tradimenti
La vestaglia di pizzo nera #1
Efabilandia
25.09.2025 |
15.491 |
2
"Sentirsi porca, inginocchiata tra due uomini, con il marito che la guardava, era un’estasi che non riusciva a descrivere, un potere che le scorreva nelle vene come un liquore forte..."
L’aria del salotto era densa, impregnata di un’attesa che pizzicava la pelle come un ago invisibile. Le tende di lino, sottili come un sussurro, lasciavano filtrare la luce violetta del crepuscolo, tingendo la stanza di sfumature che danzavano tra l’ombra e il calore. Una bottiglia di vino rosso, aperta sul tavolino di mogano, esalava un profumo dolce e ferroso, che si mescolava all’odore di cera delle candele alla vaniglia sparse qua e là. Uno stereo nell’angolo suonava un jazz lento, il sassofono che gemeva come un amante lontano, ogni nota un battito che scandiva il ritmo di un desiderio che cresceva, inarrestabile. Desirè, trent’anni, era un fuoco vivo, una donna che incarnava la seduzione come un’arte. I suoi capelli castani cadevano in onde morbide sulle spalle, gli occhi verdi brillavano come smeraldi sotto la luce soffusa, e il suo corpo, sinuoso e perfetto, era un invito che pochi potevano ignorare. Quella sera, indossava una vestaglia di pizzo nero, trasparente come un velo di fumo, che a stento copriva la sua fica, lasciando intravedere la pelle liscia e invitante. Sotto, nulla, solo la promessa del suo corpo nudo. Le calze autoreggenti nere, velate, accarezzavano le sue cosce come un amante invisibile, e le scarpe rosse con il tacco alto aggiungevano un tocco di provocazione, il clac clac dei suoi passi che risuonava sul parquet come un metronomo del desiderio.Desirè si guardava allo specchio vicino alla porta, aggiustando una ciocca di capelli, il cuore che le batteva forte, un misto di eccitazione e potere. Amava questo gioco, amava sentirsi porca, desiderata, al centro di un vortice di sguardi e mani. Sapeva che quella sera sarebbe stata diversa, più intensa, perché non si trattava solo di Lorenzo, lo studente giovane e affamato, ma anche di Fabio, il professore maturo, con la sua pancia prominente e quegli occhi grigi che sembravano scavarle l’anima. L’idea di concedersi a un uomo come Fabio, con il suo aspetto non convenzionale, la sua autorità da accademico, la faceva fremere. Non era solo il suo corpo, era il modo in cui la guardava, come se potesse spogliarla con un solo sguardo, e lei adorava essere sedotta da quella promessa silenziosa.
Mario, suo marito, era seduto sulla poltrona di pelle, il respiro già corto, il sudore che gli imperlava la fronte. A trentacinque anni, portava il peso di un desiderio intimo. Era un avvocato affermato, un uomo di leggi e pensieri, ma quella sera era solo un testimone, intrappolato in un misto di gelosia, vergogna e desiderio bruciante. Stringeva un bicchiere di whisky, il ghiaccio che tintinnava come un avvertimento, gli occhi fissi su Desirè. La guardava muoversi, la vestaglia di pizzo che ondeggiava, lasciando intravedere la curva dei suoi fianchi, la promessa della sua fica appena nascosta dal tessuto trasparente. “Vieni qui,” disse, la voce roca, un comando che nascondeva una supplica.
Desirè si voltò, un sorriso malizioso sulle labbra, e si avvicinò, i tacchi che scandivano ogni passo. Il cuore le batteva forte, non solo per l’attesa degli ospiti, ma per il modo in cui Mario la guardava, come se volesse divorarla e allo stesso tempo offrirla al mondo. Si fermò davanti a lui, la vestaglia che si apriva leggermente, rivelando la pelle nuda sotto. Mario posò il bicchiere sul tavolino, le mani tremanti, e con un gesto lento le aprì la vestaglia. Il pizzo scivolò di lato, lasciando la sua fica esposta, già lucida di desiderio. “Così ti troveranno già calda,” mormorò, il respiro caldo contro la sua pelle. Si chinò, la lingua che trovava la sua fica, leccandola con una fame che la fece gemere. Il sapore di lei, dolce e salato, gli riempì la bocca, e Desirè si aggrappò ai braccioli della poltrona, le gambe che tremavano. Desirè si voltò e Mario non si fermò, la sua lingua scivolò più in basso, leccandole il culo, un gesto che la fece trasalire, un’onda di piacere che le attraversò il corpo. “Mario…” ansimò, la voce spezzata, il desiderio che le bruciava dentro come un falò.Il citofono suonò, un ronzio secco che spezzò l’aria. Desirè si ritrasse, il respiro corto, il corpo già elettrico. Chiuse la vestaglia, il pizzo che sfiorava la sua pelle sensibile, e si diresse alla porta, i tacchi che riecheggiavano sul parquet. Mario tornò a sedersi, il volto arrossato, il sapore di lei ancora sulle labbra, il cazzo che premeva contro i pantaloni. La gelosia gli torceva lo stomaco, ma il desiderio era più forte, una fame che lo consumava mentre immaginava ciò che stava per accadere.
