bdsm
Katiuscia la cameriera #18
Efabilandia
19.09.2025 |
14.149 |
3
"Katiuscia crollò poco dopo, il suo urlo che si spegneva, il braccio di Vladimir che la sfondava, l’odore metallico che ci avvolgeva..."
Il lunedì mattina si aprì con un cielo color piombo, un grigio che sembrava premere contro le finestre della villa, la luce fioca che si insinuava attraverso le tende di lino bianco, tingendo il pavimento di cotto di un pallore spettrale, come se il mondo stesso fosse un riflesso della mia anima devastata. L’aria era densa, carica dell’aroma dolciastro delle rose rosse che filtrava dal giardino, un profumo che si mescolava al sentore acre di cera al limone, un contrasto che mi rivoltava lo stomaco, intrecciandosi con l’odore pungente del mio sudore e il bruciore lancinante della mia fica martoriata. Ogni battito del cuore era una stilettata, il clitoride gonfio che pulsava come una ferita aperta, i lividi che si diramavano fino al ventre, il sangue rappreso in croste scure che incrostavano la carne, un dolore che mi inchiodava al letto, il respiro spezzato come vetri rotti. Il culo, libero dal plug che toglievo ogni sera come ordinato da Katiuscia, era un vuoto pulsante, una voragine che mi faceva sentire una bestia pronta per essere usata, la vergogna che mi scorreva nelle vene come un veleno. Il collare di cuoio nero mi stringeva la gola, l’anello di metallo che tintinnava a ogni movimento, un suono metallico che mi ricordava la mia schiavitù, un’eco che mi trafiggeva l’anima.Leonardo era in cucina, il suo zaino abbandonato sul tavolo, un disordine di matite colorate e quaderni sgualciti che mi stringeva il cuore, un frammento di innocenza che non mi apparteneva più. Il suo russare leggero filtrava dalla porta, un suono dolce che contrastava con il mio terrore. Matteo era accanto a me, il suo profumo di colonia agrumata che si mescolava all’odore di caffè bruciato, il volto teso, gli occhi pieni di paura, come laghi scuri che riflettevano la mia angoscia. La paura mi paralizzava: Vladimir, un gigante di 190 cm, massiccio come un carro armato, con occhi vuoti come il fronte di Zaporizhzhia, aveva detto “Torna domani, puttana.” Il ricordo del suo cazzo nella mia fica, della sua mano che mi fistava fino a farmi svenire, delle minacce contro me e Matteo, era un coltello che mi tagliava il respiro. L’odore di vodka e sigaretta rancida che emanava, il suono secco dei suoi schiaffi, il gusto metallico del mio sangue in bocca, mi perseguitavano. Non potevo tornare a casa sua, non potevo affrontare quella bestia senza anima.“Non andare,” sussurrò Matteo, la voce incrinata come porcellana fragile, l’odore di paura che si mescolava alla sua colonia. “Sa dove viviamo.” Il cuore mi si fermò, il silenzio della villa rotto solo dal ticchettio dell’orologio in salone, un ritmo ipnotico che amplificava la mia paranoia, come un metronomo che scandiva l’attesa della nostra rovina. Decidemmo di non fare nulla, di nasconderci, di sperare che l’ombra di Vladimir svanisse. Ma quella sera, alle 22:00, un bussare violento alla porta ci gelò il sangue, un “bam-bam” che squarciava il silenzio come un’esplosione. Matteo guardò dallo spioncino, il volto pallido come cera, l’odore di sudore che lo avvolgeva: “È lui.” Vladimir, un’ombra scura in pantaloni mimetici che filtrava dalla porta, trascinava Katiuscia per i capelli, il suo volto livido, un vestito logoro color marrone sporco che odorava di muffa e sudore, un’immagine che mi spezzava. Matteo agì d’istinto, il cuore che martellava come un tamburo. “Prendi Leonardo,” sussurrò, spingendomi verso la stanza del bambino. Lo svegliai, il suo russare che si spezzava, l’odore di biscotti e latte che mi avvolgeva, un calore che contrastava con il mio terrore. “Andiamo, amore,” dissi, la voce che tremava come una foglia al vento, mentre Matteo ci guidava verso la porta sul retro, il pavimento di cotto freddo che pizzicava i piedi nudi. Uscimmo nel giardino, l’odore di erba umida e rose rosse che ci avvolgeva, il cielo nero come inchiostro, il suono dei colpi alla porta che echeggiava alle nostre spalle, un “bam” che rimbombava come un tuono. Corremmo verso la macchina, il motore che ruggiva come una belva, le gomme che stridevano sull’asfalto bagnato, un suono acuto che mi trafiggeva. Trovammo rifugio dai genitori di Matteo, una villetta in campagna, l’odore di legna bruciata e minestrone che ci accolse, un abbraccio caldo che contrastava con il gelo nel mio cuore. Leonardo, confuso, si addormentò sul divano, il suo respiro leggero come un soffio, un suono che mi spezzava. Decidemmo che sarebbe rimasto lì, al sicuro, lontano dall’orrore di Vladimir.
