incesto
Zia Clelia: Confessioni primaverili
Efabilandia
26.06.2025 |
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"Quando sentii l’orgasmo arrivare, le chiesi: “Zia, dove vuoi la mia sborra?” “In bocca, Luca, fammi bere tutto..."
Mi chiamo Luca, ho 25 anni, e vivo in un paesino in provincia di Parma, dove i campi di grano si tingono di verde brillante in primavera e l’aria profuma di fiori di pesco e terra umida. È aprile, Pasqua, e gli ormoni sembrano danzare nell’aria tiepida, come se la primavera stessa ti spingesse a desiderare ciò che non dovresti. Questa è la mia confessione, un segreto che mi porto dentro da quel giorno, un giorno che ha capovolto ogni mia certezza.Ogni Pasqua, la mia famiglia si riunisce a casa di zia Clelia, la sorella di mio padre. Clelia ha 40 anni, è sposata con Marco, un uomo pacato che ama il suo vino, e ha una figlia, Sofia, che ha 18 anni e frequenta il quinto liceo, alle prese con l’esame di stato. Clelia è una donna che sembra rubare il tempo: alta un metro e sessantacinque, capelli castani che ondeggiano come seta al vento di primavera, occhi verdi che ti catturano come una trappola, un seno pieno che preme contro le maglie scollate e un corpo che sfida ogni logica dell’età. Da quando avevo 14 anni, quando andavo a casa sua per fare da babysitter a Sofia, che allora aveva solo 6 anni, Clelia era il mio sogno proibito. Indossava gonne aderenti che scolpivano le sue curve, pantaloni che sembravano una seconda pelle. A volte, mentre Sofia giocava con le sue bambole, Clelia accavallava le gambe con una lentezza che sembrava studiata, e io, con il sangue che mi ribolliva, intravedevo l’orlo delle sue mutandine – o, in certi giorni, un lampo di pelle nuda che mi faceva quasi svenire.
Quella Pasqua, arrivammo a casa loro a mezzogiorno. L’aria era dolce, carica dell’odore di lasagne al forno e dell’agnello che cuoceva lentamente, con un sottofondo di rosmarino e aglio. La tavola era apparecchiata con piatti bianchi bordati d’oro, tovaglioli azzurri come il cielo di aprile, e un centrotavola di tulipani rossi che sembravano urlare primavera. Clelia era uno spettacolo: una gonna nera corta che sfiorava le cosce, calze autoreggenti bianche che brillavano sotto la luce del sole che filtrava dalle finestre, una maglia aderente color panna che lasciava intravedere il pizzo bianco del reggiseno. Il suo profumo, vaniglia e muschio, mi colpì come un pugno quando si sedette accanto a me.
Prima di pranzo, però, c’era stata un’altra situazione. Ero nella stanza di Sofia, a ripassare derivate per il suo esame. Lei, con i capelli biondi legati in una coda disordinata e una maglietta attillata che metteva in risalto il suo corpo da diciottenne, era seduta vicino a me al tavolo. L’odore della sua crema al cocco mi distraeva, e il modo in cui si mordeva il labbro mentre fissava il quaderno mi faceva sudare. A un certo punto, mentre spiegavo la regola della derivata composta, la sua gamba sfiorò la mia sotto il tavolo. Pensai fosse un caso, ma il contatto si fece più deciso. La sua mano, come per sbaglio, scivolò sulla mia coscia, poi più su, proprio sopra il mio cazzo, che reagì immediatamente, indurendosi nei jeans. Sofia alzò gli occhi, un sorrisetto malizioso, e continuò a premere, ora di proposito, mentre io, con la voce che tremava, andavo avanti a spiegare: “Vedi, la derivata di una funzione composta si calcola così…” Feci finta di niente, ma il suo tocco era un fuoco che mi bruciava. Poi si fermò, come se nulla fosse, e tornò al quaderno, lasciandomi confuso e con il cuore in gola.
A tavola, il momento con Sofia sembrava solo un preludio. Clelia, seduta accanto a me, era una presenza magnetica. Mentre spezzavo il pane, caldo e croccante, sentii i suoi occhi su di me. Il mio cazzo, ancora teso dal gioco di Sofia, tradì la mia eccitazione, e Clelia lo notò. Abbassò lo sguardo sulla patta dei miei jeans, un sorriso sfacciato le increspò le labbra, poi tornò a mangiare come se niente fosse. Il tintinnio delle posate, le risate di mio padre e Marco, Sofia che chiacchierava del suo ultimo compito: tutto era un rumore di fondo, mentre il mio corpo gridava desiderio.
