo di più la porta, la vestaglia che sfiorava le cosce nude, l'aria fresca dalla finestra che mi accarezzava la pelle esposta. "Non mordo almeno non al primo caffè." Entrarono con una naturalezza disarmante, Gino che posava il cesto sul tavolo della cucina, Rosa che si avvicinava piano, i suoi movimenti fluidi come chi ha passato anni a sistemare cassette sotto il sole. "Lei è radiosa stamattina," mormorò lei, la voce un sussurro gentile che mi sfiorò l'orecchio, e con la scusa di chinarsi verso il cesto, prese una fragola rossa e gonfia, stillante succo. "Assaggia questa, signorina – è la prima del raccolto, dolce come un bacio rubato." Me la porse alle labbra, ma invece di lasciarla lì, le sue dita – morbide ma esperte, segnate da graffi leggeri di spine e terra – sfiorarono piano le mie cosce nude sotto la vestaglia aperta, un tocco leggero, casuale, che tracciò una linea calda sulla pelle morbida, tra i nastri tesi del reggicalze.
Socchiusi gli occhi, un brivido che mi corse su per la spina dorsale – non mi ritrassi, no, il contatto mi piacque, un'elettricità gentile che mi fece aprire leggermente le gambe, un invito muto al ritmo basso della musica che pulsava nella stanza. Rosa lo notò, il suo sorriso che si approfondì in un ghigno complice, e osò di più: la sua mano scivolò sotto la vestaglia, infilandosi tra le mie cosce divaricate, dita che sfioravano le grandi labbra gonfie, già umide di quel desiderio represso che mi tradiva sempre. "Oh," sussurrò lei, la voce un mormorio avvolgente, "sei già bagnata come queste fragole, tesoro. Rilassati è solo un assaggio." Le sue dita tracciarono cerchi lenti sul clitoride, carezze leggere che mi fecero ansimare piano, il succo della fragola che colava sul mio mento mentre la mordicchiavo, sapore aspro e dolce che si mescolava al calore crescente tra le gambe, l'aria fresca che mi asciugava la pelle sudata.
Gino si gustava la scena da un passo indietro, gli occhi marroni che brillavano di eccitazione repressa, il rigonfiamento nei pantaloni da lavoro che cresceva visibile, teso contro il tessuto macchiato di terra. Si avvicinò piano, il suo corpo robusto che mi avvolgeva senza invadere, un'ombra gentile che profumava di tabacco e agrumi maturi. Prese la mia mano destra – tremante, ma non di paura – e la guidò piano sui suoi pantaloni, premendola contro quel rigonfiamento duro che pulsava lì sotto. Oh, cazzo – lo sentii subito, spesso e venoso attraverso il tessuto, un cazzo già eretto che premeva contro il mio palmo, caldo e vivo, un battito che sincronizzava con il mio cuore accelerato. "Senti come mi fai effetto, signorina?" mormorò lui, la voce bassa e coinvolgente, un invito che non ordinava ma stuzzicava, le sue dita che intrecciavano le mie per farmi stringere di più, tracciando il contorno della cappella gonfia. Non potei fare a meno di gemere piano, la troia interiore che si svegliava in quel tocco condiviso, il desiderio che mi bagnava di più sotto la carezza di Rosa, un crescendo lento che mi faceva inarcare il bacino, esposta e affamata.
Da lì, il ritmo si fece più intenso, la gentilezza che si trasformava in dominanza morbida: Rosa mi legò i polsi dietro la schiena con uno dei nastri del reggicalze, nodi stretti che mi morderono la pelle morbida, un bruciore dolce che mi fece gemere e bagnare all'istante, umori che colavano giù per le cosce tese. Gino mi tenne la testa alta per il mento, baciandomi con baffi che pizzicavano, sapore di caffè amaro e menta fresca che mi invase la bocca carnosa, mentre Rosa mi apriva le gambe con ginocchia esperte, l'aria fresca dalla finestra che accarezzava la mia figa esposta, facendomi rabbrividire. "Sarà la prima volta, eh?" sussurrò lei, le dita che tracciavano il contorno delle grandi labbra gonfie, profumate di vaniglia e desiderio represso. "Ti infilo la mano dentro, troia. Ti sfondo fino a farti implorare." Il cuore mi martellava al ritmo glitchato della musica, un misto di paura ed estasi – paura di quel vuoto che si sarebbe riempito oltre il limite, estasi di arrendermi a loro, alla loro esperienza da coppia che aveva conosciuto il parto, il lavoro duro e segreti coniugali.