Due giorni di tensione passarono, un silenzio che pesava come un macigno, ogni scricchiolio della villa un coltello nel petto. Matteo e io tornammo a casa, l’odore di cera al limone e sudore che saturava l’aria, il cuore che martellava a ogni passo. Sembrava che tutto si fosse calmato, un’illusione fragile come vetro. Ma il giovedì sera, mentre cenavamo, l’odore di pizza surgelata e vino rosso che ci avvolgeva, il SUV nero di Katiuscia apparve nel vialetto, un’ombra che ci gelò il sangue, il motore che si spegneva con un rombo basso, un suono che rimbombava come una sentenza. Vladimir bussò alla porta, un “bam” che squarciava il silenzio, ma senza aspettare una risposta, la sfondò con una spinta, il legno che si scheggiava in un’esplosione di schegge, un suono secco che echeggiava come un colpo di pistola. Trascinava Katiuscia per i capelli, il suo volto tumefatto, un occhio nero che pulsava come una ferita viva, il labbro spaccato che colava sangue, un gusto metallico che immaginavo, un vestito logoro color fango che odorava di muffa, sudore e disinfettante, un tanfo che mi nauseava. I suoi capelli biondi, un tempo lucidi, erano un groviglio unto, l’odore di paura che la avvolgeva come un sudario.“Questa è la puttana che ti scopavi?” ringhiò Vladimir a Matteo, la voce un rombo gutturale, l’odore di vodka e sigaretta rancida che saturava l’aria, il suo alito un tanfo acido che mi colpiva anche a distanza. Matteo, il volto rosso di rabbia, provò a reagire, un pugno che non arrivò mai, l’odore di colonia agrumata che si mescolava alla sua paura. Vladimir lo immobilizzò in un secondo, un pugno nello stomaco che lo piegò come un ramo spezzato, il suono sordo che echeggiava, l’aria che gli mancava. Lo mise a tappeto, il pavimento di cotto che scricchiolava sotto il suo peso, e lo legò a una sedia, le corde di canapa che mordevano la pelle, l’odore di corda e sudore che lo avvolgeva. Katiuscia e io eravamo immobili, paralizzate, il cuore che martellava come un tamburo, l’odore di paura che ci soffocava, i suoi occhi lividi che incontravano i miei, un muto grido di terrore.Vladimir si avvicinò a me, il suo passo pesante che faceva scricchiolare il pavimento, l’odore di vodka che mi travolgeva. Mi diede un forte schiaffo, la guancia che bruciava come se fosse stata colpita da una fiamma, il suono secco che rimbombava, il sangue che colava dal labbro, un gusto metallico che mi riempiva la bocca, caldo e amaro come ferro arrugginito. Poi un calcio in mezzo alle gambe, un’esplosione di dolore che mi piegò, la fica martoriata che pulsava sotto la mutandina di pizzo nero, e poi ancora un'altro che mi fece gonfiare la fica di dolore. “Spogliala,” ordinò a Katiuscia, la voce un ringhio che mi gelava il sangue. Katiuscia, tremante, obbedì, le sue mani fredde che tremavano mentre mi strappavano la gonna di pelle nera, il tessuto che si lacerava con un suono stridente, e la camicetta bianca, i bottoni che schizzavano sul pavimento, un “clic” che echeggiava come proiettili. Il plug da 8 cm, reinserito quella mattina dopo la doccia, scintillava, la gemma nera che rifletteva la luce fioca, l’odore di silicone e lubrificante che mi pizzicava il naso.Vladimir mi afferrò, il suo tocco ruvido che mordeva la pelle, e mi fece inginocchiare, il pavimento freddo che pizzicava le ginocchia. Mi infilò il cazzo in bocca, l’odore di sudore rancido e alcol che mi soffocava, il gusto amaro e salato che mi nauseava, un sapore che bruciava la gola come acido. Succhiavo, il suono umido dei miei movimenti che echeggiava, il cuore che martellava, la vergogna che mi consumava come