bdsm
Elias: Il contratto di un mese #4
Efabilandia
18.02.2026 |
31.803 |
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"“Senti quanto sei bagnata, ” sussurrò, e Aurora chiuse gli occhi, il corpo che si tendeva, un odore di eccitazione femminile che si diffuse nella stanza, muschiato e dolce..."
Il giorno dopo – il 26 – arrivai alla villetta con il corpo ancora un ammasso di dolore pulsante, ogni passo che inviava fitte lancinanti dal culo martoriato dalla notte precedente, dove quel mostro meccanico mi aveva sfondato senza pietà per ore. La prostata era gonfia, sensibile, come un livido interno che si accendeva a ogni movimento, e la gabbia metallica che mi aveva tolto solo quella mattina mi aveva lasciato la pelle arrossata, indolenzita, un ricordo freddo e crudele della mia impotenza. Eppure, nonostante il terrore che mi stringeva lo stomaco – un nodo freddo, appiccicoso, che mi faceva sudare le mani mentre infilavo la chiave di servizio nella serratura – c’era quell’eccitazione oscura, un calore traditore che saliva dal basso, facendomi indurire solo al pensiero di ciò che mi aspettava. Il clic della porta che si apriva fu un suono secco, metallico, che riecheggiò nel mio petto come un avvertimento. Entrai, l’aria della casa che mi avvolse subito: un misto di vaniglia dal suo profumo abituale, detersivo fresco dal pavimento che avrei pulito, e un sottofondo muschiato, animale, che mi ricordava le sue punizioni intime. Mi spogliai nell’ingresso, le mani tremanti mentre piegavo i vestiti – camicia, pantaloni, boxer – ogni piega un atto di resa, un’umiliazione silenziosa che mi faceva arrossire fino alle orecchie. Infilai il collare, il cuoio freddo contro la pelle calda del collo, l’incisione “Proprietà di Barbara” che sfregava come un marchio invisibile. Rimasi nudo al centro del salotto, i piedi sul parquet fresco che mi dava brividi, in attesa, il cuore che batteva forte per l’anticipazione mista a paura.Barbara arrivò dal corridoio, i tacchi che ticchettavano sul legno come un ritmo ipnotico, un suono che mi fece irrigidire. Indossava un abito nero semplice ma aderente, che le fasciava le curve mature, e il suo profumo mi investì: vaniglia dolce mista a un odore più profondo, di pelle calda e desiderio controllato. “Al centro. Gambe aperte. Mani dietro la schiena.” La sua voce era bassa, autoritaria, un ordine che mi fece obbedire all’istante, divaricando le gambe per esporre tutto: il cazzo semi-eretto dall’attesa, le palle pesanti e ancora sensibili dai calci della notte prima. L’ispezione fu lenta, umiliante: le sue dita fredde, con unghie laccate di rosso, sfiorarono il petto, tracciando linee che mi fecero venire la pelle d’oca, un brivido elettrico che si mescolava al terrore di ciò che poteva venire. Strinse i capezzoli, torcendoli piano, un dolore acuto, bruciante, che mi strappò un gemito sommesso, il sapore amaro della bile che mi saliva in gola per l’umiliazione di reagire così. Scese sulle palle: le afferrò con pressione calcolata, il bruciore che si irradiava alle cosce, un promemoria del mio status di oggetto da manipolare. Il mio cazzo tradì tutto, indurendosi completamente, e l’odore del mio sudore eccitato si mescolò all’aria, facendomi sentire patetico, esposto.
“Ancora eccitato? Patetico.” Mi legò le palle con la corda sottile, nera e liscia, stringendo il nodo fino a farmi gemere, il dolore costante, pulsante, come una morsa calda che mi tirava verso il basso. Agganciò il guinzaglio al collare – un clic metallico che riecheggiò nella stanza – e tirò bruscamente. “Andiamo. Pulizie. Muoviti.” Caddi carponi, il guinzaglio che mi strattonava il collo, un bruciore al collo che si univa al dolore alle palle. Strisciai dietro di lei per la casa, il pavimento freddo contro le ginocchia e le mani, ogni tiro che inviava scosse lancinanti, facendomi ansimare. L’odore del detersivo al limone che usavo per pulire mi riempiva le narici mentre raccoglievo stracci, spolveravo mobili bassi, il corpo che si contorceva in posizioni umilianti: culo in aria, gambe divaricate, il sudore che colava lungo la schiena con un odore salato, acre. Durante le pulizie, sbagliai apposta – lasciai una macchia sul lavandino, un’impronta appiccicosa che odorava di sapone – per meritare la punizione, il mio cuore che accelerava per l’anticipazione.