Iniziarono piano, lubrificandomi con succo di pesca – freddo e appiccicoso, aspro sulla pelle sensibile – le sue dita che entravano una a una, curvandosi dentro di me, un ritmo lento che mi stirava le pareti, mandandomi ondate di piacere familiare. Ma poi, il momento: "Rilassati, apriti per me," ordinò, e la sua mano intera premette contro l'ingresso – il palmo largo, calloso da anni di cassette pesanti, che spingeva piano ma inesorabile. Sentii la fica resistere all'inizio, un anello di muscoli tesi che si contraeva in un dolore acuto, tagliente come una lama di frutta matura che si spacca – oh, cazzo, bruciava, un fuoco che mi attraversava dal clitoride al basso ventre, facendomi ansimare e inarcare contro i legacci, lacrime che mi pizzicavano gli occhi mentre urlavo "Aspetta, Rosa, è troppo mi spacchi!" implorai mentre tremavo di piacere e dolore. Emozioni che mi travolgevano: panico puro, quel terrore primordiale di essere invasa oltre il possibile, misto a un'eccitazione selvaggia, la troia interiore che gridava "Sì, sfondami, fammi tua!", un abbandono che mi faceva tremare intera, il respiro corto al basso distorto della traccia che pulsava come il mio cuore.
Ma lei non si fermò – Gino mi tappò la bocca con il suo cazzo, spingendolo tra le mie labbra carnose, spesso e venoso, cappella scura che mi riempiva la gola con un sapore robusto di noce moscata e sale marino, vene che pulsavano sulla lingua come radici vive, un'esplosione che mi mandò in estasi immediata, il clitoride che si contraeva vuoto mentre succhiavo avida, sbavando intorno a lui – e Rosa spinse di più, ruotando il polso con maestria, lubrificando con i miei umori che ora colavano copiosi, salati e dolci come il succo che stillava dal cesto. La fica cedette piano, un cedimento umido e inevitabile – sentii le nocche passare l'anello, un pop interno che mi strappò un urlo strozzato intorno al cazzo di Gino, il dolore che esplodeva in un'onda rovente, come se mi stessero aprendo in due, pareti che si tendevano al limite, un bruciore profondo che irradiava fino alle ossa del bacino, facendomi sudare freddo e stringere i denti. "Brava, troia, ce la fai," mormorò lei, la voce un ordine basso, e poi – oh, dio – la mano entrò tutta, palmo e dita chiuse a pugno dentro di me, una pienezza mostruosa che mi riempì fino all'utero, premendo contro ogni nervo, ogni piega sensibile, un gonfiore che mi faceva sentire esposta, posseduta, una cavità dilatata intorno alla sua carne viva. Le sensazioni mi sommersero: pressione immensa, un calore pulsante che mi contraeva ovunque, dolore che si mescolava a un piacere elettrico, scintille che partivano dal profondo e mi facevano vedere stelle, il clitoride gonfio che sfregava contro il suo polso, mandandomi in un'estasi confusa, il corpo che si arrendeva in spasmi involontari, umori che schizzavano fuori intorno al suo avambraccio, profumati di vaniglia e terra fertile.
Gino pompava piano in bocca, spinte che mi soffocavano i gemiti, il suo odore terroso che mi riempiva le narici, mentre Rosa iniziava a muovere – piano, un dondolio del pugno che mi sfregava le pareti interne, colpendo quel punto G dilatato in ondate che mi facevano urlare nel suo cazzo, il ritmo sincronizzato al glitch della musica, bassi che vibravano nel mio ventre pieno. Il dolore non svaniva del tutto – era lì, un sottofondo rovente che amplificava tutto, facendomi sentire viva, sfondata, una troia ridotta a un buco vorace – ma si trasformava in godimento puro, un'estasi che mi contraeva intorno a lei, succhiandola dentro come se non volessi mai che uscisse. "Senti come sei piena, mia puttana del palazzo," sussurrò Rosa, gli occhi nei miei, e io annuii, ansimando intorno a Gino, emozioni che mi squassavano: gratitudine per quella resa, un amore perverso per il dolore che mi apriva, la troia interiore che esultava in una libertà totale, esposta e invasa.
Il climax arrivò come un uragano glitchato – violento, inarrestabile: il pugno che ruotava più veloce, premendo sul mio centro, Gino che mi scopava la bocca con grugniti rauchi, e io esplosi, un orgasmo che mi squassò dal basso, pareti che si contraevano in spasmi furiosi intorno alla sua mano, un morso interno che la stringeva come una morsa bagnata, umori che schizzavano in fiotti caldi sul tavolo, sul suo avambraccio, un piacere cieco che mi fece urlare rauco intorno al cazzo di lui, il corpo che tremava incontrollato, ondate di estasi che mi attraversavano dal clitoride al cervello, lasciandomi vuota e piena allo stesso tempo, lacrime di godimento che colavano sul viso. Rosa ritrasse la mano piano, un vuoto improvviso che mi fece singhiozzare, la fica che pulsava aperta, dilatata e sensibile all'aria fresca, profumata di succo e sesso sfrenato.
Ma non era finita – oh, no, la troia interiore ne voleva ancora, e loro lo sapevano. Gino mi staccò dalla bocca con un pop umido, la saliva che colava dalle mie labbra gonfie, e mi girò di schiena contro il tavolo, i polsi ancora legati che mi tenevano esposta, culo in alto e spalancato. "Ora ti prendo qui, troia," ringhiò lui, slacciandosi del tutto, il suo cazzo lucido di saliva mia che premeva contro il mio buco anale stretto, lubrificato solo dai miei umori che colavano giù. Rosa si posizionò di fronte a me, aprendo le gambe sul bordo del tavolo, la sua figa matura e bagnata che mi sfiorava il viso – profumata di lavanda e umori terrosi, labbra gonfie e rosa scuro come una prugna matura. "Leccami, puttana," ordinò, afferrandomi i capelli biondi per spingermi dentro, e io obbedii, la lingua che affondava nelle sue pieghe umide, assaggiando quel sapore aspro e salato, come erbe fresche miste a miele di contadina, mentre le mani legate dietro la schiena mi impedivano di toccarmi, lasciandomi frustrata e affamata.
