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Gay & Bisex

Marco passivo #1


di Membro VIP di Annunci69.it Efabilandia
09.03.2026    |    44.814    |    13 9.5
"Avevo le labbra gonfie, il mento bagnato di saliva e di lui, il sapore che ancora mi rivestiva la lingua..."
Fino a ventotto anni avevo vissuto solo dentro corpi di donne.
Mani morbide, curve accoglienti, profumi dolci di vaniglia e fiori. Eppure, da sempre, c’era un altro desiderio che mi girava dentro come un tarlo silenzioso: volevo essere preso. Volevo un uomo, possibilmente molto più grande di me, possibilmente rude, possibilmente dominante. E quando scoprii le trans, quel desiderio si fece ancora più preciso: volevo essere posseduto, aperto, riempito. Ma ogni volta che l’occasione si presentava – un messaggio audace, un contatto su Grindr, un occhiolino in un locale – il coraggio mi abbandonava. Mi ritraevo. Sempre.
Poi sono diventato ingegnere.
A ventotto anni già con uno stipendio che molti invidiavano, riunioni in videoconferenza con gente che mi dava del “dottore”, trasferte in giro per l’Italia. Sembravo uno che aveva tutto sotto controllo. Invece dentro continuavo a tremare.
Quella sera ero a Calenzano, in un hotel anonimo e pulito lungo la strada industriale. Ero arrivato nel primo pomeriggio di febbraio, il cielo color piombo sporco, l’aria che odorava di pioggia vecchia e gas di scarico. Mi ero fatto una doccia bollente, mi ero infilato jeans scuri aderenti e una camicia azzurra aperta sul collo. Poi avevo aperto l’app.
Il suo profilo non era niente di speciale: foto sfocate, una sola in cui si vedeva bene il viso. Capelli brizzolati pettinati all’indietro, mascella squadrata, occhi chiari che sembravano trapassare lo schermo. “Attivo. 60 anni. Cerco passivi seri.” Mi bastò leggere “attivo” per sentire un calore improvviso salirti dallo stomaco fino alla gola.
Gli scrissi. Tremavo mentre digitavo.
Dopo una ventina di messaggi – io timido e formale, lui diretto e un po’ strafottente – ci accordammo per un drink in un bar a cinque minuti dall’hotel.
Quando lo vidi arrivare capii subito che aveva mentito sull’età. Non sessanta. Sessantanove, come avrebbe confessato dopo con un sorriso sornione. Ma non mi importava. Era alto, spalle larghe, mani grosse e venose, un maglione nero che gli tirava sul petto. Profumava di dopobarba speziato, legno di sandalo e tabacco vecchio. Mi fece tremare le ginocchia solo standomi davanti.
Parlammo poco. Io quasi non riuscivo a guardarlo negli occhi. Lui invece mi fissava senza ritegno, sorseggiando il suo Negroni, e ogni tanto diceva cose tipo: «Hai una bocca proprio bella, lo sai?».
Io arrossivo fino alle orecchie e annuivo come un idiota.
A un certo punto mi disse: «Mi piaci un casino, ma stasera non posso fermarmi. Ho un impegno alle nove e mezza».
Il mio cuore fece un tonfo. Stava per andarsene. Stava per finire tutto lì, come sempre.
Non so da dove uscirono quelle parole.
Sentii la mia voce, bassa e rotta:
«Ti prego… almeno un pompino in macchina prima di salutarci».
Silenzio.
Poi lui rise piano, una risata roca e compiaciuta.
«Mamma mia… sei proprio assetata di cazzo, eh?»
Pagò il conto per tutti e due senza nemmeno chiedermelo. Si alzò.
«Vieni».
Camminammo fino al parcheggio. L’aria era gelida, mi pizzicava le guance. Lui aprì una vecchia Mercedes grigio metallizzato.
«Sali».
Pochi chilometri dopo, lontano dalle luci della statale, si infilò in una stradina sterrata tra due capannoni abbandonati. Spense il motore. Il silenzio improvviso era assordante, rotto solo dal ticchettio del metallo che si contraeva raffreddandosi.