All’ispezione pomeridiana, al centro della stanza con gambe aperte, lei la trovò. Senza una parola, un calcio preciso sulle palle: il piede nudo che colpiva con forza, un impatto sordo, doloroso, che mi fece urlare, un suono roco che riecheggiò, lacrime calde che mi rigarono il viso. Il bruciore si irradiò all’addome, una nausea che mi strinse lo stomaco, l’umiliazione di piegarmi in due come un debole. “Impara, Elias.” Poi mi fece stendere supino sul pavimento freddo, il parquet che mi gelava la schiena. Si tolse i tacchi, i piedi nudi – pelle morbida, calda, con un odore lieve di sudore e cuoio – che premettero sul mio petto. Camminò piano, il peso che mi schiacciava i polmoni, facendomi ansimare per l’aria, ogni passo un rumore sordo contro la carne, un dolore compressivo che si mescolava a un piacere distorto. Scese sulle cosce, le piante che sfregavano, calde e umide, poi posò un piede sul cazzo, premendo, schiacciandolo contro l’addome con un bruciore acuto. Il culmine fu quando raggiunse la faccia: infilò le dita dei piedi nella mia bocca aperta, spingendo, il sapore salato, sudato, che mi riempì la lingua, l’umiliazione di succhiare obbediente mentre lei rideva piano.
Alla fine, prima di mandarmi via, mi fece inginocchiare. Tirò fuori la gabbietta metallica – lucida, fredda, crudele – e me la mostrò. “Non voglio che sfiori la tua ragazza. Non meriti di eccitarti con lei.” Mi infilò l’anello doppio alla base delle palle e del cazzo, stringendolo fino a farmi gemere, il metallo che mordva la pelle sensibile, un dolore compressivo che mi fece lacrimare. Poi schiacciò il mio sesso dentro la gabbia piatta, il freddo che lo costringeva a rientrare completamente, ogni millimetro una fitta umiliante. Il clic del lucchetto fu un suono definitivo, irrevocabile, che mi fece tremare. “Le chiavi le tengo io. Vai.”
Tornai a casa barcollando, la gabbia che sfregava tra le gambe a ogni passo, un peso costante, metallico, che mi ricordava la mia castrazione, il bruciore dove il metallo toccava la pelle. Quella sera uscii con Aurora, come programmato, ma ero un relitto: il corpo dolorante, la mente piena di Barbara, il suo odore ancora nelle narici. Andammo in un ristorante tranquillo, l’aria profumata di cibo italiano – aglio, basilico, pomodoro – ma io ero distratto, assente, il sapore del vino che mi sembrava amaro come la mia vergogna. Aurora era bellissima: capelli biondi sciolti che odoravano di shampoo alla fragola, abito rosso che le fasciava le curve, un profumo floreale dolce che un tempo mi eccitava. Ma ogni suo tocco – una mano sulla mia sotto il tavolo – mi sembrava sbagliato, estraneo, quasi disgustoso. Mi ritraevo, il cuore in gola, la gabbia che stringeva come una morsa fredda.
Dopo cena, in macchina parcheggiata in un posto isolato – l’aria esterna umida di Roma, odore di pioggia imminente – ci provò pesantemente: mi baciò il collo, il suo alito caldo con un sapore di vino rosso, infilò la mano sotto la camicia, sfiorò la cintura. “Vieni, Elias. È da tanto che non lo facciamo.” Il suo tocco mi fece irrigidire, non di eccitazione ma di terrore: la gabbia premeva, fredda, impedendomi qualsiasi reazione. Mi ritrassi, ansimando, il viso che bruciava di vergogna.