Dopo pochi minuti, Clelia si sporse verso di me. Il suo respiro, caldo e profumato di vino rosso, mi sfiorò l’orecchio. “Rilassati, Luca,” sussurrò, la voce come seta ruvida. “Ho visto quanto sei eccitato. Non male, nipotino.” Quelle parole mi fecero arrossire, il sangue che mi pulsava nelle tempie. Non risposi, troppo imbarazzato, e continuai a mangiare, ma il sapore della lasagna era lontano, coperto dal battito del mio cuore.
Clelia si alzò per andare in cucina, i tacchi che ticchettavano sul parquet come un richiamo. Pochi secondi dopo, il mio telefono vibrò. Un messaggio: “Luca, il tuo cazzo duro mi ha fatto perdere la testa. Non so come calmarmi. Rispondi.” Le mie mani tremavano mentre digitavo: “Zia, non possiamo. Sei mia zia, c’è troppa gente, Marco, Sofia, i miei…” Ma il desiderio mi tradiva.
Tornò con un vassoio di verdure grigliate, l’odore di peperoni e zucchine che si mescolava al suo profumo. Si risedette, e sotto il tavolo la sua mano trovò la mia coscia. Le sue dita, lente e audaci, si chiusero sul mio cazzo, massaggiandolo attraverso i jeans. Il calore della sua mano era elettrico, e io dovevo restare impassibile, con mio padre che raccontava una barzelletta a pochi metri. Con un coraggio che non sapevo di avere, feci scivolare la mia mano sotto il tavolo, sulla sua coscia. La seta delle calze era fresca, ma la sua pelle, più su, bruciava. Scostai le mutandine e trovai la sua fica, umida e calda. Con un dito la penetrai, e lei strinse le cosce per un istante, poi le aprì, lasciandomi libero. Il suo respiro si fece rapido, ma il suo viso restava una maschera di calma.
Il telefono di casa squillò, rompendo l’incantesimo. Clelia si alzò per rispondere, e io ritrassi la mano, il cuore che mi esplodeva. Un altro messaggio: “Ho un piano. Era un’amica, dice che viene a fare gli auguri. Dirò che devo comprarle un regalo, ma l’ho già preso. Ti chiederò di accompagnarmi. Andiamo a casa tua. Ci stai?” Risposi senza esitare: “Sì, zia. Andiamo.”
A tavola, Clelia annunciò con voce tranquilla: “Scusate, era Laura. Devo uscire a prenderle un regalo, non ho avuto tempo prima. Marco, tu resta pure, magari mi faccio accompagnare da Luca. Ti va, Luca?” I suoi occhi verdi erano un fuoco che prometteva peccato. Marco annuì, sorseggiando il suo vino. “Vai pure,” disse. Io balbettai un “sì” e mi alzai, infilando il giubbotto, l Bile di pelle che si mescolava al profumo di Clelia.
Fuori, l’aria di primavera era fresca, carica di fiori e polline. Salimmo sulla mia macchina, e appena chiusi la portiera, Clelia mi saltò addosso. Le sue labbra, morbide e calde, sapevano di rossetto e barbera. Le nostre lingue si intrecciarono, un ballo proibito che odorava di desiderio. “Luca,” ansimò, staccandosi, “la vista del tuo cazzo mi ha fatto impazzire. Guida, non resisto più.” Accesi il motore, il rombo che copriva a malapena il mio battito.
Durante il tragitto, Clelia slacciò i miei jeans. Si chinò, e la sua bocca trovò il mio cazzo, prima sfiorandolo con le labbra, poi con la lingua, un tocco che era pura elettricità. Il suo profumo di vaniglia mi avvolgeva, mescolato all’odore della sua pelle riscaldata. Quando se lo infilò in bocca, fu come cadere in un sogno. Succhiava con una maestria che mi faceva tremare, il suono umido e ritmico che riempiva l’abitacolo. Arrivammo al parcheggio di casa mia, e lei si rialzò, un sorriso trionfante.
Salimmo in casa, la porta che si chiuse con un tonfo sordo. “Andiamo in camera mia,” dissi, ma Clelia scosse la testa. “No, Luca. Nella camera dei tuoi. Il letto è più grande, e io voglio stare comoda.” La sua voce era un ordine, e io obbedii.