un fuoco lento. Ordinò a Katiuscia di spogliarsi e mettere le mani dietro la nuca, il suo vestito logoro che cadeva a terra, l’odore di sporco e sudore che si mescolava al suo sangue. Mentre succhiavo, Vladimir cominciò a colpire Katiuscia, schiaffi e pugni sulle tette, il suono secco che rimbombava, la carne che si arrossava, lividi viola che sbocciavano come fiori malati, l’odore di sudore e paura che la avvolgeva. Poi un calcio sulla fica, un’esplosione di dolore che la fece accasciare, un urlo strozzato che squarciò la stanza, il suono che si mescolava al mio respiro spezzato. Si scostò da me, il cazzo ancora duro, l’odore di sborra e piscio e afferrò Katiuscia, facendola mettere a 90 sul tavolo. Le infilò il cazzo nel culo, a freddo, un dolore disumano che la devastava, il suono umido delle sue spinte che echeggiava, l’odore di sangue e lubrificante che saturava l’aria. Katiuscia non reagiva, il volto livido premuto contro il tavolo, l’odore di muffa e paura che la avvolgeva. Vladimir mi fece cenno di tenerla ferma, e io obbedii, le mani che tremavano, l’odore di sudore che ci univa. Trovai il coraggio di aprire le gambe, mettendo la mia fica martoriata davanti alla sua faccia, il pizzo della mutandina che sfregava sulla carne gonfia, l’odore di disinfettante e sangue rappreso che si diffondeva. Ogni colpo di Vladimir spingeva il volto di Katiuscia contro la mia fica, la sua lingua che sfiorava il clitoride livido, un dolore acuto che si mescolava a un piacere perverso, un gemito che mi sfuggiva, il suono che si intrecciava al ritmo delle spinte. Vladimir rise, un ghigno gutturale: “Vedi che puttane?” Ordinò: “Pisciale in faccia, troia.” Esitai, ma un altro schiaffo mi colpì, il dolore che mi bruciava. Pisciai, un getto caldo che colpì il volto di Katiuscia, l’odore acre che ci soffocava, il gusto salato che le colava in bocca, un’umiliazione che ci riduceva a nulla.
Vladimir terminò di sfondare il culo di Katiuscia, il suo cazzo che usciva con un “pluf” umido, un rivolo di sangue che colava, l’odore metallico che saturava l’aria. Passò a me, mi fece mettere a 90, il tavolo che scricchiolava sotto il mio peso, l’odore di cera al limone che mi avvolgeva. Sfilò il plug, un dolore che mi strappò un gemito, il buco spalancato che colava lubrificante, l’odore di silicone che mi pizzicava il naso. Mi scopò nel culo, il suo cazzo che entrava facilmente, il buco largo per il plug che indossavo sempre, ma ogni spinta era un fuoco che mi devastava, il suono umido che echeggiava, l’odore di sudore e sborra che mi soffocava. Sborrò dentro, un pieno caldo e vischioso che colava, l’odore salato che mi nauseava, un orgasmo perverso che mi travolse, il cuore che martellava.Ci fece mettere a terra, me e Katiuscia, le tette premute contro il pavimento freddo, i culi alti, l’odore di cotto e sudore che ci avvolgeva. Infilò le mani nei nostri culi, un fisting brutale che ci spezzava. In Katiuscia uscì un rivolo di sangue, l’odore metallico che si mescolava al suo sudore, ma Vladimir non si fermò, spingendo la mano più in fondo, il suono umido che echeggiava, il suo urlo strozzato che squarciava la stanza. Con me, la sua mano entrò tutta, il buco spalancato che la accoglieva, ma non gli bastò. Spinse il braccio, fino al gomito, un dolore disumano che mi devastava, la carne che si tendeva, un’agonia che mi faceva tremare, il suono umido che rimbombava. Svenni, il mondo che si spegneva, l’odore di sangue e sudore che mi soffocava. Katiuscia crollò poco dopo, il suo urlo che si spegneva, il braccio di Vladimir che la sfondava, l’odore metallico che ci avvolgeva.