Lei si fermò, gli occhi che si accendevano di rabbia, un fuoco che le colorava le guance. “Cosa c’è? Hai un’altra, vero? Stronzo, non hai le palle per dirmelo?” E così dicendo, mi mise una mano in mezzo alle gambe, palpando attraverso i pantaloni. La sua espressione cambiò: sorpresa, confusione, le dita che sentivano il metallo duro, freddo. “Cosa è questa novità? Cosa hai qui sotto? Fammi vedere.”
Mi vergognavo da morire. Il viso mi bruciava come fuoco, lo stomaco si contorceva in un nodo appiccicoso di umiliazione, le mani che sudavano fredde. Provai a riprendere il discorso, la voce che usciva balbettante, rotta: “Aurora, ascoltami, è complicato…” Ma lei mi zittì con uno schiaffo secco sul viso, un rumore sordo che riecheggiò nell’abitacolo, il bruciore che mi fece lacrimare. “Zitto! Abbassa i pantaloni. Ora. Siamo in macchina, nessuno vede.”
Tremando, obbedii. Abbassai i pantaloni e i boxer, esponendo la gabbietta metallica che imprigionava il mio cazzo, schiacciato e minuscolo, il metallo lucido sotto la luce dei lampioni. L’aria fredda della macchina mi diede brividi, l’odore del mio sudore eccitato misto alla vergogna che mi avvolse. Lei la fissò, gli occhi spalancati, un misto di shock e rabbia. “Cosa è questa cosa di metallo che hai sul cazzo? Sembri un pervertito!”
Ero mortificato, umiliato fino al midollo, spezzato. Non riuscivo a guardarla negli occhi, lo sguardo chino sul volante, la voce che usciva bassa, balbettante, un sussurro rotto. Provai a inventare: “È… una specie di presidio medico. Per un problema di… ehm, controllo.” Le parole suonavano false persino a me, un sapore amaro in bocca come bile.
Aurora rise, una risata amara, incredula, che mi trafisse come una lama. “Stronzo, dimmi la verità! Non ti credo manco per un secondo.”
Con la voce ancora più bassa, lo sguardo chino, confessai, le parole che uscivano come veleno: “È una cintura di castità. Mi impedisce di far eccitare il cazzo… e di avere rapporti.” Il mio cuore batteva forte, l’umiliazione che mi soffocava, il profumo di Aurora – fragola e rabbia – che mi avvolgeva come una prigione.
Lei sgranò gli occhi, poi capì, il viso che si contorceva in furia. “C’è un’altra. Una stronza che ti controlla così? Bene, mi sembra una cosa buona, così non guardi altre donne. Ma ora apri il lucchetto che chiude quell’arnese. Voglio vedere.”
Coprii la gabbietta con le mani, il metallo freddo contro i palmi sudati, il viso in fiamme. “Non ho io le chiavi…” La voce mi uscì un sussurro spezzato, l’umiliazione che mi travolgeva come un’onda, il sapore salato delle lacrime che mi colavano in bocca.
Fu come accendere una miccia. Aurora capì tutto: c’era un’altra che teneva le chiavi, che mi possedeva completamente. Iniziò a schiaffeggiarmi, insulti che volavano come proiettili: “Stronzo! Impotente! Frocio!” Le sue mani mi colpivano ovunque – viso, con bruciori acuti che mi facevano girare la testa, petto con tonfi sordi, braccia che mi facevano male. Io provai a proteggermi, le braccia alzate, ma non reagii, l’umiliazione che mi paralizzava, il suono dei suoi schiaffi che riecheggiava nell’abitacolo stretto. Poi un pugno basso, dritto sulle palle: un impatto sordo, lancinante, che mi fece urlare, una nausea che mi salì in gola, lacrime calde che mi rigavano il viso. Resistetti, non fiatai, il dolore che si irradiava all’addome come fuoco, l’odore del mio sudore terrorizzato che riempiva la macchina.
Passata la rabbia, ansimante, mi guardò con disprezzo misto a curiosità, il respiro corto che odorava di vino e furia. “Accompagnami a casa. Tra noi è finita. Ma voglio conoscere questa stronza che si è presa il mio ragazzo. Organizza un incontro.”