Desirè aprì la porta, e Fabio entrò per primo, il passo lento e sicuro di un uomo che conosce il suo potere. A cinquantacinque anni, il professore universitario aveva una pancia prominente che sporgeva sotto la camicia scura, i capelli grigi spettinati, occhiali e barba ed i suoi occhi grigi erano un’arma letale. La fissarono, lenti, come se potessero spogliarla senza toccarla, e Desirè sentì un brivido salirle lungo la schiena. Fabio era diverso da Lorenzo l'altro ospite che era entrato, non aveva la giovinezza sfacciata dello studente, ma il suo sguardo era una promessa, un fuoco che la accendeva.
“Desirè,” disse, la voce profonda come un bicchiere di vino invecchiato, “sei un’opera d’arte che merita di essere ammirata.” Le sue parole erano professionali, quasi accademiche, ma cariche di un desiderio che le fece battere il cuore più forte.
Dietro di lui, Lorenzo, ventiquattro anni, era un’esplosione di energia giovanile. I jeans aderenti gli fasciavano le cosce muscolose, la maglietta nera metteva in mostra il petto scolpito, e il suo sorriso era sfacciato, un misto di arroganza e fame. I suoi occhi castani percorsero Desirè, soffermandosi sul pizzo trasparente della vestaglia, sulla curva delle calze autoreggenti, sulle scarpe rosse che gridavano seduzione. “Cazzo, Desirè,” disse, la voce bassa, “sei più Fica di quanto immaginassi.”
Desirè rise, un suono morbido e pericoloso, come seta che si strappa. “Entrate,” disse, il tono un invito che non ammetteva rifiuti. Li guidò verso il divano, il pizzo della vestaglia che ondeggiava, lasciando intravedere la sua pelle nuda. Mario, sulla poltrona, respirava a fatica, gli occhi che non si staccavano da lei. La gelosia gli mordeva il petto, ma il desiderio era più forte, un calore che gli bruciava dentro mentre guardava sua moglie, la sua Desirè, al centro della scena.
Fabio si sedette sul divano, le gambe leggermente aperte, il suo sguardo che non lasciava mai Desirè. “Vieni qui,” disse, la voce calma ma autoritaria, e lei obbedì, avvicinandosi con un passo lento, i tacchi che risuonavano come un battito. Si fermò davanti a lui, la vestaglia che si apriva appena, e Fabio la guardò, i suoi occhi grigi che la spogliavano, centimetro per centimetro. “Sei una donna che sa cosa vuole,” mormorò, e Desirè sentì il cuore accelerare, il desiderio che le pulsava nelle vene. Amava questo, amava essere sedotta dal suo sguardo, dal modo in cui Fabio, con la sua pancia e la sua età, la faceva sentire desiderata, potente, porca.