Matteo guardava quel brutale strupo, legato alla sedia, il volto una maschera di orrore ed eccitazione, l’odore di colonia agrumata che si mescolava al suo sudore, il cazzo duro sotto i jeans, un tradimento del suo corpo che mi trafiggeva. Vladimir lo slegò, estraendo una pistola, il metallo freddo che scintillava, l’odore di olio per armi che mi pizzicava il naso. “Spogliati,” ringhiò, puntandogliela alla testa. Matteo obbedì, i jeans che cadevano, l’odore di cotone e sudore che lo avvolgeva. Lo fece mettere a 90 sul tavolo, l’odore di cera al limone che si mescolava al suo terrore. Senza convenevoli, gli infilò il cazzo nel culo vergine, un urlo che squarciò la stanza, il suono che rimbombava, il dolore che lo spezzava, il culo che si lacerava, l’odore di sangue e sudore che saturava l’aria. Ogni spinta era un martirio, il suono umido che echeggiava, Matteo che gridava, il gusto amaro della sua umiliazione che mi trafiggeva. Vladimir sborrò dentro, un pieno caldo che colava, l’odore salato che ci soffocava, poi lo scaraventò a terra, vicino a noi, il pavimento che scricchiolava.
Ci pisciò addosso, un getto caldo e copioso che ci colpì, l’odore acre che ci soffocava, il gusto salato che ci riempiva la bocca, un’umiliazione che ci riduceva a nulla. “Puttane,” ringhiò, trascinando Katiuscia per i capelli, il suo volto livido, l’odore di sangue e piscio che la avvolgeva. Uscì, il suono dei suoi stivali che echeggiava, la porta sfondata che sbatteva, lasciandoci in una scena macabra: nudi, legati, il pavimento freddo che pizzicava, l’odore di piscio, sangue e sborra che ci soffocava, il cuore spezzato.
Da allora, non seppi più nulla di Katiuscia e Vladimir. Forse tornati in patria, forse inghiottiti da qualche macabra vicenda, un’ombra che svaniva come fumo. Ci vollero tre mesi per tornare a una parvenza di normalità, ma la normalità era una menzogna. La villa odorava ancora di cera al limone, ma ogni scricchiolio era un coltello nel petto. Matteo, il culo sfondato, aveva camminato con dolore e con l’odore di disinfettante che lo avvolgeva per 2 settimane, il volto segnato da un’umiliazione. Tra noi non parlavamo mai , la nostra storia troppo segnata da tutto questo. Leonardo tornò a casa con noi, il suo russare leggero un conforto fragile, l’odore di biscotti che mi spezzava.
Katiuscia aveva lasciato regali oscuri: Malik e i suoi amici senegalesi, l’odore di sudore e spezie che mi perseguitava, i loro cazzi che mi sfondavano, il gusto salato della loro sborra che mi nauseava, avevo bisogno di loro. Victor, il rumeno del bar, l’odore di birra e tabacco che mi richiamava a quanto fossi puttana, le sue scopate brutali che mi devastavano, un piacere perverso che mi completava. La mia fica era pronta e bisognosa di cazzo. Il culo desiderava il piacere, quella mattina a fatica misi nuovamente il plug da 8cm, un dolore che mi ricordava chi ero: una puttana, una vacca il cui unico scopo era far godere cazzi e fiche, prendere sborra e piscio, un’esistenza di dolore e piacere che mi definiva. Mentre mi godevo il forte dolore nel culo inviai un messaggio a Victor "La tua puttana ha bisogno del tuo cazzo".
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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