Tornai a casa distrutto, il corpo dolorante dai colpi, la mente un turbine di vergogna e terrore, ma contattai Barbara su A69. Lei accettò l’incontro per il giorno dopo, a casa sua. “Portala. Vedremo.” Il suo messaggio mi fece tremare: paura per ciò che avrebbe fatto, ma un brivido eccitato che mi tradì.
Il pomeriggio seguente, arrivai per primo. Barbara mi fece spogliare immediatamente, l’aria della casa profumata di vaniglia e potere. Mi legò a una sedia al centro del salotto: polsi dietro la schiena con corde morbide ma inesorabili, gambe divaricate e bloccate alle gambe della sedia, esponendo la gabbietta metallica che stringeva il mio cazzo, freddo e umiliante. Inserì un plug vibrante nel culo – grosso, nero, unto di crema fredda che odorava di menta, il bruciore dell’inserimento che mi fece gemere, la prostata sensibile che pulsava al ronzio basso intermittente. Il suono del vibratore – un ronzio sommesso, meccanico – mi teneva sull’orlo, il dolore misto a piacere negato che mi faceva sudare, l’odore del mio eccitazione represso che riempiva la stanza.
Aurora arrivò, bussando con forza. Quando entrò e mi vide così – nudo, legato, ingabbiato, il plug che vibrava con un ronzio udibile, il mio viso arrossato di vergogna – sgranò gli occhi, un misto di shock e rabbia che le colorò le guance. Il suo profumo – fragola dolce, familiare – si mescolò all’aria, facendomi sentire ancora più spezzato. Barbara la prese per mano, calma, autoritaria: “Benvenuta. Siediti. Ti spiego tutto.” Le raccontò del contratto, della mia sottomissione, delle punizioni, la voce bassa e ipnotica che riecheggiava nella stanza. Aurora ascoltava, rossa in viso, il respiro che accelerava, un misto di rabbia e curiosità che le facevano brillare gli occhi.
“Prova. Tiragli un calcio sulle palle. Merita.” Aurora esitò, il cuore che le batteva forte – potevo sentirlo nel silenzio – ma Barbara dimostrò: un calcio secco, preciso con il piede nudo, un impatto sordo che mi fece urlare, il dolore lancinante che si irradiò dall’inguine all’addome, lacrime calde che mi rigarono il viso, un sapore salato in bocca. Aurora, eccitata dalla scena, provò: il suo piede colpì le palle, un bruciore acuto, elettrico, che mi spezzò, un gemito roco che uscì dalla mia gola. Mentre lo faceva, Barbara si avvicinò da dietro, le toccò il seno attraverso la camicia, le dita che sfioravano il tessuto con un rumore lieve. Aurora sentì il tocco, un brivido che le fece accelerare il respiro, ma non si girò, gli occhi fissi su di me. Barbara le sussurrò all’orecchio, il fiato caldo che odorava di menta: “Dai un altro calcio.” Aurora obbedì, il secondo calcio che mi fece gemere, un dolore sordo che mi piegò, e Barbara le strinse i capezzoli attraverso la stoffa, torcendoli piano, un gesto che strappò un ansimo ad Aurora. “Senti come è eccitante umiliarlo. Dai ancora.”
Il terzo calcio fu devastante: mi accasciai sulla sedia quanto i legami permettevano, il mondo che girava, il dolore che mi toglieva il fiato, un bruciore profondo che mi fece singhiozzare. Barbara aveva già infilato una mano tra le gambe di Aurora, toccandola attraverso i pantaloni, le dita che sfregavano con un rumore umido, lieve. “Senti quanto sei bagnata,” sussurrò, e Aurora chiuse gli occhi, il corpo che si tendeva, un odore di eccitazione femminile che si diffuse nella stanza, muschiato e dolce.
Barbara le disse: “Metti i tuoi piedi nella bocca di Elias e fatteli leccare bene. Gli piace.” Aurora obbedì, sfilò le scarpe – un rumore di cuoio che scivolava – e infilò prima un piede, poi l’altro, nella mia bocca aperta. Il sapore era salato, sudato, con un odore lieve di pelle e calze, le dita che spingevano contro la lingua. Succhiavo obbediente, l’umiliazione che mi consumava, il ronzio del plug nel culo che amplificava tutto, ma la cosa eccitava Aurora tantissimo: gemette piano, gli occhi semichiusi, il corpo che si inarcava mentre Barbara continuava a toccarla.