Nella stanza dei miei, l’odore di lavanda del diffusore si mescolava al suo profumo. La baciai, le nostre bocche affamate, mentre lei mi slacciava i jeans e stringeva il mio cazzo duro con una presa decisa. Io infilai una mano sotto la sua gonna, trovando la sua fica bagnata, e iniziai a muovere le dita, sentendola gemere contro la mia bocca. La spinsi sul letto, il materasso che scricchiolava. Le tolsi le décolleté, il suono dei tacchi sul parquet come un preludio. Baciai i suoi piedi, la seta delle calze che odorava di pulito e di lei. Salii lungo le cosce, la pelle calda, fino alla sua fica. Le mutandine erano umide; le scostai e iniziai a leccarla, prima piano, poi con più foga. Il suo sapore era dolce e salato, i suoi gemiti un canto che mi spingeva a continuare. Infilai due dita, poi tre, mentre lei si inarcava, le mani che stringevano le lenzuola.
Ci scambiammo di posizione: io sdraiato, lei sopra, la sua bocca sul mio cazzo, la mia lingua sulla sua fica. Il suo respiro caldo, i suoi gemiti soffocati mentre succhiava con una voracità che mi faceva tremare. “Chiamami troia, Luca,” ansimò. “Dimmelo.” “Sei la mia troia, zia,” risposi, la voce rotta. Quelle parole la fecero impazzire; succhiava più forte, mentre io la leccavo, il suo sapore che mi inondava.
Poi la misi a pecorina, il letto che scricchiolava. Entrai nella sua fica con un colpo secco, il suono della carne contro la carne che riempiva la stanza. Clelia urlava di piacere, il suo corpo che si muoveva con il mio. Si fermò, si masturbò brevemente, e un getto caldo mi inondò la faccia. “Ti piace, vero?” ansimò. “Sì, zia, è fottutamente buono,” risposi.
Le chiesi se avesse mai provato nel culo. “No, mai,” disse, ma nei suoi occhi c’era curiosità. Iniziai a leccarla lì, poi infilai un dito, poi due. “No, Luca, lì no,” mormorò, ma il suo corpo diceva altro. “Solo un dito, zia,” la rassicurai, ma presto furono tre, e lei gemeva come una pazza. “Luca, fallo,” disse alla fine. “Voglio che sia tu a sfondarmi il culo.” Con delicatezza, entrai, il suo calore stretto che mi avvolgeva. Prima piano, poi più veloce, i suoi gemiti che si mescolavano al dolore e al piacere. “Non fermarti,” implorava.
Quando sentii l’orgasmo arrivare, le chiesi: “Zia, dove vuoi la mia sborra?” “In bocca, Luca, fammi bere tutto.” Mi inginocchiai davanti a lei, e dopo pochi colpi esplosi, la sua bocca che accoglieva ogni goccia, la lingua che ripuliva il mio cazzo dalla sborra rimasta, come se fosse affamata.
Ci rivestimmo in fretta, l’odore del sesso ancora nell’aria, mescolato alla lavanda. “Lo rifacciamo, Luca,” sussurrò, baciandomi un’ultima volta. “Questo è il nostro segreto.” Tornammo a casa sua, il cuore che ancora batteva forte, il sapore di lei sulla mia lingua, la primavera che aveva acceso un fuoco che non potevo spegnere.
Pensavo che quel momento sarebbe rimasto chiuso tra noi, sigillato dalla vergogna e dall’eccitazione. Ma i segreti, in un paesino come il nostro, sono fragili come i petali dei peschi in primavera. Nelle settimane successive, quando tornai a casa di zia Clelia per le ripetizioni di matematica a Sofia, qualcosa nell’aria era cambiato. Il profumo di cocco della crema di Sofia sembrava più intenso, il suo sguardo più diretto, quasi inquisitore. Mentre spiegavo le equazioni differenziali, seduta al tavolo con la sua maglietta attillata e i jeans che le scolpivano le cosce, Sofia mi fissava in un modo che non era più solo malizioso. Era come se sapesse. “Luca,” disse a un certo punto, interrompendo la mia spiegazione sulle derivate parziali. La sua voce era bassa, il tono di chi sta per lanciare una bomba. “Ho visto come vi guardate tu e la mamma, so tutto". Feci finta di niente, ma la sua mano venne nuovamente a cercare il mio sesso.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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