Lorenzo, più impulsivo, si avvicinò, le sue mani che trovavano le gambe di Desirè. Le sue dita, giovani e forti, scivolarono sotto la vestaglia, sfiorando le calze autoreggenti, poi più in alto, fino alla sua fica. “Cazzo, sei bagnata fradicia,” disse, la voce carica di stupore e desiderio. Le sue dita la accarezzarono, trovandola pronta, calda, e Desirè gemette, un suono che esplose nella stanza, il corpo che si inarcava sotto il suo tocco. Lorenzo le aprì la vestaglia, il pizzo che scivolava a terra, lasciandola nuda, vulnerabile e splendida sotto la luce soffusa. Fabio si alzò, il suo sguardo che non lasciava mai Desirè. Si avvicinò, le sue mani che trovavano i suoi seni, i capezzoli turgidi che imploravano attenzione. Si chinò, la bocca che li succhiava, la lingua che tracciava cerchi lenti, deliberati. Il sapore della sua pelle, dolce e salato, gli riempì la bocca, e Desirè gemette di nuovo, il piacere che le attraversava il corpo come un fulmine. “Fabio…” ansimò, le mani tra i suoi capelli grigi, il cuore che batteva come un tamburo. Sentirsi porca, concedersi a un uomo maturo come lui, con la sua pancia e la sua autorità, la faceva impazzire, un misto di vergogna e potere che la travolgeva.“Guardami, Mario,” disse Desirè, la voce spezzata dal piacere, mentre si stendeva sul divano, nuda, le gambe aperte, il corpo offerto. I suoi occhi trovarono quelli del marito, che respirava a fatica, il volto arrossato, il sudore che gli colava lungo il collo. “Guarda come mi fanno sentire viva.” Mario gemette, un suono strozzato, le mani che stringevano i braccioli della poltrona, il cazzo che premeva contro i pantaloni, duro, doloroso.
Fabio si posizionò dietro di lei, slacciandosi i pantaloni con un movimento lento, deliberato. Il suo cazzo, grosso e turgido, premeva contro il culo di Desirè, e lei sentì un brivido, un misto di paura e desiderio. “Sei pronta?” chiese Fabio, la voce un ringhio basso, e senza aspettare risposta, la penetrò, il suo cazzo che le entrava nel culo, riempiendola con una pressione che la fece gridare. “Cazzo, Fabio, sì!” urlò, incitando Mario con lo sguardo, il corpo che si muoveva contro il professore, ogni spinta un’esplosione di piacere. L’odore del sesso, muschiato e salato, riempiva la stanza, mescolandosi al profumo di vaniglia delle candele e al jazz che pulsava come un cuore.Fabio uscì lentamente, lasciandola ansimante, il corpo che tremava. Lorenzo, disteso sotto di lei, la afferrò per i fianchi, il suo cazzo giovane e duro pronto per lei. “Vieni qui,” disse, la voce carica di urgenza. Desirè si impalò su di lui, la sua fica che lo avvolgeva, calda, bagnata, un gemito che le sfuggì mentre lo sentiva dentro di sé. Il piacere era elettrico, ogni movimento un’onda che la travolgeva. Fabio, senza perdere tempo, tornò dietro di lei, il suo cazzo che rientrava nel suo culo, riempiendola di nuovo. I due uomini si muovevano in un ritmo selvaggio, i loro cazzi che la scopavano, uno nella fica, l’altro nel culo, il suono della pelle che sbatteva contro la pelle che si mescolava ai suoi gemiti.Desirè era un fuoco, il corpo che tremava, gli orgasmi che la travolgevano uno dopo l’altro, come onde che si infrangono sulla riva. “Cazzo, continuate!” gridava, la voce rotta, il piacere che le bruciava dentro. Sentiva il cazzo di Fabio, grosso e maturo, che la riempiva, e quello di Lorenzo, giovane e pulsante, che la scopava con una fame insaziabile. L’odore del loro sudore, della sua eccitazione, era inebriante, un misto di sale e desiderio che le pizzicava il naso. Guardava Mario, il suo Mario, che la fissava con occhi spalancati, la gelosia e il desiderio che lo consumavano. “Ti piace, vero?” ansimò, un sorriso trionfante sulle labbra. “Guarda come mi scopano, amore.”
Lorenzo accelerò, il suo cazzo che pulsava dentro la sua fica. “Sto per venire,” grugnì, e senza preservativo, la riempì, la sua sborra che la invadeva, calda, abbondante, un’onda che la fece gridare di nuovo. Fabio, con un ringhio, seguì a ruota, il suo cazzo che schizzava nel suo culo, riempiendola fino all’orlo. L’odore della sborra, caldo e muschiato, si mescolava a quello del suo corpo, un profumo che era puro sesso, puro abbandono. Desirè tremava, un altro orgasmo che la scuoteva, il corpo che si inarcava, il piacere che la consumava.