Non ce la facevo più.
Le mani mi tremavano mentre gli slacciavo la cintura, poi i bottoni dei jeans. Lui non disse niente, si limitò ad allargare leggermente le gambe e a guardarmi.
Quando lo tirai fuori rimasi senza fiato.
Era spesso, già mezzo duro, la pelle calda e leggermente profumata di sapone e di lui. La vena sul dorso pulsava piano. Mi chinai dal sedile del passeggero, il cambio mi premeva contro il costato. Lo presi in bocca lentamente, con una reverenza che non sapevo di avere.
Dio.
Il sapore salato, un po’ amaro, il peso sulla lingua, la consistenza vellutata che si induriva sempre di più. Sentivo il suo respiro cambiare, farsi più pesante. Un gemito basso gli uscì dalla gola, quasi un ringhio. Mi prese i capelli con una mano, non forte, ma decisa. Mi guidava.
Ero fradicio.
Le mutande mi si appiccicavano alla pelle, il cazzo mi pulsava dolorosamente contro il tessuto. Ogni volta che lo facevo scivolare più in fondo sentivo un’onda di calore salirmi dalla pancia fino al petto. Non riuscivo a credere a quello che stavo facendo. Ventotto anni di fantasie che si materializzavano tutte insieme in quell’abitacolo che odorava di pelle, di dopobarba e di sesso.
Poi successe.
Senza toccarmi, senza nemmeno sfregarmi.
Un orgasmo improvviso, violento, mi attraversò come una scarica elettrica. Venni nelle mutande, schizzi caldi che si allargavano sul cotone, mentre continuavo a succhiarlo con la bocca piena di saliva e di lui. Tremavo tutto.
Lui se ne accorse. Rise di nuovo, piano.
«Cazzo… sei venuto senza nemmeno toccartelo».
Mi ritrassi di scatto, mortificato. La vergogna mi bruciava la faccia. Volevo sparire.
Ma lui non me lo permise.
Mi afferrò di nuovo per i capelli, stavolta più forte, e mi spinse giù.
«No. Ora continui. Sei bravissima».
Quella parola.
“Bravissima”.
Al femminile.
Mi fece quasi svenire. Era come se mi avesse spogliato l’anima oltre che il corpo. Ero sua. Ero una cosa che serviva a farlo godere. E lo volevo disperatamente.
Continuai.
La sua mano mi teneva ferma la testa, il ritmo diventava sempre più profondo. Sentivo i muscoli delle sue cosce contrarsi, il respiro spezzarsi. Poi il cazzo si gonfiò ancora di più, pulsò forte contro la lingua – una, due, tre volte – e all’improvviso il primo schizzo caldo mi colpì il palato.
Era salato, denso, leggermente metallico.
Ne arrivarono altri, potenti, che mi riempirono la bocca fino a farmi quasi soffocare. Deglutii d’istinto, il sapore che mi invadeva gola e narici. Lui gemette a lungo, un suono gutturale e soddisfatto, tenendomi lì finché non ebbe finito.
Quando mi lasciò andare mi raddrizzai lentamente.
Avevo le labbra gonfie, il mento bagnato di saliva e di lui, il sapore che ancora mi rivestiva la lingua. Le mutande erano un disastro appiccicoso e caldo. Eppure non mi ero mai sentito così vivo.
Mi guardò, sorrise obliquo.
«Bravo. Molto bravo».
Mi riportò davanti all’hotel.
Prima di scendere mi prese il mento tra pollice e indice.
«La prossima volta che ripassi da Calenzano, vieni da me. E stavolta ti apro come si deve. Hai capito?»
Annuii, incapace di parlare.
Scesi dalla macchina con le gambe molli.
Mentre salivo in camera sentivo ancora il suo sapore in bocca, il bruciore leggero alle labbra, il bagnato appiccicoso tra le cosce.
E per la prima volta nella vita non provavo vergogna.
Provavo solo fame.
Fame di essere di nuovo suo.
Fame di sentirlo dentro.
La prossima volta non avrei chiesto solo un pompino.
Volevo tutto.

#MarcoPassivo
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