Gino entrò piano all'inizio, la cappella che stirava l'anello del mio culo in un bruciore familiare ma intenso, un dolore che mi fece gemere contro la figa di Rosa, il suo cazzo spesso che mi riempiva centimetro dopo centimetro, vene che pulsavano contro le pareti strette, un gonfiore che mi mandava scintille su per la spina dorsale. "Cazzo, sei stretta come una vergine," grugnì lui, afferrandomi i fianchi con mani callose, schiaffeggiandomi il culo arrossato per farmi spingere indietro, e iniziò a pompare – ritmico, profondo, ogni spinta che mi sbatteva in avanti contro Rosa, la mia lingua che roteava sul suo clitoride gonfio, dita che – libere ora, dopo che lei aveva sciolto un nodo – si insinuavano dentro di lei, curvandosi per sfregarle il punto G. Rosa ansimava, i fianchi che si muovevano al glitch della musica, "Sì, troia, mangiami tutta," e il piacere mi travolgeva di nuovo: il culo pieno di Gino, che mi sfondava con colpi sempre più veloci, un calore rovente che si mescolava al sapore di lei sulla lingua, odori che si fondevano – sudore terroso, vaniglia mia, lavanda sua – e l'orgasmo mi colpì una seconda volta, violento e inaspettato, pareti anali che si contraevano intorno al suo cazzo in spasmi furiosi, un'onda che partiva dal profondo e mi squassava intera, facendomi urlare nella figa di Rosa, umori suoi che colavano sul mio viso mentre lei veniva con me, squirting caldo e salato che mi bagnava le guance, gli occhi, la bocca carnosa, un fiotto copioso che mi annegava in estasi condivisa, il corpo che tremava incontrollato, la troia interiore che ruggiva per quella doppia invasione.
Rosa si ritrasse ansimante, il viso arrossato e soddisfatto, ma Gino non era contento – no, i suoi occhi brillavano di una fame primordiale, e mentre io pulsavo ancora nel post-orgasmo, mi girò di nuovo, spalancandomi le gambe sul tavolo. "Ora ti riempio qui, puttana," ringhiò, il cazzo ancora duro e lucido che premeva contro la mia fica dilatata, aperta dal fisting, sensibile e fradicia. Entrò in un colpo solo, stirandomi le pareti esauste in un piacere doloroso, un riempimento che mi fece inarcare e gemere, "Oh, sì, sfondami ancora!", e pompò rapido, colpi corti e violenti che mi sbattevano contro il legno, il suo bacino che schiaffeggiava il mio clitoride gonfio, odore di sborra imminente che mi avvolgeva – muschiato, caldo, maschile come la terra dopo la pioggia. Venne con un ruggito, sborra densa e bollente che mi inondava dentro, fiotti che mi riempivano fino a traboccare, colando giù per le cosce tese dai nastri, un marchio interno che mi fece contrarre di nuovo, un mini-orgasmo residuo che mi leccava le pareti, facendomi sentire posseduta, piena, la sua troia marchiata. "Da oggi, questa fica la sfondo sempre," ansimò lui, ritraendosi piano, guardando la crema bianca che stillava fuori, "deve stare sempre piena di sborra calda, capisci? Ogni mattina, troia del palazzo."
Sfinita, crollai tra le loro braccia, i legacci sciolti del tutto, l'aria fresca che asciugava il sudore, i succhi, la sborra che mi colava tra le gambe, profumata ora di agrumi schiacciati, sesso coniugale e vaniglia mia. Rosa mi baciò le labbra appiccicose, assaggiando se stessa su di me, mentre Gino mi palpava il ventre gonfio di lui. "Domani all'alba, troia," disse lei, tirandomi i capezzoli duri in un ultimo morso, "torna nuda alla porta, con la fica già aperta e bagnata. Ti porteremo giù e legheremo al furgone, ti sfondiamo tra le cassette di frutta – tu sei la nostra puttana del mercato, la buca da riempire prima dell'apertura, e non ti laverai mai senza il nostro permesso." Gino annuì, strizzandomi il culo: "E urlerai per il vicinato intero, così sanno chi sei – la troia del palazzo che implora cazzi e pugni ogni mattina." Sparirono giù per le scale, il rombo del furgone che svaniva, lasciandomi stordita, piena e gocciolante, la figa che pulsava di quel marchio caldo. Oh, la musica sfuma in eco distorti, e io già conto le ore, sottomessa, sfondata, ma con la troia interiore che freme per l'invito, pronta a essere la loro puttana, posseduta fino all'ultima goccia di sborra e succo. Mi preparai per andare a lezione, chiaramente senza mutandine.

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