Quando Fabio e Lorenzo si ritrassero, i loro corpi ancora ansanti, il salotto sembrava pulsare, come se il jazz che suonava piano dallo stereo avesse preso vita, intrecciandosi con il ritmo dei loro respiri. Desirè giaceva sul divano di velluto grigio, il corpo lucido di sudore, un bagliore che la faceva sembrare una statua di marmo illuminata dal crepuscolo. La sua fica e il suo culo colavano sborra, rivoli caldi che le scivolavano lungo le cosce, lasciando una scia scintillante sul parquet lucido. L’odore del sesso, muschiato e salato, riempiva la stanza, un profumo inebriante che si mescolava al sentore di vaniglia delle candele e al vino rosso abbandonato sul tavolino. Desirè sentiva ogni nervo del suo corpo vibrare, il cuore che batteva come un tamburo, il piacere che ancora le scorreva nelle vene come un’onda che non si spegne. Era porca, gloriosamente porca, e adorava ogni secondo di quella sensazione: il potere di essere desiderata, di concedersi a Fabio, con la sua pancia matura e il suo sguardo da predatore, e a Lorenzo, con la sua giovinezza famelica. Amava il contrasto, la sensazione di essere al centro di due mondi, due desideri che la reclamavano senza ritegno.
Si alzò lentamente, le calze autoreggenti nere che aderivano ancora alle sue cosce, le scarpe rosse che ticchettavano sul pavimento, un suono che sembrava scandire il ritmo del suo trionfo. I suoi occhi verdi, brillanti di una luce selvaggia, trovarono Mario, suo marito, sulla poltrona di pelle. Lui la guardava, il volto arrossato, gli occhiali appannati, il respiro corto come se ogni inspirazione fosse un’agonia. La gelosia gli torceva il petto, ma il desiderio era più forte, una fame che lo inchiodava lì, con il cazzo duro che premeva contro i pantaloni. “Guardami, amore,” sussurrò Desirè, la voce un misto di sfida e seduzione, mentre si avvicinava a Fabio e Lorenzo, ancora in piedi, i loro corpi nudi e tesi, i cazzi ancora turgidi, lucidi di lei, di loro. Desirè si inginocchiò, il parquet freddo contro le sue ginocchia, un contrasto delizioso con il calore che le bruciava dentro. Il pizzo della vestaglia, raccolta da terra ma lasciata aperta, le sfiorava la pelle, un ricordo della sua nudità esposta. Guardò Fabio, i suoi occhi grigi che la fissavano con quell’intensità professionale, come se stesse valutando un’opera d’arte, e poi Lorenzo, il cui sorriso sfacciato tradiva una fame giovanile. “Voglio assaggiarvi,” disse, la voce bassa, roca, carica di un desiderio che non si era ancora spento. Si sentiva porca, sì, ma anche potente, una regina che reclamava il suo tributo. Allungò le mani, afferrando i loro cazzi, uno per mano, sentendo la loro consistenza, il calore che pulsava sotto le sue dita. L’odore della sborra, caldo e salato, le pizzicava il naso, un profumo che la faceva fremere, che le ricordava ogni spinta, ogni gemito.
Portò il cazzo di Fabio alla bocca per primo, le labbra che si chiudevano intorno alla punta, la lingua che scivolava lenta, assaporando il gusto di lui, un misto di sudore, sborra e della sua stessa essenza. Era amaro, intenso, un sapore che le esplodeva in bocca come un vino forte. Fabio non smetteva di fissarla, i suoi occhi grigi che la inchiodavano, un misto di autorità e desiderio che la faceva sentire nuda, non solo nel corpo ma nell’anima. “Sei incredibile, Desirè,” mormorò, la voce profonda, come se stesse tenendo una lezione, ma ogni parola era carica di lussuria. Lei succhiò più forte, la bocca che scivolava lungo il suo cazzo, pulendolo con una passione che era quasi devozione. Sentiva il sapore della sua sborra, ancora calda, mescolata al suo stesso odore, e il pensiero di averlo avuto nel culo, di essersi concessa a un uomo maturo come lui, con la sua pancia e la sua esperienza, la faceva gemere, un suono che vibrava contro la sua carne. Mario, dalla poltrona, emise un gemito strozzato, le mani che stringevano i braccioli, il legno che scricchiolava sotto la sua presa. Guardava sua moglie, la sua Desirè, inginocchiata, la bocca che venerava il cazzo di Fabio, e il desiderio lo travolgeva, un’onda che lo faceva tremare. La gelosia era lì, un coltello che gli graffiava il petto, ma il piacere di vederla così, porca e libera, era più forte, un fuoco che lo consumava. Desirè lo guardò, un rapido sguardo, gli occhi verdi che brillavano di sfida. “Ti piace, vero?” disse, la voce spezzata mentre si staccava da Fabio, un filo di saliva che le collegava le labbra al suo cazzo.