Dopo, Barbara passò davanti, si alzò la gonna mostrando la sua fica nuda, rasata, umida – un odore muschiato, animale, che mi investì – e si sedette sulla mia faccia, schiacciandomi il naso contro la carne calda, gonfia. Non riuscivo a respirare, inspirando solo lei, il sapore umido che mi colava in bocca. Poi si avvicinò alla fica di Aurora – aveva sfilato i pantaloni e le mutande con movimenti fluidi – e cominciò a leccarla con passione: lingua che sfregava il clitoride con rumori umidi, schioccanti, penetrazioni profonde che strappavano gemiti ad Aurora. Lei chiuse gli occhi, le mani nei capelli di Barbara, il corpo che tremava, un orgasmo violento che la travolse: urlò, le gambe che cedevano, un getto di umori che schizzò, l’odore dolce e acre che riempì la stanza.
Barbara si rialzò lentamente dalla mia faccia, il suo sapore ancora in bocca, e ordinò ad Aurora: “Piscia in bocca al tuo ragazzo. È il modo migliore per marchiarlo.” Aurora era scioccata ma eccitata, l’idea che la travolgeva come un’onda calda. Si accovacciò sulla mia faccia, la sua fica – odorante di eccitazione, umida – a pochi centimetri, e iniziò a pisciare: getto caldo, forte, salato, che schizzò in bocca, nel naso, sui capelli, un rumore gorgogliante mentre ingoiavo, tossendo, l’umiliazione assoluta che mi spezzava. Quando finì, Barbara pisciò anche lei: il suo getto forte, familiare, che mi sommerse di nuovo, mentre si masturbava con rumori umidi, venendo con un gemito basso.
Poi Barbara invitò Aurora nel suo studio, entrambe nude, sudate, l’aria profumata di sesso e piscio. Le fece leggere il contratto originale, poi propose un’integrazione: un altro mese in cui Aurora sarebbe stata co-padrone di Elias. Aurora ci pensò, il respiro ancora affannato, lesse il nuovo documento, ma disse: “Perché solo un mese? Io voglio che Elias sia il nostro schiavo per sempre.”
Barbara annuì, soddisfatta, un sorriso predatorio. Modificarono il contratto lì, rendendolo indefinito: sottomissione totale a entrambe, punizioni condivise, possesso condiviso, con nuove clausole crudeli come tatuaggi permanenti e divieto eterno di orgasmi non prostatici.
Tornarono nel salotto, il contratto in mano. Mi slegarono parzialmente, mi misero carponi sul pavimento. Aurora, ormai immersa nel ruolo, afferrò il dildo del plug vibrante nel mio culo – il ronzio che amplificava ogni spinta – e iniziò a spingere con forza, sfondandomi da dietro. Il dolore fu lancinante, il plug che sfregava la prostata gonfia, un bruciore interno che mi fece urlare, ma l’eccitazione negata mi travolse. “Sei proprio una nullità, un frocio con il culo rotto. Firma, e ti umilio ogni giorno,” sussurrò all’orecchio, il suo fiato caldo che odorava di eccitazione.
Mentre firmavo, tremando, le mani sudate sul foglio, Aurora spinse più forte: un orgasmo prostatico mi travolse, soffocato dalla gabbia, ondate interne che mi scuotevano senza sfogo, qualche goccia appiccicosa che colò pateticamente sul pavimento, un sapore amaro in bocca per l’umiliazione. Gemetti, spezzato, mentre entrambe ridevano, i loro profumi misti che mi avvolgevano.
Barbara guardò soddisfatta. “Possiamo dire che la cosa è stata gradita da Elias. Ottimo.”
E così iniziò la mia nuova vita con due padrone, sapendo che il peggio – o il meglio – doveva ancora venire, con Aurora che già sussurrava idee crudeli all’orecchio di Barbara per il prossimo “addestramento”: un weekend in un club privato, dove sarei stato esposto e usato da estranei, il mio destino sigillato per sempre
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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