Senza aspettare risposta, si voltò verso Lorenzo, il suo cazzo giovane e turgido che aspettava il suo turno. Lo prese in bocca, la lingua che lo avvolgeva, pulendolo con la stessa passione. Il sapore di Lorenzo era diverso, più dolce, più fresco, ma altrettanto inebriante, un misto di sborra e della sua fica che la faceva impazzire. Lorenzo gemette, le mani che si infilavano tra i suoi capelli, tirandoli leggermente, un gesto che la fece fremere. “Cazzo, Desirè, sei troppo fica,” ansimò, la voce giovane e carica di urgenza. Lei succhiò più forte, la bocca che scivolava lungo il suo cazzo, assaporando ogni traccia di loro, il gusto salato che le riempiva i sensi mentre Lorenzo arrivò nuovamente riempiendole la bocca di sborra. Sentirsi porca, inginocchiata tra due uomini, con il marito che la guardava, era un’estasi che non riusciva a descrivere, un potere che le scorreva nelle vene come un liquore forte. Desirè non si ferò ed alternava i due cazzi, la bocca che passava dall’uno all’altro, le mani che li accarezzavano, il suono umido dei suoi movimenti che si mescolava al jazz, al tintinnio del ghiaccio nel bicchiere di Mario, ai gemiti soffocati dei tre uomini. L’odore del sesso era ovunque, un profumo muschiato che le riempiva i polmoni, che la faceva sentire viva, desiderata, intoccabile. Ogni tanto alzava gli occhi verso Fabio, trovando il suo sguardo grigio che non vacillava mai, un misto di controllo e abbandono che la faceva sciogliere. “Non smettere di guardarmi,” gli sussurrò, la bocca ancora intorno al suo cazzo, e lui sorrise, un sorriso che era una promessa di altri giochi, altre notti. Quando ebbe finito, i loro cazzi puliti, lucidi della sua saliva, Desirè si alzò, il corpo ancora tremante, la fica e il culo che colavano sborra, rivoli caldi che le scivolavano lungo le cosce, lasciando una scia sul parquet. Le calze autoreggenti erano leggermente scese, le scarpe rosse brillavano sotto la luce soffusa, e la vestaglia di pizzo, aperta, le sfiorava la pelle come un ricordo. Si sentiva potente, una dea che aveva preso e dato piacere, che aveva sedotto e si era lasciata sedurre. Si avvicinò a Mario, il passo lento, felino, il sorriso trionfante. “Vieni qui, amore,” sussurrò, salendo sulla poltrona, posizionandosi sopra il suo viso. “Leccami tutta.” Mario obbedì, la lingua che trovava la sua fica e il suo culo, il sapore salato della sborra di Fabio e Lorenzo che lo travolgeva, un gusto che era dolore e piacere, vergogna e estasi. Mentre leccava, la sua mano scivolò sui pantaloni, segandosi con furia, venendo con un grido soffocato, il suo piacere che si mescolava a quello di lei.Fabio, ancora in piedi, si riallacciò i pantaloni, il suo sguardo che non lasciava mai Desirè. Prima di congedarsi, si avvicinò, il passo lento, professionale, come se stesse per tenere una lezione. Tirò fuori un biglietto da visita dalla tasca della giacca, un cartoncino bianco con il suo nome e il numero di cellulare scritto in caratteri eleganti. “Per quando vorrai… continuare la lezione,” disse, la voce bassa, un sorriso che era un misto di sfida e promessa. Glielo porse, le sue dita che sfioravano le sue, un contatto che le fece correre un brivido lungo la schiena. Desirè prese il biglietto, i suoi occhi verdi che lo fissavano, il cuore che batteva ancora forte. “Ci penserò,” rispose, la voce un sussurro, ma il suo sorriso diceva che lo avrebbe chiamato, presto.Lorenzo, già pronto a seguire Fabio, le lanciò un ultimo sguardo, un sorriso sfacciato che prometteva altre follie. “Ci vediamo, Desirè,” disse, e la porta si chiuse dietro di loro, lasciando il salotto avvolto nel silenzio, rotto solo dal respiro di Desirè e Mario, dal jazz che si spegneva lentamente, dall’odore del sesso che ancora aleggiava nell’aria.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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